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SCAGLIE DI CANYON di Marco Cosa

di ponch883, pubblicato venerdì 9 marzo 2012

Un pensiero semplice. Scoppiammo a ridere nel pieno della notte e a bordo di quell’aereo che ci stava riportando a casa. Io e Luca ridevamo così forte che molti passeggeri si indispettirono e l’assistente di volo dovette richiamarci.

Tutto a causa di un pensiero semplice. Eppure, solo un mese prima, sia la rotta di quel volo sia le nostre azioni erano diametralmente opposte.
Io ed il mio miglior amico stavamo facendo ritorno da un viaggio negli Stati Uniti e mentre osservavamo dall’oblò dell’aereo quella terra che aveva cambiato la nostra vita, un mondo di ricordi esplose, quando diedi a Luca un centesimo di dollaro e gli dissi: “Questo è per i tuoi pensieri”
“Pensavo alla linea d’oro, che divideva al tramonto il cielo e la terra… e agli indiani…”
“Io a quei cavalli nella prateria: erano liberi...”
“Già, mentre tu per poco non finivi in cella per la tua voglia di velocità...”
“Si, ma n’è valsa la pena…”
Silenzio.
“Stai pensando a Silvio ora?”
“Si” rispose Luca “Continua a mancarmi...”
“Anche a me. Sono felice di aver mantenuto la promessa.”
Ancora silenzio. Chiusi gli occhi e sul mio viso apparve un sorriso: un pensiero semplice mi accarezzò la memoria.
“Cos’è che ti fa sorridere?” mi chiese Luca.
“Le scaglie di Canyon” risposi.
Scoppiammo a ridere come non facevamo da molto tempo, lo stomaco si contrasse in crampi e le lacrime annebbiarono gli occhi.

Marco, Silvio e Luca. Un sognatore, un ribelle e uno con gli occhi fissi sulla realtà.
Tre ragazzi poco più che ventenni, molto diversi fra loro, ma legati da un’amicizia che risaliva al tempo delle biglie. L’estate del 1997 doveva essere quella della svolta: basta Rimini, Riccione, Ibiza, Corfù, Djerba… era tempo di fare un vero viaggio. Un’avventura "on the road" in California, alla ricerca di una strada, di uno spazio libero e degli indiani. Marco voleva percorrere una di quelle lunghe strade che si perdono nell’orizzonte, che mille volte aveva visto nei film. Silvio voleva scappare da una realtà cittadina che gli stava stretta e Luca voleva vedere gli indiani.
Un mese prima della partenza, Silvio morì in un incidente d’auto.
Nessuno parlò più di quel progetto: il dolore per la scomparsa del loro amico toglieva spazio ad ogni sogno.


Accadde qualcosa al funerale di Silvio, che mi fece capire l’importanza di quel nostro progetto reso speciale dal gioco maledetto del destino. Mentre la bara del nostro amico lentamente scompariva in un buio profondo, Luca si sentì stringere la gola; il fiato gli venne meno e dovette rivolgere lo sguardo verso il cielo per riprendere a respirare, poi continuò ad osservare le nuvole... Io invece mi trovavo in uno stato di trance, guardavo altrove: ero concentrato verso un piccolo prato verde... l’erba danzava mossa da un dolce vento e sopra, seduto a fumarsi una sigaretta, mi parve di vedere il mio grande amico: era in un posto così che doveva stare il suo spirito. Avevano sentito che nel West americano ci sono spazi dove cielo e terra raggiungono una religiosa unione. Sarebbe stato un bel gesto accompagnare lo spirito di Silvio in un paradiso come quello. Questo era il suo desiderio e quel viaggio doveva compiersi.


