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Le vite e i giorni (capitolo ottavo)

di elisabettastorioni, pubblicato martedì 9 agosto 2016

Le venne in mente come una rivelazione di chiedere delle sue origini "Where are you from?" pronunciò con voce rauca ed in parte spezzata, il giovane non la sentì e strizzò gli occhi per comunicare che non aveva capito; la ragazza ripeté le medesime parole a tono più alto ma con poca convinzione. Egli rimase prima perplesso dalla domanda e poi si mise a riflettere con preoccupazione, chiedendo a se stesso in fretta una risposta "I'm from Barklan, East Region"
"What?"
"East Region, I told you" insisté lui ma in parte comprendendo la ragione del suo errore "I don't know East region" lo provocò lei ed il ragazzo tentò di distogliere il più velocemente possibile l'attenzione da quell'argomento "I'm a Nêhkawa, rember?" tuttavia si rese conto d'un tratto che non aveva specificato un particolare importante e con parole spezzate confessò "I don't live...in this planet, nor in this dimension".
Assuefatta alle stranezze ed assurdità che uscivano dalla bocca di quell'uomo, Rebecca non si stupì di ricevere tali risposte e invece proseguì nella sua indagine: una volta soddisfatto, quell'uomo non l'avrebbe più perseguitata. Ella si mise in posizione eretta e con il busto ben rivolto nei confronti dell'interlocutore, i piedi ben piantati al suolo simulando sicurezza e spavalderia "What's your name?" alla quale domanda l'altro non tardò a rispondere "Monshëu...would you please come closer, it's difficult to talk like this" le fece segno con la mano di avvicinarsi e percependola restia all'assecondare la sua richiesta, provò ad avanzare lui di qualche passo ma la ragazza fu subito pronta ad indietreggiare di conseguenza "Do not...come closer" fece Rebecca rivolgendogli implicitamente la condizione della distanza per continuare il dialogo. Nonostante la rozza forma di comunicazione che intercorreva fra i due, i gesti ed il corpo si trovavano ad essere utili e sufficienti alla loro comprensione reciproca. "Monshù?" ripeté Rebecca, il giovane la corresse "Monshëu"
"How old are you?"
"I don't know what a year is, actually" affermò balbettando un poco. Il volto ed il busto di Rebecca furono scosse da una risata soffocata: quell'uomo continuava ad aggiungere ridicolo alle sue parole, fermamente convinto di ciò che diceva e sembrava non fare alcuno sforzo nel mentire.
"Listen, I suppose you're not trusting my words but please answer me seriously : are you able to digest those seeds...ehm...the seeds that come from the yellow and tall plant?" accompagnò le ultime parole con dei gesti delle mani: mimava una forma sottile e longilinea. La ragazza corrucciò lievemente il volto e chiese più spiegazioni "Yellow plant?"
"I don't remember its name, it grows in big fields, they make powder out of it..."
Rebecca ragionò per un po' finché non le venne in mente qualcosa di quel genere. Doveva essere un cereale, poiché aveva parlato di campi, una pianta gialla da cui si ricava della polvere, probabilmente farina e a lei era interdetto il glutine. Non si sapeva se vi fosse intollerante o allergica, semplicemente non poteva assumerlo. Gli suggerì la parola ma in italiano, non trovando il corrispondente in inglese ed il giovane si illuminò pronunciando una parola simile ma più consona alla lingua straniera. "Gluten! That's it. And ca...ca..." ballettò nuovamente, Rebecca lo aiutò ancora "Cacao?"
"Cocoa. You can't digest those, can you?".
Era il primo un nutriente che al suo stomaco era quasi sconosciuto, avendone interrotto l'assunzione da ormai diversi anni, il cacao poi le era sconosciuto alla lingua fin da bambina anche se poteva intuirne il sapore dall'odore. "Another thing could be milk, lactose and...I suppose you never got ill" quando la ragazza sentì la frase, abbassò gli occhi e cominciò a considerare seriamente tutte le prove che egli le aveva portato. L'aveva screditato per come la sua presentazione le fosse parsa buffa e disordinata, senza alcun filo logico ma non poteva ignorare ora di avere di fronte a lei delle informazioni esatte, anche se con molta improbabilità erano frutto di casualità. La sua intolleranza o allergia al cacao era più che rara dato che le era stato spiegato come, nella maggior parte dei casi, chi non poteva cibarsi di cioccolata era allergico ad altre sostanze contenute in essa e non al cacao stesso. E nonostante le fossero state più o meno diagnosticate allergie o intolleranze di vario genere, non aveva mai subito alcune tra le più comuni malattie che colpiscono annualmente o nella fase infantile: non aveva mai provato la cosiddetta varicella né la tosse o il raffreddore. I pacchetti di fazzoletti li aveva sempre utilizzati per diversi propositi che quelli per cui servivano principalmente. Non sapeva cosa fossero esattamente le malattie ed aveva solo riscontrato temporanei malesseri come mal di testa, fitte allo stomaco o sbalzi di temperatura corporea, che non l'avevano assediata che per più di poche ore. Si poteva dunque considerare vera l'affermazione che lei non si fosse mai effettivamente ammalata. "And about the thing I mentioned some time ago: you should not have menstruations too" aggiunse lui destandola dai suoi pensieri, al che Rebecca rinvenne con un sobbalzo "The cyclic event when a female human looses blood from..."
