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Inis Mór, county Galway, Ireland, estate del 2016

di Azzurra, pubblicato giovedì 2 febbraio 2017

Sulla maggiore della Aran Islands, approdiamo dopo una tranquilla traversata di circa un'ora da Rossaveal. Finalmente. Era da almeno due anni che progettavo di andarvi.

La prima volta, nell'agosto del 2014. Da Dublino, ero arrivata a Galway in bus. Camminando per la città, sentivo però che i passi si facevano incerti, annoiati. Non mi era mai successo. Rimontai sul bus la stessa sera. L'autista mi fece notare che il biglietto del ritorno portava la data di due giorni dopo. Lo guardai sconsolata. Mi lasciò passare.

Tornai indietro a Dublino, per andare a riacciuffare l'irlandese, che mi aveva gardata con tristezza la mattina, lasciandomi alla fermata del bus. Durante tutto il viaggio di ritorno pensai “ma che che sto facendo”?”. Ero talmente incredula e seccata con me stessa che, lì per lì, lo avrei preso a schiaffi, quando aprì la porta e, scoppiando a ridere, mi disse: “Ah, sei di nuovo qui?”. Per fortuna sua, mi confessò subito accoratamente: “Avevo paura che non saresti più tornata”.

La seconda volta, era la Pasqua del 2016. Approdammo insieme a Doolin, ma le onde erano talmente imponenti, che le barche non si avventuravano nell'Oceano. Quel giorno salimmo alle Cliffs of Moher, dove ci sorprese una grandinata, che ci costrinse a cercare inutilmente riparo dietro il parapetto a strapiombo sulla scogliera.

E' il 13 agosto del 2016. L'Oceano è calmo. Ma, per quanto possa esserlo l'Atlantico, le onde ci sballottano. Il vento dell'est gioca duro. Conor mi sorride, sereno, si toglie la giacca e me la porge. Ormai, dopo due anni ha capito che le mie doti organizzative non arriveranno mai a gestire in previsione e sicurezza the Irish weather. Mi sento un po' stronza ad accettare, ma lo sarei di più a rifiutare, spegnendogli in faccia il sorriso. Mi infilo la giacca e mi accuccio fra le sue braccia. Siamo felici in due, così. Approdati al molo della piccola isola, un'ariosa spiaggia di sabbia bianca ci accoglie a sinistra del molo. Più avanti c'è uno spaccio di bici in grande stile. Ho contato almeno tre negozi che si dedicano a questa lucrosa attività. Centinaia di turisti affittano, partono e tornano sulle due ruote. Sembra essere l'idea migliore, anche se i locali organizzano gite sul loro calessi colorati, tirati dai robusti pony del Connemara.

Anche noi affittiamo due bici al porto e saliamo dalla parte ovest dell'anello stradale che percorre l'isola. E' la parte un po' più impegnativa. Quasi tutti i turisti con bambini preferiscono andare ad est, dove la passaggiata e generalmente piana.

Lo spettacolo è raro, prezioso. L'isola è disseminata di muretti a secco, edificati con le tipiche pietre calcaree dell'arido terreno dell'Irlanda occidentale. Un territorio che, dissodato per secoli, ha prodotto solo il necessario per la sopravvivenza e a volte neanche quello. Però, pietre su pietre, a migliaia di tonnellate non sono mai mancate. E' da questa parte dell'Irlanda che la carestia, tra il 1845 e il 1852, provocò la stragrande maggiornanza del milione e più di vittime ad oggi contate. Nello stesso periodo dalla parte orientale del Paese, ogni giorno decine di navi partivano per rifornire di generi alimentari la ricca Inghilterra, tanto da far dire oggi agli storici irlandesi contemporanei che si trattò di genocidio organizzato contro il popolo irlandese.

Di quando in quando, incontriamo dei pony non tanto allo stato brado da non affacciare il loro irriverente muso curioso, per sbirciare i viandanti e chiedere con insistenza una carezza. Le capre selvatiche sui muretti si stagliano contro il cielo atlantico, con la sua infinità di sfumature dal grigio, al blu, al bianco. Sembrano degli animali fantastici e potrebbero avere anche le ali, per quanto ne posso capire da questa prosettiva.

Dopo qualche chilometro, si intravede in cima ad un pendio la scuola dell'isola. E' deserta in questa mattina luminosa d'agosto. Ci fermiamo. I cumuli di nubi si rincorrono su un paesaggio brullo, la collina degrada velocemente sulla spiaggia rocciosa. Il vento spazza impietosamente il cortile dell'edificio. Provo ad immaginare la quotidianità degli alunni di questa scuola nelle lunghe giornate invernali. Non può esserci una via di mezzo. Devono essere o tanto felici o tanto tristi in un'insularità così impervia, assoluta.

