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La luce della pioggia (parte terza)

di Ilduca1993, pubblicato lunedì 28 gennaio 2013

Capitolo 5

9 Novembre 2039

Dovevo pensare in fretta, l'autobus non mi avrebbe protetto per sempre, prima o poi un paio di agenti sarebbero saliti e mi avrebbero trascinata in centrale,

Ero ancora debole, non sarei mai stata in grado di affrontare un combattimento, avevo bisogno di un posto in cui riposarmi e rimettermi in sesto.

L'unico posto nelle vicinanze era la casa di un amico. Ex CIA. Un uomo ormai vecchio. Solo. Ucciso dai rimorsi e dai ricordi.

Scesi alla fermata successiva.

Barcollavo, sembrava che le mie gambe non mi appartenessero più, che fossero un corpo estraneo.

Mi muovevo come meglio potevo appoggiandomi a panchine, alberi, auto, pali della luce e tutto ciò che era possibile trovare in mezzo a quella massa di gente.

Ancora una volta sentivo i loro sguardi su di me, sembravano provare pena per me, almeno per una volta non mi sentivo odiata, ma non avevo di certo bisogno della loro compassione.

Mi sentivo piccola in mezzo a quel mondo di palazzi e gente, mi sentivo come una bestia ferita circondata da sciacalli che aspettano solo la tua fine.

Arrivai al palazzo, ora dovevo sperare che fosse in casa.

Suonai al campanello.

Una voce rispose al citofono

<<Chi è?>>

<<Sono Jill, aprimi >>

<<Jill ? Come stai? Tutto bene?>>

<<Aprimi cazzo!>> urlai io.

La porta si aprì e io mi trascinai nell'atrio e poi nell'ascensore. Ogni passo era un agonia.

L'ascensore arrivava direttamente in casa.

Le porte si aprirono e io caddi svenuta nel salotto.

Mi risvegliai con la testa sopra il bracciolo di un divano. Nero. In pelle.

La testa reclamava il suo dolore a colpi di emicrania. Mi alzai e mi misi seduta guardando ciò che mi circondava; una stanza abbastanza grande, più che altro alta, il pavimento era in marmo bianco e in parte rifletteva il resto delle cose che giacevano su di esso.

Alcune lampade dalle strane forme e colori si aggrovigliavano attorno alle pareti biancastre fino al soffitto sul quale si espandevano delle proiezioni di paesaggi mentre la forte luce del giorno entrava pura da una grande finestra in vetro, aperta, di fronte a me.

Le pareti avevano qualche quadro di dubbio gusto sparso qui e la tanto per dare quel senso di accoglienza.

Mi alzai e mi diressi verso la finestra aperta ed entrai nell'ampio balcone, le gambe andavano un pò meglio.

Il vento freddo mi raggelò subito mentre guardavo il sole farsi mangiare dalle cupe nubi color viola scuro all'orizzonte.

Il balcone era quasi vuoto, un paio di sdrai e qualche piantina, anche quelle messe quasi per far piacere a eventuali visitatori, infine, un piccolo gazebo in legno ricoperto di edera con un tavolino e quattro sedie al suo interno.

Addosso avevo solo una leggera vestaglia estiva a fiori, decisi di sedermi un attimo sotto il gazebo a ripararmi dal vento.

"E ora?"

Pensai tra me e me.

Conoscevo quel momento, mi conosco bene. So cosa vuol dire quando mi chiedo "e ora?"

E' successo solo tre volte nella mia vita.

La prima quando mio marito mi lasciò, la seconda quando fui reclutata, e la terza su quel balcone.

E ogni volta che mi posi quella domanda la risposta era sempre una e una soltanto.

"Ora mi rialzo, rimedierò ai danni che ho fatto e metterò tutto aposto".

E ogni volta mi rendevo conto che era impossibile e che l'unico modo per uscire da quel vortice di stronzate consecutive che sembrava trascinarmi dentro ogni volta che trovavo l'uscita era con una stronzata più grossa.