"OK" lo interruppe cercando di evitare la sensazione di disgusto al pensiero di quel fenomeno. Anche per lei, come pareva esserlo a lui, era estraneo ma un giorno, ancora bambina e spinta dalla curiosità, aveva deciso di capire che cosa avvenisse ed era rimasta abbastanza traumatizzata da ciò che aveva veduto. Il ricordo di quell'esperienza le faceva quasi piacere il fatto che lei non dovesse confrontarsi con tale realtà. "I don't but..."
"See? I was right: you're a Nêhkawa"

"And what now?" fece lei senza riflettere molto sulla conclusione a cui erano giunti "I'll take you to our world" rispose il giovane con disinvoltura, tanto da sembrare convinto di aver conquistato la sua fiducia. Rebecca invece indietreggiò di poco, mostrando col viso nessuna intenzione di assecondarlo "If you still don't believe me, I'll show you the portal, it's near here, in the park" insisté lui "The park is empty" cercò di spiegarsi lei, sostenendo che il parco non potesse avere nulla di anomalo, tanto meno un portale. Immaginò di essere finita in chissà quale storia fantastica, di quelle che aveva letto da bambina e se per un momento si era lasciata trasportare dalla fantasia, un pensiero più realistico le sovvenne : era nata da sua madre, sua madre non poteva appartenere ad una specie diversa dalla sua e viceversa, quindi o sua madre le aveva mentito ed erano entrambe Nêhkawa, oppure erano appartenenti alla specie umana. Non poteva essere altrimenti poiché sarebbe stato contro le leggi della biologia, della chimica e di chissà quale altra scienza. Ciò la fece ritornare con i piedi per terra e ricordare quanto avesse da studiare per il giorno seguente. "I have to go home" annunciò solennemente e si avvicinò all'ingresso del condominio a passi svelti ma insicuri : temeva che l'uomo si avvicinasse e tentasse di fermarla, perciò si tenne a debita distanza e quasi attaccata alla parete alla sua sinistra. Monshëu, o come aveva detto di chiamarsi, la guardò camminare senza dire nulla finché poi non le si avvicinò abbastanza da poterle parlare sotto voce ; a quel punto le si appropinquò tanto da poterle sfiorare il corpo con il suo "This is the last thing I'll ask of you : if you come with me to the portal and are not convinced even then, I'm going to give up and never show my self again" l'aveva bloccata sul portone e lei d'istinto si era ritirata su di esso a far aderire il fianco sinistro alla vetrata; il fiato le si era fatto corto per la paura e non ascoltò con attenzione ciò che le disse, invece gli rispose frettolosamente aprendo il portone con le chiavi "I can't" ed era sgusciata nell'ingresso richiudendo immediatamente la vetrata dietro di sé.

