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Una favola del medioevo oscuro - cap. VII

di rasna, pubblicato martedì 11 agosto 2009

Dopo la Terza, il monastero si animò come di consueto. Le monache più giovani e le novizie, nel chiostro, pur strette negli abiti pesanti, osavano liberare le spalle dal peso invernale dei mantelli, porgendo il volto ai dolci e timidi raggi del sole, rinvigorito dal riposo notturno.

Non nevicava ormai da due giorni.

Anche una giovanetta, che monaca non era, né novizia, sedeva sul muro esterno del complesso monasteriale, che in quel punto formava un alto terrapieno dal quale si dominava tutta la vallata. Alle sue spalle gli orti coperti di neve trattenevano le loro timide fragranze. La giovane offriva anch'ella il volto al primo calore del mattino.

Biancofiore era il suo nome, e spesso, mentre le altre fanciulle del monastero amavano approfittare di quel breve tempo loro concesso per discorrere e passeggiare nel chiostro come la giovane età naturalmente ispirava loro di fare, ella soleva invece appartarsi sempre presso quel muro dal quale poteva vedere così lontano. Le novizie non l'avevano mai considerata una di loro e la ritenevano piuttosto una serva, per quanto ella seguisse una parte degli stessi insegnamenti loro impartiti. Ma sapevano che ella non sarebbe mai divenuta monaca e ammantavano la mal celata invidia con l'altero disprezzo per la condizione di trovatella di Biancofiore.

Guardava l'orizzonte e immaginava infinite vite affaccendate in tutti quei luoghi così piccoli e distanti. Sentiva sempre dentro di sé un indefinita vertigine ogni volta che, dimentica di tutto, lasciava vagare la mente su quei lontani profili di colline e monti, come un uccello che voli così alto da non apparire più in nulla legato alla greve terra.

Le belle colline a sud di Torre Gentile si offrivano al suo sguardo insaziabile; ella vi cullava i propri sogni. Non pensava certo alle trame degli uomini, che subdolamente tentavano di soggiogarle nella sempre incerta morsa dei loro poteri...

Un mosaico invisibile spezzava quelle belle terre in un gioco di molteplici signorie. Come altrove nell'antica penisola latina, ormai da tempo l'autorità dei conti s'era ritratta assai: nuovi signori s'erano affiancati a quelli. I vescovi prima di tutti, che amministrando il loro potere esclusivo sulle città, in forza di immunità loro concesse dagli imperatori, avevano relegato i conti nei loro possessi e benefici rurali. C'erano poi le abbazie, che s'erano fatte spesso signorie a loro volta. E poi ancora c'erano grandi possedimenti che facevano signoria di per sé -sebbene non retti né da nobili né da poteri ecclesiastici- in virtù del vuoto lasciato dalle autorità regie ed imperiali. E così anche quei laici avevano costruito castelli nelle loro terre, così come i conti nei territori rurali loro rimasti. E anche i vescovi avevano preso a fortificare le città, quasi fossero il loro castello; e persino i monasteri si rinforzavano di mura.

E c'era una grande confusione. Ciascun signore, nobile o laico o qualunque cosa fosse, non solo amministrava la giustizia ed esercitava controllo militare; egli esigeva tasse e lavoro e una congerie varia di diritti.

Tutto questo avveniva prima di tutto sulle terre sue proprie o ricevute chissà come in feudo, che stavano sparpagliate nel territorio e che egli in parte amministrava direttamente impiegandovi i suoi servi, in parte concedeva per contratto a uomini liberi (che dunque oltretutto avevano anche un canone da pagare, e dovevano prestazioni di lavoro sulle terre dominiche, vale a dire quelle amministrate direttamente, appunto, dal signore)...