Avevo perso Scotts, mi ero quasi fatta ammazzare e la speranza di stringere ancora a me la mia bambina diventava ogni secondo più lontana.

Ad un tratto sentii una giacca pesante appoggiarsi sulle mie spalle infreddolite e Danny si sedette al tavolo con me porgendomi una tazza di cioccolata calda.

Danny.

Ormai era vecchio, i baffi bianchi arrivavano quasi a coprire le labbra e i capelli grigi sembravano essere stanchi per lui.

Gli occhi, verdi, erano l'unica punta di colore nel grigiore vecchio del suo volto.

Non si può dire che non si sia goduto la vita, tre mogli, tante amanti, tanto alchool, tante sigarette; forse solo qualche proiettile di pistola di troppo.

Un uomo vissuto. Un uomo che ha dedicato la sua vita all'america. Un uomo che era disposto a fare ciò che gli altri non potevano e non volevano fare.

Sembrava una fine ingrata per un uomo di così grande gloria nel suo ambiente finire solo in un palazzo anonimo di New York.

<<Come stai ?>> mi chiese lui sedendosi al tavolo

<<Ho passato momenti migliori....>>

<<Ho sentito della sparatoria alla stazione, come vanno le ferite ?>>

<<Bene, ma purtroppo quelle schifezze genetiche che ti danno per rimetterti aposto hanno degli effetti collaterali, cancellano parti di memoria ti rimbambiscono, io non sono sicura di essere in grado di tornare la fuori>>

<<Hai bisogno di riposare bambina, credimi non c'è niente che tu possa fare in queste condizioni, sei ancora debole e immagino lo stesso valga per lui se lo hai conciato come hanno detto alla televisione>>

<<Si non era messo tanto bene dopo che avevamo discusso...>>

Danny iniziò a rovistare nelle tasche della giacca e dopo una piccola ricerca trovò la sua pipa, in legno scuro, abbastanza elegante, prese un fiammifero e la accese.

Si massaggiò il baffo con l'altra mano, poi continuò il discorso

<<Ascolta bambina, sono stanco della città, è troppo rumorosa, c'è troppa gente, troppe auto, troppa merda in generale, ho un posticino in campagna a 3 ore di auto da qui, li possiamo stare tranquilli e se vorrai potrai allenarti, non ti consiglio di tornare così da quel tizio visto come ti ha conciata l'ultima volta>>

Parole pesanti, che infastidivano il mio orgoglio di combattente, mi fecero abbassare la testa per un istante lasciando gli occhi a roteare nel vuoto mentre un senso di inettitudine e impreparazione si invaghiva di me.

Sapevo che aveva ragione, quel tizio, Scotts, mi aveva quasi ammazzato e onestamente non so per quale scherzo del destino ero ancora viva.

<<Hai ragione>> dissi sospirando <<Se tornassi la fuori ora, mi farebbe a pezzi ho bisogno di allenrmi e di pensare>> alzai la testa e lo guardai in faccia <<quando partiamo?>>

Lui fece un tiro di pipa e poi da in mezzo al fumo disse <<tra un paio d'ore, quindi preparati>>

Feci cenno di si con la testa e bevvi la mia cioccolata.

Uscire da New York non sarebbe stato facile, gli sbirri avrebbero messo la mia faccia persino sulle magliette a costo di beccarmi, così escogitammo il più semplice dei piani.

Io sarei entrata in una specie di sacca da camping che poi Danny avrebbe riposto nel bagagliaio, così, se gli sbirri ci avessero fermato avrebbero pensato che stesse andando a farsi una scampagnata.

Semplice. Efficace.

Così, entrai in quella maledetta sacca che Danny sgraziatamente lanciò nel bagagliaio e sommerse di roba.

Non credo sia possibile umanamente viaggiare in maniera più scomoda, stavo letteralmente stipata come fossi una sardina sballottata in alto e in basso dalla strada sconnessa.

