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La luce della pioggia (parte seconda)

di Ilduca1993, pubblicato martedì 22 gennaio 2013

Capitolo 3

Intermezzo 01

28 ottobre 2039



Stavo finendo di stilare il rapporto su una precendente operazione, ero quasi giunto alla fine quando Stevens entrò dalla porta e mi disse, "hei mozart sbrigati abbiamo bisogno di te in sala briefing è urgente". Decisi che me la sarei presa con calma, per una volta avrebbero aspettato. Scrissi le ultime righe e firmai Capitano John Westwood, prima squadra tattica pozia di New York.

Mi alzai, uscii dal mio ufficio e mi diressi verso la sala briefing passando per i corridoi affollati della stazione di polizia.

<< Alla buon ora eh capitano>>

Così mi accolse "il boss".

<>

<>

"il boss", altri non era che il comandante della stazione di polizia. Era un uomo cazzuto che nonostante i suoi quasi sessant'anni era in forma splendida, corteggiava le segretarie, fumava in tutti gli uffici, pur sapendo di non poterlo fare, aveva quel modo di fare quasi da cowboy del texas, forse perché ci era cresciuto. Bah, si vede proprio che da quelle parti ti crescono a hamburger e film di John Wayne.

Ad ogni modo, si mise a spiegare quale situazione ci trovavamo ad affrontare.

<>

<> Chiese Thomson

<>

Fece cenno di spostarci al tavolo virtuale.

Li aprì una mappa virtuale in 3D dell'edificio ed inziò a mostrarci il piano d'azione.

<>

Tutti in coro rispondemmo "Sissignore!".

<> esclamò lui compiaciuto sorridente e facendo un tiro di sigaro

<> esclamò infine.

Io e il resto della squadra scendemmo in ascensore fino all'armeria.

Li ci preparammo, indossammo le protezioni, dai giubbotti antiproiettile agli elmetti e via dicendo e mentre ci preparavamo Hawkins e Smith discutevano

<>

<>

Finii di prepararmi e richiamai la loro attenzione

<>

tutti risposero

"Sissignore!"

<>

Così dicendo ci portammo tutti sul tetto dell'edificio dove gli elicotteri ci aspettavano.

<> chiese uno dei ragazzi

<> rispose un'altro

<>

La pioggia scendeva dal cielo quasi l'avessimo chiesta a Dio in persona tanta che ne veniva.

Salimmo sugli elicotteri e dopo un veloce controllo decollammo lasciando la stazione di polizia e dirigendoci verso il nostro obiettivo immersi nell'oscurità.

La città era un vero spettacolo, bagnata, illuminata dalle luci dei grattaceli e delle case stava li a soffrire l'ira degli elementi mentre la tempesta la prendeva a pugni a suon di lampi, tuoni e saette.

<> Disse il pilota alle mie spalle.

<> dissi ai miei uomini

Presi il fucile e lo caricai, subito dopo attivai il visore tattico premendo i pulsanti relativi sull'elemtto.

Il visore si caricò e subito i miei compagni vennero segnalati con un cerchietto blu, mentre una piccola bussola in alto a destra mi segnalava il nord e delle scritte in basso a sinistra mi davano informazioni riguardanti distanza da ciò che guardavo, probabilità di colpire il bersaglio ed altro.

Gli elicotteri ci lasciarono alla pioggia sul tetto da cui dopo aver lanciato le corde ci calammo lungo la fiancata del palazzo, scendemmo lentamente, sinuosi e silenziosi come delle ombre: nessuno doveva sapere, per nessun tipo di ragione, che noi eravamo li e che stavamo per fare irruzione.

Una volta giunti in posizione parlai con la squadra bravo che era scesa lungo l'altro lato del palazzo.

<>

Non vi fu risposta.

Eravamo li, appesi a delle corde, ad un altezza paurosa che aspettavamo una risposta, senza alcun contatto visivo o uditivo dei nostri compagni e la tensione cominciava a salire.

Aspettammo ancora ma non vi fu risposta alcuna.

Cominciavo a sentirmi veramente nervoso.

<>

Dannati...pensai dentro me, ma in fondo ero contento che tutto fosse andato bene.

<>

Dissi guardando gli uomini alla mia sinistra, i quali annuirono tutti.

<>

Tutti lanciammo le granate attraverso i sottili vetri che stavano sotto di noi che si ruppero in un cristallino botto.