Spesso però una signoria era anche territoriale, cioè il potere di banno si estendeva anche alle terre di piccoli possessori in proprio che per sventura si trovassero nella zona dove influiva un tal signore, o alle terre coltivate da chi magari doveva il censo ad un altro signore che stava più lontano, ma che però era soggetto al banno di questo signore più vicino. E succedeva spesso che alcuni contadini dovessero sottostare al banno di un signore per la giurisdizione o il diritto a far legna in un bosco, e magari al banno di un altro per l'obbligo di usare -per esempio- un certo mulino. O a volte succedeva che un signore esercitasse sì un potere pubblico pieno, ma solo limitatamente ai territori in suo diretto possesso, e che dunque non fosse un signore territoriale, ma solo fondiario; altre volte accadeva che la giurisdizione minore fosse in mano ad un signorotto -fondiario o territoriale- mentre per quella maggiore si dovesse far capo al signore da cui egli a sua volta dipendeva per beneficio...

Ma di certo Biancofiore tutte queste cose non le vedeva, e sorrideva assorta, o forse malinconicamente serena.

Sapeva che, come ogni giorno, Ulrica l'avrebbe cercata per portarla con sé in una lunga passeggiata nei campi. La matura monaca riteneva che Biancofiore avrebbe tratto maggior profitto per il suo incerto futuro dalla dimestichezza con le piante e i cicli naturali, nonché dalla conoscenza di tutto ciò che riguardava una conduzione domestica, in termini di approvvigionamenti e fabbisogni. Cercava di dotarla di un'intelligenza pratica, al di là delle sottigliezze di dottrina, che le venivano insegnate per di più malvolentieri.

D'un tratto fu riscossa dal torpore della sua meditazione da un rumore quasi impercettibile alle sue spalle, un rumore estraneo ai consueti suoni del monastero. Si voltò di scatto, sorridendo, pensando ad uno degli scherzi di Ulrica, ma il sorriso le si gelò sul viso.

Quattro o cinque uomini, pesantemente armati, sporchi, dalle facce scolpite nella cattiveria a lungo consumata, si ergevano sul lastricato che divideva in due gli orti. Erano a dieci passi da lei, e quello più alto, che aveva l'aria del capo, lentamente scosse la testa, per farle tacitamente intendere che gridare per richiamare l'attenzione di qualcuno era tanto sconsigliabile quanto inutile.

Le si avvicinò, e Biancofiore si rese conto che dietro l'espressione ingrugnata e la barba incolta rivelava un'età piuttosto giovane, rispetto a quella degli uomini che comandava.

"Chi siete?... come siete entrati nel monastero?..."

Non ebbe risposta.

"...dov'è Ulrica?!..."

"Troppe domande, ragazza... e nessuna rilevante. Questa Ulrica non so chi sia, ma per il suo bene le auguro di trovarsi assai lontano da qui in questo momento..."

I suoi uomini risero in una maniera bestiale e ripugnante.

"Ragazza, ora taci e voltati. Ti legherò e coprirò gli occhi. E sarò io a guidare i tuoi passi fuori di qui e oltre... non osare gridare. E non muoverti mai di scatto, poiché uno di questi balordi che mi accompagnano potrebbe male interpretare la situazione e tranciarti di netto la testa senza che tu te ne accorga."

I soldati risero ancora, e forse qualcuno fece pure un'osservazione sull'avvenenza della fanciulla, poiché il loro capo si voltò repentino verso di loro, con gli occhi duri e tremendi.

"Un'altra parola e la testa che salta è la tua. E sai che non la vorrebbero neanche i maiali di questo monastero..."

gli uomini tacquero e abbassarono il capo.

Quel cavaliere si chiamava Robusto, e sapeva che i suoi soldati lo temevano e lo odiavano. E lui stuzzicava e rinfocolava sempre il loro odio, per renderli ancor più terribili ed efferati. Usava la loro frustrazione come un'arma, e la guardia del vescovo di Torre Gentile era nota in tutta la regione ed oltre per la sua crudeltà e pericolosità.

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