Ad un tratto sentii l'auto fermarsi, delle voci mi raggiungevano

<<Buonasera>>

<<Buonasera agente>>

<<Può fornirmi patente di guida e libretto per favore ?>>

<<Certo>>

sentii dei rumori, come se Danny stesse scoperchiando la macchina per trovare ciò che gli avevano chiesto.

<<Ecco qui>>

<<grazie>>

Seguii il silenzio.

<<Posso chiederle come mai da queste parti ?>>

<<Sto andando alla casa in campagna, sa com'è sono stanco di stare qui in città, ho bisogno di un pò di pace>>

<<Capisco, ascolti può aprire il bagagliaio ?>>

<<Certo>>

"Cazzo!" -Pensai- Un brivido di paura mi percorse la schiena, strinsi forte la pistola nella mano destra, se avesse chiesto di aprire la sacca lo avrei dovuto ammazzare.

Un altra vita rubata, un altro uomo che non centrava nulla, come tanti ne avevo già uccisi, in fondo al mio cuore speravo che ci lasciasse andare in modo da salvarsi la vita.

Sentii il bagagliaio aprirsi e l'aria fredda entrare, all'improvviso il poliziotto accese una torcia e si mise a cercare nel bagagliaio.

Stavo sudando freddo: il minimo movimento e mi avrebbe scoperta.

Ero immobile, stringevo la pistola più forte che mai, gli occhi sbarrati in direzione dei rumori e della luce fioca che puntava contro la sacca.

Ad un tratto il rovistare finii, e la torcia rimase immobile per un attimo.

<<Va bene, vada pure è tutto in regola, buone vacanze>>

<<grazie agente, buon lavoro!>>

sentii la macchina ripartire e tirai un sospiro di sollievo.

Non so dire quanto tempo passai dentro quella sacca, so solo che a un tratto l'auto si fermò e Danny mi tirò fuori dicendomi che ormai eravamo in campagna e non c'era nessuno sbirro dove eravamo diretti.

Salii al posto del passeggero di quella vecchia bmw e Danny prese dai posti dietro un panino e una bottiglietta d'acqua.

Mangiai il panino come fosse il mio primo pasto da una vita, stare in quel bagagliaio mi aveva messo appetito.

<<Allora ? Come si stava nel bagagliaio? >> chiese Danny

<< Insomma, ho viaggiato più comoda>> risposi io sorridendo

Anche lui sorrise

<< Vedrai, ti piacerà questo posto, è un paradiso>>

<<Me lo auguro dopo questo inferno....>>

Tutto d'un tratto alcune gocce iniziarono a cadere sul parabrezza e nel giro di pochi minuti la pioggia si fece una fitta barriera che adornava l'auto come un gioiello, nel suo infinito ticchettare.

E lì, in quel momento di calma, di quiete assoluta portato dalla pioggia sentivo la mancanza di mia figlia.

Il mio cuore era lontano, era con lei, chissà dove, mentre io giacevo nell'angoscia dei ricordi.

Cercavo disperatamente un immagine di lei nella mia testa, non avevo fotografie, video, nulla, solo i momenti impressi nella mia mente.

Il dispiacere di non aver potuto essere una buona madre, di non averla potuta crescere felicemente come una bambina comune, di essermi persa una parte della sua vita ancora mi pervade tutt'oggi.

Le lacrime avrebbero voluto scendermi lungo il viso come l'acqua scendeva lungo i vetri dell'auto ma rimasi impassibile; avevo gia pianto abbastanza in vita mia, non c'era affatto bisogno di farlo ancora.

Quell'immagine di mia figlia che gioca in giardino una mattina di Maggio, quando il primo caldo si fa sentire, mi pulsava in testa, mi sembrava di vederla lì davanti a me, di poterla toccare i suoi occhi così teneri i capelli

<<Stai bene ?>>

La voce di Danny mi riportò alla realtà, alla pioggia, al buio della notte.