Poco dopo le granate esplosero e noi ci fiondammo all'interno dell'edifico.

I terroristi erano li davanti a noi, accecati e incapaci di combattere, fu come un tiro al bersaglio, sparammo e li uccidemmo tutti.

L'ultimo suono fu quello delle urla degli ostaggi e dei bossoli dei fucili che cadevano a terra mentre i corpi ormai senza vita dei nostri avversari si adagiavano al suolo immersi nel sangue.



Capitolo 4

2 Novembre 2039

Lo studiavo ormai da giorni. Il colonnello usciva ed entrava da quella casa regolarmente ma non aveva lasciato indizi su quello che faceva.

Ero entrata in casa sua, sembrava la casa di un folle. Una piccola tv, un paio di poltrone, un frigo semi-vuoto e poco altro.

Decisi che lo avrei seguito per capire cosa faceva tutte quel tempo che stava via da casa, così quando quel giorno lo vidi uscire di casa mi misi in cammino per seguirlo.

Era una di quelle giornate strane che solo in autunno si vedono. Le nuvole stavano mangiando pezzo per pezzo quel fioco sole che la mattina aveva illuminato la città, il vento serpeggiava per le strade portando qua e la foglie e cartacce, mentre portava quel sapore di inverno che di li a poco ci avrebbe atteso.

Facendomi scudo tra la gente e tenendomi a debita distanza lo seguivo, andava di passo svelto a testa alta in mezzo alla gente.

Vestiva un lungo impermeabile nero che gli arrivava quasi fino ai piedi, un paio di anfibi, neri, i capelli corti, sottili e grigi venivano mossi leggermente dal vento mentre veloce camminava con le mani in tasca.

Sembrava una specie di vendicatore, uno di quegli uomini che si portano dietro una scia di oscurità quando li incontri.

Il nostro camminare immerso nel vento freddo si interruppe quando arrivammo di fronte alla stazione dei treni.

Lui cominciò a salire la gigantesca scalinata di marmo mentre io mi fermai a riflettere.

"E ora? che cosa farà?! E se facesse saltare la stazione? Magari si è accorto di me e sta cercando di seminarmi.."

I miei pensieri viaggiavano veloci ma ormai che ero in ballo dovevo ballare, non c'era altra scelta.

Salii anch'io su quell'immensa scalinata che conduceva alla stazione.

La stazione era un posto affollatissimo, a tutte le ore del giorno e della notte masse di persone si riversavano fuori e dentro essa e le sue enormi porte di vetro erano sempre aperte.

Feci un qualche passo nell'edificio principale della stazione, poi mi fermai a cercare con gli occhi il colonnello.

Lo trovai, era di fronte a me, a circa venti metri, immobile in mezzo alla folla; di scatto si girò, per un attimo mi fissò con quegli occhi pieni di rabbia lanciandomi uno sguardo che quasi sarebbe bastato ad uccidermi ed infine mi puntò contro una pistola.

Sparò.

Il suono rimbombò per tutta la stazione e una persona che stava passando davanti a me cadde a terra.

Io di istinto mi buttai dietro un grosso vaso di marmo che conteneva una pianta, subito lui riprese a sparare rompendo le vetrate alle mie spalle e colpendo i lati del vaso che inziarono a frantumarsi in mille pezzi in mezzo al fumo.

Le urla della gente spaventata facevano da coro al boato dei colpi mentre lui sparando si allontanava in mezzo al terrore generale.

La gente correva, cercava di mettersi al riparo come poteva, oppure si sdraiava a terra tremante sperando di non essere centrata.

Io presi la pistola dalla fondina: gli avrei reso il favore.

Così dopo aver aspettato che avesse finito i proiettili nel caricatore mi sporsi da sopra il bordo del vaso ormai crivellato e risposi sparando un paio di colpi che lo mancarono di poco e andarono a finire contro un carrello pieno di valigie alle sue spalle.

Lui iniziò a correre così mi mossi per stargli dietro.

La gente impaurita e urlante cercava di ripararsi dove poteva per tutta la stazione: era uno scenario surreale, molti di loro non si sarebbero neppure sognati, la mattina quando si alzarono, quello in cui sarebbero finiti.

Continuavo a correre dietro a Scotts, la stazione mi sembrava un enorme pista delle olimpiadi tanto stavo correndo, solo, la gente non applaudiva.