Su una delle finestre del cortile trovo un block notes. Deve essere stato abbandonato da diverse settimane, come rivelano le pagine ingiallite e accartocciate. Non resisto alla tentazione di sbirciarvi dentro, anche se non dovrei. Tre frasi in gaelico. Conor me le traduce: “Prima erano tutti qui al ballo. Lui è arrivato e lei è andata via con lui...”. Certo, l'autore del pensiero la amava. Mi chiedo se l'inquieto ragazzo, quando lei ha lasciato il ballo in compagnia di un altro, sia saltato sul suo pony del Connemara, per andare a cercarla tra gli anfratti dell'isola spazzata dal vento. E se sì, cosa abbia scoperto.

Rimetto al suo posto con rispetto il taccuino che contiene l'accenno alla preziosa storia d'amore incastonata nell'azzurro dell'Oceano. Conor si è arrampicato, oltrepassando il muretto a secco che recinge la scuola. Ma non ci sono altro che rocce e ancora rocce fino allo strapiombo. Torna indietro.

Ripartiamo. Dopo venti minuti di pedalata, si apre uno scenario inaspettato. In fondo alla discesa un'altra spiaggia bianca che si riflette in uno specchio d'acqua verde smeraldo. E' Kilmurvey. Sotto la luce del sole indossa le vesti di un litorale caraibico, al netto di palme e noci di cocco.

Lasciamo le bici e raggiungiamo la riva. L'acqua non supera i tre gradi. I bambini aranesi si tuffano e nuotano nella baia, giocano con i materassini. Li guardo con ammirazione. I turisti di sensibilità meridionale, tra cui io, infilano un piede in acqua e tornano indietro alle loro tiepide merende.

Conor, come sempre, quando è su una spiaggia della sua isola, impazzisce. Comincia a fare su e giù sulla riva. Si ferma, fissa il mare, poi riparte. Ho l'impressione che risponda a qualche richiamo provienente dalle lontane profondità marine. Una volta, l'ho visto anche correre avanti e indietro su una spiaggia deserta di Achill Island, fermandosi poi a scrutare l'Oceano. Non aveva avuto alcuna pint quel giorno. Ero convinta che avesse visto un leprechaun marino emergere dalle onde e che stesse tentando di acciuffarlo per interrogarlo sul tesoro nascosto. Quando tornò da me era felice.

Ripartiamo, costeggiando un piccolo cimitero a ridosso della spiaggia. Le tombe sono affacciate sull'Oceano. Iniziamo a salire verso Dún Aonghasa, il forte di età paleolitica che nessuno sa chi abbia costruito e perché. Dobbiamo lasciare le bici. Al forte si arriva solo percorrendo un sentiero pietroso di circa un chilometro, che inizialmente corre piatto e poi si inerpica sulle Cliffs.

Il panorama è grandioso. Sotto la luce splendente del sole, così rara a queste latitudini, le pietre calcaree rimandano una luce abbacinante. Mentre ci arrampichiamo, ci accompagna il rimbombo delle onde che si infrangono sulla scogliera. Procediamo in silenzio. Le parole si smarrirebbero in quel fragore. Una pianura si apre in cima al sentiero, sferzata dall'alito salso dell'Atlantico che l'ha modellata senza sosta per millenni. E' qui, all'improvviso, che appare chiara la maestosità dell'imponente punto interrogativo archeologico di Dún Aonghasa. Ci avviciniamo allo strapiombo. Il mare ruggisce, le onde si alzano fino a cinquanta metri e i gabbiani le sfidano senza paura. E' uno spettacolo di una potenza impressionante. Del resto, lo stesso nome del forte si riferisce al dio irlandese Aonghasa, che in italiano si traduce: “una forza”.

Dentro il forte, a ridosso della scogliera si trova una grande lastra rettangolare, la cui funzione non è nota. Forse serviva per riti religiosi. La fortificazione è composta da quattro muri a secco concentrici, in alcuni punti ampi fino a quattro metri. Attraverso delle porte in pietra si accede alle diverse aree. Adesso, una parte del forte insieme alla scogliera è crollata in mare, in un momento imprecisato della sua storia, e, dunque, non è più possibile comprenderne la forma perimetrale originaria.

Conor sembra posseduto dallo spirito di una capra selvatica. Di nuovo, si arrampica sulle rocce per andare a scrutare al di fuori del terzo cerchio. Lì, sono ancora visibili delle grosse pietre piantate verticalmente nel terreno. Probabilmente, costituivano un sistema di difesa. Difesa da chi? A chi poteva interessare un'isola pietrosa e arida nel mezzo dell'Oceano?

Conor torna indietro. Adesso è convintissimo che lo scopo della costruzione fosse militare. Le popolazioni del luogo avevano probabilmente dovuto difendersi da un'invasione di piccoli esseri provenienti da non si sa dove. Erano talmente piccoli che camminavano, saltellando per innalzarsi oltre l'erba fitta e urlavano in continuazione “where the fuck am I”? Gli invasori vennero catturati, ubriacati e rilanciati dall'alto della scogliera con le loro canoe. Andarono a colonizzare la Sicilia.

Lo guardo e capisco che ha bisogno di lubrificare le connessioni neuronali. Torniamo indietro, percorrendo l'altro lato dell'anello. In mezz'ora, siamo al centro del paesino, al porto. In tempo per la sua birra e il mio tea and scone, prima di riprendere l'Oceano.