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TRA FINZIONE E REALTA'

di gartibani, pubblicato domenica 11 marzo 2012

Racconti brevi da “DURARE ANCORA UNA LUNA “

Tra Finzione e Realtà

Che strano sorriso, lo guardai squagliarsi nel tepore, nel languido decomporsi dell’arancio, dalla finestra in giù, spiccicato sull’asfalto e non mi rimase che il dolore di queste ferite apparenti. Di lei parlavano le entità invisibili, una pianta secca dai fiori ancora profumati e quel celeste friabile nato dal colore ambiguo della morente estate, nel rantolo della casa. Con quel fiato eterno, proprio delle realtà impossibili. Così mi sono esposto a frequenti cadute mentre lei si comporta come se non fosse di questo mondo e non tollera chi gli fa ombra. Morde con gusto. L’ultima volta giocava con il suo sesso nella toilette di un cinema di periferia. Non si seppe più nulla. Ho sempre lo sguardo fisso nel suo ritratto.

Erano le ore più calde del giorno, l’aereo atterrato fra le case in uno spiazzo libero assomigliava ad un falco con le ali lucide attanagliate dalle volte scure delle nubi. Intorno una massa di bambini e bambine nude sorvegliate da una donna vecchia e brutta che con una frusta pretendeva che saltassero in continuazione. I bambini grondanti d’acqua assumevano pose oscene fra di loro e i maschietti raggiungevano proporzioni ragguardevoli. Ricordo il vestito, esagerata suzione del seno gonfio, nero a tubo, con lei che tenta di infilarselo agitando le ascelle. Emette lievi starnuti e si vergogna di tanta nudità. Ricordo che provai a fare una capriola, così ben riuscita che la ripetei più volte. Peccato quel disturbo di stomaco e quella famiglia ingombrante. Di notte la paura di scoprirsi troppo, quel suo osservarsi mentre si masturba, non chiede di meglio e considera il sonno uno spreco. Così si trattiene il respiro aspettando l’alba , più che aspettare origlia e accarezza l’immagine riflessa nello specchio.

Daini che annegano nel lago.

Credo fosse stato lo sfolgorante bagliore del sodio, l’incubo di ritrovarmi più volte nel medesimo punto, ancora più spaventato vedendo sparire sotto gli occhi persone e negozi. L’ascensore che saliva in alto incontrollato. Poi due uomini che indossavano soltanto un perizoma. D’altra parte è appurato che la memoria non è sempre fedele, confonde le cose con le situazioni, sbaglia sui tempi, non definisce con chiarezza il contesto; col passare del tempo i particolari spariscono, i ricordi si affievoliscono, alterando la consistenza reale dei fatti.

Quando decisi di partire la rividi in treno, lo scompartimento più volte il giro della piazza, soli per comperare non so che cosa. Tutto di notte, contro le valigie accatastate e le luci rapide dei binari, stazioni con vetri smerigliati in grado di riassumere il passato in pochi istanti. Dalla porta si era entrati ed usciti infinite volte, anche dalla vagina, passando per il vaglio del suo sguardo, in quel momento preciso, mentre mi diceva della biancheria sporca, del lutto recente e dei suoi straripanti cassetti. Falde di tenerezza fra le cosce di seta. Vedo il suo gesto dalla finestra, vai a fare in c….., impronte digitali, rifluire dell’eccitazione, prima che mi tocchi e mi asciughi e la violenza nella sua scarica motoria muoia di sincope bianca. Mi segue nell’incavo dell’occhio, delicato piede che freme, benignamente ammirata di me mentre sconfina in un angolo. Martedì guarderà in controluce, come un pallone colorato nella mano asciutta, come ruga sulla pelle dell’acero. In seguito ho pensato che fosse un sogno incantevole, gli esempi che ricordo sono avvolti da una stranezza che rasenta la diffidenza. Prima o poi riuscirò a trovare un punto di riferimento decisivo. La vedo passare nell’orlo della nebbia, nel rumore del selciato, nel giallo di un semaforo che cambia. Ormai anche i fiori ci tocca pagare, non li regalano più. Ma come è bella ! Con il suo abito fuori moda, messo per l’occasione. Sotto il cuscino soffice, al sicuro, rinvenuta tra gli effetti personali, sacchetto di plastica inquinante. Un’altra idea suggerita dalle scale larghe e dalle vetrate in frantumi. La casa mi piace, anche il suo corpo; ci devo tornare sopra, negli affanni del suo respiro, con l’umido dei fatti miei e quella telefonata in cabina. A cosa si riferisce questa circostanza ? Un ricordo di realtà o un ricordo del sogno ? Forse il prolungamento della loro effimera esistenza, quell’immagine che ho preparato così accuratamente, con l’intenzione di osservarla, in un momento estremo, che doveva verificarsi, mentre poi non accade nulla. Il verde scuro dei limoni, oltre la cancellata, nella calma apparente, un fermaglio per capelli, la dolce certezza di non essere visibili. La vorrei soltanto baciare, nient’altro. Sempre in questa piazza tenera e impersonale, su quel ponte dove soltanto vorrei ripetere il suo sguardo con un segno del gesso e scavalcare la riva.

