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IL PONTE SUL SOGNEFJORDEN - cap.6

di MicheleFiorenza, pubblicato mercoledì 8 maggio 2013

Capitolo 6

I fine settimana erano per me molto riposanti, ma quasi noiosi: andavano tutti a casa, Erika a Bergen oppure dai suoi genitori, gli altri nelle loro città o piccoli paesi.

Io rivisitai un paio di volte Alesund, l’elegante città in stile liberty, ancora molto fredda in quel mese di Maggio. Una domenica andai a Bergen, a seguire la messa nella chiesetta cattolica, ma nel pomeriggio pioveva a dirotto e rientrai presto.

Migliorando il tempo, il sabato mattina andavo a pescare, all’estremità di qualche piccolo promontorio che chiudeva un golfetto da sogno. Mi mancava molto Adele e avevo troppo tempo per riflettere.

Portavo i pesci al ristorante dell’hotel, il quale cucinava per me quelli migliori. Io terminavo il week-end scrivendo dettagliate lettere sulla mia esperienza a mia moglie, a mio figlio e a mio fratello, che aveva girato molto, ma non era mai stato in Norvegia.

I canali televisivi trasmessi in Inglese concludevano le mie serate, mentre i crepuscoli si allungavano sempre più.

Tornai a casa dopo cinque settimane, arrivando di sabato sera. Adele fu felice di rivedermi: mi abbracciò e baciò, poi mise a tavola un’ottima cena. Mi riferì con orgoglio di tutti i conoscenti che avevano chiesto mie notizie, molti dei quali erano un po’ sbalorditi dell’incarico affidatomi.

- Come te la passi? - mi chiese.

- Al sito la giornata passa presto e la progettazione si fa in albergo. Il sabato resto solo, perché per quest’estate siamo una piccola squadra, e allora vado a pescare sulle rive del fiordo un po’ di pesci squisiti; la domenica vado a Bergen per la messa, poi poltrisco in albergo, o passeggio per la piccola B. Ho soltanto qualche problema con l’architetta, sai, quella giovane di cui ti ho parlato.

- Tu hai sempre problemi con gli architetti. E’ una bella donna?

- Tozza e scialba come molte sue coetanee. - risposi prudentemente, conoscendo la gelosia di mia moglie.

Ci coricammo presto e mi addormentai subito. Il giorno dopo, nel pomeriggio, abbracciai mia moglie con desiderio; lei capì e facemmo l’amore. Più esattamente io feci l’amore con lei, che mi accettò quasi supinamente. Si alzò presto, poi mi portò un buon caffè:

- Sei tornato più focoso di prima: vuol dire che le vikinghe ti hanno lasciato in pace. - disse con ironia.

- Lo sai che ti amo e sono di sani principi.

Mi fece una lunga e pensosa carezza sul viso, e quella fu l’ultima affettuosità della settimana. Anzi la penultima, perché la domenica successiva, all’aeroporto, mi salutò con un leggero bacio.

* * *

Sul Sognefjorden il sole di Giugno picchiava e io portavo sempre un copricapo e le maniche lunghe: sapevo che il sole scandinavo in quel mese colpiva forte per parecchie ore al giorno.

Avevo convinto Erika e la squadra a iniziare un po’ prima al mattino, in modo che potessimo rientrare presto, almeno noi progettisti.

Dal punto di vista professionale Erika e io collaboravamo, a volte con un certo entusiasmo. Io sapevo ascoltare e lei aveva imparato ad ascoltarmi: a poco a poco trovavo simpatico quel viso così diverso da quello delle donne mediterranee. E lei sembrava aver mitigato la sua asprezza.

Ammirava i miei metodi di calcolo, spicci e precisi, artigianali, ma ragionati. Sul sito avevamo anche iniziato i collaudi sui campioni, cioè singole parti costruttive. I risultati corrispondevano sempre con i miei calcoli, spesso con largo margine di sicurezza.

Ci fu un’altra occasione di contrasto quando dovevamo spedire alcuni campioni della struttura, in acciaio al titanio, in Francia, per le analisi relative alla corrosione dell’acqua marina.

- Perché in Francia? - le chiesi.

- Nella valle della Loira, a …, c’è il miglior laboratorio di analisi sulle corrosioni metalliche.

- Useranno acqua di mare? – chiesi.

- Useranno acqua e sale marino.

- Dovremmo spedire due o trecento litri dell’acqua del Sognefiord, che ha una precisa composizione chimica e biologica.

Spalancò gli occhi e mi guardava come se alla fine avessi rivelato la mia nascosta

follia: - Non dirai sul serio!

Le sorrisi: - Certo che dico sul serio.

