stampato su ewriters.it il 21/09/2019 21:27:31

Persa e Ritrovata

di Fogliegiallenelvento, pubblicato giovedì 9 novembre 2017

Correva l'anno millenovecentonovantadue quando mi trasferii, assieme alla mia famiglia, nel fienile ai lati dell'autostrada A4. Precisamente era il giorno del mio quindicesimo compleanno: il dodici ottobre. Ero nervosa, indispettita, triste e demoralizzata ed ogni singolo calendario, cartaceo o digitale, che incontrassi sul mio percorso, quel giorno, mi ricordava quanto fossi gravemente arrivata ad odiare uno dei momenti dell'anno che, da sempre, avevo preferito. Un momento di quelli che attendevo con ansia, impaziente di scartare il colorato, rumoroso e brillante involucro di uno spropositato numero di regali. Devo ammetterlo, ne ho sempre ricevuti tanti per il giorno del mio compleanno.
Tanti, ma soprattutto costosi.
Ricordo in particolare il giorno del mio dodicesimo compleanno, in cui ricevetti, in una splendida scatola di mogano finemente intarsiata a mano, la casa delle bambole più bella e grande che avessi mai visto e potuto sognare. Era interamente dipinta a mano, ed ogni minimo dettaglio era stato preso in considerazione e riprodotto con maestria tale da lasciarmi senza fiato. Il drappeggio delle tende della stanza da letto era stato abilmente cucito a mano ed il rivestimento dei cuscini del salotto invece, era percorso da un delicato ricamo, anch'esso d'ottima fattura. Ma l'elemento più sorprendente era decisamente il camino della sala da pranzo, all'interno del quale era stata disegnata la fiamma di un focolare ardente, talmente realistico che, per un istante, mi sembrò di sentirne l'avvolgente crepitio.
Con estrema amarezza, a distanza di soli tre anni, confesso che quella dolce spirale di calore attorno al cuore, non la sento più. Negli ultimi mesi, l'idea di cambiare città, dovendomi trasferire in quell'orrendo fienile di campagna, soltanto a causa dei capricci della mia nuova, ed insopportabile matrigna, mi aveva attanagliata. Avrei dovuto dire addio a Marlene, la mia adorata amica d'infanzia, ma anche a Jake, che dopo la morte di mia madre era stato fondamentale per portare un flebile raggio di sole nelle mie cupe giornate.
Avrei dovuto abbandonare la scuola e tutte le professoresse che, con tanto amore e dedizione, mi avevano seguita durante quegli anni. E poi la mia camera, sarei stata costretta a sradicare brutalmente i ricordi della dolce infanzia ch'ebbi: i poster, i disegni, le bambole sulle mensole, ma ancor peggio, a cancellare i pensieri che avevo scritto, a mano, sulle pareti.
Erano le mie riflessioni, i miei segreti, le mie emozioni ed anche i progetti che avevo per il futuro, non tolleravo d'esserne privata.
Eppure così era stato.
Una mattina aprii gli occhi e mi ritrovai catapultata in un mondo nuovo: un vecchio fienile fatiscente, un cumulo di mattoni datati, accatastati in disordine l'uno sull'altro, misti a fieno ed argilla. Trovavo insopportabile l'odore che proveniva dalle mura della mia nuova camera, un misto di muffa e vecchiume, mescolati alla tristezza che avevo nel cuore. Non mi piaceva nulla di quel posto, né i campi desolati tutto attorno, né l'aria fresca e salubre che avrei potuto respirare, probabilmente giovando anche molto ai miei attacchi d'asma. Preferivo di gran lunga l'inquinamento della mia città, il rombo dei motori ed il rumore dei clacson. Mi ero persino abituata al vociare sconnesso proveniente dal bar sottocasa...erano i suoni che avevano caratterizzato i primi quindici anni della mia vita, in qualche modo mi ci ero affezionata.
Nemmeno le giornate in cui il sole era alto e imponentemente luminoso in mezzo al cielo azzurro riuscivano a sollevarmi, così come le chiamate dei miei amici che, dolcemente, cercavano di regalarmi una parola di conforto. Riuscii a resistere, più o meno malconcia, per una manciata di settimane, trascinandomi faticosamente verso la nuova scuola, costringendo le mie labbra a tendersi per mostrare un accenno di sorriso ai nuovi compagni, ma era evidente, il mio cuore urlava di disperazione, ogni minuto della giornata.
Un pomeriggio d'inverno, finita la scuola, tornai a casa e, senza riuscire più a contenere il subbuglio di emozioni che avevo immagazzinato durante tutto quel periodo, misi a soqquadro la mia stanza. Cominciai a lanciare le poche cose che avevo sommariamente sistemato sulle mensole e negli armadi ed espressi tutto il mio disappunto urlando.
Urlai per minuti interi, in effetti, ma ad essere sinceri mi parvero ore.
Ore infinite in cui tutta la rabbia ed il rancore fluirono assieme alla mia voce come un fiume in piena.
Piansi...piansi fino ad accasciarmi, sfinita, sul pavimento, in mezzo alle macerie della guerriglia di sentimenti che avevo scatenato.