All'impproviso il colonnello svoltò a sinistra dietro un piccolo bar e scomparve dalla mia visuale, poco dopo arrivai anch'io e quella che mi trovai davanti fu una situazione a dir poco esplosiva.

Due guardie di sicurezza della stazione lo tenevano sotto tiro intimandogli di gettare la pistola.

Lui era perfettamente immobile davanti alle loro minacce e li fissava con aria truce senza pensarci nemmeno a gettare quella pistola, gavrebbero dovuto strappargliela dalle mani dopo averlo ammazzato.

Non potevo lasciare che lo arrestassero, o peggio, uccidessero.

Nel mio mestiere spesso il bene e il male si confondono, quelle erano due oneste guardie che facevano il loro lavoro, ma il mio era più importante.

Per quanto probabilmente Scotts fosse un bastardo o avesse fatto qualcosa di male io dovevo impedire il mio fallimento, così, presi la mira e sparai al petto alla prima guardia.

La seconda, che si trovava alla sinistra del colonnello, colta di sorpresa si fermò impaurita a guardarmi per un istante, non capendo ciò che succedeva, non fu un periodo di tempo molto lungo, una frazione di secondo, ma bastò al mio nemico per approfittarne e sparargli tre volte.

La gente intorno guardava impotente e smarrita la sparatoria inghiottita nel panico più totale.

Il colonnello si girò per un'istante verso di me.

Mi guardò con uno sguardo folgorante che mi colpì dritta al cuore quasi fosse un proiettile, aveva capito, aveva capito che io non ero li per ucciderlo e ne approfittò per scappare nuovamente.

Io cominciai a rincorrerlo.

Lo rincorsi fino a quando non salì una rampa di scale che portava a un sovrapassaggio.

Sotto di esso un enorme vetrata che percorreva tutta la stazione faceva quasi da pavimento, se non per il fatto che sotto si vedeva la gente e tutto il resto.

Era piccolo quella specie di ponte, largo non più di due metri.

La gente lì non aveva ancora capito bene cosa stava succcedendo e ingenuamente stava contniuando il normale proseguire della vita, così sia io, sia la mia preda ci trovammo a fare a spintoni in mezzo alla folla, cercando come animali di farci strada il più brutalmente possibile tra quella gente.

Capendo che non sarebbe riuscito in tempo a uscirne, Scotts sparò in aria.

La gente fuggì travolgendomi e quando mi rialzai feci appena in tempo a puntare la pistola contro di lui che già avevo la sua puntata addosso.

Eravamo solo noi ora, soli su quel ponticiattolo di marmo e ferro.

Armi in pungo, sguardo fisso l'uno negli occhi dell'altra, avremmo venduto cara la nostra pelle.

Lui però poteva uccidermi, io invece non potevo uccidere lui, quindi avrei dovuto trovare una soluzione.

<>

mi disse lui con aria di scherno

<> ribadii io

<>

<< A quanto pare>>

<>

Non capivo cosa dicesse, ma non mi interessava, continuavo a tenerlo sotto tiro.

Ad un tratto decisi, presi la canna della sua pistola con la mano sinistra e la spostai di scatto, lui sparò ed il proiettile mi passo a pochi centimentri.

Contemporaneamente lui aveva fatto lo stesso, così presi e gli tirai un calcio alla caviglia destra, lui tentennò e con un colpo del calcio della mia pistola al polso gli feci cadere la sua di mano.

Lui però, veloce come un fulmine mi tirò un sinistro allo stomaco e un destro che mi colpì in piena faccia facendomi barcollare fino alla vicina ringhiera, prese la mia pistola e la gettò contro l'altra ringhiera, la quale la fece rimabalzare a terra.

Mi tirò tre o quattro pugni alla pacia finchè velocemente non reagii spaccandogli il naso con un destro, ero parecchio dolorante, avevo uno zigomo rotto e perdevo sangue da un labbro, per non parlare del dolore alla pancia.

Ma dovevo andare avanti, se avessi mollato mi avrebbe uccisa.

Gli tirai un pugno dietro l'orecchio per fargli perdere l'equilibrio, poi un altro calcio alla caviglia per farlo cadere, quando fu in ginocchio, gli tirai un pugno in bocca.