Mi guardava furibonda: - Temo che prima di Ottobre mi dimetterò io.

L’aveva detto con serietà. L’idea di perdere quella brava e simpatica collega di lavoro mi dispiacque: in quei due mesi era stata per me un pallido sole, e tuttavia un conforto.

- Non lo fare. - mormorai

Mi guardò con curiosità.

- Continuiamo a lavorare insieme, ci tengo. - aggiunsi - Possiamo far fare qui un’analisi accurata dell’acqua del fiordo e chiedere al laboratorio francese di utilizzare un’acqua simile.

Erika si addolcì: - OK, affare fatto.

- Però dieci litri d’acqua potremmo mandarla lo stesso.

- Anche trenta, ma non di più. - concluse la mia collega.

* * *

Quella mia sottintesa dichiarazione di simpatia cambiò leggermente l’atteggiamento di Erika nei miei confronti: mi osservava di più e più benevolmente. Ciò fu anche utile nel lavoro.

Ogni pomeriggio io mi preparavo il caffè all’italiana, utilizzando una caffettiera che mi ero portato appositamente.

Lo avevo fatto gustare a Erika, preparandolo più lungo, ma molto aromatico: le era sembrato molto forte, ma adatto per tirarsi su dopo un giorno di lavoro; così ogni pomeriggio, messa la caffettiera sul fuoco, mi permettevo di bussare leggermente alla sua porta: era il segnale che il caffè era quasi pronto. Quel rito del caffè rinforzò i nostri rapporti professionali.

Due volte alla settimana telefonavo ad Adele, che mi chiedeva affettuosamente le novità. Io le chiedevo notizie di Gianni, evitando domande sul lavoro di lei, che non ne parlava volentieri, poiché lo considerava scialbo e noioso.

Dovevo riconoscere che Adele si mostrava più innamorata da lontano, quando non potevo toccarla. Ricordando anche l’esperienza con Giulia, mi sembrava quasi che gli amori platonici mi perseguitassero.

Sul fiordo le domeniche trascorrevano un po’ noiose, eccetto l’abitudine di alzarmi tardi e di dedicare più tempo alla cura personale.

Qualcuno del gruppo, che a volte rimaneva anche per il week-end, scoprì che nella cittadina di …, non troppo lontana dal nostro albergo, c’era un campo da tennis. Così quattro di noi, Erika, io, la ragazza carina, di nome Bjòrk, e un giovane che la corteggiava, Karl, comprammo quattro racchette sempliciotte, calzoncini e canotte, e andammo a giocare.

Precisai che non conoscevo bene lo sport, ma mi assicurarono che avremmo giocato partite brevi, semplificate, soltanto per svagarci un po’.

La prima domenica giocammo uomini contro donne, e io contribuii a incassare una sonora sconfitta nella prima partita; poi perdemmo per pochi punti. Alla terza, con fatica, strappammo una stentata vittoria.

Sudati, ci stringemmo la mano con le ragazze e andammo a sedere, asciugandoci il sudore prima delle docce.

- Non giochi male, per la tua età. – disse Bjork.

La mia età… Ovvio, i norvegesi sono una popolazione giovane e Bjork doveva avere una ventina d’anni meno di me. Sapevo che invece Erika aveva trentadue anni.

La seconda domenica giocammo una coppia contro l’altra. Io decisi di dare spazio a Erika e di farle da spalla. La mia giovane collega si muoveva molto, ma perdemmo la prima partita.

Nella seconda eravamo più affiatati. Erika si muoveva con scioltezza ed eleganza sportiva e io l’ammiravo: la trovavo bella, nel suo completo bianco. Alla fine vincemmo ai punti.

Nella terza partita Erika saltava da un capo all’altro del campo e io ero più concentrato: fu vittoria netta. Col tempo divenimmo quasi imbattibili.

L’estate norvegese si manteneva ottima. Dissi ad Adele che ero in ritardo con la complessa progettazione del ponte e rinunciavo alla mia seconda settimana di ferie; le chiesi di venire lei.

- Non ci tengo. Tu lavora tranquillo: io andrò alla spiaggia con la mia amica Anna. Ti daranno un rimborso per questa rinuncia?

Terminata la telefonata, mi chiesi dove si fosse smarrito quel grande amore che avevo vissuto, quella gioia quotidiana entusiasmante di tanti anni prima, quell’illusione di avere trovato la donna perfetta, o almeno il mio ideale perfetto.