Le ore in aereo furono lunge, faticose e malinconiche. Luca cercava di dormire, mentre Marco, al contrario, non voleva abbandonarsi al sonno: brutti incubi lo accompagnavano ogni notte da quel maledetto giorno. “Pensi che l’America sarà come ce la siamo immaginata?” domandò Marco cercando di instaurare una leggera e superficiale conversazione solo per far passare il tempo. “Non lo so” chiuse Luca. Marco non voleva insistere e così lasciò l’amico ai suoi pensieri. Si voltò verso l’oblò a guardare la notte diventare giorno. Andando verso Ovest non vide sorgere il sole, ma tutto s’illuminava piano e un’immensa distesa di terra compariva sotto di lui. Per un attimo la tristezza abbandonò il suo cuore lasciando spazio ad una forte emozione. Si girò verso Luca e scuotendogli un braccio gli disse: “Welcome in the States, siamo arrivati nella città degli angeli”.


Usciti dall’aeroporto la prima cosa che mi colpì fu ciò che chiamai “il multiplo del quotidiano”. C’erano i palazzi e i negozi; c’era il traffico e la gente, che correva per lavoro o gironzolava per piacere e c’era il sole. Tutte cose che ci sono anche in Italia, ma grosse almeno il doppio! Le auto erano immense: i pick-up, le limousine… persino le vetture utilitarie erano lunghe due volte le nostre auto. Case e palazzi si perdevano nel cielo e le persone erano gigantesche. Anche il sole mi sembrava più grosso!
Ci sistemammo in un Motel 6, ma non disfai il mio zaino perché non sapevo ancora quanto ci saremmo fermati a Los Angeles.
Un tour a Beverly Hills e un’occhiata ai negozi di Rodeo Drive e si fece già sera. Crebbe la stanchezza dovuta al viaggio e al fuso orario, ma eravamo in America e avevamo solo un mese per viverla. Entrammo allora in un locale rock, il “Whisky go go”, famoso per aver ospitato agli esordi i Doors e altri giovani gruppi divenuti poi famosi. A metà serata trovarono me e Luca addormentati sugli amplificatori del gruppo metal che si stava esibendo. Rido al pensiero che magari abbiamo dormito sulle casse di un gruppo ora famoso...


Marco si alzò di colpo dal letto e con occhi sbarrati rimase immobile a fissare la porta della stanza. Il cuore batteva troppo veloce. Luca aprì a fatica gli occhi e vide il suo amico fermo in una pallida espressione. “Tutto bene?” chiese Luca al suo compagno. Nessuna risposta, ma l’espressione di panico sul volto di Marco aveva lasciato spazio ad un’aria pensierosa: non basta andare dall’altra parte del mondo per sfuggire ai propri incubi! I due giovani viaggiatori diedero subito uno sguardo alla loro prima mattinata americana: il sole dava luce ad un cielo azzurrissimo. Uno degli aspetti migliori di un viaggio fatto fra giovani amici e quello di non avere limitazioni: quello che si aveva voglia di fare, lo si faceva. Ma il morale di Marco e Luca era molto basso e non riuscivano ad apprezzare quasi nulla di quella loro vacanza. Passarono alcuni giorni a Venice Beach e a Santa Monica: le acque gelide dell’Oceano Pacifico, ben rispecchiavano le anime dei due ragazzi, che continuavano a porsi tanti perché.


Mi tornò la voglia di rimettermi in viaggio per cercare la mia strada infinita, per far vedere gli indiani al mio amico e per dare l’ultimo addio a Silvio in un luogo magico. Quando chiesi a Luca di riprendere il cammino e di lasciare la città, non mi sembrò contrariato, ma nemmeno entusiasta: “Ok, come preferisci; recuperiamo pure i bagagli e partiamo!”. Le cose non andavano bene fra noi, ma nessuno ne parlava.


