stampato su ewriters.it il 25/11/2020 14:16:57

IL SEGRETO DI FRANCESCA

di cristiano090772, pubblicato mercoledì 27 febbraio 2013

Non credo che al mondo esista anima viva in grado di fermare lo scorrere del tempo. Quello che accadde, tuttavia, il quindici novembre di un anno e mezzo fa segnò per il sottoscritto una battuta d'arresto: un limite oltre il quale ogni cosa si paralizzò in uno stato di dolorosa sospensione. All'epoca bazzicavo la Germania. Per via di una ragazza, una cara ragazza, di cui parlerò largamente nel corso di questo breve diario, che mi tenne compagnia fino alla conclusione, a dir poco drammatica, della nostra relazione. La stessa straniera che avevo conosciuto in Italia una sera di ritorno dal centro con un amico e che il caso volle che cominciassi a frequentare assiduamente durante il suo soggiorno-studio all'estero. Fino a quando parve a entrambi che il messaggio che il destino intendeva trasmetterci superasse di gran lunga la soglia della platonica amicizia. E stabilimmo di formare una coppia. Una coppia singolare, per certi aspetti, una coppia che si sobbarcò molte rinunce, distacchi e attese che talora, nel momento in cui capitava che ci rivedessimo dopo un lungo periodo trascorso nei rispettivi Paesi, ci facevano provare la stravagante impressione di sentirci nientemeno che degli sconosciuti. E ci voleva qualche giorno prima che il sentimento riuscisse a penetrare la polvere depositata dalla lontananza e ritornassimo amici e amanti. Ebbene, di questa ragazza me ne innamorai. Non fu un colpo di fulmine, bensì qualcosa di paragonabile a un processo osmotico. Era come se una specie di fluido invisibile fosse penetrato nella pelle e si fosse impadronito del nostro destino. I primi tre mesi furono i più belli del nostro rapporto, segnarono in altri termini l'apoteosi del nostro innamoramento e furono senz'altro i più lieti della mia vita. Erano i giorni del suo soggiorno italiano e, per un caso fortuito del destino, costei si trovava a condividere un miniappartamento con una collega di studi a pochi passi dalla palazzina dove abitava il sottoscritto. Nei tre anni seguenti volammo su e giù dall'Italia alla Germania e viceversa, lei rincorrendo il traguardo della laurea magistrale, il sottoscritto un lavoro decente. Ma il sistema economico odorava già di catastrofe e il tessuto lavorativo mostrava, senza tanti riguardi, le corde che nel giro di qualche mese si sarebbero assottigliate fino a spezzarsi. A ogni buon conto, la nostra relazione tenne testa ostinatamente ai venti di crisi. Ci portò a Colonia, a Berlino, a Monaco: ovunque si presentasse lo spiraglio di qualche opportunità di lavoro e di svago. Trascorremmo lunghi periodi di vacanza nella bassa regione della Germania, lungo il corso sinuoso di quel fiume meraviglioso conosciuto sotto il nome di Danubio, in una località amena, dove la madre della mia compagna aveva ereditato una casetta in collina, tra il verde dei pascoli curati e le masse sparse delle isole di sempreverdi. Ho appena detto che il nostro rapporto sopravvisse alla difficile congiuntura economica. In questo non sono stato tuttavia pienamente sincero. Essa segnò invero una ferita profonda, invisibile dall'esterno, ma terribilmente dolorosa per l'animo, alla quale si assommò la bocciatura della mia compagna che contribuì ad allungare oltre i limiti del sopportabile quel periodo di stallo che nella nostra relazione a distanza risultò essere più nocivo di un'iniezione di veleno. Ci sono avvenimenti che scorrono nella mente come la pellicola di un film, seguendo un ordine logico e preciso e sviluppandosi con coerenza. Per me le cose non andarono in questo modo. Quel quindici novembre di un anno e mezzo fa lo riassumerei come se fosse una sequenza ravvicinata di diapositive in bianco e nero dove, al posto della traccia audio, si trova una striscia larga e scura sulla quale qualche diavoletto maligno ha inciso tutta la sofferenza che nemmeno una intera enciclopedia riuscirebbe a contenere. Accadde alle sei e mezzo di mattina e da quel momento la mia vita, intendo dire la mia esistenza emotiva, si arrestò bruscamente e non ritrovò più la forza e il coraggio di rimettersi a camminare. Non sono in grado di descrivere dettagliatamente gli ultimi tre giorni che precedettero la catastrofe in quanto non furono vissuti dal sottoscritto a mente lucida. Ma si presentarono nel senso di impressioni scarsamente definite, sotto forma di istantanee di una macchina fotografica che hanno impressionato per sempre la mia retina, avvelenando i sentimenti del sottoscritto e quelli della mia ragazza. Fotografie, tra l'altro, in cui fa da sfondo immancabilmente l'immagine arcigna e spettrale della madre di costei. Ricordo che quel mattino avevo pianificato ogni cosa, come in una fuga in piena regola. Il biglietto d'aereo, la valigia ai piedi del letto, due sveglie a distanza di cinque minuti, posizionate sul comodino e sul mobile di fronte. Tanto per non sbagliare. A un certo punto, poco dopo le sei e mezza, scorgo la porta della stanza schiudersi ed entrare uno spettro: la mia compagna. Da tre giorni ha deciso di dormire da sola, nel suo stanzino al primo piano: per punizione nei confronti del sottoscritto che non riesce a capirla e per la stanchezza di una relazione che doveva essere coronata a tempo dovuto, prima che il passare degli anni logorasse le nostre forze, prima che la paura di non farcela tagliasse l'entusiasmo e il desiderio di mettere fine al nostro precariato sentimentale. E' sconvolta e non ha chiuso occhio per l'intera nottata. La vista della valigia ricolma fino a scoppiare le fa capire che le mie intenzioni sono quelle di chi sta per tagliare definitivamente la corda. E quindi in un lampo, con lo slancio di un'anguilla, balza sul letto e si mette a fremere dalla disperazione, dalla consapevolezza che in quella stanza sta per avere luogo l'ultimo atto della nostra relazione amorosa. E allora chiude il suo cuore e non riesce a scorgere che proprio in quel momento, tutta la mia rabbia, la mia stoltezza, la mia esasperazione si sono diluite come tempera nell'acqua. Sono pronto a tornare subito, giusto il tempo di trascorrere due giorni dai miei genitori. Ricordo, ma non so bene quanto ciò sia vero o semplice invenzione della mia eccitazione febbrile, di essermi coricato al suo fianco, di averla accarezzata con tutta la dolcezza del caso e di averle sussurrato alle orecchie le parole più dolci e appropriate che mi fossero passate per la mente. Rammento di averle steso sul corpo, ch'era tutto un tremito, una coperta marrone, di averla baciata sulla fronte e di essermi alzato. Avrei dovuto fermarmi là. Avrei dovuto stare steso al suo fianco e sforzarmi di dimenticare tutto il resto, avrei dovuto mettere da parte i giochi meschini della madre. Avrei dovuto essere infine più maturo e lasciare che il tempo placasse ogni rancore. Ma un sentore di rabbia mi spronava a concludere il mio disegno scellerato. E così mi alzai e abbandonai la casa. Da quel giorno, dal momento in cui mi lasciai alle spalle il portone di legno imbiancato, smisi di vivere e di respirare amore.


Attraverso le vetrate dell'ambulatorio rivolavano ruscelli d'acqua. Sembrava che il tempo si fosse accordato al mio umore. L'analista osservava in silenzio. Talvolta annotava qualcosa sulla cartella clinica e poi tornava ad ascoltare il mio resoconto. Chissà quante volte le era capitato di imbattersi in racconti di quella specie. Di uomini e donne lacerati da un amore fallito, incapaci di ritrovare la forza e l'energia di rimettersi in pista. Disperati alla ricerca di un sostegno che sapranno di non trovare mai. Perché, è risaputo, soltanto il tempo ha la forza di sanare le ferite del cuore. Tutto il resto è un tirare a campare impastato di medicine e chiacchiere vuote. Un tirare, in altri termini, la faccenda per le lunghe, lasciando al tempo il modo di provare a ricucire lo strappo. Ammesso che lo strappo non sia una voragine. Tre quarti d'ora di colloquio, intervallati da fiumi di lacrime. La disperazione che ti toglie il respiro e ti lascia trasognato per qualche istante. Tutte cose già viste e sentite. Tutte cose che segnano come cicatrici la superficie tormentata del nostro pianeta. Capitava, in quei primi giorni di dolorosa solitudine, che mi ritirassi a dormire con un senso di vuoto nell'animo che mi riesce difficile da descrivere, tant'era ampio e profondo. Allora, dopo avere spento la luce e ingoiato le pillole, sentivo la forza di due mani artigliarmi il collo e quasi togliermi il respiro. E dalla pancia, un sordo risucchio che mi torceva l'esofago e mi faceva ansimare come un malato in punto di morte. Era uno strazio che durava lo spazio lunghissimo di qualche minuto. Poi, alla fine, come se qualche divinità benevola avesse voluto mettere fine a questo supplizio, un torrente di lacrime sgorgava senza freni e il risucchio si scioglieva in sonori singhiozzi al termine dei quali giacevo sul letto, sfatto come se avessi percorso un miglio di corsa. Queste manifestazioni di angoscia non mi hanno più abbandonato. Quando le avverto giungere la sera, puntuali prima di coricarmi, mi sento in obbligo di assecondarle, sorretto da una specie di idea malsana che esse rappresentino la giusta punizione delle mie colpe. Ho detto, poco fa, che ho smesso di respirare amore. Da allora ho avuto modo di conoscere altre ragazze. E, talvolta, di spingermi con loro oltre il limite della sobrietà. Ciononostante non provai mai più quello che Melanie mi fece sentire. Una parte di me, del mio cuore intendo, si era in qualche modo inaridita. Anzi, a dire il vero, era morta e niente sarebbe riuscito a farla tornare in vita. Fino a quel momento non avevo prestato fede a quanti affermavano che il cuore si spezza una volta soltanto. Ora, in qualche modo, ho dovuto mio malgrado rivedere questa posizione.

Ogni volta che la seduta finiva, l'analista chiudeva la cartella, si alzava in piedi e allungava la mano attraverso la scrivania per farsela stringere. Mi fissava un nuovo appuntamento rincuorandomi, a suo dire, che si trattava di un periodo sicuramente difficile, ma che con un pizzico di pazienza sarebbe comunque passato. Poi me ne uscivo dallo studio e mi avviavo alla volta del parco, lungo il piccolo canale navigabile che costeggia il complesso universitario. Tra il fogliame autunnale filtrava una luce dorata e calda. Trovavo la prima panchina libera e là mi sedevo. Dopodiché, estraevo dalla tasca il portafogli, lo spalancavo e dalla scomparto a ribalta facevo scivolare fuori una fototessera di Melanie. A colori. La rimiravo e ci rimuginavo sopra, mentre, alla bocca dello stomaco, il serpente accoccolato aspettava di risvegliarsi appena mi fossi steso per dormire. In quei giorni, per un caso della sorte, trovai da impiegarmi come portiere turnante presso un hotel a Venezia. A gestirlo c'era un tizio sulla quarantina, un figlio di papà con le tasche traboccanti di banconote che amava fare lo smargiasso con le clienti e con alcune conoscenze femminili che aveva incontrato in città. Era un individuo che, secondo un certo modo di intendere le cose, sapeva vivere la vita alla leggera, senza crucciarsene troppo. Era sposato e si faceva l'amante. Tutti i benedetti giorni della settimana. Senza mancare un solo colpo. Di ciò ne andava palesemente fiero e tirava dentro alle sue bravate da adolescente mal cresciuto il resto dei dipendenti che dovevano coprire le sue assenze nel caso malaugurato in cui la moglie lo avesse cercato al telefono. Ci aveva istruito a rispondere che si trovava nella sala comune e che stava intrattenendo alcuni ospiti importanti e che appena si fosse liberato dell'impiccio avrebbe richiamato all'istante. Naturalmente, appena la moglie fosse stata tranquillizzata, il complice del momento contattava l'allegro marito che nel giro di qualche minuto accorreva in albergo e richiamava la compagna per mettere ogni cosa al giusto posto. In otto mesi di permanenza in questo ricettacolo di piacere e tradimento non ebbi mai occasione di ricevere telefonate dalla moglie tradita. Credo, sebbene di ciò non ne abbia le prove, che costei fosse più o meno consapevole della faccenda, ma che, per qualche ignota ragione, preferisse non aprire gli occhi. Soltanto in un'occasione ebbi modo di assistere a un battibecco coniugale. Che si risolse con la bella faccia tosta del marito che spergiurava fedeltà, fingendosi vivamente seccato e offeso dalle insistite allusioni della sposa. Del resto, il figlioccio aveva programmato bene le sue scappate. Gestore di due locande, che poi finirono nelle mani della Guardia di Finanza per evidenti irregolarità fiscali, faceva lavorare la moglie il mattino, mentre a lui riservava il turno pomeridiano. In questo modo avevano occasione di incontrarsi soltanto durante il cambio e, a dirla senza tanti fronzoli, l'uomo sapeva giocarsi la moglie con un'abilità da baro senza pari. Le suggeriva parole dolci, se la stringeva a sé e, infine, due ore più tardi la richiamava a casa. Più per assicurarsi che fosse davvero tornata tra le mura domestiche e non per ragioni d'affetto.

Questi otto mesi segnarono per il sottoscritto un periodo singolare, trasognato e assente. Non saprei dire come riuscii a lavorare, con la testa gravata da mille pensieri e l'umore sotto le suole. Eppure arrivai a fine contratto, racimolando quel denaro che mi sarebbe servito per ritornare in Germania. Perché mi ero imposto di riprendere a insegnare italiano, come avevo fatto durante il periodo trascorso con Melanie. Soprattutto nell'ultima parte del soggiorno, quando ero riuscito a ritagliarmi due corsi settimanali presso altrettante università popolari del posto. Furono settimane difficili, a ogni modo. Settimane in cui tentai disperatamente di riprendere il cuore di Melanie. Credo, sebbene mi sbagli per difetto, che le inviai almeno cento cartoline da Venezia, impregnate di amore, pentimento e dolore. Ma non ottenni altro che la sua irritazione per la mia assurda insistenza. Sbagliai, senza dubbio. Avrei dovuto osservare un po' di pazienza. Magari lasciare trascorrere qualche mese di silenzio per poi riprovare a sentirla. Ma non ero nelle condizioni di mettere in atto simili progetti. Era troppo forte la sua mancanza. Sarei partito l'indomani stesso se mi avesse perdonato. Ma non accadde.