Nella camera d’albergo, dopo quella corsa, attraversate pozzanghere e bruciato il freddo, dentro quest’ordine complicato dove più volte è accaduto, nel suo cuore pieno di ospiti, l’odore del pelo, del fiume, del bosco, lenta la sua tunica di neve, il corpo tenue mosso dal ritmo e dal fiato del nostro intercalare. Nessuno può dire chi ha amato per la prima volta.

Il sogno è senza dubbio vivo e intenso. Non comporta ne vuoti, ne compromessi, è una realtà radicata e felina che ci attanaglia lo spirito. Anzi, la realtà è quasi identica, ma rivela una carenza, quella impressione che tutto sia, quella stanchezza. Il fatto che tutto ci sfugga, che si esaurisca improvviso, quasi una intenzione vaga ed imprecisa d’immaginare. Fortuna che tutto finisce. Solo i fatto conservo, almeno credo. Riflessi nell’organza del pomeriggi. I suoi occhi mostrano infinite torture, forse una pressa o una macchina che mette in piega i capelli nelle piccole vie pennellate d’auguri. Quieta, densa, come un albero con i frutti già maturi e avvespati. Le tinte cremose di una domenica spalmata come burro sui vasi cinesi. Il tatto che si crede imbattibile, che svilisce fra liste di annegati. Sulla permissibilità dei costumi e degli incontri. Lo sapremo quando farà il primo vagito, nell’urlo di nuvole bianchissime, sopra le nostre teste fracassate. Diremo che stanno cercando una maniera per sopravvivere. A meno che non sopravvenga un fatto particolare ad interrompere l’automatismo dell’azione, un fenomeno già di per sé morboso, come quell’idea fissa e l’ossessione del pensiero. Eppure un’ombra di incertezza è inevitabile. Infatti da queste incertezze derivano una serie di equivoci che tutti imputano alla distrazione o al sonno facendoli rimanere nell’ombra, mai identificabili eppure esistenti. Mi è successo spesso, di rendermi conto di aver confuso finzione e realtà, come in un lampo mi sono reso conto di non avere appigli sufficienti per giudicare, per ricordare con esattezza, di non avere prove certe dei fatti. Forse qualcuno mi ha raccontato ed io ho raccontato ad un altro e quest’ultimo ha sognato, invece è tutto successo realmente ed io ho raccontato ma poi il racconto mi è ritornato tramite amici che avevano aggiunto altri particolari, ma che sapevano già più di me. Infatti erano al corrente di situazioni e avvenimenti che mi erano sfuggiti, o forse vagamente erano esistiti o viceversa mai.

E’ molto che sono nell’angolo e aspetto altri due minuti. Buona notte. La porto a casa legata con un filo di cotone, tutta zuccherosa, arcobaleno infranto. L’amica è morta schiacciata da un peso, forse sua madre. Invece stratificata l’età, la mano che disegna invisibili calendari futuri, passeri che l’inverno sgretola e intanto i nostri desideri si cercano. Il taglio ancora umido, umidore di pelo, canoe e cavalli sul pene che precipita e fende i ciuffi schiacciandoli, occhi contro davanzali, piogge fradice, improvvisi fiori di ciliegi sugli alluci divelti, sorrisi che diventano di sale. Spauracchi del destino. Mi saluta mentre si ricompone e perdo le ali, le braccia rimaste senza corpo afferrano il vuoto, sempre dentro quel mattino acceso di galeoni, i bianchi palmizi, le bandiere che cadono sul sangue e sul caffè.