Lo guardai, lui si voltò per un'istatne poi tornò a guardare la strada, io abbasai lo sguardo e mi ritrovai a fissare il tappetino dell'auto.

<<Sai, non lo so se sto bene, sinceramente non so un cazzo, non so perché sono ridotta così, non so perché questo schifo è dovuto toccare proprio a me, non so neppure perché in questa mia vita del cazzo non c'è una sola cosa che è andata come doveva andare! Non so perché ho sposato uno stronzo, perché ora non posso abbracciare mia figlia, perché sono costretta ad ammazzare per vivere.... non capisco.>>

Al mio sfogo seguitò un silenzio.

<<Ogni tanto bevo....>> dissi

<<Non so perché....ma... ci sono giorni.>>

ci fu un altra pausa

<<Ci sono giorni in cui mi tremano le gambe, in cui ripenso a mio marito che mi picchia e io che per difendermi lo accoltello. Ci sono momenti in cui mi sembra che tutto il mondo voglia solo vedermi sprofondare nella più profonda oscurità della terra, in cui tutti mi sono nemici e non ho nessuno su cui contare se non me stessa. Allora, per ovviare a questo male, bevo. Bevo fino a stare male, fino a quando non mi accascio su un tavolo e mi addormento tra sfinimento e lacrime accanto a una bottiglia di scotch o di whiskey.>>

<<Ti capisco sai ?>> rispose Danny

<<Anche io ho avuto momenti difficili, ho perso tante persone a me care, anche io affogavo la disperazione nel bere. Il fatto è che la disperazione è un ottima nuotatrice e la mattina quando ti risvegli non è affogata nel bicchiere, anzi, il bicchiere è vuoto, tu hai l'alito che puzza d'alchool, un fottuto mal di testa, sei stanco nonostante tu abbia dormito e sei lo stesso disperato. Bere è un palliativo, ti da quel paio d'ore in cui non capisci più niente e non riesci a provare dolore, ma finite quelle stai di nuovo come prima. Non risolve nulla. Se vuoi stare veramente bene devi riuscire a trovare una soluzione ai tuoi problemi. Il passato c'è, è una parte di noi, ma dobbiamo imparare a conviverci, a convivere con ciò che abbiamo fatto. Non vuol dire non dar peso alle nostre azioni, bensì capirle, capirle fino in fondo. A volte siamo i peggiori giudici di noi stessi bambina, quando tutto ciò di cui abbiamo bisogno è solo perdonare ciò che abbiamo fatto, smettarla di sentirci in colpa, di chiederci come sarebbe potuto essere e semplicemente vivere ciò che la vita ci ha donato, siamo noi a decidere se ciò che ci capita è brutto o bello, ricordalo sempre.>>

Quelle parole sembravano quelle di un vecchio saggio, forse, dopotutto, lo erano e io era il caso che le ascoltassi.

Trascorse ancora un pò di tempo e finalmente arrivammo alla casa di Danny.

Scendemmo sotto la pioggia e corremmo in casa.

Quando accese la luce di fronte a me si profilò una tipica casa di campagna, calda, accogliente, con un enorme sala ripiena di poltrone divani tavoli e un caminetto, nonchè una tv.

Quadri enormi campeggiavano appesi alle pareti con in essi ritratti meravigliosi paesaggi che sembravano voler far fuggire chi li guardava al loro interno.

Alla fine ci accordammo e decisi di dormire in sala su uno di quei bellissimi divani, accanto al fuoco del caminetto.

La mattina dopo mi svegliai finalmente riposata a dovere.

Feci colazione con Danny il quale una volta finito mi disse, vatti a mettere una giacca, ora ti mostro dove ti potrai allenare.

Andai al piano di sopra, presi una giacca verde, stile militare, con bottoni e spalline, era abbastanza pesante, poi mi misi un paio di anfibi trovati li accanto e tornai giù.

Uscimmo di casa e subito l'aria che si faceva ogni giorno più fredda mi colpì alla faccia finendo di svegliarmi.