Uno degli ultimi giorni di giugno celebrammo il matrimonio di mio fratello. Per dirla in tutta franchezza fu più un tormento che una festa, almeno per il sottoscritto. A ogni modo, ressi abbastanza bene la parte, riuscii a presentarmi dimagrito dei sei chili che gli antidepressivi mi avevano appiccicato addosso e feci la mia brava figura nel mio abito grigio sartoriale. Fu un sabato canicolare. La cerimonia era stata fissata per le quattro pomeridiane in un sacello storico del centro di Padova. Abbastanza fresco, almeno fino a metà della celebrazione. Poi, fu un vero calvario arrivare al lancio dei confetti. A ogni modo, un'ora e mezza più tardi il serpentone di auto, incolonnate dietro una Lancia d'epoca degli anni sessanta, prese la via dei colli, dove, dopo avere caracollato alla cieca, essersi persi un paio di volte e avere fatto tappa in un vicino cimitero, giungemmo infine a destinazione. Gli sposi avevano organizzato il banchetto matrimoniale presso una villa storica secentesca, al riparo della barchessa che il servizio di catering aveva allestito con un'infilata di tavoli nuziali che coprivano l'acciottolato per l'intera lunghezza e in fondo al quale apriva una chiazza verdeggiante in cui facevano cerchio le isole degli antipasti. E tutti a chiedermi di Melanie e del perché era finita così in malo modo e che dovevo farmi forza, che nella vita si sbaglia, altrimenti che gusto ci sarebbe a viverla? E poi i complimenti, veri o finti che fossero, per il mio capo di vestiario nuovo di zecca, prima che l'attenzione venisse calamitata dal passaggio della coppia maritata e venissi piantato senza tante cerimonie. Appena si presentava l'occasione mi ritiravo in bagno a tracannare qualche dose di calmante. Quella sera ne abusai oltremisura, tuttavia sono nella condizione di potere affermare con un certo grado di onestà che, senza il conforto delle gocce, non mi troverei qui a snocciolare questo zibaldone di memorie. Alla fine, dopo che lo chef stabilì che fosse giunto il momento di passare alla cena nuziale, ci trasferimmo in gran massa nella barchessa e ognuno si accomodò al tavolo che gli sposi avevano assortito. Avevo pregato mio fratello di non farmi sedere vicino ai parenti da parte di mio padre. Davo per certa una sicura interrogazione: a cominciare dalla mia occupazione vaga e precaria per finire con Melanie e la nostra relazione caduta in rovina. Mi ritrovai seduto a fianco di mio fratello minore, di una coppia di romani con figli e di due giovani coniugi, cui avevo presenziato alcuni anni prima al loro matrimonio. Al tavolo alla nostra destra stavano seduti i miei genitori e i consanguinei di mia madre che non vedevo da qualche anno. Meglio di così non potevo pretendere. E in quei momenti, quando alla luce naturale del sole al tramonto si frammischiava quella delle lampade a olio e dei lumini alla citronella, distinsi un volto bellissimo. Non mi inganno quando affermo che per lo spazio di qualche secondo il mio cuore spossato diede in un debole singulto. Ho detto che non vedevo da parecchio tempo i parenti di mia madre, tuttavia, per esclusione o altro, riuscii a riconoscerli tutti. Fatta eccezione per una donna sulla quarantina d'anni, vestita con un abito leggero e vaporoso, sfumato verso la tinta arancio, dalle spalle scoperte e provvisto di uno stretto cinturino che le cingeva la vita. I capelli, lisci e ramati, erano raccolti all'indietro e lasciavano completamente scoperto il viso. Che non era quello di una donna ordinaria. Il reticolo di rughe finissime che circondava i begli occhi nocciola che, a dispetto dell'oscurità, brillavano alla luce dei lumi, la postura eretta, quasi fiera e belluina, le mani piccole e serrate a pugno, entravano in una specie di sinistra sintonia con il mio stato d'animo. La consanguineità, del resto, non faceva che amplificare questo senso di funesta attrazione, perché senz'altro di consanguineità doveva trattarsi. E quando il mio sguardo indugiò oltre il tempo dettato dalla buona creanza su quel viso che tanta piacevole sofferenza doveva avere patito, gli occhi nocciola finirono per posarsi sui miei che con un guizzo repentino volsero all'impiantito di sasso e lì vi rimasero finché non ebbi la certezza che la parente avesse distolto lo sguardo. Francesca. Fu come un fulmine scoccato dalle regioni remote dell'universo che per più di venti anni aveva viaggiato solitario e diritto fino a raggiungere una barchessa festante, spersa nell'universo, al centro di un boschetto che una famiglia di nobili aveva eletto secoli andati a propria dimora estiva. Venti anni, un'eternità se paragonata al battito di un cuore innamorato, venti anni in cui le nostre due vite avevano seguito sentieri distinti, ciascuna anelante a raggiungere il suo angolo di pace e il proprio frammento di felicità. Quella stessa felicità che Francesca aveva appena avuto il tempo di pregustare prima che la sventura si insinuasse come una serpe maligna nella sua dimora e lì generasse i figli della sua rovina. Francesca, avrei voluto gridare a squarciagola, perché non mi parli di Giulio? Perché il destino ti ha condotto fino a qua? Dovevi restartene a casa, e vegliare su Giulio. Sul suo capezzale da invalido, lasciando che quel reticolo di rughe agli angoli dei begli occhi si inasprisse, rendendoti ancora più bella. Era sconcertante che non mi ricordassi di lei, di quando aveva vent'anni, all'epoca in cui il sottoscritto e la sua famiglia salirono le impervie strade della Valle d'Aosta fino al minuscolo paesino, dove Francesca aveva conosciuto Giulio. Là, sulla cresta di una montagna ignota, tra i boschi grevi di segreti e folletti maligni, dovevi conoscere e innamorarti di Giulio? La mano del destino guida ovunque i suoi figli, li conduce secondo il suo capriccio e li rende felici o disperati. E' terribile e amorale. Giusta e ingiusta. Venti anni prima c'eravamo fermati un paio di giorni a casa di Giulio e Francesca, nella loro minuscola abitazione sulle cime più alte della Valle d'Aosta. Non sono mai venuto a conoscenza di come Giulio e Francesca si fossero conosciuti e innamorati. So che deve essere stato qualcosa di forte e terribile. Perché la ragazza lasciò su due piedi le comodità della pianura padovana per seguire il filo del suo cuore. Li conoscemmo in salute, felici e pieni di premurose attenzioni. Ebbero una figlia, sana e bella. Subito prima che Giulio si ammalasse e lentamente, come la fiamma di un lumino, cominciasse a spegnersi, consumandosi letteralmente in un giaciglio che preludeva inesorabilmente disegni funesti. E' incredibile come mi ricordi alla perfezione le fisionomie di Giulio in salute e non riesca, malgrado uno sforzo supremo, a non figurarmi quelle di Francesca da ragazza. Trentacinque anni fa. Sì: è passato tutto questo tempo. Soltanto allora serbo qualche ricordo di Francesca, bambina di cinque anni, che il padre richiamava continuamente perché troppo vivace. La riprendeva con degli scappellotti che le facevano volare gli occhiali sulla tavola. Perché allora, Francesca portava gli occhiali. Rossi per giunta, sotto una capigliatura riccia e castana. Anche per questa ragione stentavo a riconoscerla. Gli occhiali erano spariti e i capelli si erano addomesticati. Ora erano lisci e ramati. La malattia trasforma le persone. Non solo quelle che la sperimentano sul proprio corpo, bensì anche i famigliari e le persone più vicine. La Francesca che sedeva al convito nuziale non era la Francesca di trentacinque anni prima e sono certo che non fosse nemmeno quella dei primi anni valdostani. La Francesca a fianco di mia madre era una donna che aveva assorbito la malattia del marito, cercando di strappargliela via con la forza dell'amore e finora c'era riuscita, vincendo sulla Morte che comunque non demordeva. Perché, Francesca, sei venuta al banchetto? Si chiedeva una parte del mio cuore. Senza di te, Giulio è alla mercé della Morte che ghigna incredula della fortuna di avere tutto il malato per sé. Ma, del resto, non riesco a fare a meno di voltarmi occasionalmente e di ammirare quanta bellezza e nobiltà si riassumono nel tuo portamento, nella tua femminilità. Per qualche istante, la presenza di Melanie mi abbandona, si fa piccola e sembra scivolare al di sotto del cuore. Ma vigila, ascolta e giudica. E appena distolgo gli occhi dal volto di Francesca, Melanie riappare sul piatto, tra le pieghe del tovagliolo, sulla superficie d'acqua nel bicchiere, sulla parete intonacata della barchessa. E allora attacco qualche frivola discussione. Con la mia vicina, una romana sulla quarantina che da tre anni abita a Padova e per nessuna ragione al mondo vorrebbe tornare giù, nell'Italia meridionale. Mi presenta la sua amica e la figlia di costei e mi spiega che abitano nel Qatar. Immediatamente coglie la mia espressione di muta sorpresa. Non aspetta altro. Mi spiega che il marito, seduto dirimpetto al sottoscritto, era un pilota dell'Alitalia e che in seguito alla ristrutturazione della compagnia è stato costretto a cambiare bandiera di navigazione. Lo guardo in tralice. E' un uomo sulla cinquantina, in carne, paonazzo e con un grosso anello al dito anulare. Mi chiedo se potrei mai fidarmi di un pilota così. Per fortuna è stato fatto divieto ai passeggeri di entrare nella cabina di pilotaggio. La mia vicina mi dice che il Qatar, pur essendo di religione islamica, è abbastanza tollerante nei riguardi delle donne: costoro non sono obbligate a indossare il Chador e possono addirittura condurre l'automobile. Menomale. Arrivano le pietanze: riso alle ortiche, ravioli aperti in salsa allo zafferano e agnolotti ripieni. Trangugio tutto quanto in pochi attimi e mi alzo per andare al bagno. Adesso vorrei essere a casa. La mia parte l'ho fatta. Ho reso felici quei parenti che smaniavano dal desiderio di vedermi di nuovo scapolo, ho accontentato gli amici che non vedevo da qualche tempo. Perché restare di più? Decido di fare due passi, di tagliare traverso per il boschetto e di rifugiarmi nella toilette a rinfrescarmi. Fa ancora molto caldo, nonostante siano le dieci serali e il sole sia calato oltre gli alberi già da un bel pezzo. Non posso negare a me stesso che al bagno mi farò un'altra succhiata di tranquillanti. Mentre mi incammino attraverso il salone coperto della barchessa mi viene in mente Giulio. Non quello sano, bensì lo sconosciuto che la malattia ha reso poco meno di un caso clinico. In che accidenti di malattia sei andato a infognarti, mi domando a voce sufficientemente alta da sentirne il riverbero nel grande stanzone rettangolare. Hai fatto tutto da solo, ti sei ammalato, hai indicato ai medici la malattia di cui soffrivi, hai valicato il confine per andarti a curare in Francia. A questo punto potevi risparmiarti tutta questa fatica. Dove ti ha portato, infine? A diventare carne da studio per novelli dottori in camice inamidato che si contendono il tuo corpo come una reliquia da sezionare e venerare? E pensare che venti anni prima, quando l'avevo conosciuto, era un tizio sveglio, atletico, sano e sportivo. Tifava in maniera sfegatata per la squadra della Juventus. Non andava mai allo stadio, ma seguiva le partite in salotto, alla televisione o alla radio, rigorosamente da solo, in un silenzio talmente assorto da intimorire la moglie. Almeno finché la Juventus non segnava una rete e allora Giulio esplodeva in un urlo pieno di vita e di sana rabbia. Quella stessa forza rabbiosa che, forse, in questo momento lo sta tenendo ancora in vita, in una lotta sfibrante contro la Morte. Finché un giorno, mentre se ne torna a casa dal lavoro, comincia a sentirsi stanco. E' primavera, è il cambio di stagione che toglie le energie vecchie e le rimpiazza con quelle nuove. Ma la stanchezza persiste. E a questa si affiancano strani sintomi, certe macchie sospette sulla pelle. Giulio se ne cura nei limiti del ragionevole. Fa le sue brave visite. E i medici lo liquidano con una benevola pacca sulla spalla. Non si inquieti: sono malesseri di stagione. Ma la stagione è troppo lunga e la stanchezza troppo grande. Giulio ritorna dai camici bianchi. Più convinto e risoluto. E ottiene una risposta più decisa e chiarificatrice di quella precedente: che di certe faccende sono i medici a occuparsene. A ciascuno il proprio mestiere. Ma l'uomo non ne esce convinto e non vuole darsi pace. E adesso mi chiedo, mentre sono fermo come un gonzo al centro del salone e parlo da solo, a voce alta. Perché diavolo ti sei messo a cercare? Perché non hai lasciato che la Vita e la Morte seguissero il loro destino? E invece tu, niente! Ti sei intestardito e di notte, mentre i tuoi cari dormivano il sonno dei giusti, tu te ne stavi a scandagliare Internet alla ricerca delle tue risposte. Perché non hai mandato tutto al diavolo e non ti sei lasciato dolcemente morire? Accanimento terapeutico, sbotto, volgendomi ai commensali, in buona parte medici. Accanimento terapeutico che ha portato alla disperazione la tua famiglia. Rincaro con un tono di voce arrochito dalla rabbia. Hai scoperto il vaso e adesso ne stai pagando le conseguenze. E così accadde che qualche giorno più tardi, Giulio si presenta all'ospedale locale con un'aria di sinistra esultanza. Ha con sé la diagnosi e la sua condanna. Si consulta con un medico che rigetta la tesi, poi con un altro e un altro ancora. Al quarto tentativo qualcuno prende a cuore il suo problema. Svolge gli accertamenti dovuti e giunge alla conclusione che la diagnosi del paziente è quella giusta. Malasanità? Personalmente non mi sento in grado di rispondere. Se scovare la diagnosi significa andare incontro a un calvario infausto, a che pro conoscere la verità? Di una malattia rara si tratta. Per la quale non esistono cure specifiche. Mi domando, dunque, se tra i medici che avevano dato una pacca sulla spalla di Giulio, ce ne fosse stato magari uno soltanto che avesse capito in che girone infernale il tizio stava per andarsi a gettare e avesse inteso distoglierlo dall'intraprendere una Via Crucis dolorosa, lunghissima e senza sbocchi. A volte la pietà è l'unica risposta ai nostri problemi. Sono entrato nel grande salone ben illuminato e particolarmente fresco. Mi appoggio di schiena a una colonna di finto granito e caccio le mani nelle tasche dei pantaloni. E' stata una giornata senza tregua, iniziata di primo mattino con i preparativi della cerimonia nuziale. Accompagnata dall'alacre affaccendarsi dello sposo e della madre, degli ultimi accorgimenti che saltano fuori appunto prima di mettersi in moto. Avrei giurato che mia madre si lasciasse scappare qualche lacrima. Perlomeno in chiesa, quando il prete consacrava senza mezzi termini l'unione patrocinata dall'Altissimo. Ma, evidentemente, mi ingannavo. Mia madre piange soltanto ai funerali e per questa ragione non li frequenta. Poi piange per altre faccende personali, ma è qualcosa di silenzioso e nascosto. Che il sottoscritto ha ereditato. Perché piangere in pubblico è segno di debolezza, di sconfitta, di umiliazione. E mentre indugio pigramente su queste riflessioni scioperate mi capita di alzare lo sguardo e di incontrare, attraverso lo scorcio aperto dei portoni, quello curioso di qualche commensale. Che in un istante distoglie gli occhi dai miei e sorride o mi segna a dito a un altro invitato. Sono passati più di sei mesi da quando il sottoscritto e Melanie si sono lasciati. Un'infinità di tempo che la festa di matrimonio corona perfettamente dilatando in un modo innaturale le ore e i minuti. Tre ore fa eravamo ancora in chiesa a sentire i predicozzi del sacerdote e ora siamo alle falde dei colli, in una villa sperduta nel verde e nel tempo, a onorare come meglio conviene un'unione matrimoniale. Qualche giorno dopo, quando mi capiteranno tra le mani alcune fotografie della cerimonia, vedrò la mia faccia inquadrata dall'obbiettivo, gli occhi grandi, gonfi e rossi. Come di chi avesse appena finito di piangere. E forse qualche lacrima è scorsa sul mio viso e non me ne sono nemmeno accorto. Mi succede talvolta di ritrovarmi a piangere, ma sono sempre da solo. Forse succede anche in presenza di altre persone, tuttavia. E non me ne rendo conto. Pazienza. Tutti sono al corrente che qualche rotella del mio cervello si è inceppata nel corso di questi ultimi mesi. Tutti sanno della vita ritirata che conduco, fatta di lavoro, letto e cibo. Sono dimagrito di sei chili, alla faccia delle pasticche. In barba alla sicumera dell'analista. Che dopo qualche settimana si è scocciata di venirmi dietro e mi ha spiegato, senza tanti giri di parole, che posso cavarmela da me. Ci sono pazienti ben più gravi cui tenere dietro che un rammollito dal cuore infranto. Per questo bastano i farmaci e un po' di tempo. Alzo ancora lo sguardo. Me ne infischio di quello avido e indiscreto di qualche commensale impiccione. Sono inconsciamente alla ricerca del volto di Francesca. Finché riesco a trovarlo, in un riquadro sgombro, attraverso il quale distinguo la faccia della sorella e quella di mia madre. Parlano di qualcosa che le fa ridere. Di Francesca scorgo solo la parte posteriore, i capelli ramati che le scendono fin sotto le scapole e la chiazza arancio del vestito. Ancora un paio d'ore e poi me la squaglio. Prima però mi aspetta il bagno e una piccola dose di calmanti. Non ho toccato nemmeno una goccia di vino. Se non altro perché con il caldo non riesco a reggerlo. Nell'anticamera della toilette mi soffermo qualche tempo con i polsi sotto un getto d'acqua gelata. In pochi attimi sento un guizzo refrigerante scendere fino ai piedi infiammati come tizzoni. Sto meglio ed esco. Ma prima di tornare a sedere mi faccio un altro giro del parco. Quando ritorno al mio posto, trovo sul piatto il dessert al gelato. Si sono alzati quasi tutti. Al nostro tavolo siamo rimasti soltanto in due: mio fratello e il sottoscritto. Mia madre ci invita a unirci a loro e per qualche combinazione della sorte mi trovo seduto a fianco di Francesca. Sono troppo stanco per provare nient'altro all'infuori di un senso di meravigliato piacere. Scambio qualche battuta di spirito e poi lascio che le parenti riprendano la conversazione interrotta. Di quando in quando alzo lo sguardo fino a fissarlo sul reticolo minuscolo di rughe che si staccano dagli occhi della cugina. Mi chiedo quanti di quei minuscoli canaletti portino il nome di Giulio. A un certo punto vengo assalito dalla tentazione di afferrare il polso della donna e di chiederle bruscamente: raccontami di Giulio. Ma qualcosa mi trattiene. E' una sensazione di déjà-vu: è come se Francesca rintuzzasse l'affondo domandandomi di Melanie. A entrambi è stato rubato l'amore. Per mezzo della malattia o del logoramento. E parlarne non risolverebbe alcunché. Ma un giorno voglio fermarmi davanti a Francesca, noi due soli, e puntarle dritto nei suoi begli occhi colore nocciola il mio sguardo. E chiederle la ragione per cui ha lasciato che qualcuno portasse via il suo amore. Una volta. Perché questa interminabile giornata sta per finire e già qualche coppia avvinazzata caracolla nello spiazzo d'erba e saluta prima di avviarsi al parcheggio. Si distribuiscono i confetti, vedo spuntare qualche scatoletta bianca con una ciocca sul coperchio. Quando scendono in campo le bomboniere è giunta l'ora di dare la buona notte ai soldatini. La battaglia è finita. Almeno la prima. Da sei mesi temevo questa giornata campale. Lo scontro con i consanguinei ansiosi della ghiotta novità, il piacere malcelato di qualche zitella che il destino e il brutto carattere hanno lasciato scompagnata. Si alzano tutti, come se qualche comandante in capo ne avesse impartito l'ordine. E in quel mentre, fatto di braccia che si avvinghiano, di strette di mani vigorose, di corpi che si intrecciano, di sorrisi, baci, pacche sulle spalle e palmi aperti in segno di saluto, sento alcune dita percorrere il dorso della mano, cercarne il palmo socchiuso e lì lasciarvi cadere un pezzetto di carta. Pochi attimi, appena il tempo d'intrecciare lo sguardo di Francesca, pochi istanti prima di scorgere il suo braccio che si stacca dal mio e si allontana, insieme al corpo, illanguidendo nelle tenebre al seguito dei suoi accompagnatori.


