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Videotape

di Ewan J., pubblicato sabato 6 dicembre 2003

la videocassetta La ragazza era legata mani e piedi agli stipiti del letto, la bocca coperta da un pezzo di nastro adesivo. Ogni tanto si lasciava sfuggire un gemito d’angoscia – sa quale sarà la sua fine… e sa che non sarà piacevole. Poi il campo si restrinse – la camera perse il fuoco, durante quell’operazione – sul volto della ragazza. Fu allora che si cominciò a sentire quel rumore nauseante, come il coltello del macellaio che colpisce un quarto di bue. I suoni cessarono, quindi la camera ritornò nella sua posizione originale: inquadrava una camera spoglia – i cui muri, una volta bianchi, ora si erano tinti di un rosso cupo – e un letto. Sopra di questo giaceva la ragazza, con il ventre squarciato e pezzi di interiora che andavano sparpagliandosi sul lenzuolo. Lo spettacolo era il più orribile immaginabile. Poi il commissario Bassini fermò il nastro e spense il televisore. “Allora, che cosa abbiamo avuto il piacere di vedere?” domandò con sottile e macabra ironia. Gli rispose una giovane donna, che ad occhio e croce non aveva ancora trent’anni, la dottoressa Marini. “È stato rinvenuto da un ragazzo che l’ha consegnato alla scientifica. È stato sveglio, deve essere l’effetto di quel telefilm… Comunque, il ragazzo aveva noleggiato una videocassetta in una videoteca del paese – la Stardust – e, invece del suo film, ha trovato questa.” “Possibile che sia un filmato amatoriale? Uno scherzo?” “Decisamente no.” “Come fa a dirlo?” “Il ragazzo che ce l’ha portato ha anche aggiunto che la ragazza protagonista del film era una sua amica. Che manca da casa all’incirca da quindici giorni.” INTERROGATORIO COL RAGAZZO Sembrava non avesse nemmeno quattordici anni, ma ne aveva diciannove, stando a quanto si poteva leggere sui suoi documenti. Si chiamava Fabio De Michelis, era un ragazzo magrissimo, senza un solo muscolo, vestito con un look militare ormai fuori moda. Un bel giorno, forse perché non aveva nulla da fare di più edificante nel pomeriggio, aveva preso a noleggio un bel film horror nella videoteca del paese e aveva trovato quel disgustoso spettacolo – o scherzo macabro che fosse. “Tanto per curiosità,” fece Bassini, dopo aver ascoltato la storia con molta attenzione. “Hai detto che conoscevi la ragazza. Come si chiamava?” “Aura Petrescu, commissario. È… cioè, era ungherese. Per quanto ne sapevo non aveva i genitori. Viveva in Italia da anni, aveva in affitto un piccolo appartamento con la sorella.” Questo il commissario già lo sapeva. “E come la conoscevi?” “L’ho conosciuta a scuola, andavamo tutti e due a Milano, al liceo. Frequentavamo un corso di cinematografia. L’avevo anche diretta in un cortometraggio che avevamo co-sceneggiato e di cui lei aveva curato il suono.” “E nient’altro?” “Intende se avevamo una relazione? No, il nostro era solo un rapporto professionale.” Congedato il testimone, fece capolino nell’ufficio di Bassini l’ispettrice Anna Rocco, che il commissario aveva mandato in precedenza a fare un sopraluogo nell’appartamento milanese in cui vivevano le sorelle Petrescu. “Buongiorno, commissario.” “Anna, salve. Allora, sei riuscita a parlare con la sorella? Hai visto l’appartamento?” L’ispettrice si fece seria in volto. “L’appartamento era vuoto. La portinaia dice che non vede le Petrescu da parecchi giorni. Non credo sia un buon segno.” “Sei almeno riuscita ad entrare nell’appartamento?” “Sì, ma non ho trovato niente di evidente. Di certo non è quello il luogo in cui è stato girato il filmato, perché le pareti sono tinte di azzurro.” Bassini fece spallucce. “Beh, mandate la dottoressa Marini a fare un sopraluogo. Ne parleremo poi. Lei la raggiunga, se trovate qualcosa, qualsiasi cosa, avvertitemi immediatamente. Sopraluogo nell’appartamento delle petrescu La dottoressa Marini fissava sconcertato il disordine di quel posto. Magari la Rocco non l’aveva notato, ma al suo occhio analitico quel particolare non sfuggiva: nell’appartamento delle Petrescu qualcuno aveva lottato. Stava controllando un’impronta lasciata da uno scarpone sulla moquette – verdognola e bruciacchiata in più punti – quando alle sue spalle comparve l’ispettrice Rocco. La dottoressa se ne accorse, poiché l’ombra della donna venne proiettata sul pavimento. “Buongiorno ispettore Rocco.” Si voltò verso di lei. “È sola? Mi aspettavo che venisse anche il commissario Bassini.” “E invece sono sola…” le rispose la Rocco, con un tono irato e sprezzante maldestramente celato nella voce. Poi si calmò e ritornò ad essere la fredda poliziotta che di solito era. “Trovato niente?” “Un’impronta di un anfibio, probabilmente, non comparabile con nessuna delle scarpe trovate in