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METAMORPHOSIS

di Franco Pastore, pubblicato mercoledì 12 gennaio 2005

METAMORPHOSIS -Mara ! – chiamò, con voce imperiosa, mio padre, un novantenne stanco e con tanta paura della morte. Percorsi, rapidamente, il lungo corridoio e lo raggiunsi in camera da pranzo, dove imperava, nella sua poltrona, filosofeggiando sulle trasformazioni sociali, che avevano mutato il mondo nella “monda”, dominato da donne virago ed uomini evirati. - Mettimi qualcosa in bocca – era il suo modo di chiedere il dolce. Andai in cucina e recuperai un frolletto alla crema del giorno prima, aveva divorato tutto il vecchio patriarca golosone. Mancavano cinque giorni al Natale e non vi era la possibilità di festeggiarlo degnamente, nell’allegria e nell’abbondanza. Il povero Matteo mi aveva lasciata troppo presto ed ero sola, ora, a combattere per i miei figli e quella pellaccia dura che aveva ancora tanta voglia di vivere. Mia madre riviveva, tra le sue piantine, il suo sogno d’amore, tra le braccia di Gaspare, un brillante ufficialetto di marina, che la guerra aveva fagocitato, con tante altre cose.. Mio figlio passava il tempo disegnando donne nude, dai seni scandalosi e dai glutei tondeggianti, mentre mia figlia Paola si divertiva ad inventare storie particolari sul suo personaggio preferito: Mozza di Biancofiore. Mi rinchiusi in camera e piansi a lungo, sulla mia immatura vedovanza, su quello che avevo irrimediabilmente perduto. Mi vennero in mente le lunghe notti d’amore e la mascolinità prorompente del mio uomo, le sue mani agili e tenere, sul corpo nudo, che si apriva e si offriva alle carezze più ardite ed intriganti. Mi mossi improvvisamente ed aprii lentamente il cassetto, tirando fuori una scatolina rossa, che avevo riposto con cura un anno prima. Sciolsi il fiocchetto dorato e la aprìi religiosamente. Un nodo alla gola mi impedì, per un lungo istante, di respirare, era lì, lucida e luminosa, che mi fissava silenziosa: la sua dentiera. La baciai una, due, cento volte, rabbrividendo al contatto con quella che non era più una protesi, ma un simbolo d’amore, tutto ciò che restava del mio uomo. Mi sdraiai sul letto, avevo voglia di chiudere con la vita ed il mondo. Pregai a lungo, per i miei figli, per mio padre e mia madre, per me, che volevo essere libera da quella angoscia che mi prendeva alla bocca dello stomaco e premeva come un grosso macigno . Toccai il cuscino di Matteo e mi appisolai sognando di lui, di mio padre, del- le figure agili e snelle che disegnava mio figlio, delle piantine di mia madre, che, in sogno,divennero carnivore e la divorarono, lasciando sul balcone la mano destra, che si muoveva mostrando un grosso anello di oro rosso. Mi sentii più piccola e desiderai per sempre quella stupenda sensazione di leggerezza e di serenità. Mi svegliai e vidi, con sorpresa, che la dentiera aveva le mie stesse dimensioni e non ci volle molto per comprendere, che mi ero trasformata in una splendida protesi, leggermente più piccola di quella di Matteo, ma perfettamente in sintonia. In quell’istante, entrò mamma, che non era stata affatto divorata dalle piante carnivore, e vedendo le due dentiere, le prese adagio e le sistemò nel cassetto del comodino, una accanto all’altra, mormorando: - che schifo!- Il cassetto fu rinchiuso ed io rimasi lì,al buio, accanto alla protesi del mio cuore, e non mi sentìi più sola.