Sono passati alcuni giorni dalla festa nuziale. Non è cambiato molto. Melanie mi ha spedito a casa le ultime cose che avevo lasciato in Germania. Due camicie, un astuccio nuovo che adoperavo per i corsi, un mouse da computer e qualche pennarello da lavagna. Nient'altro. Neanche un biglietto. Mi ha avvertito qualche notte prima, attraverso un messaggio al telefonino. Ha scritto che, entro un paio di giorni, mi avrebbero recapitato un pacco con i miei ultimi effetti. L'avevo pregata, alcune settimane prima, di non scendere a tanto. Di tenersele quelle dannate camicie. Che non avrei retto il contraccolpo psicologico di quell'ultima arteria che veniva recisa. Eppure non ci ha pensato su due volte. Ha precisato, con candida semplicità, che le camicie mi sarebbero senz'altro servite. E già che c'era ci aggiungeva anche il resto. Ho accettato il pacco, infine. E l'ho anche ringraziata. E' proprio vero che insieme all'amore si è portata via altre cose. Tra queste, senza dubbio, la mia dignità che ho scambiato con la speranza mal riposta di riaverla con me. L'ho bravamente dilapidata nelle lettere e nelle cartoline, nei messaggi telefonici e nelle preghiere di perdono. Tutto quello che ho ottenuto è stato soltanto scherno e derisione. E il solco che divideva i nostri cuori si è allargato fino a diventare grande come la frattura di una montagna. Al buio della stanza da notte, come il giorno in cui ricevetti il messaggio che mi informava del pacchetto in viaggio, mi servo del telefonino, non per leggere le righe amare inviatemi da Melanie, bensì a modo di torcia: per illuminate il foglietto spiegazzato lasciatomi da Francesca. Dal momento in cui ho letto quel numero, la mia mente è stata attraversata da mille pensieri. Uno su tutti, banale eppure pratico. Quando mai avrà trovato l'occasione di vergare quei dieci numeri su quel pezzo di carta, dal momento che non si è mai alzata dal tavolo? Ma è un pensiero futile, questo. A turbarmi in misura maggiore è la ragione per cui mi abbia consegnato quel numero. Do già per scontato che appartenga a lei e dentro di me, in una regione imprecisata all'altezza della pancia, provo uno strano formicolio. Qualcosa di pericoloso, sinistro e irresistibile. E se fosse il numero di Giulio? In fondo, al matrimonio, quando mi ero ritrovato seduto a fianco di Francesca, avrei voluto gridarle di raccontarmi di Giulio e della sua triste storia. Che me la raccontasse direttamente lui con la sua voce ridotta a poco più di un soffio, un sibilo attraverso il viso scavato dal male. Che c'entrava, in fondo, lei in tutto questo? Che da Giulio, che le aveva rubato l'amore, lei ne aveva guadagnato in bellezza, una bellezza sofferta, certo, eppure così carnale e concreta al punto da non passare inosservata. Forse ad attirare la mia attenzione nei riguardi di Francesca era stata la nostra identica condizione di innamorati svuotati. Una specie di affinità elettiva che di nobile aveva ben poco.


E' più di una settimana che mi rigiro tra le dita il foglietto senza decidermi di digitare quel numero. Durante questo tempo potrebbero essere accadute un'infinità di cose. Forse Francesca se n'è addirittura scordata, relegando l'episodio negli avvenimenti lieti e leggeri della cerimonia nuziale. O magari Giulio si è assopito di nuovo tra le braccia accoglienti della Morte e ha finito per mettere in allarme tutta la famiglia. Infine mi riservo, come le volte precedenti, di non fare assolutamente niente. Anzi, no. Copio nella rubrica del cellulare il numero di telefono e sbriciolo in pezzetti minutissimi il pezzo di carta. Poi, appoggio il telefonino sulla sedia accanto al letto e mi risolvo a dormire. Non chiamerò Francesca.

Tempo addietro, all'incirca qualche giorno dopo la rottura con Melanie, mi ero risentito con una ragazza che abitava a qualche caseggiato di distanza dal mio appartamento di Padova. C'eravamo messi d'accordo per incontrarci una domenica pomeriggio, a casa di lei. Si chiamava Ambra, studiava ingegneria e viveva insieme al suo fidanzato da più di sette anni. Personalmente, la conoscevo da un paio di anni ed era chiaro a entrambi che se avessimo approfondito la nostra amicizia avremmo sconfinato in un terreno vietato. Così avevamo, in un certo senso, congelato la nostra amicizia, relegandola a un urbano scambio di convenevoli. La domenica in cui c'incontrammo da lei, una domenica di tardo autunno, la trascorremmo in casa a parlare di sciocchezze, finché la lama di luce che passava attraverso la porta-finestra illividì rendendo grigi gli arredi del salotto. Ambra non voleva che me ne andassi. E in un certo modo, nemmeno io volevo lasciare quelle quattro pareti che mi offrivano qualche forma di conforto al dolore che avrebbe dirotto nelle settimane seguenti. Infine mi chiese se volevo passare con lei il resto della giornata e non solo. Il suo fidanzato era tornato per qualche mese nella sua cittadina natale nel sud dell'Italia. E lei aveva bisogno di un compagno, di un amico anzi, con cui condividere le spese dell'appartamento. Non so perché, ma in altre circostanze, con l'animo più sereno e con il senso di caccia in allerta, avrei accettato senza indugio. Era un invito a passare le notti in sua compagnia. Me lo disse chiaro e tondo, chiedendomi, se non mi dava fastidio, di condividere il letto matrimoniale. Indugiai, ero ancora legato a Melanie e lo sarei rimasto tanto a lungo da non conoscerne ancora la fine. Al che, Ambra colse la mia titubanza e si affrettò a precisare che potevo fare anche a meno di pagare la mia quota d'affitto. Voleva che mi fermassi da lei. Lo voleva a tutti i costi. Rinunciai, però. O meglio, feci in modo che fosse lei a non lasciarmi mai più entrare in casa. Le spiegai che dovevo rientrare dai miei, ma che avrei pensato seriamente alla sua proposta. Poi, appena fui salito in auto, scrissi il messaggio che non mi fece vedere né sentire mai più la ragazza. Le dissi che se fossi rimasto a dormire da lei, la cosa sarebbe andata ben oltre la normale amicizia. Che per lei provavo una vera attrazione fisica e che non sapevo se sarei riuscito a contenere il mio desiderio. In questo modo l'avevo messa alle corde. Sarebbe stata costretta ad ammettere ciò che la sua ragione teneva nascosto: che avrebbe tradito senza tanti ripensamenti il suo fidanzato. Sicuramente avrà pensato che ero stato un idiota a cestinare un'occasione che mi era stata offerta su un vassoio d'argento. E che bastava affidarsi al caso che avrebbe fatto in modo che accadesse quello che doveva succedere. Comportandomi così, avevo rovinato tutto. Avevo giocato a carte scoperte e ciò faceva ricadere la colpa del tradimento su noi due, lasciando al caso la sola complicità di averci fatti incontrare quella domenica pomeriggio. Eppure, ora che sto scrivendo questa memoria, sono sicuro che non avrei potuto agire diversamente. L'amore, il sesso, il cuore e la ragione erano altrove. Ambra sarebbe stata quella distrazione che, in fondo, non desideravo. Avrebbe lenito per lo spazio di qualche istante il dolore, prima di farlo sgorgare ancora più forte e violento. O forse mi stavo ingannando e lei era la mia ancora di salvezza, la stretta via che mi avrebbe condotto fuori dalle acque scure e paludose della depressione. Ciononostante, compresi più tardi che, in realtà, tutta la faccenda avrebbe dovuto seguire la via che in effetti seguì. Il cuore appartiene a una sola persona, giusta o sbagliata che possa essere. E il tempo dimostrò quanto fondamento avesse questa formidabile verità.