casa. Numero 42, le Petrescu avevano entrambe il 39. È fortunata: stiamo per rilevare la presenza di sangue.” Per compiere quell’operazione veniva usato il Luminol, una specie di torcia che riusciva ad individuare residui di sangue anche quando questi erano stati lavati. Due paramedici eliminarono ogni fonte di illuminazione tirando le tende, quindi la dottoressa Marini accese il Luminol, che, una volta puntato sul lavabo, individuò una grande macchia di sangue – era stata lavata, ma appariva lo stesso come una zona blu. “Come immaginavo,” mormorò la dottoressa. “In questa casa è successo qualcosa.” Un regalo dall’assassino Quando Anna Rocco tornò in commissariato trovò il commissario Bassini visibilmente pallido che, con andatura barcollante, usciva dal suo ufficio. Lei lo raggiunse, ma lui fu più veloce: la scartò e si precipitò nel bagno degli uomini. Quando ne riemerse aveva riacquistato un po’ di colore, ma era ancora visibilmente scosso. “Commissario! Che le succede?” “Anna… mi è arrivato un pacco da… da parte dell’assassino.” Subito l’ispettrice si fiondò nell’ufficio del commissario, vi entrò e, sulla scrivania, trovò un piccolo pacco, aperto. Guardò dentro e subito se ne pentì. All’interno della scatolina di cartone, faceva bella mostra di sé un’unghia umana. Colloquio con il dottor greco Il dottor Greco era il migliore psicologo criminale che la questura avesse in dotazione. Fu proprio il vicequestore Aiello ad indicarlo a Bassini. Quest’ultimo, dunque, gli fece visita subito dopo aver mandato l’ultimo macabro souvenir dell’assassino in laboratorio, dove la dottoressa Marini l’avrebbe analizzato. Greco, un uomo che aveva oltrepassato i sessanta da un pezzo, grassoccio e dal volto squadrato, lo ricevette subito nel suo studio. “Buongiorno commissario, mi dica, come mai ha bisogno della mia opinione?” I due si accomodarono su delle poltrone – lo studio di Greco era sprovvisto di scrivania e di lettino. “Credo che lei possa aiutarmi a salvare la vita di una donna, che sicuramente si trova in mano ad un assassino.” “Sta parlando del maniaco che ha registrato l’agonia della vittima? Ne ho sentito parlare al telegiornale.Qual è il problema?” “Voglio sapere di più di lui. Le ho anche portato la videocassetta… è davvero stomachevole, ma forse ne vale la pena, per capirne di più.” Bassini gli mostrò la registrazione, poi gli raccontò a grandi linee delle sue indagini – ritrovamento dell’unghia compreso. Alla fine il dottor Greco fu pronto a dare il suo responso. “Quest’uomo – perché è un uomo – prova un misto di amore e odio per la sua vittima… non è stato poi così crudele, dopotutto. Mi ha detto che l’assassino ha probabilmente rapito una donna, non è vero? Beh, io le dico che la ucciderà, perché questa donna, la sorella della prima vittima è un ostacolo nella sua strada. Non mi chieda perché, ma lo è.” “Come fa a dire che la sorella della vittima è stata rapita dall’assassino?” “Ho fatto due più due.” Una telefonata dalla dottoressa marini Bassini non fece neppure in tempo a salire sulla sua Mercedes che gli squillò il cellulare. Era la dottoressa Marini. “Pronto, dottoressa?” “Commissario, ho appena ricevuto il referto sul pezzo d’unghia: appartiene alla sorella della Vittima, Smilla Petrescu. Penso che l’assassino, che indossava un paio di anfibi, si sia intrufolato in casa, forse per recuperare qualcosa che era appartenuto alla vittima, sia stato poi scoperto da Smilla Petrescu, e che quindi l’abbia assalita, l’abbia portata in cucina e le abbia estratto l’unghia con l’ausilio di una comune pinza. Tutto chiaro?” “Tutto chia… Ha detto anfibi?” “Sì.” “Di quelli che indossano i militari?” “Sì, ma…” Tuttavia la dottoressa non fece in tempo a concludere la frase: il commissario le sbatté il telefono in faccia. L’assassino Bassini trovò l’assassino allo Stardust, nella sezione horror. Era ancora vestito da militare. “Mi spieghi perché l’hai fatto?” domandò con freddezza e disprezzo. Fabio de Michelis rispose: “Perché non aveva voluto essere la protagonista del mio film… Vede, commissario, io me la facevo con sua sorella e lei l’aveva scoperto. Capisce: continuava a dirmi si, sarò la tua protagonista e cose del genere, poi scopre che mi sbatto sua sorella e mi scarica… quindi non girai il film e non potei partecipare al Premio Pasolini per la migliore opera prima. In sostanza, per colpa sua avevo buttato un anno. Così almeno ho fatto il mio film e lei è la mia attrice.” “Ora capisco… Tutto quadrava, tranne un piccolo particolare: perché ti eri infilato in casa Petrescu? Non per impossessarti di qualcosa, ma perché Smilla ti ci aveva invitato! Ora lei dov’è?” “Chi, Smilla? Diciamo che domani mattina la troverà… In videocassetta e sulla sua scrivania.”