Mi risvegliai qualche ora più tardi, suppongo, che fuori era già buio. Il cielo era scuro e cosparso di una flebile nebbiolina che conferiva alla serata quasi un aspetto spettrale, un misto di malinconia e rassegnazione. Solo qualche punto luminoso rischiarava l'orizzonte: erano stelle e, in quel momento, l'unico mio punto di riferimento.
Mi guardai attorno e vidi la devastazione che qualche ora prima avevo creato nella mia stanza, forse ne ero quasi compiaciuta a dire il vero. La sensazione era quella di aver dato voce e vita a ciò che provavo da mesi ed essermi sentita, anche per un solo, fugace attimo, libera d'esprimere me stessa.
Tuttavia cominciai a sistemare quel disordine, mossa soprattutto dall'incubo delle prediche che avrei ricevuto dalla mia matrigna, ed allo stesso tempo cercai di rassettare anche l'intricato groviglio che s'era creato tra le mie emozioni. Riposi i miei preziosi libri sulla mensola sopra al letto, adagiai il paralume sulla lampada del comodino, riappesi i vestiti nell'armadio e mi apprestai a rimettere in piedi il mobiletto di compensato rosa che avevo rovesciato. Odiavo quel mobile, lo trovavo orrendo e poi, diciamolo, il rosa non è certo un colore che si addice alla mia personalità.
Nonostante questo ero stata costretta, come successe per molti altri oggetti, a conservarlo.
La mia matrigna lo adorava, ed adorava anche tutto ciò che fosse di colore rosa. Probabilmente faceva parte di quella categoria di persone a cui il rosa scorre nelle vene, quegli individui insopportabilmente perfetti che non sbagliano mai nulla e non hanno mai, ma proprio mai, un solo capello fuori posto. Lei era così, sempre molto preoccupata ed attenta alle apparenze, falsamente cordiale ed affabile con tutti e tanto posata ed educata alle cene importanti, da sembrare quasi una bambola di cera. Personalmente non sono mai stata una grande fan delle persone così "rosa", non mi sono mai piaciute molto. Quando le incontro riesco quasi a percepire la reazione della mia pelle che, sconcertata, si accappona, facendomi drizzare tutti i peli delle braccia. E poi...mi si è, da sempre, stretto lo stomaco a vedere tanta falsità ed artificio racchiusi in una creatura della natura che, al contrario, dovrebbe mostrare compassione, sensibilità ed altruismo nei confronti dei propri simili.
Disgraziatamente avrei dovuto ricostruire l'orrendo cimelio rosa per cui, di malavoglia, mi accinsi a conferirgli, cassetto dopo cassetto, la forma originale.
Stavo girando il terzo di questi, pronta a reinserirlo nelle guide disegnate all'interno, quando sentii un leggero rumore, come un frusciare lento di pagine: "frrrrrrr". Mi cullai per un istante in quel suono quando mi accorsi, con estrema e piacevole sorpresa, che accanto a me era caduto un piccolo taccuino di cuoio marrone.
Aveva l'aria vissuta, estremamente vissuta. Un laccio ne percorreva tutta la larghezza e, dai lati scoperti, potevo intravederne le pagine ingiallite dal tempo. Lo avvicinai al naso, curiosa di scoprire, come spesso accadeva, che odore avesse...era lui, era profumo di scrittura, di storia, di sentimenti, balsamo di emozioni vere, pure e sincere.
Per un attimo mi sembrò che fosse il giorno del mio compleanno, in cui la gioia e l'ansia di scartare i pacchetti pervadeva la mia anima. Mi sentivo così, impaziente ed anche un po' impaurita all'idea di scoprire cosa ci fosse dentro.
Cosa mai avrei potuto trovare? Mappe del tesoro? Ricordi di un tempo lontano? Emozioni di un'adolescente innamorata? O forse solo la lista della spesa?
Non conoscendo i precedenti padroni del fienile, non avevo la benché minima idea di cosa aspettarmi. Mi misi a letto, a gambe incrociate, con la testa poggiata al muro (posizione che adottavo sempre quando leggevo intensamente i capitoli dei miei libri preferiti) e cominciai, piano, ad allentare il laccio che teneva strette tra loro le pagine. Ne uscirono polvere e ragnatele, in grande quantità, ma fu lo spettacolo più piacevole a cui assistetti negli ultimi mesi. Mi beai, per tutto il tempo che fu necessario, di quel soave attimo, cercando di perdermi nelle storie di qualcun altro dimenticando, anche solo temporaneamente, le mie.
Sognai d'essere la principessa Anastasija Romanov, con un lungo vestito color panna, adornato di pizzi e perle e dopo poco, mi ritrovai catapultata negli Stati Uniti d'America, in una miniera di carbone del West Virginia. Avevo il viso sporco, ero sudata e ridevo a crepapelle, assieme alle altre donne che facevano quel duro lavoro.
Mi ridestai, cercando di tornare alla realtà. Dovevo assolutamente scoprire il contenuto di quelle meravigliose pagine.