Ancora una volta si era fidata di quell'individuo e aveva dovuto ricredersi; si ripromise di non fermarsi più a parlare per alcuna ragione anche se la sua curiosità fosse stata insopportabile. Certo era però che non poteva totalmente ignorare ciò che aveva appreso da lui: questi esseri di cui parlava, i Nêhkawa , e di cui diceva di far parte insieme a lei, avevano caratteristiche simili a quelle umane ma in particolare possedevano il Kraht, erano provenienti da un altro mondo di cui non le aveva specificato né ubicazione né natura. Monshëu era stato alquanto vago nel rispondere alle domande ed in generale non aveva dato spiegazioni di alcun ingrediente inserito nel calderone: aveva gettato piccole quantità di spezie esotiche dai sapori forti senza definire il loro ruolo nella pietanza. Rebecca rifletteva su questo mentre rientrava in casa e si affrettava a tirare fuori libri e quaderni. Aveva perduto tempo prezioso togliendolo allo studio ed ora doveva pagare per il suo errore. Rimase sui libri fino a notte fonda ed il fratello si ritrovò nelle medesime condizioni. I due, verso mezzanotte, si incontrarono in cucina per rimediare alla loro sete; Rebecca colse l'opportunità per chiarire alcuni dubbi che nel frattempo le erano sorti "Tu c'eri quando sono nata?" gli chiese mentre teneva con una mano un bicchiere d'acqua mezzo vuoto e con l'altra strofinava il tavolo lentamente, gli occhi a fissare le venature della superficie lignea "Anche se ci fossi stato non me ne ricorderei, non credi?" le rispose Marco accennando una risatina "E papà? Lui ha assistito al parto?" continuò la sorella "Ma perché all'improvviso t'interessa?" fece mentre riponeva il bicchiere usato dentro un cestello della lavastoviglie. Rebecca fece spallucce e riposto anche lei il bicchiere nella lavastoviglie, reinserì il cestello e la chiuse. Marco tornò nella sua stanza e così fece lei. Aveva scelto di prendersi una piccola pausa per poi immergersi nuovamente nello studio ma quando aprì la porta e posò gli occhi sui libri aperti le giunse una tale stanchezza agli occhi e la conquistò con così tanta facilità che spense tutte le luci della stanza e si infilò a letto in poche mosse. Appena fu coricata e ricoperta dal calore del piumone, si accorse di avere ancora sulla scrivania il vassoio con il piatto sporco della cena e le posate, inoltre una piccola luce colorata del cellulare lampeggiava con insistenza sempre dalla scrivania. Provò un intenso fastidio e fu costretta ad una fatica sovrumana per potersi alzare dal letto, uscire dalla cuccia di calore che le si era creata intorno e ritornare alla freddura della stanza. Riportò il vassoio in cucina, riponendo il piatto sporco dentro la lavastoviglie insieme alle posate. Quando ebbe terminato le sue mansioni, spense la luce della cucina ed a quel punto venne colta da uno strano pensiero. Al buio, la porta finestra faceva trapelare, attraverso la tenda di un azzurro chiaro e tessuto non troppo spesso, alcune luci provenienti dalla strada. Era da poco passata la mezzanotte e sia nella casa che all'esterno pareva vigere un silenzio pacificatore. Le viuzze della città nella notte erano così discrete da far sembrare che il tempo per loro si fermasse e che custodissero in loro i segreti della gente, come delle mura e dei lampioni. Quella quiete la attrasse alla portafinestra di cui scostò la tenda per poter gettare lo sguardo all'esterno : questa volta era consapevole di cosa avrebbe visto ed infatti la sagoma dell'uomo non tardò a far capolino su una delle altalene. La sua immagine si intravedeva illuminata a fatica dal lampione che seppur nelle vicinanze era voltato da un'altra parte, ed essa era scura come la giacca in pelle ed i pantaloni che continuava ad indossare, ricurva per la schiena inclinata verso il basso. Si fermò a guardare il giovane solitario, dimenticò per un attimo i preconcetti nei suoi riguardi e provò a giudicarlo ex novo. Nel farlo notò che non portava più la parrucca ed i suoi capelli bianchi, così privi di colore che riflettevano anche la luce che intorno non c'era, brillavano nello sfondo scuro. Osservava quella chioma fiabesca, composta da ricci corti e ben tagliati e riportava alla memoria le sensazioni scaturite dalla sua vicinanza. Quando le si era fatto appresso oltre modo e le aveva parlato, il suo timore aveva avuto il sopravvento sulle sue emozioni ed il significato delle sue parole le era giunto alle orecchie ed era rimasto lì, senza essere propriamente tradotto dal suo encefalo. Ora invece, mentre rielaborava i pensieri, scopriva di aver provato sensazioni diverse e queste si riproponevano più chiare e distinte : il suono della sua voce, come le risuonava nel suo ricordo, era quello di un uomo adulto e ben formato, lungi dai suoni infantili emessi dai suoi conoscenti. Essa non era troppo profonda e possedeva, almeno quando egli parlava inglese, una certa freddezza. La sua presenza inoltre le era parsa