Era sanguinante, stremato, e pieno di lividi ma con le ultime forze mi prese di forza per la maglia e mi tirò al suolo, facendomi cadere con la schiena atterra e il volto rivolto verso di lui.

Mi strinse il collo utilizzando l'avanbraccio in una stretta mortale.

Mi stava soffocando mentre io scalciavo impazzita e sentivo ogni secondo di più la mancanza dell'aria.

Era una sofferenza atroce, non mi rimaneva che una scelta.

Presi dalla manica destra con la stessa mano un piccolo coltello che tenevo li in una piccola fodera studiata apposta, e con tutta la forza che avevo inzia a piantarglielo nella gamba destra che stava alle mie spalle.

Non so dire quanti affondi feci, dopo un pò sentii il sangue coprirmi la mano, le sue urla di dolore e la presa si allentò.

Lasciai cadere il coltello che fece un rumore metallico schiantandosi sul marmo.

Mi lasciai cadere sul pavimento mentre il colonnello urlava e si stringeva la ferita da cui perdeva un sacco di sangue.

Respirai il più possibile, poi mi trasciani con le braccia ormai sfinita verso la mia pistola che stava dal lato opposto del corridoio lasciandomi dietro manate di sangue.

Il colonnello lo intui e tentò di alzarsi per raggiunsere la sua ma cadde in urlo di nuovo inginocchiato.

Io continuavo a trascinarmi mentre la paura mi scorreva come un fiume in piena nelle vene.

Il colonnello si trascinò anch'egli dalla sua pistola.

Io raccolsi la mia e poi aggrappandomi con le braccia alla ringhiera cercai di rialzarmi goffamente, lui fece lo stesso.

Eravamo entrambi aggrappati a una ringhiera come meglio potevamo, uno da una parte, una dall'altra.

Lui però, sparò per primo.

Sparò tutti i colpi rimasti verso di me, alcuni mi colpirono.

Gli spari rimbombarono nelle mie orecchie e poi sentii un forte dolore in vari punti del corpo e abbassando la testa vidi che ero stata colpita e che perdevo sangue dalle ferite.

Stavo lì, senza forze, con la schiena inarcata sulla ringhiera alle mie spalle, in sua balia.

Fece una pausa per riprendersi e poi camminò come poteva verso di me lasciando cadere la pistola scarica e sporca del suo sangue a terra.

Mentre si avvicinava io tentai di puntare la pistola contro di lui dando il tutto per tutto, ma quando stavo per riuscire, prese la pistola e me la strappò di mano gettandola lontano.

Mi fissò dritta negli occhi, poi mi prese per la maglietta e mi disse

<>.

Poi di forza mi scaraventò giù dalla ringhiera.

Per pochi istanti sentii l'aria accarezzarmi mentre cadevo, poi dopo essermi rigirata su me stessa caddi di schiena sulla vetrata.

Da li in poi non ho ricordi precisi.

Alzai lo sguardo verso il cielo.

Nuvole rosse che correvano via da me spinte dal vento che scorrazzava libero per il prato d'erba e tutto il restante.

Un albero in lontananza.

Mi incamminai verso l'albero in mezzo a quel nulla.

Sotto l'albero piccola e innocente mia figlia giocava a togliere i petali ad una margherita, incredula mi avvicinai a lei lentamente e quando si accorse della mia presenza alzò lo sguardo e fissò dritta negli occhi; i suoi sembravano sorridere tanto era grande il suo sorriso.

D'un tratto sprofondai nel terreno.

Mi ritrovai in caduta libera per poi finire dentro un lago, l'acqua era freddissima, fuori la notte buia tagliata dalla luna alta e maestosa nel cielo.

Nuotando faticosamente uscii dal lago fradicia.

In piedi, davanti a me, c'era Thomas, aveva un aria truce, mi fissava quasi disapprovasse la mia esistenza.

<>

Aprii gli occhi.

Era soltanto un sogno, intorno a me solo il biancore di una camera di ospedale, l'odore acre che li pervade e una sensazione orrida di vomito e disorientamento.

Mi diedi un occhiata attorno scandita dal bip continuo del rilevatore di battiti cardiaci, nel lato destro della stanza una nube di fumo illuminata in controluce dal sole che entrava dalla finestra campeggiava aggrovigliandosi su se stessa su di Thomas che guardava fisso e pensoso il mondo di fuori.

<> Esordì.

<> Chiesi io presa dal terrore.

