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In caso di terremoto

di Puvetta, pubblicato venerdì 3 gennaio 2014

Mi dice di non lasciarmi spaventare prima di aprire la porta in una sorta di magazzino di stramberie di seconda mano: un ex salotto berlinese reso inagibile dalla quantità di cianfrusaglie sparse su divani, biciclette, mensole stracolme e tende rosa fluo.

Lasciamo giacche e scarpe e scopro quanto sia immenso trovarsi scalzi sullo stesso pavimento: un grado di prossimità in meno. Questo è uno degli usi dei paesi nordici ai quali mi sono iniziata: arrivi a casa di qualcuno, lasci le tue scarpe in entrata, scopri le tue calze, fancy o bucate che siano, e superato l’imbarazzo ti senti semplicemente più vicino. Poi quando i piedi si incontrano sotto i tavoli, un brivido di imbarazzo irrigidisce la schiena. Gesti tanto intimi si realizzano con leggerezza nei salotti e nelle cucine più “fredde” del pianeta.

Ed ora che io e B. ci troviamo sullo stesso pavimento, quest’ultimo sembra troppo grande per noi, divisi tra una cucina disordinata e una camera che si lascia intravedere dalla porta accanto. Riduciamo lo spazio intorno a noi: schiene agli stipiti, sulla porta del paradiso, divisi da insicurezze o cos’altro, incapaci di muoverci verso l’interno, indecisi per la prima volta sulla direzione da seguire. Ma i piedi scalzi aiutano e da quel contatto sfuggente i corpi si incontrano di nuovo, sospesi sotto la porta: pronti ad affrontare un terremoto.