Quando la maggior parte della gente seppe dell’incidente accorso a Silvio, la prima cosa che si domandò è se anche Marco e Luca ne fossero coinvolti. Era difficile vedere i tre divisi, soprattutto nel tempo libero. Ma quella maledetta notte Marco e Luca non c’erano. Silvio aveva deciso di uscire con gente diversa… fu una scelta spontanea, dovuta a nulla: nessun litigio, nessun impegno inderogabile, nessuna costrizione… una semplice scelta. Luca e Marco avevano deciso di non seguirlo e tutto, seppur insolito, era stato vissuto nella maniera più normale. Solo dopo che la morte ha iniziato la sua danza, i pensieri sono tornati a quella “strana” scelta e allora qualcuno ha iniziato a parlare di destino… Luca ha sempre pensato con dolore a quella coincidenza e al fatto che, uniti, i tre amici erano intoccabili ed ha sempre cercato di trovare un significato ultraterreno a quanto accaduto: forse l’unico posto in cui Silvio poteva essere veramente felice era il cielo… “Chi piace agli dei muore giovane” c’era scritto da qualche parte… Marco, però non accettava nulla di tutto questo: dopo la sua morte, si era armato di un odio profondo verso qualsiasi idea, che contemplasse un piano divino… Guai a parlargli di destino! Anzi, se avesse potuto, avrebbe preso a pugni Dio in persona, perché gli aveva portato via il suo miglior amico.
Ora i due ragazzi erano soli ed anche la loro amicizia non sembrava più così forte.


Noleggiammo un’auto per lasciare Los Angeles in direzione Phoenix. Riuscimmo ad affittare una Montecarlo Chevrolet ad un prezzo contenuto. Era un’auto lunghissima, con il cambio automatico e di color blu notte. I sedili erano comodi e spaziosi e sicuramente, qualche notte, ci sarebbero serviti anche come “letto”.
Iniziò così il vero viaggio. Quella per Phoenix, la Statale 10, era una di quelle strade lunghe e con un bel panorama. Ma non era ancora la “mia” strada. Tutto quello che ci passava accanto veniva immortalato nella nostra memoria: i cactus pieni di spine e dalle forme più strane; i mitici mulini a vento per l’elettricità, che si vedono in ogni film girato sulla west coast; le pompe di benzina vecchie quanto il mondo; le bandiere a stelle e strisce su ogni portone di casa. Era tutto così diversamente nuovo.


Dopo una notte a Phoenix i due giovani decisero di muoversi verso Holbrook. Marco si mise alla guida. Era mattina presto ed il sole, sorto da poco, illuminava un paesaggio roccioso di rara bellezza. Superata una collina, Marco schiacciò bruscamente il freno e abbandonò la sua triste espressione, che ormai si portava dietro da tanto, sostituendola con una stupita e prudentemente felice. Davanti a lui c’era il suo sogno! Una lunga striscia d’asfalto, che spaccava in due il deserto roccioso, sotto un cielo che si poteva ammirare a trecentosessanta gradi. Scese dalla macchina, lasciandola incurante in mezzo alla carreggiata. Luca lo seguì: quello spettacolo non poteva essere visto dietro un parabrezza, bisognava farne parte. Si sedettero sul cofano dell’auto e rimasero in silenzio per alcuni minuti. Era solo una strada per molti, ma per quelli come Marco rappresentava molto di più: era il simbolo del viaggio, della ricerca, di una vita libera. Sciocchezze da ragazzi? Forse, ma Marco ci credeva e questo bastava a rendere magico quel momento. “Coraggio” disse Luca, “Goditela fino in fondo”.