Seguii Danny fino a un capanno in mezzo al fango, che dopo qualche parolaccia riuscì ad aprire.

Entrai e subito davanti a me trovai casse che si capivano essere piene di armi.

<<Ok, allora, queste sono un paio di automatiche calibro 9 e .45>> disse Danny tirando fuori una scatola da sotto il tavolo.

La aprì e vidi finalmente le due pistole.

Ne prese una e puntandola verso l'alto tirò indietro il carrello che rimase bloccato, sintomo del fatto che era scarica, lui la abbassò la guardò un attimo rigirandola, poi me la porse.

<<Ecco qua, sembra ancora in buone condizioni>>

Io la guardai un attimo e la rimisi aposto, lui nel mentre continuò a rovistare nella sua roba e infine raccolse da terra una valigietta e la appoggiò anch'essa sul tavolo in legno, tutto sembrava lì da un sacco, impolverato e sporco.

Aprì la valigietta ed esclamò

<<Ah eccoli qua!>>

La valigietta era la custodia di una serie di coltelli

<<Sono tutti perfettamente bilanciati, quindi se vuoi provare a lanciarli puoi >>

Io annuii continuando a guardarmi attorno.

Lui riprese a rovistare e infine prese una lunga sacca mimetica.

Aprì la cerniera che la teneva chiusa e ne tirò fuori un fucile ad otturatore manuale dotato di bipiede che aprì e appoggiò anch'esso sul tavolo ormai già affollato.

<<Allora, eccolo quà, ormai non è più nuovo, ma funziona ancora benissmo, è un m40a5, una volta lo usano gli scout dei corpi da ricognizione dei marines, è stremamente preciso, con uno di questi affari puoi beccare un tizio anche a due chilometri e mezzo se sei capace, ah aspetta!>>

Prese a rovistare e infine trovò nella sua confusione un enorme mirino

<<Eccolo qua!, ottica fino a 32x regolabile e via dicendo>>

Appoggiò anch'essa sul tavolo accanto al fucile.

Riprese ancora a rovistare parlottando da solo

<<Ah, si quello è il sovrapposto da caccia, quella è troppo vecchia, queste sono cartucce, dunque,dunque dunque, ah eccolo qui!>>

Prese l'ennesima valigietta che questa volta appoggiò su una pila di casse per aprirla

<<Eccoci qua, è un Remington m776, ottimo fucile da assalto, configurazione bullpup, caricatore da 50 colpi calibro 6.8 iper leggero, c'è anche tutto il kit di accessori, mirino notturno, olografigo, puntatore laser, presa frontale eccetera.>>

Mi diedi un occhiata generale intorno e poi dissi

<<Beh direi che sia più che sufficiente>>

<<Ottimo, disse Danny, in casa ho un sacco di bottiglie vuote e sagome te le appendo agli alberi, quando sei pronta puoi spararci intanto se vuoi cerca pure qualcosa che ti aggrada di più, se lo trovi prendilo pure>>

<<Ok, grazie mille>>

Danny lasciò il capanno e io decisi di cominciare con le due pistole, chiusi la valigietta e rovistai attorno per trovare le pallottole.

Alla fine sotto una scatola piena di nastri di mitragliatrice trovai le cartucce, presi un borsone e lo riempì con le scatole di proiettili.

Mi sedetti a un picolo tavolo in plastica sotto il portico della casa aprii la valigietta e tirai fuori la calibro 9.

Era fredda, metallica, lucida.

Iniziai a smontarla, pezzo dopo pezzo, dopo pezzo, pulendola e lubrificandola.

Ripetei la stessa cosa con la .45.

Poi presi i caricatori dalla sacca e le cartucce, così piano piano iniziai a riempire i caricatori con i proiettii, poi presi il tutto e mi diressi verso il boschetto dietro la casa.

Danny era stato di parola e aveva appeso tutte le sagome e aveva riposto le bottiglie su delle assi di legno appoggialte su dei bidoni di latta.