Girai la prima ed iniziai a leggere:

"A te viaggiatore, che temerario solchi, in solitaria, queste acque.
A te, che solerte ti prodighi per arricciare le vele della tua imbarcazione, al primo accenno d'allarme tempesta. Animo solitario, ma mai solo, che vedi il sole sorgere dal profondo degli abissi, palla infuocata che segna l'inizio di un nuovo giorno.
A te viaggiatore, che del viaggio nei hai fatto una fede, un monito giornaliero da seguire senza ulteriore indugio, senza esitazione alcuna. Navighi, a vele spiegate, sul fil dell'acque, mirando da lontano scogli, scogliere e spiagge. Ai tuoi occhi tutto è minuto, lontano, quasi insignificante: caseggiati a picco sulle scogliere che si riducono a quadrati e rettangoli, materiali che perdono le loro forme, le loro essenze, per unirsi in un unico e grande elemento che si scorge da lontano, sempre uguale, ma mai scontato.
A te viaggiatore, che ci scruti da lontano, uguali, come tante pedine di una stessa scacchiera, incapace di udire le nostre voci, ma abile nel carpire e scrutare i movimenti dei nostri corpi.
A te viaggiatore, che dei venti hai fatto la tua sinfonia di viaggio, e dei gabbiani i tuoi, fedeli, amici e compagni.
A te, ovunque tu sia, perso in questa enorme distesa cristallina, preda beata solo del rollio delle onde. Ti sogno sul ponte del tuo due alberi, un cappello di paglia fermo sul viso, a coprirne i tratti principali, un buon libro tra le mani, di quelli che inducono ai sogni...e solo pace attorno: rumore d'acqua e di sale, di sole che si inabissa al tramonto, e di stelle che, fragorose, splendono al cospetto del tuo, innocente, sguardo da viaggiatore solitario. Spero tu giunga a me un giorno, sospinto soltanto dalla risacca, che tenera si adagia sulla battigia dei miei occhi sognanti."