Guidavo su quelle miglia di libertà senza pensare a niente, con un sorriso da sognatore stampato sul viso e il piede sull’acceleratore che si faceva sempre più pesante: volevo correre più veloce che potevo per scrollarmi di dosso tutti i miei fantasmi, lasciandomeli alle spalle su quella strada. Il tachimetro segnava centodieci miglia orarie, ma non m’importava nulla. Correvo per esorcizzare il mio passato.
Quel mio desiderio di libertà nascondeva, però, una verità più grande: stavo lanciando una sfida alla morte e a Dio, che si erano portati via il mio più caro amico… volevo dimostrargli che non mi facevano paura e continuavo ad accelerare!
Ma se c’è una cosa che ho imparato negli States, è che c’è sempre un poliziotto pronto a beccarti, anche nel deserto! Una pattuglia spuntata da chissà dove, mi fece rallentare
e accostare. Il limite sulla Route 60, la “mia” strada, era di cinquanta miglia ed io lo stavo superando più del doppio. Per un infrazione così grande in Arizona c’è la galera. Fui graziato per il fatto di essere un turista, ma mi punirono con duecentocinquanta dollari di multa. Ricordo di non essermi mai sentito così tanto spaesato come in quel momento. In pochi istanti, su quella strada, ero passato dalla gioia all’incoscienza alla paura e non era ancora finita. “Sei un idiota!” mi gridò addosso Luca. Pensavo che se la fosse presa con me per la salatissima multa che ci avevano rifilato, ma non era così: “Ti sei già dimenticato che abbiamo perso un amico per un incidente in macchina? Che cazzo volevi dimostrare andando a quella velocità?”. Mi afferrò con rabbia per la maglietta, poi con gli occhi pieni di lacrime mi abbracciò. Io rimasi immobile. Capivo cosa mi stava dicendo. Eravamo solo due ragazzi, ma l’incontro con il dolore, ci costringeva a pensare da uomini: stavo cercando di fuggire dalla realtà e non mi rendevo conto che in quel modo fuggivo anche dalle cose più care che avevo e dall’unico amico vero che mi era rimasto.
“Scusami amico…” furono le uniche parole che riuscii a dire, ricambiando l’abbraccio a Luca. Qualcosa stava cambiando e il nostro viaggio iniziava ad avere un senso.


Marco e Luca si rimisero in cammino verso Holbrook, i loro cuori ora erano più sereni: non si erano detti molto, ma fra amici le parole non sempre servono…
Lungo il percorso videro un cartello che indicava una via secondaria, con la scritta “Fort Apache”: un nome che si fece largo fra i ricordi del passato, fatti di film, soldatini e pistole giocattolo… Presero quella strada senza esitazione: lì dovevano esserci per forza gli indiani. Arrivarono in un posto magnifico, fra una prateria, che si tingeva di rosso sotto il sole calante e una schiera di colline rocciose che sfumava nell’intenso blu del cielo. Luca spense il motore della macchina. Il vento non soffiava, tutto taceva… Era fantastico, le orecchie fischiavano da quanto silenzio c’era. Sembrava irreale. I ragazzi si guardarono, ma non dissero nulla per non interrompere quella sorda e favolosa musica: il suono del silenzio. Se ne andarono senza far confusione, in rispetto di quel posto, che aveva regalato loro una nuova emozione. Poche miglia più avanti la macchina si fermò una seconda volta. Marco si girò verso l’amico alla guida, che meravigliato continuava a ripetere a bassa voce “Non ci credo…”.
“A cosa non credi?” domandò Marco.
“Gli indiani!” rispose Luca.
“Come non credi agli indiani? Mi hai sempre riempito le orecchie con i tuoi…” Marco s’interruppe per un momento e poi continuò, ma con un tono diverso: “… gli indiani!”. Due pellerossa, in sella a due cavalli pezzati, galoppavano sulla prateria, lasciando sciolti al vento i loro lunghi capelli neri. Non indossavano degli abiti tradizionali, ma un paio di jeans e delle t-shirt. Non avevano archi e non avevano frecce, ma i loro volti, che trasmettevano fierezza e lealtà, sembravano sbucati dal passato. Luca continuava a ripetere “Non ci credo!”. I due indiani passarono accanto all’auto dei ragazzi e rallentarono il loro galoppo. Li guardarono con la stessa aria curiosa. Luca rimase immobile a bocca aperta, mentre Marco accennò un timido saluto. I due Apache sorrisero e risposero con un gesto della testa; poi si allontanarono spronando i cavalli.