Quel numero che avevo ricopiato nell'agenda del telefono finì dimenticato. Passarono altri giorni, tornarono gli sposi dal viaggio e la quotidianità si rimpossessò di ogni cosa. Tutto, in qualche modo, sembrò ritornare uguale a prima. Ma sotto la cenere grigia e spenta, la brace della disperazione covava più viva che mai. Qualcuno mi aveva detto che per scordare un grande amore ci vuole almeno un anno. Oltre il quale, o ci riesci e riprendi a vivere, oppure soccombi spegnendoti lentamente. Le settimane che vennero segnarono il distacco definitivo da Melanie. Se fino a qualche giorno prima, il debole filo dei messaggi telefonici ci teneva in un certo senso ancora legati, in poco tempo, subito dopo il compimento del mio compleanno, quel legame venne improvvisamente a spezzarsi. Cercai di contattare Melanie in un altro paio di circostanze, ma ottenni da parte sua il silenzio più totale. Eravamo al capolinea, o almeno per la prima volta da più di sette mesi dalla nostra rottura, avevo la forza disperata di vedere la scritta FINE lampeggiare nel cielo, rossa come un tramonto insanguinato. Mi rimanevano meno di due mesi di lavoro in albergo come portiere turnante, prima che il contratto scadesse e mi ritrovassi a piedi, alla ricerca di una nuova occupazione. A quarant'anni suonati, con in tasca un foglio di laurea che non andava bene nemmeno a pulircisi il sedere e una frammentaria esperienza lavorativa maturata in anni di ininterrotto precariato. A spassarsela, piuttosto, era il figlioccio, il proprietario dell'albergo. Con una maestria senza pari riusciva a gestire due e più relazioni sentimentali, mettendo occasionalmente piede in albergo per assicurarsi che le cose fossero in ordine, licenziando laddove reputava il momento di farlo e terrorizzando con la sua indole collerica i dipendenti. Alla spicciolata, in pochi mesi di permanenza, vidi cambiare più della metà del personale. L'unico lavoratore di nazionalità italiana, escluso il proprietario, rimase il sottoscritto. I dipendenti sopravvissuti erano tutti di provenienza forestiera. Un pomeriggio, uno dei tanti in cui mi ritrovavo a condividere l'angusto spazio del ricevimento con il titolare, costui mi spiegò che le cose erano tornate come all'inizio: quando la manovalanza era formata quasi interamente da filippini. Gli chiesi la ragione e la risposta fu presto detta. I filippini costano poco e dicono sempre di sì. Puoi farli lavorare anche quindici ore al giorno, non conoscono tutele sindacali e hanno una deferenza spassionata nei confronti del padrone. Insomma, se non fosse per l'ostacolo della lingua, verso la quale continuano a essere piuttosto impermeabili, sarebbero dei dipendenti d'oro. Con la paga di un italiano, ne compri due che ti costano la metà e lavorano il doppio. All'epoca confermai le sue argomentazioni senza quasi battere ciglio. In seguito, però, quando mi fu assegnata la cura della contabilità, ebbi modo di spulciare le buste paga degli impiegati. E di osservare che il mio datore di lavoro aveva sì detto il vero riguardo alla paga dei filippini, che era da miserabili, ma si era dimenticato di aggiungere che quella dell'unico italiano rimasto (il sottoscritto) era addirittura inferiore. Non obiettai nulla, ad ogni modo. Mi restavano meno di sessanta giorni, poi il contratto sarebbe scaduto. E pensare che avevo lasciato cadere i corsi d'italiano all'università popolare tedesca anche in vista dell'assunzione a tempo indeterminato che i due fratelli (l'altro gestiva con il padre un albergo balneare) mi avevano dato per certa. E andando di questo passo le cose, con tutte le conseguenze traumatiche che seguirono il distacco da Melanie, ebbi pure da stringere i denti e mostrare i pugni perché alle promesse seguissero i fatti. Non sono rare le situazioni in cui i dipendenti la fanno franca al padrone, rivelandosi lavativi o ampiamente al di sotto di quanto promesso al momento dell'assunzione. Non sono da meno i casi in cui il datore promette mari e monti pur di accaparrarsi qualche buon lavoratore, profittandone per aggiunta oltre i limiti del decoro. A gennaio, quando mi presentai per cominciare una stagione di un paio di mesi di prova non retribuiti (il nero nel settore alberghiero è un colore che non conosce crisi), mi fu risposto che non c'erano problemi. Che andassi pure tre volte la settimana a servire le colazioni, senza compenso naturalmente, così affinavo la lingua inglese (il tedesco non mi dava grattacapi) e alla fine dei sessanta giorni di prova mi avrebbero messo in regola con un contratto da quarto livello. Niente male, rispose il sottoscritto che non aveva niente di meglio con cui controbattere la misera offerta. A patto, però, che mi venissero pagati i contributi pensionistici di una sola mensilità. Apriti cielo! Era come se avesse bestemmiato un bambino in chiesa. Giammai. Questo non è possibile! Mi spiegò l'altro fratello, quello che misurava il centesimo e calzava scarpe scalcagnate. Sarebbe stata una spesa troppo onerosa per l'azienda. E allora che fare? Domandò il sottoscritto. Niente. Soltanto aspettare la scadenza delle due mensilità per la sottoscrizione del contratto. E arrivò infine marzo (il mese in cui versai fiumi d'inchiostro in cartoline per la Germania) e con esso il contratto o, in altri termini, la bozza, visto che fu ritoccato un paio di volte prima che mi risolvessi ad apporre la mia firma. Ma stavolta era il sottoscritto ad arrivare preparato. Da più parti mi erano giunte alle orecchie voci che mi spronavano a leggere con attenzione tutte le parti del documento e soprattutto a non firmarlo su due piedi, bensì farmelo consegnare, portarlo a casa, leggerlo e farlo esaminare da qualcuno con le mani in pasta. E soltanto dopo, quando tutto era stato chiarito, riconsegnarlo firmato al datore di lavoro. E in effetti, fu ritoccato per ben due volte. A causa di sviste, come mi rassicurarono i due fratelli. A causa di raggiro, come sostiene il sottoscritto. In particolare per quanto concerneva la parte riguardante il livello retributivo. Che fin prima la comparsa del contratto era stato fissato al quarto, ma che nei documenti ufficiali, per qualche inspiegabile errore, era sceso al sesto. E poi, la durata dello stesso. A tempo indeterminato col cavolo! A fine settembre scadeva e morta là. E su questo punto non ebbi modo di spuntarla. Mi fu spiegato che quella era la prassi e dovevo aspettare che arrivasse settembre prima del rinnovo. A luglio era già chiaro che non sarebbe stato rinnovato. Gli altri dipendenti mi illuminarono, spiegandomi che quella era una specie di astuzia che i titolari usavano adottare abitualmente con i rinforzi stagionali. In albergo ci stetti da gennaio a settembre e quello fu un periodo che lasciò in me un'impronta tutt'altro che favorevole. Di rado mi era capitato di imbattermi in realtà aziendali così umanamente misere, dove il denaro circolava a palate e finiva straripante nelle solite tasche. Luoghi in cui non esistevano, di fatto, permessi di assenza retribuiti, dove era vietatissimo ammalarsi, dove i filippini avevano paura di ferirsi con le apparecchiature fuori regola perché avrebbero dovuto scontrarsi con la collera del proprietario. Che pretendeva che tutto dovesse filare liscio, senza intoppi, là dove era tutta apparenza e fumo negli occhi. E se qualcuno si tagliava un dito con l'affettatrice per i salumi, privata della sicura, erano affari suoi perché doveva tenere gli occhi aperti E a ben guardare, non era difficile scorgere buchi nelle vasche da bagno, faretti bruciati che non erano sostituiti da mesi, sudiciume decennale nelle fughe delle piastrelle nei bagni. Era un albergo che si reggeva sulla gentilezza dei dipendenti ai quali veniva imposto l'obbligo di mandare a mente i nomi degli ospiti, di salutarli con mille salamelecchi, di fingere di essere interessati alle loro insulsaggini e, infine, quando se ne partivano a bordo del motoscafo, di salutarli con riverenze degne de Le Mille e una Notte. Guai a dimenticarsi un nome, guai a confondere un'americana con i capelli platinati biondi con un'altra americana praticamente identica. E se a sbagliare era il titolare poco importava. Una spiegazione c'era sempre. Per i dipendenti no. L'unica spiegazione stava nella loro stolidità. Che non ammetteva giustificazioni. Ricordo particolarmente un giorno, uno dei tanti in cui facevo l'orario pomeridiano: quello che andava dalle due alle otto e mezzo di sera. Nel primo pomeriggio arrivava il titolare in tuta da ginnastica, con il suo trolley rosso con il ricambio da lavoro e una vecchia ventiquattrore di pelle lavorata, nella quale non sono mai riuscito a capire cosa vi tenesse, fatta eccezione per i due pacchetti di sigarette e le gomme da masticare. Ebbene, il proprietario aveva una particolare fissazione per le arachidi tostate. Ne mangiava a manciate, prima del turno di lavoro, innaffiandole con un paio di bicchieri di aperitivo locale. Quel giorno, uno dei tanti in cui questo sacro rito si ripeteva uguale a se stesso, capitò che le arachidi fossero finite. Qualche ospite, evidentemente, ne aveva mangiate più del necessario. Apriti cielo! Altro che fine del mondo. Peggio della terza guerra mondiale. Le sue noccioline. Era senza noccioline. E come un elefante imbizzito al quale sia stato levato il suo foraggiamento, costui si mise a strepitare e a maledire dipendenti e ospiti. Da allora fu stabilito che le buste delle arachidi fossero servite ai clienti solo su espressa richiesta degli stessi. Diversamente, patatine fritte o al massimo una manciata di olivette. Che andassimo a farci fottere tutti quanti, disse trangugiando l'ultimo sorso di liquore.

Personalmente non ebbi mai occasione di scontrarmi direttamente con lui. Feci in modo di evitare il più possibile ogni contrasto frontale. Tranne in un'occasione. E fu la volta in cui toccò al padrone abbassare impercettibilmente la cresta. Ho detto poc'anzi che mi era stata affidata la cura della contabilità aziendale. Niente di impegnativo s'intende, anche perché la contabilità, quella reale, composta da sotterfugi e artifici ingegneristici, veniva fatta dal commercialista di fiducia, che per una curiosa coincidenza era anche il cugino del titolare. Dunque, uno dei primi giorni di giugno, più o meno quando gli ospiti si erano ritirati in camera per schiacciare un pisolino, oppure vagavano nella calura cittadina, il sottoscritto se ne stava a spulciare fatture, conti d'albergo, ricevute fiscali ed estratti conto. La cosa irritava sempre il padrone perché, per mancanza di spazio, mi trovavo costretto a servirmi del minuscolo banco del ricevimento, largo un metro e profondo trenta centimetri. Roba da Casa di Bambola. Faceva caldo e, per risparmiare, il titolare aveva deciso di far togliere l'aria climatizzata dalle aree comuni dell'hotel, ricevimento e sala comune compresi. E senza dubbio, la calura aveva inceppato qualche ingranaggio nella testa del capo che, dopo aver passeggiato nervosamente su è giù davanti al bancone, a testa bassa, con lo sguardo folle sul tappeto da quattro soldi, si volse nella mia direzione e disse che da quel momento in poi non tollerava più che un simile disordine ingombrasse il suo tavolo. Del resto, costui era uno di quei tipi che ordinano maniacalmente ogni cosa, penne, fogli, quaderni, e vedere tutto quel bendiddio accatastato sulla sua scrivania di lavoro doveva senza dubbio avergli surriscaldato le rotelle e fatto fumare le orecchie. Ci sono giorni, pochi in verità, nella vita di ogni uomo, in cui le parole escono dalla bocca con una semplicità e una tempestività tali da lasciare interdetto persino il loro artefice. Quel pomeriggio di giugno era uno di quei giorni meravigliosi. Fu sufficiente alzare lo sguardo, incrociare quello occhialuto del proprietario, lasciare passare qualche secondo di sospensione e poi aprire la bocca.

- Per queste cose faresti bene a chiarirti con tuo fratello.

Quindi, riabbassati gli occhi, ripresi il mio daffare con i fogli.

Da quel giorno in avanti non vi furono più rimbrotti ed espressioni diaboliche. Dopotutto, se pretendi che un dipendente ti tolga dai piedi l'ingombro delle faccende contabili e, nello stesso tempo, non lo metti nelle condizioni di svolgere il proprio lavoro, qualcosa nell'organizzazione della tua azienda deve essere rivisto. Su questo punto non sussistono equivoci.


I mesi estivi segnarono per il sottoscritto un periodo di profonda sospensione. Da una parte registrai il completo allontanamento di Melanie. Dall'altra, arrivò una notizia che lenì senz'altro parte del mio dolore. Si era liberato un posto d'insegnante, proprio nella stessa scuola dove avevamo insegnato io e lei. E il posto che si era liberato era quello di Melanie, che, come mi aveva dato a intendere con mezze parole, sarebbe emigrata all'estero (non mi ha mai voluto dire dove e nemmeno sono riuscito a saperlo per vie traverse) a lavorare presumibilmente come insegnante. Si trattava di una collaborazione a tempo parziale che per il sottoscritto valeva quanto una vincita al lotto. Avrei avuto la possibilità di ritornare in Germania a svolgere il lavoro per cui mi sentivo indiscutibilmente votato: quello di insegnare. Qualche settimana più tardi, lo stesso pomeriggio in cui presentai con indescrivibile soddisfazione la lettera di dimissioni (i corsi d'italiano cominciavano a metà settembre) arrivò un messaggio che segnò i miei avvenimenti futuri. Un messaggio che non avrei mai immaginato di ricevere, ma che, per qualche accidente del destino, mi aveva trovato e ora se ne stava bello bello a spiccare contro lo sfondo nero del telefono.

