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Un breve noir universitario

di VinceRobertson, pubblicato martedì 7 febbraio 2017

Fu in quell’incubo kafkiano noto come “Università degli studi di Caulicchio” che mi imbattei in uno dei più esemplari connubi tra finzione e realtà.
Negli ultimi mesi avevo studiato come un pazzo per uno degli esami più noiosi e difficili della mia triste carriera di studente; ma questa fu la parte più facile. Innanzitutto per prenotarlo dovetti seguire una serie di procedure burocratiche degne dei peggiori uffici indo-cinesi.
Le fasi erano le seguenti: mandare una mail all’insegnante, attendere la sua risposta, stampare la risposta, andare all’università per consegnarla, ritirare la prenotazione, firmare una decina di documenti lunghi dieci pagine ciascuno, tornare a casa, confermare l’iscrizione online, rispondere ad una serie di questionari anonimi, confermare di non aver mai bevuto o fatto sesso con un cavallo, inviare, attendere altri cinque giorni e, finalmente, ottenere la prenotazione dell’esame allegata ad una generosa offerta di lavoro di qualche banca di Wall Street.

Il giorno dell’esame arrivai all’università distrutto e sudato. Superai una fila di metal detector e mi sedetti su una panchina simile a quelle che erano state rubate recentemente dalla parrocchia del quartiere. Ero sporco e malvestito – volevo fare la parte di quello che aveva studiato giorno e notte – e sgranocchiavo una barretta Mars compulsivamente. L’attesa del mio turno durò tre ore e mezzo, ma uno studente di economia mi rassicurò dicendomi che in dollari valevano molto meno.
Improvvisamente sentii il mio nome e, tremando, superai le lunghe file di banchi che davano all’aula l’aspetto di un tribunale e raggiunsi l’insegnante. L’uomo, un imponente ammasso di kashmir e odio per l’umanità, mi mandò dai suoi assistenti, corrispettivi universitari del cast di Scarface.
Presi il mio posto e mi trovai davanti a due persone vagamente familiari: un nano iperattivo e, dietro di lui, un omone vestito di nero. Iniziarono facendomi una domanda piuttosto semplice ed io, con sicurezza, risposi. Silenzio. Il nano guardò l’altro che, con una smorfia, mi fece capire che ero nella merda.

“La sua risposta è sbagliata e ignorante – disse il tappo – una persona più bastarda di noi l’avrebbe già bocciata”
“Sì, infatti” grugnì l’omone.
“Ma noi siamo buoni, troppo buoni”
“Sì, troppo buoni”

Lo scambio di battute tra i due mi ricordò quei vecchi film di gangster in cui c’è sempre un nano che ti punta il coltello mentre un omone ripete sempre “fa’ come dice lui, amico!”.
Io nel frattempo cercavo di parlare ma i due continuavano a scuotere il capo e a negare tutto quello che dicevo: scoprii che Augusto non era mai stato imperatore, che i dieci comandamenti in realtà erano nove e che 3x2 faceva 5,17 (con “7” periodico).

“Ah ah, ma questo sta scherzando, vero?” disse il nano ridacchiando.
“Sì infatti, sta scherzando” rispose Joe Nitti del South Bronx (se quello fosse stato il suo vero nome non mi sarei sorpreso).
“Beh io… allora … ehm…” dissi mentre mettevo in dubbio anche la mia data di nascita.
“Mi dispiace, bocciato – concluse il tappetto segnando violentemente il mio foglio con la penna – non si fa così…”
“Sì infatti, non si fa così” disse Chad Esposito del New Jersey.

Mi allontanai disperato verso l’uscita e, bestemmiando contro l’università e contro Hollywood, andai verso casa. Ma quel giorno avevo disimparato tutto, così impiegai il resto della giornata a cercarla.