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L'ultima lettera di Francesco Petrarca.

di AlbioTibullo, pubblicato domenica 16 ottobre 2016

Non sono efferato a principiare lettere, non lo sono tanto meno nella composizione oratoria adeguata a chi m'aspetto che legga questa lettera, ma il buio della notte che ottunde la mia mente, la necessità di luce, il bisogno straziante di consiglio e la mia precaria condizione spirituale e corporale, mi costringe davanti al mio consueto foglio bianco, per orchestrare il mio ultimo frammento spirituale.

Vivere in una realtà, caro lettore, che lascia spazio alle multiformi interpretazioni del mondo, come il pluralismo si prepone di fare, mi obbliga ad essere schiavo della libertà di pensiero, ovvero della stessa responsabilità che grava in tutti noi: soppesare il giusto e l'ingiusto sugli equi piatti della ragione, pensare che la propria sorte sia in qualche modo triste.

Il problema fondamentale che affligge questo sistema, nell'ottica mia, è che l'uomo non utilizza la razionalità, poiché se l'usasse sempre, secondo gli ideali con cui egli la descrive, non ci sarebbe nemmeno bisogno di indirizzarti questa lettera, poiché l'intero genere umano sarebbe in pace con se stesso, e, in pace, coinvolgerebbe alla tolleranza l'intera propria razza.

Ma io, pace non trovo, e non ho da far guerra, e in un simile dualismo giaccio.

Poiché la razionalità è, sì, un meccanismo fallibile e limitato, che non può essere ciò che l'uomo si prefigge che sia poiché è umano, e l'uomo non può essere puro di fallacità; un meccanismo simile e delicato conduce all'errore, alla misinterpretazione, quindi alla conseguenza primale di noi stessi, ovvero la violenza e ciò di più turbolento è della psiche della nostra specie, che noi in quell'infausto momento poniamo come unico modo di ottener ragione da chi abbia un partito diverso.

E se, come secoli di leggi e insegnamenti morali mutuati dalla religione ci hanno insegnato che il bene sommo, il fine assoluto, è la vita (cosa che d'altronde nemmeno la natura tace di dire con ‘perpetuazione della specie'), noi dobbiamo rendere meno alla nostra ‘razionalità' di agire contro l'uomo, quindi contro se stesso.

Ancora, se la ragione ha come proprio cardine, come esplico al principio, la libertà di espressione e pensiero, anche essa deve essere soppressa, poiché essa può contrastare la comunanza attraverso l'ineguaglianza, quindi favorire la discordia. Un pensiero comune, al contrario, uniformato e illuminato dalla luce di una singola Verità, è naturalmente più propenso a prosperare grazie alla comunanza dello stesso, e la comunanza genera coesione.

Alfine, mi pare necessario, per la creazione di una società perfetta, abolire la libertà, ciò che all'uomo permette di agire male, e sostituirla con una falsa libertà, una situazione di schiavitù così ben costruita da sembrare inesistente.

Eseguire ciò, è dotare ogni uomo d'un lavoro, poi fare che tutto il suo lavoro gli paia ben compiuto, quindi fargli credere che non potrebbe vivere meglio senza di esso, e che anzi sia il migliore dei mondi possibili.

Mi si risponderà con verbo simile, cioè che l'uomo è però volubile e immerso fino all'orlo del vizio e dal peccato; infatti è necessaria cosa, per ciò di cui io parlo, far credere all'uomo che egli abbia libertà (che poi in realtà non sussistono), e, tuttavia, dotare la società di svaghi tali che esso non possa pensare alla propria libertà, che come dicevo prima è inesistente, e ancora, cagione di infelicità.

Forse mi attaccherai, lettore, poiché tu credi ancora, per la giovine età oppure per quegli ideali in cui credi, che la libertà ti faccia sentire libero e quindi felice; ma ricorda a cosa pensi, quando sei solo, nell'oscurità della notte, libero come tu dici: ti compiaci, forse, dell'universo creato, e poi ragioni variabilmente sul tuo futuro e gioisci del tuo passato? Io, invece, non posso far altro che pensare al fato, e liberamente, come noi tutti andiamo contro di esso senza preoccupazioni, ma rosi dal peccato e afflitti dal male da noi stessi generato, con gli unici piaceri eterei come il fumo, che non si possono carpire, per poi soggiacere ad una morte inevitabile, con nessuno al fianco che capisca quanto dolore si provi a sentire fortemente lo stato di naturale miseria.

Vorrei che il mio pensiero, oh, mio lettore a cui affido queste righe, che ben conoscono il pensiero di chi vive da modesto nella modesta Arquà, ti convincano del giusto: l'uomo vivrebbe meglio stupido, e se non stupido, ottuso.

Francesco Petrarca, Arquà, notte del 18 Luglio 1374

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