In questo momento mi trovo coricato a letto, come qualche giorno fa. Stringo il telefono tra le dita e leggo le poche righe bianche. Chi mi scrive è senza dubbio Francesca. O forse Giulio. Perché in calce al messaggio non c'è nessuna firma. Quando Francesca mi cacciò nella mano il foglietto con il numero di telefono non ebbe il tempo di chiedere il mio. Posto che lo volesse. Evidentemente per qualche altra via, a me ignota, era riuscita a procurarselo. Che il mittente fosse legato a Francesca e al matrimonio di mio fratello era fuori di ogni dubbio. Poche righe, ma sufficienti ad aprire un mondo di interrogativi. Eccole, le trascrivo come le lessi.

Visto che non ti sei mai fatto sentire, spetta a me lanciare il sasso. Qui le cose non vanno molto bene. Spero che tu abbia superato il trauma del distacco.

Tutto qua: le cose non vanno molto bene. Questa è una precisazione che confonde soltanto le acque. Non capisco se chi scrive si riferisca alla situazione del Paese o alle condizioni di Giulio. O magari allo stato d'animo di Francesca. O a tutte e tre le cose messe insieme. Poi si scrive di trauma, il mio trauma. Quello che riguarda il sottoscritto e Melanie. Una sciocchezza se paragonato alla situazione di Giulio e di Francesca. Eppure un segno di gentilezza e altruismo. Mi verrebbe da gridare che non ho superato un bell'accidente, che il dolore brucia più di prima, sebbene ora sia diventato sordo e pulsante. Ma non lo faccio. Sarebbe una risposta da egoisti. Quello che mi colpisce è che Francesca-Giulio si aspettavano un messaggio. Come se fosse stato d'obbligo da parte mia scrivere a un numero di uno sconosciuto. Ma mi pento di non averlo fatto. Nel buio, contro il soffitto nero, mi sembra di vedere stagliarsi l'ombra arancio-ramata di Francesca, gli occhi colore nocciola e il sorriso maturo di donna che ha assorbito il dolore, restituendolo sotto forma di amore. E al suo fianco qualcos'altro, una specie di ragno rattrappito su un lenzuolo immacolato. Francesca siede al capezzale di quello che sembra un letto e allunga la mano verso quella che è senz'altro una testa, soltanto più... stretta e scavata. Che si tratti di una testa non ci sono dubbi perché nell'oscurità riesco a distinguere il lucore dei pochi denti rimasti e le fosse opache degli occhi. Chiudo i miei, di occhi, lasciando che l'immagine dilegui nella tenebra. Subito dopo li riapro e con una risolutezza nuova in me, decido di rispondere. Sono certo che al mio messaggio non seguirà alcuna risposta. Non ne conosco il motivo, ma tra il sottoscritto, Francesca e Giulio non esiste altro legame al di là di un comune dolore. Per il resto siamo tre sconosciuti che la cocciutaggine di una cugina ha voluto mettere insieme.

Chi siete?” Domando.

In questo modo mi tolgo d'impiccio. Se si tratta di Francesca, le scrivo dandole del voi e la cosa non può che appagare il suo amor proprio. Se si tratta invece di Francesca-Giulio, allora a questo messaggio non ne seguiranno altri da parte mia. Non mi sento pronto per una faccenda così grande. O perlomeno è quello che credo. Attendo alcuni minuti. Sono le undici e mezza di sera. L'indomani mi devo alzare alle cinque per prendere il treno. Silenzio totale. Soltanto il rombo del sangue che pulsa nelle orecchie. A ogni modo, non accade nulla. Mi risolvo a rimettere il cellulare sulla sedia a fianco del capezzale. E in quella, un guizzo di luce fuga l'oscurità della stanza.

Hai paura, vero?

Sì ho paura, ma voglio andare a fondo della questione. Ammesso che esista un fondo senza abisso.

Ho paura da quando mi sono lasciato con Melanie. L'unica certezza che mi è rimasta è che non sarò più lo stesso.

Ih. Ih. Ih. Non sarai mai più lo stesso. Sei stato prosciugato.

Non so come definirlo, tuttavia sento montare in me un senso di collera. Non capisco a chi sto scrivendo. Se si tratta di Giulio, di Francesca, di Francesca-Giulio. Eppure ha ragione: sono esausto e vuoto. L'amore che dovevo donare l'ho dato fino in fondo. In questo senso sono prosciugato. Come Giulio è stato prosciugato della vita.

Come te?” Azzardo per capire se c'è Francesca dall'altra parte.

Come me. Non dovevo mai scriverti.

A questo punto sono in preda a un vivo furore. Decido di troncare la conversazione e spengo l'apparecchio. Non dovevo cacciarmi in una faccenda simile.


Nella nostra esistenza, sia essa breve o lunga, talvolta abbiamo la fortuna di sperimentare cosa significhi amare sul serio. C'è chi vive l'amore con leggerezza, che ha avuto modo di conoscere decine di uomini e donne e parla con convinzione e aria saputa sull'essenza dell'amore; c'è chi ha amato una sola volta e, se è stato fortunato e accorto da incontrare il suo complemento, ha avuto modo di donare con entusiasmo il proprio amore. C'è infine chi è riuscito ad amare senza goderne. Perché il suo amore è stato usurpato. Li chiamano cuori spezzati, anime che mai più nel loro percorso di vita avranno occasione di ritrovare la pace e il senso di assoluta beatitudine dell'amore perduto. E mentre gli spavaldi conquistatori di avventure sostengono di avere amato, senza avere donato in cambio un grammo di se stessi, queste creature, come gusci vuoti e privati della più elementare energia, continueranno la loro marcia solitaria vagando come spettri per il mondo, alla ricerca di qualcosa che non potranno più avere perché la loro carica d'amore è stata prosciugata. Sono dei reietti, degli scarti che vivono oltre i confini della sfera amorosa. Francesca era una reietta, o perlomeno era sulla strada buona per diventarlo. Quello che sospettavo, invece, senza possedere la forza di ammetterlo apertamente, era che pure il sottoscritto quella strada la stava percorrendo fino al capolinea. E la cosa comica era il fatto che, forse, il capolinea era bello e superato già da un pezzo.

Mi alzai al trillo fastidioso della sveglia. Alzai il cellulare e guardai l'ora. Le cinque e dieci minuti. Ero più stanco di quando mi ero coricato. Non ricordavo di avere sognato alcunché e, come sospettavo, non avevo ricevuto nessun messaggio durante la notte. In un certo senso mi dispiaceva di avere scritto quell'ultima frase. Ma ero incollerito. Soprattutto verso me stesso. Perché avevo tirato in gioco Melanie. Perché avevo scoperto a degli sconosciuti (e Francesca-Giulio lo erano senz'altro) alcuni aspetti della mia anima che volevo serbare per me soltanto. Quantunque fosse chiaro che io medesimo ero un guscio svuotato di contenuto. Tutto il midollo (e il coraggio con esso) erano svaniti. Novembre era stata la mia personale Caporetto. In Germania avevo dilapidato il mio lascito d'amore e ora non mi rimaneva che scoprire se le affermazioni di Francesca-Giulio fossero fondate. In treno decisi di rompere gli indugi. Non volevo tirarla troppo per le lunghe. Quel gioco di sottintesi e doppi sensi mi lasciava sfibrato e innervosito. Forte di questa risolutezza, presi il cellulare e cominciai a digitare.

Sei Francesca?

Poi appoggiai la testa allo schienale e mi appisolai. Viaggiare è una delle cose che ho cominciato ad apprezzare pienamente grazie alle mie peregrinazioni tedesche. Il treno, tra tutti i mezzi di trasporto, è quello che da sempre prediligo. Perché non richiede nessuna concentrazione al passeggero tranne quella di non sbagliare destinazione. Ci si siede al proprio posto e si aspetta pazientemente di arrivare. Eppoi, per uno come me, che adora leggere e meditare, questo mezzo di locomozione rappresenta una manna. Negli ultimi anni ho anche cominciato ad amare i viaggi in aereo. Nessun paragone con la tranquillità che il treno offre, ovviamente, eppure starsene là sospesi, a diecimila metri d'altezza, si prova una sensazione di smisurata serenità e pace, mentre si sorvolano le bianche distese di nubi che sembrano strati di ovatta con cui qualche gigante si è preso la briga di avvolgere la terra. Quando compievo il tragitto che mi portava in Germania, accadeva spesso che, dopo avere valicato le Alpi, il cielo si facesse sempre più velato fino a rivestirsi interamente di bianco. Da lassù era uno spettacolo mozzafiato: il sole che si rifrangeva sullo strato di cotone, riverberandosi come se si specchiasse su un manto di neve e l'azzurro terso del cielo che, in prossimità della linea dell'orizzonte, trascolorava verso una tinta a mezza via tra il viola e il rosso. Era quella manciata di minuti che precedeva le fasi dell'atterraggio. Allora il velivolo iniziava a perdere lentamente quota, mentre a lato dell'oblò si scorgevano le nubi filare via veloci lungo la fusoliera. Poi, il cielo si faceva dapprima scialbo e poi grigio chiaro. Tutta la faccenda durava non più di una decina di minuti. Dopodiché, come d'incanto, l'apparecchio bucava lo strato di cotone e comparivano i tetti rosso cupo delle costruzioni nella periferia di Colonia. Ciò che mi faceva specie era il buio che all'improvviso si impadroniva del mondo circostante e soprattutto quando pioveva, condizione climatica piuttosto usuale in quella regione, sembrava che di punto in bianco fosse scesa la notte sulla città. La prima volta che ebbi occasione di salire in Germania servendomi dell'aereo fui accompagnato dalla buona sorte di trovare una splendida giornata di sole. Mi ricordo che era fine agosto e qualsiasi mese in quelle zone è potenzialmente piovoso, anche quelli estivi, e che ebbi un'impressione sinceramente entusiastica della Westfalia osservata dall'alto: un'immensa regione verdeggiante, punteggiata da borghi medievali e percorsa da innumerevoli fiumi e corsi d'acqua che al riflesso del sole paiono tanti fili d'argento. E' un'impressione che ho serbato inalterata nella sua vividezza e che custodisco con una punta di gelosia. Anche perché quello fu il mio primo viaggio in compagnia di Melanie.

Alle sei e un quarto il treno semi deserto giunge a fine corsa, emette un sibilo ed entra nella piccola stazione di Venezia. Il sottoscritto e qualche altro lavoratore mattiniero, con le cui fisionomie ho cominciato a prendere una qualche confidenza, scende e si incammina verso il bar in fondo ai blocchi dei binari. Si preannuncia una splendida giornata di inizio primavera: il cielo è chiaro e luminoso e tira una leggera brezza d'aria fresca che mi fa salire un brivido di piacere lungo la schiena. Non mi va proprio giù l'idea di andare al lavoro. Il fatto di trascorrere sette ore in compagnia del padrone, silenzioso e irascibile, mi attorciglia le budella. Inconsciamente rallento il passo e quasi strascicante raggiungo la porta a scomparsa del bar. Il tempo di bere un cappuccino accompagnato con una brioche e quindi sono già fuori, con l'augurio in cuor mio che la giornata fili via liscia senza problemi e lavate di capo. In quel mentre mi ricordo del messaggio ed estraggo il telefono dalla tasca. Spero che Francesca, o chi per essa, non abbia risposto e che la faccenda si concluda là, in un niente di fatto, così come era cominciata. Ma mi sto sbagliando. Sullo schermo dell'apparecchio lampeggia la busta di un messaggio in entrata. Mi arresto sul colpo e schiaccio il pulsante di lettura.

Una sillaba soltanto. Due lettere che significano tutto e niente nello stesso tempo. Una sillaba che in un certo modo arrogante e supponente pretende una risposta. E che lascia presagire l'inizio di un carteggio difficile e sofferto.

Sì.

Allora caccio il telefonino in tasca. Ho l'animo in subbuglio e quello di andare al lavoro scivola, dalla prima delle mie preoccupazioni, all'ultimo dei miei pensieri. Anzi, sono turbato al punto che valuto l'ipotesi di chiamare in albergo e darmi malato. Ma è un'idea che non ho la forza di tradurre in atto. Non ho più l'appartamentino-rifugio a Padova, dove tornare per ricacciarmi sotto le coperte, innaffiando di gocce soporifere il sonno forzato. Mi resterebbe una sola alternativa: vagare per la città fino a sera, tra orde di turisti accaldati e debordanti e il pensiero fisso su quel messaggio che non smetterebbe di ronzarmi in testa. Malgrado tutto, meglio il lavoro. Specialmente se accompagnato da una bella lettera di dimissioni. Mi incammino lungo la strada semi deserta, mentre medito su come impostare la lettera. La cosa contribuisce ad allietare, se non altro, il mio spirito turbato.


Un mese esatto. Non un giorno di più né uno di meno. Tra trenta giorni sarò di nuovo in Germania. Mi sale la tentazione di informare Melanie. Non ne conosco esattamente la ragione, ma mi sento come se fossi in debito con lei. Dopotutto, a essere franchi, l'idea di chiamarla non ha avuto origine nella mia mente, bensì è scaturita dal cuore. Nonostante i mesi passati e il silenzio che, come un macigno, si è interposto tra noi, è sopravvissuta la traccia semitrasparente dell'antico legame. Spesso mi dispero nella solitudini di certe notti insonni al pensiero che non riuscirò mai a cancellarla. E che nemmeno il tempo amico mi verrà in aiuto, lasciandola sbiadire fino a non riconoscerla più. In tarda serata m'isso sulla spalla la borsa da lavoro e me ne esco dall'albergo. E' stata una giornata di quelle dure, trascorsa a portare su e giù bagagli per le scale e a fare salamelecchi a turisti incontentabili. Talvolta mi domando che cosa ci faccia una coppia di vecchietti con otto valigie piene di roba, magari per un soggiorno non più lungo di tre giorni. Tuttavia, quando entro nella camera rinfrescata dall'impianto di climatizzazione forzata con l'ultimo bagaglio al seguito, chiudo la porta dietro di me e mi lascio andare con la schiena contro il muro. Mi chiedo come sono finito a fare il facchino in un alberghetto da qualche stella e alle dipendenze di un padrone collerico e viziato. Dove si sono perse le belle promesse di un tempo, le aspettative fiduciose dell'università, le belle parole del rettore che mi congeda consegnandomi il diploma di laurea da centodieci e lode? Qualcosa deve essere andato senz'altro storto da quel momento in avanti. E quasi mi vien voglia di giurare che la sfortuna ha due begli occhi che vedono bene e lontano. Qualche occasione l'ho persa, forse qualcuna l'ho buttata. Quello che resta lo condivido con una pletora di altre decine di migliaia di giovani più di me, magari più preparati e più agguerriti, che un sistema incapace di restituire almeno la metà di quello che ha preteso ha finito per mettere con le spalle al muro. Rimpiango certe scelte, altre no. Rimpiango più di tutto l'inconcepibile sciocchezza di novembre. A destarmi da queste riflessioni amare è il trapestio che sento al di là della porta. Sta sopraggiungendo il padrone con il suo passo pieno di sicumera arroganza. Attraverso la porta entra la sua voce: sta lodando la sua creatura col suo bell'inglese ingentilito da anni di oziosi soggiorni all'estero. Lo sento elogiare il saloncino, le pareti spatolate in stile veneziano, gli affreschi ancora originali e il soffitto a travatura dipinta. Mi stacco dalla parete. Qualche minuto prima l'ho messo al corrente della mia decisione di andarmene. Non ha battuto ciglio. Credo che l'idea del mio congedo fosse scaturita già da tempo nella sua mente. Del resto mi aveva fatto sottoscrivere a bella posta un contratto della durata di una stagione. Del dopo non c'è mai certezza. Niente di più vero.