Mi chiedevo se mi fossi ingannato sui sentimenti di lei. No, la mia Adele mi aveva amato con pari entusiasmo, se non maggiore. Poi gli entusiasmi e le emozioni erano finiti, i problemi spiccioli della vita quotidiana ci avevano travolto; ma ancora la sera, stringendola tra le braccia, ogni ansia spariva e la gioia ritornava, accarezzando il suo corpo dalle linee armoniose e dai colori decisi.

Non così per lei, che aveva mutato il suo atteggiamento in un affetto fraterno, senza passione, senza carezze; mentre per contrasto era cresciuta quella gelosia assurda, che mi vietava qualsiasi accenno alla piccola Giulia di tanti anni prima e qualsiasi cenno di ammirazione per un’altra donna.

Ognuno ha i suoi difetti, ma i nostri ci risultavano ormai insopportabili, reciproca-mente. Di recuperare quel rapporto non avevo quasi più speranza…

Lì, nel Sognefjorden, le acque erano sempre placide e serene, e spesso sedevo da solo a guardarle, sommerso dal silenzio estremo di quelle valli e di quelle verdi terre; in quella solitudine mi sentivo più vicino alla mia vera identità e più vicino a Dio, che potevo sentire, al di sopra della natura: “Amatevi l’un l’altro, come io ho amato voi.”

L’unico modo di vivere quella solitudine disperata, felice, ma apparentemente fine a se stessa, era quello di avvicinarsi agli altri, di stringersi ad altri uomini e donne soli, per dare un senso alle nostre vite. Forse per questo il sorriso dei norvegesi è così franco, così aperto…

* * *

Nel bellissimo Sognefjorden, il nostro gruppo di lavoro si faceva sempre più affiatato. Una domenica mattina Erika bussò alla mia suite e mi disse di prepararmi per una passeggiata.

- Sono pronto. - risposi.

Mi osservò sorpresa: - Pronto? Devi prepararti lo zaino con acqua e viveri, e con un giubbotto impermeabile. Forse voi non fate vere “passeggiate” in Italia.

- Passeggiamo per le vie principali…

- Ho capito. No, le nostre passeggiate sono… (cercò la parola) escursioni. Torneremo per cena.

Ci arrampicammo senza fretta per sentieri di montagna. I miei compagni a tratti mi indicavano questo o quell’altro panorama. Ero entusiasta: stavo conoscendo la Norvegia in tre dimensioni.

A mezzogiorno ci fermammo per il lunch. Karl e Bjork sedettero sull’erba fiorita un po’ in disparte; gli altri tre giovani giravano in gruppo con i loro robusti sandwich in mano; io rimasi con Erika.

Lei si attardava a guardarsi intorno, seria e quasi malinconica. A un tratto disse:

- Facevo spesso delle escursioni con mio marito, ma più a sud. Le ricordo ancora con piacere.

Io tacevo per rispettare la sua privacy. Poi le feci una domanda:

- Non avete avuto figli?

- Non potevamo permettercelo: entrambi eravamo lavoratori precari. Poi l’amore finì.

- Che cosa accadde?

- Vedi, in Norvegia i giovani vanno via da casa presto: sia che studino o che lavorino, si fanno subito un compagno, fanno coppia. Insomma, scegliamo in fretta. Poi, maturando, spesso ci accorgiamo di aver sbagliato partner.

- Capisco: sai, accade anche da noi, di sbagliare partner. Forse bisognerebbe aspettare sino a trent’anni.

- Allora adesso sono matura per una buona scelta…

- Io posso dirti, per quello che vale, che sei matura in molte cose.

- Sei molto gentile. Io non so giudicare le persone. Per esempio tu mi avevi fatto una cattiva impressione, oppure ero prevenuta verso gli uomini bruni, non so. Adesso invece mi sei simpatico: sei cortese, corretto, molto serio e… un po’ triste. Veramente due mesi fa volevi andar via?

- Sì, non volevo progettare un ponte insicuro e… non sopportavo la tua antipatia.

- Dai, siamo una bella squadra: non ci pensare più.

In quel momento Erika sorrideva anche con gli occhi…

- OK, Erika, sarà il nostro ponte, il ponte Schultz-Drago.

- Metteremo un paio di targhette, da qualche parte. Tu ami la Norvegia, vero?

- Sì, è la mia patria di elezione; però amo anche la mia gente, così imperfetta, così bisognosa e a volte così geniale…

Il ritorno fu molto più agevole; quando incrociavo lo sguardo di Erika, lei mi sorrideva, e ciò mi rallegrava. Avevo anche notato che, sotto l’abbigliamento spartano, aveva probabilmente un corpo armonioso; e il suo viso non era scialbo: era semplicemente privo di trucco, acqua e sapone.

continua

Michele Fiorenza 2005

opera registrata