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Relativamente al tema del suicidio

di TheHobbit, pubblicato giovedì 19 marzo 2009

Relativamente al tema del suicidio, sempre molto "hot" in tutte le epoche storiche, vorrei far notare che, benché questo, dal punto di vista prettamente "umano", possa e sia stato in ogni tempo visto ora con occhio romantico-passionale, con forte partecipazione emotiva al caso, ora con occhio razional-illuminista come ultima e unica scelta dignitosa e possibile (vedi il caso Socrate) per non commutare la propria esistenza in qualcosa di vuoto e freddo, dal punto di vista invece squisitamente "spirituale", altro non è da considerarsi che un arresto della vita, semplicemente intendendo come possibilità di fare ulteriori esperienze in questo mondo, cioè una porta che si chiude definitivamente, senza seconde possibilità, rispetto alla consapevolezza dell'esistenza corrente. Tralasciando il menzionare l'ovvia conclusione che ne discende che al suicida lucido e in piena salute fisica e mentale, il futuro potrebbe presentare sempre novità e nuove speranze che potrebbero far decidere di voler proseguire la vita, anche al malato terminale o persino in stato (apparente) vegetativo che decida di interrompere volontariamente la propria vita (legislazione permettendo a parte), ciò è sempre visto dallo spirito come troncamento di un cammino, esclusione improvvisa dal "registrare" dentro di sé altre esperienze che vengono dal mondo della percezione (cioè dai sensi dell'uomo, dal ragionamento e dalle emozioni), per quanto flebili ed improbabili ci possono, a prima vista, apparire, vedendo ad esempio una persona in coma irreversibile in un letto di ospedale. Ricordiamo infatti che lo spirito è immortale e non subisce tutte le limitazioni del corpo che ne è il supporto (temporaneo) fisico. La distinzione tra esperienza e valutazione "umana" e "coscienza spirituale" mi sembrava opportuna.