Finalmente sono a casa. Divoro un pasto veloce, m'intrattengo alcuni minuti in compagnia di quello che resta della famiglia, dopodiché mi ritiro in stanza da letto. Mi spoglio e mi caccio sotto le coperte col telefonino in mano. Nel corso della giornata non ho ricevuto altri messaggi da parte di Francesca. Dopotutto era quello che mi aspettavo. E' il mio turno. Come in una partita a scacchi.

Come state?” Scrivo. Non ne conosco il motivo, ma non mi sento ancora di rivolgermi direttamente a Francesca.

Trascorrono pochi istanti, prima che il display si illumini di nuovo.

Oggi Giulio ha avuto una brutta ricaduta.

Maledico il mondo e me stesso. Non voglio parlare di Giulio, adesso. In questo momento, al culmine della mia smania egoistica, c'è spazio solo per due: Francesca e il sottoscritto. Lo spettro di Melanie scivola sotto il cuore.

Cos'è successo?” Domando, incalzato dalla necessità dei convenevoli.

Gli hanno asportato due falangi della mano destra.

Resto impietrito. Una risposta del genere spiazzerebbe anche il più fantasioso tra gli scrittori di racconti horror. A ogni modo, comunicare via messaggio mi consente di riflettere e di assorbire il colpo. Fino a qualche istante prima mi ero figurato Giulio niente più che un'ombra spettrale, vuota e incorporea, divorata dal male e piena dell'amore rubato a Francesca. Due falangi stonano pesantemente con l'immagine di un fantasma rattrappito. Due falangi sono qualcosa di concreto. Mi domando cinicamente se la perdita di due pezzi di dita abbia ricompensato Francesca di un briciolo di amore perduto.

Come ti senti?” La domanda mi sorge spontanea e diretta. Il particolare delle dita strappate mi ha catapultato a pochi centimetri dal viso di Francesca. Un'altra ruga si è aggiunta a quelle precedenti. Mi sono sbagliato: Francesca sta sorreggendo con tutto il suo arsenale amoroso il marito in agonia.

Non mi sento più. Vorrei che tutto questo avesse una fine. Vorrei lasciare queste montagne maledette.

Siamo in due a volere lasciare i nostri nidi. La notte mi rende franco e sincero.

Al matrimonio mi sembravi serena” rispondo.

Al matrimonio di tuo fratello eri la persona più disperata della compagnia.

Non mi aspettavo di essere rintuzzato con quel tono. Dobbiamo forse gioire al pensiero che c'è sempre chi se la passa peggio di noi? Se il cuore ascoltasse la ragione, mi sarei imposto di mostrarmi allegro e scherzoso, ma il cuore segue le sue vie e tenergli dietro, e magari imporvisi, è una faccenda fuori dalla mia portata. Nondimeno mi sento in obbligo di assecondarla.

Ero disperato” scrivo di getto.

Ora non lo sei più?” Domanda Francesca, qualche secondo dopo.

No. Non sono più disperato. Ho perso ogni speranza, se è questo che intendi.

In tal caso sei più disperato di prima.

Francesca mi sta in qualche modo prendendo per il naso. A modo suo, ma lo sta facendo. Non mi viene l'impulso di arrabbiarmi. Dentro di me comincia a farsi sempre più largo la convinzione che il suo travaglio l'abbia assisa su una posizione inattaccabile. In uno stadio dove può prendersi il lusso di emettere le sue sentenze senza timore d'ingannarsi.

Credo di sì” rispondo infine, esausto.

Trascorre qualche attimo di silenzio prima che arrivi la chiosa di Francesca.

In tal caso faresti bene a ficcarti in testa che è finita e che non c'è più nient'altro da fare.

E' una liberazione?” Domando con una punta di acrimonia.

Certo. Sempre che tu ne sia convinto.

A quel punto la nostra conversazione è conclusa. Spengo l'apparecchio e, come non mi accadeva da molti mesi, mi addormento senza l'aiuto dei sonniferi.


Sono trascorse due settimane. Quindici giorni alla licenza. Durante questo tempo non ho avuto più occasione di sentire Francesca. Di Giulio non ho avuto notizie e, in un certo senso, ne sono lieto. In fondo, tutti quanti siamo qua a tifare per lui. Ho ripensato a sua moglie in numerose occasioni, ma c'è un'immagine che si è impressa più delle altre nella mia mente. Ed è il suo sguardo. Penetrante, dolce, amaro, saggio, devoto, seducente, ma non ancora disperato. Sono certo che serberà intatta la speranza fino alla fine. Come l'ultimo paletto che sorregge una palafitta travolta da un fiume in piena, Francesca riuscirà a sostenere la forza degli eventi contrari. Il dopo non mi è dato saperlo. Forse lei sarà davvero libera come, secondo le sue parole, dovrebbe esserlo diventato il sottoscritto. Nonostante qualche ragionevole dubbio mi faccia supporre il contrario. Ma lascio che il tempo faccia il proprio corso e poi si vedrà. In queste due settimane ho accompagnato mia madre alla seduta di chemioterapia. Come si sa, le grane non vengono mai da sole. Il ramo della parentela della mia genitrice ha qualcosa di infausto nel suo genoma o, perlomeno, ha la capacità di trasmettere prima o poi quel tipo di malanno ai consanguinei o addirittura ai parenti acquisiti. Come nel caso di Giulio. Nel giro di un anno si sono ammalati in quattro. Mia madre, una sua zia piemontese, il fratello e la moglie dell'altro fratello. Fui avvisato della malattia di mia madre mentre mi trovavo ancora in Germania, qualche settimana prima che naufragasse la relazione con Melanie. Fui avvertito dall'interessata via Skype. E lei lo fece con il suo solito modo irritante di comunicare le cose importanti: vale a dire menando il can per l'aia. Alla fine, però, dopo alcuni minuti di conversazione, che aveva senz'altro del surreale, mi riferì che un bravo medico (e il fatto che il medico lo fosse era già di per sé un buon motivo per sperare nella guarigione) aveva individuato un grosso nodulo sotto il seno destro. C'era la speranza che si trattasse magari di un accumulo locale di grasso, di una cisti o che ne so? Macché. Quello s'era preso e con quello doveva giocarsela. A distanza di tanto tempo mi domando quanto abbia inciso la malattia di mia madre nel rapporto con la mia ragazza. Di certo, non ha giovato. Almeno per una ragione. Melanie e sua madre, che tra le altre cose per ragioni inspiegabili si è sempre rifiutata di vedere i miei genitori, neppure via Skype, né tanto meno durante la malattia, erano e sono tuttora contrarie ai trattamenti chemioterapici. Personalmente di queste cose non avrei mai voluto occuparmene, però, come ben si sa, quanto più lontani si vuol stare da una cosa, per una qualche imprecisata legge non scritta, si finisce prima o poi per sbatterci il naso contro. E così accadde. E fui costretto a informarmi dettagliatamente. Senza capirci un granché, del resto. Perché sulla materia circola tanto di quel materiale da spaventare anche il più caparbio e pertinace tra gli studiosi. E' valido tutto e il contrario di tutto. Sono buoni i trattamenti chemioterapici tradizionali, la radioterapia, la chemioterapia mirata e quant'altro appartenga alla branca della medicina allopatica. Ma è altrettanto valida l'omeopatia con i suoi incredibili casi di guarigione, i preparati di alghe orientali e le proprietà benefiche di certi funghi giapponesi. E' buona la meditazione, l'atteggiamento positivo e orientato alla vittoria (come se si stesse gareggiando in qualche forma di competizione.) Ma sono anche utili certe sedute con esperti al di fuori dei circoli accademici che professano cure miracolose, servendosi di trattamenti e preparati di loro invenzione. Insomma, alla fine ci si ritrova nella situazione tipica di chi non sa che pesci pigliare. E dipende da te se affidarti alle cure ortodosse oppure praticare strade alternative. Con i rischi e le conseguenze che ne seguono. Della cosa ne parlai lungamente con Melanie. Ma il suo non era orecchio che si prestasse a dare ascolto a certi cialtroni: quelli stessi cialtroni che avevano prescritto a mia madre il ciclo di chemioterapia. E allora discutevamo in merito alle alternative possibili e lei mi spiegava che in Germania esisteva un centro che praticava cure sperimentali, anzi più di uno. E con risultati promettenti. Ma lei stessa non era in grado di suggerirci cosa fare nel concreto. E il tempo stringeva. E capitava che si litigasse spesso per questa faccenda, finché giunse il momento della prima seduta. Qualche settimana fa sono venuto a conoscenza di un'amica di famiglia della madre di Melanie che è morta di tumore cerebrale. Melanie era infuriata con i medici che avevano seguito i protocolli clinici previsti dal caso: asportazione della parte tumorale, irraggiamento e chemioterapia. Le domandai perché questa signora, che era tedesca e che quindi aveva una via preferenziale nel praticare trattamenti alternativi, non si fosse affidata a questi centri sperimentali tanto promettenti. Appunto promettenti. L'amica non si era fidata. Da come sono andate successivamente le cose avrebbe fatto meglio ad affidarvisi. Il peggio che poteva accaderle era di morire qualche mese prima. Ma tutta questa fatica a orientarsi in questo labirinto che rappresenta la malattia (specialmente quella oncologica) con tutte le sue implicazioni mi ha fatto capire che, come nella maggioranza delle cose, non esiste un'unica verità, un'unica via percorribile. Talvolta non esiste altra soluzione al problema che la morte stessa. Dopotutto, a pensarci bene, senza mettersi a fare lambiccamenti da scioperati, il problema della morte ce lo siamo inventati noi occidentali. Nel senso che abbiamo fatto, e continuiamo ad adoperarci con dedizione esemplare, tutto il possibile per esorcizzarla. Per tenerla lontana. Anestetizzandoci con tutto il sapere e la tecnologia disponibili. Abbiamo compiuto il miracolo di trasformare la morte in malattia: qualcosa da cui si può e si deve guarire.

Quindici giorni che non sento Francesca. Li ho contati uno dopo l'altro. Come i grani di un rosario. Per quanto mi riguarda non mi sono sentito di scriverle. La visione del marito sul letto bianco come la calce, raccolto su se stesso, con la testa allungata che mi fa venire in mente quella di un visitatore alieno e le guance scavate e bluastre mi tiene compagnia nelle notti insonni. E' come se la vedessi proiettata sul soffitto della stanza. Al suo capezzale non manca mai la presenza di Francesca che tiene stretta nella sua la mano di Giulio. E gli infonde forza, energia, vita e amore. E non so se si tratti di una mia impressione, oppure le cose stiano proprio come le descrivo, ma ogni giorno che si aggiunge ai precedenti, succede che l'immagine di Francesca si faccia sempre più sbiadita. Il colore ramato dei capelli è diventato opaco, isabella sbiadito, la pelle traslucida, gli occhi di un biancore quasi spettrale. Non è lontano il tempo in cui Giulio avrà assorbito tutte le energie e l'amore di Francesca per far fronte al Male insanabile. Dopodiché, quel fragile e speranzoso legame sarà falciato via dalla Morte. E sarà la liberazione e la condanna di Francesca. Che tenerezza. In questi rari e terribili momenti mi diventa irresistibile il desiderio di prendere il capo di Francesca e appoggiarmelo con dolcezza in grembo. Siamo due spettri svuotati d'amore che vagano senza meta per il mondo. Siamo una coppia di disperati senza amore.