<



Una scapola fuori posto. Un polmone forato. Una gamba e un braccio rotti.>>

Ci fu un attimo di silezio.

<>

<>

<>

<>

<>

Avevo paura, avevo paura che mi uccidesse dato che avevo fallito,il mio destino era nelle sue mani, lo è sempre stato, Thomas è una di quelle persone che incontri e non ti scordi.

Mi alzai dal letto, e appoggiai con calma i piedi a terra, suonava strano, poi mi feci forza e per quanto avessi perso quasi la capacità di camminare arrivai barcollando fino alla sedia a rotelle accanto al letto.

Thomas prese a spingerla e mi portò fuori dalla stanza.

Un grande rumore investì le mie orecchie, urla, passi, dialoghi, telefoni e quant'altro uccidevano i miei timpani.

<>

La testa mi pulsava, il mondo mi scorreva attorno come fosse su un rullo, ero spaesata ma in fondo, in qualche parte del mio cervello che si stava svegliando sapevo cosa dovevo fare.

Entrammo nella sal degli armadietti, fortunatamente era vuota.

<>.

Se ne andò lasciandomi lì.

Il tempo era poco e io ero debole, ma dovevo farcela, ne andava della mia vita.

Mi tirai su dalla sedia usando le braccia, poi aggrappandomi come meglio potevo sul metallo grigio e freddo degli armadietti e zoppicando come avessi le gambe addormentate mi diressi verso l'armadietto numero sedici.

Il pavimento in marmo era ghiacciato, non avevo scarpe né calzini, né abiti, solo una sottile vestaglia da ospedale e la stanza era poco illuminata e per niente riscaldata.

Passo dopo passo, armadietto dopo armadietto arrivai finalmente al numero sedici, casualmente l'unico con la chiave. Thomas.

Tenendomi sempre ben stretta allo sportello per non cadere estrassi gli abiti.

Una maglietta bianca con una stampa della bandiera inglese, una giacca in pelle nera, un paio di jeans a vita bassa, una cintura un paio di rayban a specchio, un paio di converse all star grige di tela sottile.

Gettai tutto a terra, poi frugai amodo nell'armadietto e infine dopo un pò di ricerche sentii qualcosa in un angolino.

Lo tirai fuori, era una fondina ascellare con dentro una semiautomatica calibro quarantacinque, sopra alla fondina campeggiava un bigliettino "Non si sa mai".

Mi strappò un sorriso, poi mi lasciai cadere a terra accanto ai vestiti.

Non credo di aver mai fatto così tanta fatica a vestirmi, ci misi una decina di minuti buoni ma alla fine riuscii nell'impresa e dopo essermi trascinata nuovamente alla sedia a rotelle mi mossi verso l'uscita.

Spingevo la sedia per il corridoio quando d'improvviso due poliziotti apparvero da fondo di esso correndo verso di me.

Dovevo pensare in fretta.

Vidi un infermiere e gli dissi

<>

Stava intrattenendo una ragazza e per non fare brutta figura le fece un sorrisone e poi si mise dietro di me.

<> mi chiese.

<>

Voltò subito a destra così evitai i due poliziotti e proseguii per il corridoio.

<>

Mi disse lui tutto d'un tratto

<>.

Fece un piccolo ghignio squotendo la testa e poi si rimise zitto.

Finalmente arrivò l'uscita e dopo avermi spinto fino alla fine della rampa per disabili mi disse.

<>

<>.

Lui tornò dentro e io mi affrettai ad uscire dal parcheggio e raggiungere la strada.

Mentre superavo le auto parcheggiate in fila sotto gli sguardi inteneriti di medici e passanti sentii le urla dei poliziotti che si erano ormai accorti della beffa.

Accellerai le spinte, spingevo a più non posso quella sedia.

Arrivai al marciapiede affollato di gente, poi usando le poche forze che mi rimaevano mi alzai in piedi sotto gli sguardi stupiti e meravigliati della gente circostante che a bocca aperta si erqa fermata a guardarmi pensando di assistere a qualche miracolo.

Barcollante e dopo essermi appoggiata a un palo della luce e a una povera nonnina arrivai appena in tempo ad un autobus quando dietro di me i poliziotti sbraitanti si affacciarono alla mia ricerca.

Salita mi sedetti nei primi posti e guardandomi dietro impaurita li vidi allontanarsi piano piano da me.