Presi la nove millimetri e la caricai.

Faceva un pò strano tenerla in mano, in fondo non era tanto che non ne maneggiavo una, però quelle schifezze bio-genetiche che mi avevano dato mi avevano fatto perdere pezzi di memoria, nonché la destrezza che avevo prima.

Era il prezzo da pagare per essere ancora viva.

Puntai l'arma con la mano destra verso una bottiglia.

Feci un profondo respiro, chiusi l’occhio sinistro e sparai.

Il suono, profondo e rumorso, si sparse ovunque, facendomi fischiare le orecchie mentre il proiettile terminava la sua corsa su un ramo dietro la bottiglia, illesa.

Riprovai.

Feci un altro respiro, puntai di nuovo alla bottiglia e sparai.

Niente.

Un altro colpo. Un altro fallimento.

<<Ti sei dimenticata come si fa?>> Esordì Danny arrivando alle mie spalle.

<<A quanto pare>> risposi stizzita

<<Vedi, sparare con una mano va bene quando spari alla cieca, quando devi fare paura a qualcuno e in pochi altri casi, quando devi sparare con precisione devi usare tutte e due le mani, in questo modo>>

Prese la .45 dalla valigietta e appoggiando il fondo della pistola sul palmo della mano sinistra mentre la impugnava con la destra sparò un colpo che centrò in pieno una bottiglia facendola esplodere.

<<Vedi ? Prova tu>>

Impugnai la pistola come aveva detto, presi di mira una bottiglia e sparai, il colpo beccò sul collo facendolo esplodere in mille frammenti di vetro e facendo cadere la bottiglia a terra.

<<Ecco vedi, è un pò come andare in bici, non ci si scorda mai fino in fondo>> disse lui accendendo la pipa.

Mi strappò un sorriso.

<<Ti aspetto a casa, quando hai finito se vuoi, ti preparo qualcosa da mangiare>>

Annuii con la testa mentre lui se ne andava.





Intermezzo 02

11 Novembre 2039



Io e i ragazzi stavamo facendo una partita a carte quando uno dei miei entrò e disse << il boss vuole vedervi, è urgente!>>

Tutti scattammo in piedi e ci dirigemmo verso l’ufficio del boss.

Dopo aver percorso un paio di corridoi entrammo nel suo ufficio dove lo trovammo in una coltre di fumo con il suo sigaro in bocca pronto ad accoglierci con un sorriso smagliante.

<<Ci ha richiesti capo?>>

<<Si, ragazzi, abbiamo una situazione per voi qui, allora...>>

Si alzò in piedi e venne a chiudere la porta alle nostre spalle.

<<Stavo dicendo, abbiamo una situazione che potrebbe sfuggirci di mano, avete presente quello schizzato e quella troia che la scorsa settimana si sono messi a fare a pugni con le pistole alla stazione centrale?>>

Tutti annuimmo.

<<Bene, lo schizzato si è ripresentato, ha preso in ostaggio un intero edificio della Biotech farmaceutical, nulla di strano, il fatto è che la gente non deve sapere che non siamo in grado di tenere a bada quel pazzo, dunque l’intervento si farà a sirene spente e in totale silenzio radio, chiaro ? Nessuno al di fuori di questa stanza, nemmeno vostra nonna con un piede nella fossa, deve sapere quello che state per fare, chiaro? Qunado poi abbiamo impacchettato lo stronzo, lo portiamo al telegiornale e vissero tutti felici e contenti ok ?>>

<<Sissignore!>>

Tutti ci accingemmo a lasciare la stanza ma mentre uscivo il boss mi richiamò.

<<Aspetta Mozart, chiudi la porta>>

Richiusi la porta e mi girai per ascoltarlo

<<Figliolo, stai attento la fuori, quel tizio anche se è solo, non è da sottovalutare per niente ok? Ha trasformato una stazione ferroviaria nell o.k. corrall, se può fare quello, può fare altro, ma niente di carino, tenete gli occhi aperti, e non sottovalutatelo, per nulla al mondo.>>

Feci cenno di si con la testa ed uscii dalla stanza.