Ma non c'è solo morte e sconforto nella vita di ogni uomo. Nelle settimane che precedettero il mio concedo dall'albergo e l'ormai imminente partenza per la Germania dovetti confrontarmi con altri nemici altrettanto scaltri e indomiti: i ratti della laguna veneziana. Nello spazio di tre giorni, per qualche inspiegabile ragione, accadde che l'albergo fu fatto oggetto della visita di almeno cinque topi di dimensioni ragguardevoli. Faccenda che costrinse il proprietario a fare installare delle trappole rifornite con esche avvelenate. La cosa funzionò. Anche troppo bene. E' dato sapere che l'interesse e la reputazione delle imprese di derattizzazione sta nell'eliminare in modo quanto più tempestivo e discreto gli ospiti sgraditi. Che la morte dell'animale sia preceduta da dolori fortissimi, che spronerebbero a un moto di compassione anche il più insensibile tra gli uomini, non è argomento che interessi granché chi vuole togliersi di torno l'impiccio. E in questo modo, quasi tutte le aziende del settore ricorrono alle esche anticoagulanti, cioè a bocconi alimentari in grado di provocare emorragie interne e letali al roditore che le inghiottisce. La morte avviene in mondo lento, preceduta da una fase di qualche giorno durante la quale il ratto che continua a ingerire esche avvelenate avverte sintomi paragonabili a una forma di tremenda spossatezza. Poi arrivano i veri e propri dolori lancinanti, accompagnati dalle emorragie che devastano gli organi interni dell'animale, portandolo a una morte lenta e dolorosa. Il padrone, che se ne infischiava dei metodi usati per sbarazzarsi del fastidio dei roditori, aveva contattato la prima ditta che compariva sulla lista dell'elenco telefonico e aveva chiamato. Nel giro di una manciata d'ore furono piazzate sei trappole: un paio in darsena, dove attraccavano i motoscafi, e le altre quattro nell'albergo. Una l'aveva collocata nella piccola cucina, dove noi dipendenti preparavamo le colazioni, sopra il divisorio di cartongesso che fungeva da soffitto. Ebbene, tre giorni dopo la sistemazione delle trappole si cominciò ad avvertire un forte odore di carne in fase di putrefazione. Chiunque, che almeno una volta in vita sua abbia avuto la sfortuna di incappare in un ratto che si sta decomponendo, riconosce quell'odore come un marchio di fabbrica. E il sottoscritto che, due mesi prima, aveva fatto la conoscenza con un roditore decomposto, dietro gli sportelli dei quadri elettrici dell'albergo, appena mise piede nella cucina storse il naso inequivocabilmente. Da qualche parte, nei recessi di quello stambugio ingombro di mille cose diverse che il padrone ha la presunzione di chiamare cucina, giaceva la carogna di un animale morto. Il grosso problema stava nel rintracciarla. La faccenda si protrasse per tre giorni, nel corso dei quali lavorare nel cucinino divenne un tormento. Del resto, avevamo messo sottosopra tutto quello che era possibile ribaltare: pentole, tegami, barattoli, scatolette di marmellata. Senza esito. Rimanevano due alternative. Una assai spiacevole, cioè l'eventualità che l'animale fosse andato a cercare la morte dietro i frigoriferi da parete. E la cosa sarebbe stata davvero una maledizione in quanto gli apparecchi erano avvitati al muro. La seconda, non meno piacevole, ma altrettanto praticabile, era che il ratto si fosse intrufolato nell'impianto di aerazione e lì, da qualche parte, nei meandri del collettore, si fosse lentamente spento. Del resto, dopo tre giorni, a misura che il processo di decomposizione progrediva, l'odore cominciava a concentrarsi in una regione ben definita. Ed era illuminante il fatto che, non appena si azionasse la ventilazione della sala, attraverso la bocchetta d'aerazione fuoriuscisse un fetore infernale. Così decidemmo di andare a fondo della faccenda. Venne spalancato uno degli sportelli del tettuccio di cartongesso e ci mettemmo, il sottoscritto e il filippino tuttofare, a scandagliare l'oscurità. E fu là che venne trovato il roditore, o almeno quello che n'era rimasto. Il cameriere filippino era a conoscenza del fatto che gli operatori della ditta di derattizzazione avevano piazzato una trappola a qualche centimetro dallo sportello dal quale stavamo osservando. Decise, più per scrupolo che altro, di tirare giù la trappola. Di certo il topo morto non si sarebbe fatto trovare al suo interno. E' risaputo che le bestiole addentano l'esca e poi si allontanano dalla fonte di cibo, probabilmente consigliate dal timore che quella costruzione di plastica quadrata con bocconi di cibo all'interno abbia in sé qualcosa di sinistro. E' infrequente, quindi, che vadano a cercarsi la morte in una trappola. Al contrario, mettono quanto più spazio possibile tra sé e la fonte della loro disgrazia, rincantucciandosi nell'angolo più buio e irraggiungibile finché morte non li colga. Però, anche nel mondo dei roditori esistono livelli diversi di astuzia, animali dotati di un quoziente intellettivo inferiore alla media. E a noi capitò in sorte una di quelle bestiole che se ne stanno ai margini della campana di Gauss. All'interno della trappola trovammo un incredibile brulichio di vita. Del topo si riusciva a distinguere soltanto un mozzicone di coda e un ciuffo di pelliccia grigiastra. Tirammo giù la scatola e ci facemmo le foto a turno, alla maniera di cacciatori con il loro bel trofeo ai piedi. In questo modo tre giornate volarono via, sottratte alle prevaricazioni del titolare che in quel tempo se n'era stato buono buono, confidando nella sorte favorevole e nel lavoro dei dipendenti. E' incredibile come certi avvenimenti, per quanto ripugnanti possano sembrare, aiutino a sviare i pensieri dall'avvilimento quotidiano che detta legge in molti luoghi di lavoro. Persino la morte, quella degli altri s'intende, può arrecare qualche sollievo a uno stato d'animo costernato.

Meno dieci. Mancano soltanto dieci giorni alla fine del rapporto di lavoro. Mi sembra impossibile che tra meno di duecentoquaranta ore sarò per sempre libero da questa prigionia. E me ne tornerò in Germania. Negli ultimi tempi ho ripreso a studiare con diligenza il tedesco. Non che in precedenza avessi smesso. Semplicemente, prima di ricevere la buona nuova, mi ero applicato senza il dovuto rigore. Non ho detto niente a Melanie. Che del resto sa tutto perché vado a rilevare il posto che lei ha deciso di lasciare. Avrei invece voluto raccontare la novità a Francesca con cui non parlo da tre settimane. Avrei voluto spiegarle della mia partenza ormai prossima e rimanermene a studiare le sue reazioni. Mentre me ne torno a casa in treno, sfibrato da una giornata di lavoro passata a ingoiare bile e rimproveri del titolare, decido di inviarle un messaggio. E' come se mi sentissi in obbligo di spiegarle che tra dieci giorni non ci sarò più per un bel pezzo. Non che la cosa faccia una grande differenza. Dopotutto sono stato assente per quarant'anni e mese più, mese meno, non cambia di molto la faccenda. Ma questa partenza, rispetto alle precedenti ha in sé qualcosa di speciale, di diverso. Per la prima volta salgo in Germania senza che ci sia qualcuno ad aspettarmi. Per la prima volta Melanie non sarà nella hall dell'aeroporto col suo bel sorriso tratteggiato sul viso.

Ciao Francesca, ciao Giulio. Tra dieci giorni torno in Germania a insegnare italiano.

Tutto qua. Mi sono sentito in dovere di scrivere anche a Giulio. Per mantenere una certa distanza di sicurezza da Francesca. E questa è una cosa che mi inquieta per davvero. Mi sono spesso chiesto cosa farei se mi capitasse l'occasione di rivedere Francesca. Dopo il matrimonio e, a maggior ragione, dopo la consegna del biglietto. Probabilmente non farei nulla. Me ne starei immobile come un adolescente impacciato ad aspettare che sia lei a rompere l'imbarazzo. O forse no, forse mi sbaglio. Magari le cingerei la vita col braccio tirandola a me e poi... Scaccio con un gesto della mano questa visione molesta. Dalle regioni sepolte della mia coscienza è sgusciato qualcosa, qualcosa di losco e proibito che a forza ricaccio in profondità. Francesca, la mia prima cugina. La figlia del fratello di mia madre. Una parente. Una consanguinea. Francesca dagli occhi colore nocciola e dalle zampette di gallina intorno agli occhi. Francesca nel suo splendido abito arancio, con i capelli ramati raccolti all'indietro. Questo sarà il ricordo che porterò con me nelle fredde regioni del nord. Come la foto di Melanie che conservo ancora nel portafogli e che, ogni giorno in treno, al passaggio del controllore, mi capita di guardare. Com'eri bella creatura mia. Che accidenti mi ha preso in quel terribile giorno di novembre quando ti ho abbandonata disperata a piangere sul letto sfatto. Mi sono cacciato via dalla tua vita. Sono caduto nella rete di tua madre, nei suoi maneggi da grande manipolatrice e ne sono uscito sfatto. Una volta ancora, tua madre l'ha spuntata su di noi. Ha macchinato silenziosa per mesi e anni, in una sfida logorante che ha spezzato il filo che teneva insieme le nostre vite. Come col tuo primo fidanzato. Ora tua madre torna a essere il tuo polo d'attrazione, l'unico punto di riferimento. Ti porterà a spasso per l'Europa, in America, dai suoi amici d'oltreoceano, in Italia, forse, e anche in Spagna. Ti legherà a sé sempre più strettamente. In un gioco pernicioso di mutua dipendenza dal quale soltanto per tua volontà potrai sottrarti. Per quattro anni ho sperato in una tua reazione, in un moto di sana rivolta. Per quattro anni ho dovuto piegarmi al volere senza cuore della tua genitrice. Sulla parete della stanza da notte stava appeso un titolo incorniciato. Un titolo che prima di pigliare sonno mi faceva tremare. “Die beste Mutter der Welt. La madre migliore del mondo. Al solo pensarci rabbrividisco come quando lessi l'iscrizione la prima volta, nonostante sia un'estate da canicola e l'aria rovente che entra dai finestrini aperti del treno in corsa sbatta contro il mio viso con la violenza di uno schiaffo.

Prima di scendere alla stazione, sento l'apparecchio telefonico vibrare nella tasca. Non ne ho la certezza, sebbene qualcosa mi suggerisca che Francesca abbia risposto.

Caccio la mano nei pantaloni per estrarre il cellulare. Non mi sbaglio: la mittente è lei.

Sono contenta. Prima di partire passa a trovarci.

Strabuzzo gli occhi per la meraviglia. Passare da loro, in Valle d'Aosta. A fare cosa, poi? A compiangere il marito infermo sul letto, mentre Francesca gli tiene con amore e devozione la mano? Eppure, da un angolo indefinito del cuore, qualcosa mi sprona a valutare seriamente l'offerta. Dopotutto, con la complicità della ragione, una visita di cortesia non si nega a nessuno. Figuriamoci a una coppia di parenti colpita dalla malasorte. Tuttavia non rispondo subito. Tra una settimana prenderò il volo per la Germania. Da Venezia. Come sempre. Se volessi fare visita a Francesca-Giulio dovrei partire con un paio di giorni di anticpo rispetto alla data stabilita, salire in treno fino a Torino e da lì, servendomi di qualche linea secondaria, raggiungere la casa di Francesca. A volerlo, tutto è possibile. L'idea che non mi va giù è che lo vengano a sapere i miei genitori. Spiegare a costoro che, da un giorno all'altro, mi sono venuti a cuore i due coniugi lontani, quando fino a qualche settimana prima a malapena ero a conoscenza che erano ancora in Valle d'Aosta, sarebbe una faccenda da prestigiatori che senza ombra di dubbio farebbe nascere sospetti dalle conseguenze imprevedibili. La cosa certa, della quale non so nemmeno io spiegarmene bene la ragione, è che Francesca non parlerà con nessuno del nostro eventuale incontro. Sono sicuro che rimarrà una cosa a due, forse a tre, posto che nella testa di Francesca ci sia la volontà reale di farmi incontrare Giulio. Decido che risponderò tra qualche ora, a casa, sotto le coperte, prima di addormentarmi. E mentre il treno rallenta bruscamente la sua marcia, facendo fischiare i freni prima di arrestarsi lungo la banchina, già penso di spostare il decollo a Torino e di rifilare ai miei genitori qualche scusa ragionevole che mi costringa a lasciare l'Italia due giorni prima del previsto. Spiegherò che sono stato contattato dal direttore della scuola che mi ha informato del cambio di programma. Niente di più credibile e potenzialmente reale.

Il tredici di settembre prendo il treno per Torino” rispondo più tardi, al sicuro, sotto le coperte.

Trascorre qualche tempo di assoluto silenzio. Poi arriva la risposta.

Sta bene. Ti aspetterò in stazione.

In stazione? Ripeto a voce abbastanza alta da temere che qualcuno mi possa avere sentito.

Non riesco a trattenere un tonfo al cuore. Francesca ha scritto che mi aspetterà a Torino, da sola. Mi chiedo se informerà Giulio che scenderà fino alla stazione centrale a prelevare il cugino. La cosa mi sconcerta. Non mi aspettavo una simile gentilezza da parte della cugina. E nel mio cuore già si fa largo un'idea seducente e sinistra che accarezzo con timore finché si dissolve in un sorriso pieno di aspettative funeste. Tuttavia, preferisco lasciare che l'impressione scivoli via senza lasciare sedimenti visibili. Svito il tappo della boccetta dei tranquillanti e ne trangugio una dose robusta. Poi, col telefonino in mano, rispondo a Francesca.

A presto, dunque.

Spegno l'apparecchio e distendo le gambe. All'improvviso mi accorgo di essermi inavvertitamente raccolto tutto su me stesso, come Giulio che se ne sta buono buono a sopportare i suoi malanni sul letto bianco latte. Nel giro di qualche secondo, l'effetto del farmaco si impossessa del mio corpo. Ed è una sensazione di indescrivibile beatitudine. La morsa allo stomaco si allenta e tutti i muscoli si sciolgono all'unisono, come se un direttore d'orchestra avesse dato il la con la sua bacchetta magica. Qualche minuto più tardi scivolo nel sonno chimico. Un sonno senza sogni che mi trasporta direttamente all'indomani.