Dobbiamo dunque ammettere che la memoria non sempre è in grado di distinguere con certezza tutti i suoi ricordi di finzione e le sue certezze di realtà; una esitazione può provocare una confusione totale. Dicono che il sonno fornisce una specie di ambiente neutro, senza qualità propria ed in particolare, senza riferimenti di orientamento, così che entrare ed uscire, essere o non esserci, in questo ambito non fa differenza. Forse nell’ambiente grandioso che riproduce la situazione migliore esiste qualcuno che mi assomiglia, appare il volto di entrambi. Pensi allo stato delle cose al di fuori, alla vita che si affanna di colmare di vacuità l’esistenza, mentre basterebbe un attimo di silenzio, in questa invenzione di fatti semplici e realmente accaduti, per un richiamo alla realtà e al sentimento giusto. Il fascino delle proprie occupazioni, la nuova simbiosi con l’universo. Eppure eravamo dentro un’immensa voliera, c’era l’effetto di una certa promiscuità, assuefazione al contatto di quel gracchiare, cinguettare, pigolare, zirlare e cantare a loro agio. Ad un cinguettio rispondeva un pigolio, un trillo, un fischio, un grido. La televisione accesa che mostrava le immagini di una strage, in diretta, una esistenza continuata che non poteva non sembrarci la propria. Sparare più volte su di un corpo inerte, spogliare una donna e prenderla a calci, fracassare il cranio di un bambino, lo sprizzare del sangue contro lo schermo. Non che facesse meno effetto un film dell’orrore, quel soffermarsi su certi particolari, le torture inflitte alla vittima. Così nell’angolo destro dell’immensa uccelliera trovai i resti di un massacro avvenuto, pare, all’imbrunire della sera precedente; ali , penne, piume e code, artigli e becchi di uccelli squartati e sbudellati per una lotta istintiva di un gruppo da preda, o forse di qualche maniaco. Senz’altro avvoltoi. Lo schermo era ormai spento, i passeri si davano un gran da fare e ridevano svolazzando nel cielo libero. Facevo ricorso all’aereo per il trasporto, la suggestione per assicurare la continuità del sogno. Ero anch’io un uccello intrappolato in quella voliera ?

Dovrò imparare a tornare, seppellito nelle crepe dei muri, nei lunghi ghiacci, tra i marciapiedi affollati, dove prima erano palazzi e oggi c’è una enorme buca deforme. Anche le albe creano spettacoli inusitati, lamenti di venti e il sole che non impara mai a morire definitivamente. Lento e accovacciato nel vuoto di abbracciarci, dove cresce l’anima e si affatica il pensiero. Ecco il pino marittimo piegato da tempesta, le rose polverose al risveglio, le danze di libellule tra i canneti, lo sfavillante nero calabrone che infrange le sue labbra di carminio. Già si placa il tutto, soffrendo la vita gravida. Viaggiare senza un arrivo, evitando per istinto il linguaggio, le tappezzerie, la forma estrema di visioni improvvise, agguati della notte. Chiusa nella follia di cercare, cercare sempre, sciolti in acqua calda e zucchero, nell’ingannevole somiglianza del niente. Il sogno è troppo assolutista per conservare ricordi del genere, la meraviglia non è certezza, non è proprio prova di lucidità, anzi è inganno. Un ambiente mutevole che garantisce una continuità che è propria della realtà. Mi dissero che si agitava chiusa in una bolla d’aria, sospesa tra terra e cielo, sfiorando la mia lingua e staccandosi la pelle, sola in un campo bruciato, rincorsa dai cani, malvestita e nascosta, quasi un buco nero.

Sicuramente sono sfuggiti un mucchio di particolari interessanti. Nel sogno aveva quel neo che crea un paradiso nel suo sprigionarsi e lo scollo della maglia che raggiunge il fianco scoprendo il sedere, nella realtà anche la voglia viene meno, per poco fumo negli occhi, nel delicato turgido capezzolo dove muore l’anitra di plastica. Ciò che penso viaggia come pulviscolo, lapidazione senza rumore, mentre stiamo acquartierati dentro questo acquario dove nessuno ci nota.