In un solo giorno avevamo realizzato i nostri rispettivi desideri e cosa più importante, avevamo intrapreso un viaggio interiore ancora più importante, che si sarebbe concluso solo realizzando il terzo sogno, quello di Silvio.
I miei incubi notturni avevano iniziato a darmi tregua e il mio rancore verso Dio, o chi per lui, si era attenuato: mi ero adirato e scagliato contro un Dio che non capivo e che odiavo… e più lo aggredivo, più Lui non faceva nulla… solo allora ho pensato a quegli amici, che rimangono immobili e ti offrono il loro petto da percuotere per lasciarti sfogare...
Intanto il nostro viaggio continuava attraverso posti fantastici, come la Foresta Pietrificata, il Canyon di Chelly, la Monument Valley e città incantevoli come Holbrook, Bluff, Page, con abitanti ospitali e cordiali. Infine arrivò anche il giorno più importante del viaggio. Abbandonammo la Statale 89 per prendere un percorso poco battuto e per nulla turistico, per avvicinarci in completa solitudine al luogo in cui la terra si apre in due per offrirti il suo cuore. C’era un sole alto e caldo quel giorno.
La nostra Chevrolet lasciava dietro di sé una lunga scia di polvere. Qualche sasso sporgente urtava sotto l’auto: bisognava procedere molto lentamente. Eravamo emozionati. Non avevamo mai visto dal vivo quel posto e non sapevamo quanta strada avremmo dovuto ancora percorrere. Eppure sentivamo che non mancava molto. Un farfallio nello stomaco preannunciava l’arrivo. La macchina si fermò. Scendemmo lentamente. Le gambe tremanti si muovevano con cautela. Ci bloccammo. Davanti a noi si presentò uno spettacolo della natura mai visto. Mi sentivo piccolo e insignificante davanti a quel luogo così sublime. Il Grand Canyon in tutta la sua maestosa profondità si stendeva davanti a noi! Ci sedemmo su una roccia sporgente. Iniziai a volare con l’immaginazione dentro la scarpata, sfiorando i picchi più alti e rituffandomi nel vuoto. Potevo camminare sul cielo. Anche Luca al mio fianco era rapito da quel magico e religioso posto. Un po’ invidiavo quel macigno su cui ero appoggiato: “lui” poteva eternamente osservare quel paradiso! Decidemmo di incidere su quella roccia il nome di Silvio e la scritta “Per Sempre Spirito Libero”.
“Vola libero amico” sussurrai al vento, poi misi una mano sulla spalla di Luca e gli sorrisi compiaciuto. Anche Luca sorrideva e per la prima volta, ricordando Silvio, non versò una lacrima: “Abbiamo mantenuto la promessa”.
Restammo in silenzio per molto tempo, pensando solo a Silvio e all’amicizia. Poi Luca si girò verso di me, con un’espressione serena e mi disse indicando il Canyon: “Sembrano tante scaglie di grana”. Lo guardai stupito, per un’affermazione che non c’entrava nulla e che non mi aspettavo. Scoppiai a ridere come non facevo ormai da un’infinità di tempo e lui dietro di me. L’eco delle nostre risate si diffuse per tutto il Canyon… sembrava che anche Silvio ridesse con noi. Lasciammo quel posto col cuore pieno di gioia e con la consapevolezza che il modo migliore per ricordare il nostro amico era farlo con un sorriso: non credo che visitare l’America fosse il sogno più grande di Silvio… condividere i momenti felici con noi era il suo desiderio… ed ora lo aveva realizzato.
La nostra piccola avventura continuò ancora per molte miglia attraverso tutto l’ovest americano, visitammo altri magnifici luoghi e incontrammo tanta altra gente, ciò nonostante quello verrà sempre ricordato come il viaggio delle “scaglie di Canyon”.