E' il dodici settembre, l'ultimo giorno di lavoro. Il titolare non lo sa e nemmeno ho l'intenzione di metterlo a parte della cosa. Domani spedirò un certificato di malattia e con buona pace di tutti darò il mio personale saluto alla baracca con i suoi tristi burattini. Per la prima volta, da molti mesi a questa parte, lavoro col cuore leggero e la mente sgombra. Ricordo di avere letto da qualche parte che quando la memoria di lavoro è libera da preoccupazioni il rendimento professionale ne risente in misura notevole. E, in effetti, mi sembra di non sbagliare niente. E' come se fossi capitato in un flusso di energia positiva, dove ogni cosa risulta semplice e naturale. Ricordo a memoria ogni nome degli ospiti, i numeri telefonici dei ristoranti, addirittura gli orari delle corse dei vaporetti. E' una sensazione particolare. Credo che sia, fatte le dovute proporzioni, grossomodo la stessa impressione che possa provare un carcerato l'ultimo giorno di prigionia. Alle otto e mezzo di sera, mentre il titolare già da un paio di ore se l'è squagliata per il suo solito giro di giostra, saluto l'ignaro portiere notturno e, con la cartella in mano, infilo per l'ultima volta la calle stretta e puzzolente in fondo alla quale brulicano ancora gruppetti di turisti. Mentre sono avviato lungo la via che che conduce alla stazione ferroviaria, sento quasi l'obbligo di fare un bilancio su quest'ultima, amara esperienza di lavoro. A differenza di altre volte, non ho niente da rimpiangere, a parte qualche collega di passaggio e, senza dubbio, il portiere notturno: una delle migliori persone con cui abbia avuto a che fare. Costui, a dirla tutta, era un individuo singolare, un po' come lo sono quasi tutti i portieri che lavorano mentre la gente comune riposa. Era un uomo solitario che aveva trovato il suo rifugio nel silenzio accogliente della notte, meticoloso e preciso al punto che bastava una bottiglia fuori posto per farlo uscire dai gangheri. Di notte, l'albergo diventava la sua proprietà, inaccessibile persino al padrone, che profittava di buon grado del fatto di avere trovato un dipendente tanto attaccato al proprio lavoro. E del resto, col passare dei giorni e con l'approfondirsi della conoscenza di costui, mi risultò chiaro che quello del portiere di notte era un mestiere che gli avevano ritagliato su misura. Altro non avrebbe potuto e saputo fare. Dopo anni di permanenza in albergo non conosceva ancora l'ubicazione dei pochi ristoranti che abitualmente consigliavamo agli ospiti, continuava a smarrirsi nelle schede dei clienti non compilate correttamente ed evitava di intrattenersi con la clientela su argomenti che esulassero dalla sua mansione. Eppure, era un uomo che era nato per fare quel mestiere. E, tra le altre cose, riusciva a farlo molto bene. Non era sposato. Sebbene della cosa ne fossi certo fin dal primo giorno che lo vidi. Quale donna si sarebbe portata a casa un marito puntiglioso che ti impartisce lezioni su come si stirano le tovaglie e ti spiega quanta candeggina usare per togliere le macchie ostinate? Aveva avuto una fidanzata, questo sì. Me lo confidò lui stesso. Sebbene la relazione avesse avuto una durata piuttosto breve. Giusto il tempo di chiarirsi per bene le idee e liquidare in malo modo la ragazza. Da allora mi sento autorizzato ad affermare, con un certo grado di sicurezza, che la vita sentimentale del portiere cominciò a svilupparsi entro le mura dell'albergo. Che prima di essere la fonte del suo sostentamento economico, divennero conforto morale e ragione di vita. Non esagero quando affermo che, qualora gli avessero cambiato mansione, l'uomo si sarebbe avvilito fino a spegnersi come lo stoppino di una candela esausta. Ma poteva continuare a fare sogni tranquilli. A nessuno sarebbe venuta in mente l'idea di sostituirlo. Quando lavori sei giorni a settimana per quattro misere palanche e per dieci ore al giorno a chi mai verrebbe in mente di rimpiazzarti? In questo, il portiere di notte riusciva a dare dei punti persino agli infaticabili filippini.

Un'altra cosa di cui certamente non avvertirò la mancanza saranno senz'altro i turisti. In otto mesi d'albergo ho imparato a odiarli. Esigenti e viziati, insaziabili e, spesso, spilorci. Ma non era nel posto di lavoro che provavo la massima avversione. Ciò avveniva, invece, lungo il tragitto per raggiungere l'hotel. Allora dovevo fare le giravolte tra masse di uomini barcollanti che reggevano borse, bottiglie e bambini urlanti. Fiumi di valigie che si snodavano lungo la strada trafficata, intralciando alla meglio il passaggio, tagliandoti la via nel peggiore dei casi. Quello che alla fine non riuscivo più a tollerare erano le fermate improvvise. Tu te ne stavi pacifico a camminare tra la marea umana sudata e ingombrante e, di punto in bianco, il tizio che ti precede si arresta su due piedi. Per qualsiasi ragione. E allora dovevi puntare le gambe e aggirare l'ostacolo che beatamente si guardava in giro, ovvero si metteva a frugare nella borsa per tirarvi fuori chissà che. Accadeva talmente spesso che, alla fine, avevo preso l'abitudine di camminare controcorrente. Perlomeno, colui che mi veniva incontro si rendeva conto di avere di fronte un ostacolo e si scostava di conseguenza.

Arrivai in stazione che era sera fatta. I binari brillavano alle ultime luci del sole al tramonto, mentre in lontananza, dove la massicciata si restringeva all'imbocco del ponte che collega la terraferma a Venezia, il cielo trascolorava verso un rosso acceso color del sangue. Mi imposi di mandare a mente quella vista perché per molto tempo, giurai a me stesso, non avrei più messo piede a Venezia. Ne avevo le tasche piene.


Sono tutto eccitato. La valigia è ai miei piedi, ancora aperta, piena all'inverosimile di vestiti e altro che mi servirà durante il lungo soggiorno. Ho passato in rivista più volte il necessario da viaggio E più volte mi sono confermato nel fatto che tutto è a posto. Insieme porterò anche la borsa a tracolla che fino a oggi ho usato per andare al lavoro. Ci ficcherò dentro il computer portatile, il cavo di alimentazione, un mouse, il passaporto e qualche libro. Nella tasca interna, insieme agli altri documenti da viaggio, ci ho messo un hard disk contenente qualche dozzina di film. Sono certo che nelle lunghe notti gelide saranno un valido conforto alla malinconia. Almeno fu così la prima volta che mi fermai a lungo in Germania, tre anni fa. A questo punto chiudo la valigia e la peso. Spero di non avere sforato i venti chili che la compagnia aerea include nel prezzo del biglietto. Un chilo e mezzo in più. Dovrò togliere qualcosa o spostarlo nella borsa a tracolla. L'ultima volta che ho preso l'aereo, in novembre, quella mattina sciagurata in cui lasciai Melanie, avevo portato con me qualche vasetto di latta contenente della pasta pronta da riscaldare al microonde. Avevo pesato la valigia ma, nonostante il carico eccessivo, mi ero deciso a lasciare perdere. Dopotutto, fino allora non mi era mai capitato d'imbattermi in qualche hostess zelante. Tutte, invariabilmente, avevano chiuso un occhio e mandato avanti il bagaglio. Quella volta, invece, la ragazza al bancone, che aveva all'incirca poco più della metà dei miei anni, mi fa ritirare la valigia dal nastro e mi spiega in tedesco di aprirla e di togliervi almeno un chilo e mezzo di roba. Finiscono nel cestino i tre vasetti di pasta all'italiana. Tuttavia, stavolta me ne infischio. Non ho assolutamente voglia di mettermi a rovistare tra la roba della valigia per togliervi qualcosa che magari potrebbe tornarmi utile. Decido di affidarmi alla sorte. Se dovessi incappare in un altro funzionario solerte, comincerei a tirarla per le lunghe, spiegando che non ero al corrente che esistesse un peso limite oltre il quale si deve pagare la soprattassa. Se la cosa non dovesse risolversi, allora mi prenderei il disturbo di piegarmi al balzello.

Mentre trascino la valigia per la stanza e la colloco dietro la porta, dal telefonino sul tavolo proviene lo squillo di un messaggio in entrata.

Afferro l'apparecchio e apro il messaggio.

Ciao. Sono Francesca. Hai fatto la valigia?

Dentro di me ero certo che fosse lei a scrivermi. Mi distendo sul letto.

Appena finito. Domani prendo il treno delle sei di mattina e prima di mezzogiorno sarò in stazione a Torino.

Trascorrono pochi istanti, dopodiché arriva la risposta di Francesca.

Perfetto. Sarò là ad aspettarti.

Mi sento in dovere di spiegarle che non ho informato la mia famiglia.

Nessuno è al corrente della mia escursione valdostana.

Poco importa. Da parte mia terrò la bocca cucita.

Ti ringrazio. Sei davvero gentile.

Di niente. Tra cugini, questo e altro.

Mi metto a rimpallarmi il telefono tra le mani. Tra cugini, ha appena detto Francesca. Forse ha scritto così perché non mi saltino in mente strane idee. O forse è tutto il contrario ed è lei stessa a essere in qualche modo turbata dal nostro incontro e vuole mettere quanta più distanza possibile tra noi. Ma la cosa al momento non mi tocca. Ci sono altre cose da fare. Come quella di trasferire la valigia nel bagagliaio dell'auto e reggere il gioco con i miei genitori. L'orologio segna le undici e un quarto. Domattina dovrò alzarmi alle sei per andare in stazione. Afferro la valigia e mi avvio verso le scale. Il cuore mi batte a mille. L'impressione che provo è quella che non rivedrò mai più questa casa. Mi scrollo di dosso questo pensiero funesto e, con l'animo risollevato, attacco la prima rampa di scale. Dieci minuti dopo sono sotto le coperte a gingillarmi nei miei pensieri prima che il sonno chimico dei tranquillanti faccia effetto. I tranquillanti, per l'appunto. Quelli non li ho dimenticati. Ho portato con me l'equivalente di quindici boccette che ho travasato in un flacone di collutorio vuoto. Poi, ho fissato il tappo con qualche giro di nastro adesivo per assicurarmi che, durante il viaggio, il prezioso liquido non finisca disperso nella valigia. Ho cominciato a prendere i calmanti poco tempo prima di conoscere Melanie, all'epoca in cui ero impiegato presso una grossa fabbrica di autoricambi. Non riuscivo a dormire. L'azienda stava per finire sul lastrico e l'aria che si respirava era più pesante del piombo. Il sottoscritto era stato assunto come contabile ed era alle dirette dipendenze di una collega isterica e piena d'astio nei confronti della dirigenza che le aveva ripetutamente negato la promozione. Tutto il rancore che covava dentro come un vulcano sul punto di esplodere, costei lo riversava sui suoi diretti sottoposti: un'impiegata con contratto a tempo parziale che trascorreva soltanto la mattina in azienda e il sottoscritto, impegnato a tempo pieno. Stento a credere a quelli che sostengono di riuscire a reggere senza conseguenze le prevaricazioni più dure e meschine. Sono dell'idea, piuttosto, che chiunque possegga un proprio limite di sopportazione, oltre il quale l'organismo comincia a dare i numeri e si finisce per perdere il controllo di se stessi. Il mio limite di sopportazione, nel corso dei due anni che trascorsi nell'azienda di autoricambi, fu superato dopo le prime settimane in seguito alle ripetute e insistenti critiche rivolte al mio operato e nei confronti della mia persona. Finii per marcare visita al vicino centro di salute mentale e da allora la compagnia di tranquillanti e sonniferi divenne una triste costante della mia vita. Di cui non smisi mai di vergognarmi. Questo, tra le altre cose, rappresentò uno dei fattori che contribuirono a logorare il rapporto con Melanie. La vergogna di riconoscere che dovevo ricorrere all'aiuto di medicinali per pigliare sonno mi costrinse a tenere nascosta la verità alla mia compagna per lungo tempo e in più occasioni. Posso affermare, con assoluta certezza, che la faccenda dei farmaci incrinò le fondamenta della fiducia su cui poggiano i pilastri di ogni coppia in salute. Eppure, ancora oggi, quando non riesco ad addormentarmi e ricorro alle gocce soporifere, non posso nascondere a me stesso di sperimentare un senso di indefinita e grave mancanza. E' la stessa cosa che si prova mentre si sta commettendo qualche malefatta.

Ovviamente tutto il male che ne derivò dalla prolungata permanenza nella ditta di autoricambi non portò a nulla di buono. Verso la fine del secondo anno della mia permanenza, il titolare convocò un'assemblea plenaria durante la quale spiegò senza mezzi termini che la sua creatura era sul punto di chiudere e tutti i dipendenti sarebbero stati liquidati con essa. Una bella notizia per il sottoscritto, che aveva comunque in previsione di partire con Melanie alla volta della Germania, un disastro per tutti gli altri dipendenti che a cinquant'anni suonati si sarebbero ritrovati per strada a cercare un nuovo lavoro. E pensare che la verità era tutt'altra. E che poche persone, sottoscritto compreso, conoscevano nei dettagli. Lavorare in amministrazione, talvolta, ha i suoi privilegi. Il padrone, un uomo sulla sessantina, corpulento e pieno di boria, aveva avuto dei trascorsi aziendali fortunati e prosperosi. Di fronte alla crisi economica globale che aveva già minato gli Stati Uniti e che cominciava a dilagare in Europa, aveva capito, con l'intuito del navigatore d'impresa, che le cose avrebbero rapidamente preso una piega alquanto sfavorevole. E così, forte di questa convinzione, aveva architettato un piano finanziario per mettere al sicuro la sua famiglia, ricavandoci, in aggiunta, un bel bottino di denaro sonante. In altri termini aveva fatto ricorso al sistema collaudato delle fatture contraffatte. Aveva trovato dei compratori interessati ai capannoni e a costoro aveva ceduto gli stabili a un prezzo di svariati milioni di euro. Poi, per non pagare l'imposta sul valore aggiunto che ne era derivata, aveva emesso tanti documenti d'acquisto fino a compensare l'IVA a debito. In questo modo ci aveva guadagnato il doppio. Da una parte aveva incassato i soldi dell'alienazione degli stabili e, dall'altra, aveva evitato di pagare la sua quota di tasse allo Stato. Al momento in cui scrivo questa memoria, do per sicuro che nessun procedimento penale è stato avviato a carico del ricco imprenditore. Che tra le altre cose era anche cittadino benemerito in conseguenza della sua carica di presidente della più importante associazione filantropica provinciale. Ironia della sorte o furbizia all'ennesimo grado? Da allora sono passati più di quattro anni e spesso mi capita di ripensare alla vicenda. Eravamo in parecchi a sapere: l'amministrazione, la segreteria e il reparto commerciale. Ma nessuno ebbe il fegato di denunciare il crimine alla Guardia di Finanza. Per paura di qualche ritorsione o più semplicemente nella convinzione che nulla ne sarebbe derivato. Tanto radicata era la certezza che la macchina della Giustizia avesse grosse bende sugli occhi da non sperare in nulla di buono.

Ma è giunto il momento di dormire. Avverto la tensione muscolare sciogliersi e la sensazione di agitazione dileguarsi progressivamente. Per qualche istante, prima di salire la scala che conduce al paradiso dei sogni, ripenso distrattamente a Melanie. Un nodo improvviso mi prende alla gola e, se non fossi intontito dall'effetto dei farmaci, affermerei con certezza che lo stomaco si sta rivoltando. Ma è soltanto un'impressione perché, alcuni attimi più tardi, tutto si spegne dietro le palpebre abbassate e ogni cosa si fa nera e sconnessa. Sto già dormendo quando l'ultima lacrima scivola via dall'angolo dell'occhio destro e rivola lungo la guancia, arrestandosi sulla stoffa del cuscino.

SE QUESTO ASSAGGIO DI ROMANZO TI E' PIACIUTO, POTRAI LEGGERE LA VERSIONE COMPLETA DEL LIBRO ACQUISTANDOLO SU AMAZON A 0,89 € IN FORMATO eBOOK.

Grazie, Cristiano.