In nessun modo l’ho intaccata, sale della sapienza, povera immagine di qualche traversia. Così noi non siamo mai stati uguali, neppure simili, ruoli riemersi, congiunzione di astri, sogno segreto dei corvi. Sembra che viviamo a Venezia, dentro l’ombra del lombrico, crivellati sul seno, mentre la strada bianca va in lontananza e si finge l’eleganza d’acqua, la sua mano che reca speranza e uccide la mosca sulla tavola imbandita. Vi sono momenti in cui si desiderano cose impossibili, si bruciano pensieri futuribili, si costruiscono aspirazioni fantasiose; successo, denaro,gloria. Ci volgiamo agli altri e siamo sicuri che ci aiuteranno a trovarle, almeno condivideremo le nostre ansie sicuri che ci aiuteranno a trovarle, almeno condivideranno le nostre ansie e invidie. Forse come le volevamo noi, in astratto, senza sapere bene il loro contenuto. Se la realtà si potesse trasformare in sogno non si rimarrebbe delusi. Oppure è il sogno che ci delude. Basta poco, si prende il dato di fatto, l’evidenza, se ne estrae l’essenziale e il resto va inevitabilmente perso come cosa senza importanza. Forse invece è il resto il luogo dove ritrovare il segno di una predilezione. L’automatismo del suo svolgimento. La fessura dove far scorrere l’anima che non può cambiare i caratteri fondamentali dell’uno e dell’altro stato. Forse è scalza, nuda, ferma nel centro del lago seccato, coi ragni nei capelli che tessono le loro reti di argento. So che domani sloggerà, austerità del coltello conficcato nel fianco, prima del nuovo indirizzo, dell’indizio, della ferita esclusa. Come un esule circonda il guado e dorme contro le stelle in un ‘unica coperta, compatibile col rosso, come una calunnia e un albero circonciso. Sicuramente l’incomprensione dello specchio, il contrario di tutto, il supplicato spessore della noia, l’ammalarsi vano. Anche la sua andatura diventa vulnerabile, i moscerini si affollano pensieri inconfessabili. Quasi la morte s’incolla contro la lingua, ha gli occhi segnati dal blu nel contorno di un campo di grano. Ha copiato elenchi e tavole di nomi per anni. Luogo più adatto non c’è. Certi tipi di uomini, che l’hanno violentata, sono a disagio e camminano su di un mare che si incendia, altri non sentono niente e dormono un grande silenzio.

Per ora il mondo è chiuso per ferie.

Poi passa il carnevale sul corpo custodito di errori, luminose tavole di vetro, sagole lunghissime che scoppiano nell’aria dura. Anche la sua bocca è piena, l’amore dentro sacchi di sabbia. Lente navi verso il sud.

Sparano sul suo cuore.

Naturalmente appena attraversato il confine la simmetria riprende i suoi diritti. Sostengo che sono sveglio o almeno comprendo il risveglio, un deciso sospetto d’irrealtà, l’oscurità che avvolge i segreti. Sicuramente è il sogno il non confine della libertà, il sorgere di un dubbio, la certezza della coscienza stessa, una possibilità per staccarsi dalle cose del mondo; doveri, ambizioni, preoccupazioni, mantenendo un distacco naturale. Tanto costa pagare con la vita, musica verde del mangiare, dormire, respirare. Mezz’ora di macchina per riavermi, giusto appassire dalla rabbia della sera, che mi lascia e si chiude nel tempo, che mi riprende e m’insegue.

L’amore obliquo scivola sulla primavera, per spazi e gradini, nel diffuso sogno della foresta. Finalmente piove e questa distrazione rapisce l’orizzonte. Si va verso autunnali tregue.

Non ho nessuna risposta. Non è nemmeno nella morte.

Forse il mare, nel dubbio di una casa mobile sopra un elemento instabile, più sensibile ai segni, più disposto a cercarli e osservarli. Si sparpaglia l’elettrico brusio. La corsa che si è interrotta nel micron della sua sorte. Per questo nell’amplesso c’è uno scambio di liquidi e umori, vene ed arterie che pulsano, la sua lingua che delinea il bordo del glande. Scompariremo entrambi appena spenta la luce.