ingombrante per l'inusuale accoppiamento di tonalità nel suo volto: le sopracciglia mediamente folte e naturalmente definite, di un grigio poco scuro, incorniciavano degli occhi prevalentemente bianchi. Nonostante ad un primo impatto avesse notato dei riflessi colorati, questi scomparivano spesso lasciando posto a quel colore tra il grigio perlato ed il bianco puro che facevano apparire la sclera un poco arrossata. Il volto aveva tratti delineati, soprattutto sugli zigomi e in parte sulle mascelle, con una presenza omogenea e non troppo marcata di linee morbide. Ma l'immagine che poteva crearsi nella sua mente era sfocata, talvolta precisa in alcuni dettagli ma con gravi lacune altrove. L'aveva visto di sfuggita, distogliendo lo sguardo quel tanto che bastava per non cedere all'imbarazzo, ma , cosa più importante, la sua vicinanza le aveva scaturito una sensazione simile a quella che provava quando era vicina ad Alessandro. Percepiva una sorta di istinto che le imponeva di mantenere una certa distanza con il suo migliore amico, ma non per dovere morale di non vagliare il confine dell'amicizia, bensì per una necessità fisica di protezione. Non aveva mai saputo spiegare la ragione di questo e vi aveva fatto l'abitudine negli anni, ma si rendeva conto del fatto che quest'istinto le si attivava solo nei pressi di Alessandro e ora di Monshëu, come aveva potuto constatare. Per molti anni nessun altro le era parso simile, per così dire, ad Alessandro e non comprendeva la ragione di questo suo pensiero, infatti nell'aspetto e nell'atteggiamento non erano affatto accomunabili, eppure una parte di lei era convinta di ciò. Per diversi minuti non l'aveva veduto muoversi ma ad un certo punto egli drizzò la schiena e si poggiò ad una delle catene dell'altalena, inclinando la testa su di essa; ora il suo dorso era tutto piegato da un lato ed incurvato a creare una piccola gobba. In Rebecca per un istante si fece spazio della compassione per la sua figura che palesava stanchezza e allo stesso tempo impotenza, ma non cedette a tali sentimentalismi e chiuse di scatto la tenda: era una sua scelta rimanere fuori la notte col freddo e poco vestito, giacché ormai le era chiaro che non faceva altro che aspettarla per cercare di convincerla a seguirlo. Quell'insistenza o, meglio dire, testardaggine, non era certamente una responsabilità di Rebecca.

Tornata nella sua stanza, vagando per la casa a luci spente, si infilò tra le coperte dopo aver preso il cellulare e visualizzati alcuni messaggi, decise di non rispondere e riporre il dispositivo spento sul comodino. La stanchezza la portò a cedere senza controbattere alle spire del sonno.
Le parve di sognare non appena ebbe chiusi gli occhi. Vide del verde indistinto, poi il cielo la cui immagine era occupata da chiome folte di alberi di montagna. Sentì l'odore del muschio e connesse la sua esperienza di odori e suoni dell'ambiente alpino a quel luogo. Nel frattempo muoveva qualche passo sull'erba, poi sulle foglie, poi si trovava dentro un edificio senza finestre, una sorta di tana con le pareti ricurve, senza mobili. Poi era di nuovo fuori tra le foglie secche, in un altro momento vedeva un ruscello di considerevoli dimensioni scrosciare imperterrito tra le rocce muschiate. Sentiva freddo, continuava a strofinarsi le braccia e le gambe ma non riusciva a riscaldarsi. Iniziava dunque a parlare recitando qualcosa che poteva sembrare una poesia in un'altra lingua: Rebecca non capiva quella lingua ma la pronunciava alla perfezione, le parole le sembravano essere perfette ed in ordine ma non ne capiva il significato. Le venne spontaneo toccarsi il ventre che ora era nudo, così come il suo corpo e percepì dentro di esso un moto inarrestabile, un flusso che le raggiungeva i palmi delle mani e poi ritornava al ventre. Monshëu la osservava da un luogo indistinto e lei non era in grado di vederlo, ma sapeva che lui era lì. Fu poi tra due alberi, con indosso degli abiti che non erano usuali ma per lei non erano strani, bensì comuni come se li avesse portati per molto tempo. Monshëu le sussurrò qualcosa in quella lingua che lei non comprendeva, lei pianse. Si sentiva se stessa eppure non lo era. Piangeva con rabbia ma non ne conosceva il motivo, provava a sferrare un pugno in volto a Monshëu e non ci riusciva perché era sempre troppo distante e il suo braccio non lo raggiungeva.
Si svegliò al suono insistente e fastidioso della sveglia, con l'amaro in bocca ed una rabbia soffocata, resa ingombrante dal fatto che non ne aveva presente la causa. Come nel sogno essa la perseguitava per la sua ignoranza facendole provare un senso di impotenza sia nei confronti del suo sentimento che in quelli di Monshëu per cui aveva del risentimento diverso dal giorno precedente. Era come se alla sua mente non importasse più di ciò che quell'uomo le aveva detto, ma si fosse concentrata solo sulla sua persona che a prescindere era da considerarsi nemica.