Andai nella sala armamenti dove trovai gli altri che si stavano equipaggiando.

<<Ascoltate, stavolta andiamo in abiti civili, giubbotto antiproiettile e fucili. Basta, attireremmo troppo l’attenzione altrimenti.>>

<<Sei sicuro ?>> Mi chiese Thomson con aria incerta fissandomi, sembrava parlare a nome di tutti

<<No, ma abbiamo scelta? Se qualcosa va storto l’intero dipartimento fa la figura dell’imbecille davanti a tutto il mondo, quindi abiti civili, giubbotto, fucili>>

Tutti annuirono e iniziarono a cambiarsi.

Cercavo di convincermi che quella era la scelta giusta, ci provavo con tutto me stesso ma non ci riuscivo.

Salimmo sulle auto e ci dirigemmo verso la sede Biotech, niente sirene, niente luci, sembravamo persone comuni, in auto comuni, forse anche troppo.

Avete presente quella sensazione malevola che vi pervade più vi apprestate a fare qualcosa che ritenete sbagliato ? Che vi dice che tutto andrà storto, che avete agito in maniera sbagliata e dovrete pagare per questo ? Beh quella mattina avrei pagato in oro pur di non averla in testa.

Mentre i palazzi ci scorrevano accanto come fossero su un rullo trasportatore il mio pensiero andava a ciò che avremmo potuto incontrare, insomma quel tizio sembrava essere tutto tranne disorganizzato, anzi sembrava essere un pazzo la cui follia era ben calcolata.

Dopo tanto tempo trascorso nella SWAT ci fai l’abitudine, non pensi più che potresti finire ammazzato, convivi con il pensiero che ogni mattina esci di casa e potresti non tornarci mai più.

Quel giorno sembrava essere più difficile non pensarci però.

Finalmente arrivammo sul posto.

La sede era in un palazzo non tanto grande, più che altro era vistoso.

Un enorme fontana, i cui fiotti d’acqua sembravano giocare gli uni con gli altri, campeggiava maestosa davanti alla porta principale in cima a una gradinata di granito.

Tutt’attorno c’erano siepi e praticelli ben tenuti mentre per giungere alle scale bisognava passare per un piccolo stradello fatto con una ghiaia finissima.

Dopo aver parcheggiato ci riunimmo tutti per definire i dettagli.

<<Ok, due squadre, Alpha e Bravo, noi siamo Alpha>> Dissi riferendomi a quelli della mia auto

<<voi siete Bravo, sul retro c’è un entrata secondaria, voi passate da lì, noi andiamo dalla porta principale, io darò un occhiata col termico, se c’è qualcosa di strano ve lo comunico ok ?>>

<<Ricevuto, andiamo>> disse Thomson.

Ci muovemmo con passo veloce e discreto, ognuno si portò alla sua posizione, quando fummo in cima alla gradinata presi il visore termico e diedi uno sguardo.

Nulla sembrava fuori dell’ordinario, per quanto quella situazione fosse tutt’altro che ordinaria, i corpi di una decina di persone a terra e nient’altro, erano vivi poichè il calore era troppo elevato.

<<Ok, dentro in 5>>

Dissi alla radio.

Ci muovemmo verso la porta, Eagle la aprì e tutti entrammo ad armi spianate.

Ci incontrammo con la squadra Bravo, tutti continuavano a urlare “libero” e nessun colpo di arma da fuoco fu sparato.

Del nostro uomo non c’era traccia.

Aiutammo le persone ad alzarsi e gli chiedemmo cosa fosse successo, un umo, sulla quarantina ci rispose

<<Un tizio è entrato dalla porta con un fucile, ci ha fatto sdraiare per terra e poi si è messo a cercare, non so cosa, poi vi ha chiamati e se ne è andato, ci ha detto di aspettare voi>>

La cosa puzzava.