Avevo la pelle d'oca e mi ci volle qualche attimo per fare ritorno da quella barca sulla qualche ero salita, assieme al viaggiatore, attraverso le parole delicatamente scritte sulle pagine di quel taccuino. Ero basita, incredula, non mi capacitavo di come cotante emozioni avessero potuto essere messe su carta.
Mi innamorai, nel tempo d'un singolo battito di ciglia, del reperto archeologico che trovai quel tre dicembre.
Fuori faceva freddo e, come sempre accadeva, una fitta nebbia avvolgeva fortemente il fienile. Dalla finestra della mia camera non riuscivo ad intravedere nulla, nemmeno i particolari più grossolani di quel paesaggio che mi circondava. Decisi allora che sarebbe stato quello il momento, il momento perfetto per continuare la lettura del taccuino senza padrone.
Scesi in cucina, per la prima volta entusiasta di percorrere le scale che separavano la mia stanza dal resto dell'abitazione, misi a bollire dell'acqua ed aspettai...
Il tegamino in rame scoppiettava sul fuoco del camino e da esso ne usciva non solo il vapore dell'ebollizione, ma anche il dolce profumo della tisana che avevo messo in infusione: aroma di menta, un sentore di cannella e rosa canina. La filtrai, ammirandone il liquido color dell'ambra scendere nella tazza e ne bevvi, immediatamente, un sorso bollente. Fu come ingoiare una caramella balsamica, mi scese giù per la gola ed il suo effetto benefico cominciò sin da subito. Mi sentivo diversa, entusiasta, eccitata e, per la prima volta dopo lungo tempo, estremamente interessata nei confronti di qualcosa. Corsi subito in camera, ripresi posizione a letto e mi immersi in quel viaggio fatto di lettura che speravo sarebbe durato per un tempo infinito. In effetti fu così, lessi per molte ore, saltando addirittura la cena.
Lessi fino a che gli occhi, spontaneamente, non cominciarono a chiudersi. Cercai di resistere, il più a lungo possibile, ma la stanchezza, unitamente alla mancanza di cibo, fece il suo effetto.
Mi risvegliai nel cuore della notte, col taccuino poggiato proprio sul cuore, di ritorno da un sogno meraviglioso: correvo nelle campagne attorno al fienile, era autunno ed una moltitudine di foglie gialle, rosse ed arancio, facevano da tappeto al mio cammino. Sorridevo, guardandomi attorno, cercando di cogliere il maggior numero di particolari possibile di quel luogo; da un lato c'era la grande quercia, alta ed imponente, dall'altro le nuvole che facevano capolino tra i cucuzzoli delle montagne ed era tutto, dannatamente sereno.
In quel taccuino, oltre a storie ed aneddoti di chi l'aveva scritto, avevo trovato innumerevoli versi dedicati a quel vecchio fienile che lo fecero apparire, ai miei occhi, come un posto magico, un luogo dalle mille possibilità, carico di emozioni e sentimenti.
In quel taccuino era descritta tutta la storia di un ragazzino di dieci anni che aveva subito le mie stesse sorti ma che, a differenza di me, aveva imparato ad apprezzare ciò che lo circondava.
Descriveva, con tratto fine ed elegante, la primavera al fienile come la stagione migliore che avesse mai avuto il piacere di osservare, poi l'inverno, con un segno un po' più carico, come quella perfetta per addormentarsi davanti al camino della cucina. Ascoltava il cinguettio dei passeri appena sveglio, osservava i molteplici colori dei colibrì, nel passaggio da un albero all'altro, ed ancora le foglie ed il loro lento volteggiare dopo essere cadute dagli alberi.
Era come essere all'interno di un quadro di Maurits Cornelis Escher, riuscivo a percepire, come riflessi in una sfera, tutti i particolari che mi ero persa sino a quel momento.


Non avevo mai notato, ad esempio, che qualche centinaio di metri più in là del fienile, perso in mezzo ai filari di viti, vi era un verde e florido olmo sul quale era posizionata una graziosissima casetta sull'albero.
Non avevo mai notato, inoltre, come i raggi del sole baciassero flebilmente le grandi finestre del fienile, specie durante il freddo e nebbioso inverno di questa pianura. Ma soprattutto, non avevo mai notato quanto, in termini di immagini ed emozioni, mi stessi perdendo di questo nuovo luogo in cui avevo avuto la fortuna di inciampare.

Dopo quel tre dicembre nulla fu più uguale a prima.

Le parole di Marcus, scoprii che così si chiamava il ragazzino che aveva scritto il diario, mi avevano guarita, avevano lenito le ferite che da mesi erano rimaste aperte e putrescenti, senza il benché minimo medicamento o cura. La sua scrittura, così concreta e leggibile, il suo tratto delicato e sereno, ed ancora il fare sognante con cui descriveva immagini di vita quotidiana, mi conquistarono.

Irrimediabilmente.

Fortemente.

Continuai a rileggere le pagine di quel taccuino tutte le volte in cui mi sentivo più triste, quelle volte in cui la mancanza dei miei amici d'infanzia era più forte del normale ma mai, mai più, ebbi la sensazione di trovarmi nel luogo sbagliato.
Comincia a scrivere, scrivevo di ogni immagine, sapore, odore o rumore di cui valesse la pena conservare traccia permanente. Scrivevo di come la rugiada si poggiasse sui fiori, al mattino, di quanto mi piacesse correre nel prato, durante il temporale ed ancora degli animali, che scorazzavano liberi e felici nei prati circostanti.
Quel tre dicembre millenovecentonovantadue, dopo aver riportato alla luce il diario di Marcus, io, Maria Giulia Giordano, nacqui per la seconda volta.
Sbocciai, come succede ai boccioli di rosa a maggio, mi trasformai, allo stesso modo in cui le larve diventano farfalla, assistei alla mia metamorfosi, scrutando la mia immagine di giovane donna riflessa nell'acqua del laghetto vicino al fienile.
Ero finalmente tornata ad essere bella. Sorridente. Felice.

La scrittura mi aveva guarita,
cambiata,
resuscitata.