Puzzava eccome.

Decisi di far uscire tutti.

Uscimmo dal palazzo ma quando fummo sui gradini avvenne l’impensabile.

Il suono di uno sparo, e uno degli operatori della Biotech stramazzò al suolo rotolando per la scalinata fino in fondo.

<<Tornate dentro!!>>

Urlai immediatamente agli altri, la mia squadrà iniziò ad urlare, “imboscata! Imboscata! Mettetevi al riparo!”

Ci precipitammo nel giardinetto e ci riparammo dietro alle colonne e alla fontana.

Ad un tratto Thomson si sporse per vedere se riusciva a capire da dove sparava, in un istante un proiettile gli trapassò un braccio, spargendo schizzi di sangue ovunque e facendogli cadere il fucile di mano, Hawkins che stava accanto a lui, lo prese al volo e lo strattonò al riparo.

Eccoci lì, come dei babbei, bloccati da lui, con una vittima e un uomo ferito.

<<Capitano che si fa?>>

Mi chiese Eagle.

<<Chiamo rinforzi, siamo fottuti, se ci muoviamo ci fotte>>

<<Ma così lo sapranno tutti>> incalzò lui

<<Non mi frega un cazzo! >> risposi io <<Siamo nella merda, quel tizio potrebbe farci a pezzi uno ad uno, è solo questione di tempo!>>

Presi la radio e facendomi coraggio dissi

<<Comando?>>

Attesi un attimo

<<Corvo qui è comando, passo>>

<<Comando qui corvo, siamo nella merda, il tizio ci tiene sotto tiro, ci ha teso un imboscata, abbiamo due uomini a terra, uno è un civile, chiedo rinforzi passo>>

<<Affermativo corvo, allerto immediatamente tutte le unità nei paraggi, facciamo sigillare la zona>>

<<Ricevuto, fate in fretta, chiudo>>

<< E ora?>> chiese Eagle

<<Thomson !>> Urlai

<< Dimmi>> Rispose lui ansimando

<<Come stai?>>

<<Ho avuto giorni migliori!>>

<<Ce la fai a resistere?>>

<<Credo di si!>>

<<Ora aspettiamo !>> dissi ad eagle.

La squadra sembrava delusa, era preoccupata, era in tensione e io non sapevo che fare, dovevo attendere, aspettare che qualcun’altro ci tirasse fuori dalla merda.

Che stupido! Come avevo potuto credere che quel tizio non avesse in mente qualcosa?

I minuti passavano, mi sembrava di avere un orologio ticchettante in testa, stringevo forte il fucile, cercavo di respirare e sudavo, sudavo da morire.

Tutti sembravano fare lo stesso, accovacciati come meglio potevano dietro a qualcosa.

La sede in cima alla scalinata dietro di noi sembrava vuota, nessuno dei tizi fece un rumore o disse qualcosa, benchè fosse a un centinaio di metri avrebbero potuto dire o fare qualcosa, ma nulla.

Poi di punto in bianco, un gran rumore si levò, sirene a destra e a sinistra, auto della polizia in quantità, elicotteri e quant’altro erano arrivati.

La tv ci inquadrava dagli elicotteri.

Pensavo alla figura che avremmo fatto, così rannicchiati come bambini spaventati davanti alla città intera, poi, capii.

Capii quanto fui arrogante ed ingenuo e capii quanto lui fosse più furbo di noi, ci aveva tenuto lì apposta, tutto era dove lui voleva che fosse, aveva tutta l’attenzione per se.

Mi voltai verso la sede della Biotech, presi la radio e dissi <<Comando fate evaquare tutti! Farà>>

Non feci in tempo a finire la frase, l’edificio esplose in un enorme nuvola di fiamme e fumo nero e grigio che si stagliò nel cielo sparando frammenti, vetri, mattoni e pezzi del palazzo ovunque, il suono mi assordò e l’onda d’urto mi fece perdere i sensi mentre sentivo il calore della bomba sulla pelle.