Fuori la nebbia occultava gli edifici e pesava sulle teste dei passanti. Rebecca si levò dal letto a fatica e non appena fu in piedi sentì l'ormai solito formicolio alla mano destra, diede dunque voce ai suoi pensieri parlando fra sé "Ma porca miseria, è tutta colpa di quel deficiente se ho 'sta roba alla mano" si portò l'altra alla fronte grattandola "E c'è pure umidità oggi, ma che giornata del cavolo" si lamentò mentre infilava le ciabatte ai piedi del letto. Le era un nervosismo ingiustificato ed una irritazione contro ogni fastidio che incontrava giacché il suo sonno era stato disturbato da quelle immagini e per tutta la notte si era rigirata per il letto spostando le coperte che la lasciavano certe volte scoperta, tanto che il sogno fu costellato da micro risvegli per poter raddrizzare il piumino. Non si poteva dire che avesse riposato, anzi la notte era stata per lei più un continuo sforzo mentale e fisico.

Prese distrattamente una giacca in felpa dalla sedia vicino al comò a cassettoni e la infilò chiudendola con la cerniera, perturbata dai tremori per il freddo. "Questa è la volta buona che mi ammalo" brontolò mentre usciva dalla stanza e suo fratello la sentì ed accennò una risatina sciatta. Pure lui, visibilmente stanco e reduce da una notte breve e di poco riposo, arrancava strisciando le ciabatte verso la cucina, nella quale li attendeva il padre. Francesco si svegliava presto nonostante si dovesse recare a lavoro solo alle nove e in un luogo non molto distante dall'abitazione, lo faceva per poter preparare ai propri figli la colazione e semmai sistemare alcune pratiche prima di lasciare casa. La moglie invece non aveva orari precisi e molte volte la mattina la spendeva esercitandosi al pianoforte o semplicemente dormendo qualche ora in più. La colazione era sempre la stessa: tè, caffè, fette biscottate, biscotti, cioccolata spalmabile, marmellata o miele. Tuttavia spesso accadeva che entrambi i fratelli non avessero molto tempo per godersi il primo pasto del giorno ed arraffavano le cose più sostanziose che trovavano, come merende dolci di vario genere, al cui rifornimento provvedeva sempre il padre anche a metà settimana, e si lanciavano fuori di casa per la fretta. Contando il percorso a piedi e quello in tram o autobus, più l'eventuale mancata coincidenza con esso, i due impiegavano all'incirca una mezz'ora per raggiungere i rispettivi istituti, Marco un poco di più poiché la scuola che frequentava era verso il Prato della Valle, nel centro moderno della città. Quasi ogni mattina accadeva che i due fratelli giungessero appena in tempo, una alla fermata del tram, l'altro alla fermata dell'autobus. Quella mattina, appena scese le scale ed usciti dal portone, entrambi videro Monshëu che, appoggiato al muretto del parco, sembrava attendere Rebecca. Marco lo ignorò e la sorella fece lo stesso; inaspettatamente, Monshëu attraversò la strada in poche ed ampie falcate e tentò di fermare la ragazza afferrandola per un braccio ma lei si divincolò e non trovando molta resistenza sfilò l'arto dalla sua presa. Il fratello si fermò e squadrò l'uomo cercando di pararglisi di fronte a protezione della sorella "Cosa credi di fare?" Rebecca lo fissò con le sopracciglia leggermente corrucciate da dietro le spalle di Marco, l'altro ricambiò lo sguardo e non diede attenzione al ragazzino che gli sbarrava la strada "Please, just this once" la pregò, gli occhi supplicanti. Marco rimase un poco turbato dal sentirlo parlare in inglese e tentò di dire qualcosa ma fu interrotto dalla sorella che gli chiese di raggiungere la fermata senza di lei; a seguito di qualche occhiata fra i due, egli accettò di lasciarla in compagnia dell'uomo e titubante si avviò lungo la stradina. "I need to go to school so hurry" disse alla svelta, non curando troppo la pronuncia. Monshëu le fece segno di seguirlo verso il parco e così entrambi attraversarono la strada, risalirono sul marciapiede ed entrarono nel luogo a passo svelto. L'uomo indicò un angolo in cui non giungeva molta luce, protetto dalla chioma e dall'ombra dell'albero più alto, inoltre sul muro, vecchio e i cui mattoni avevano acquistato il verde dell'edera che delimitava quel luogo minuto, la pianta rampicante era stata in parte strappata via: lo si poteva capire dai rametti tranciati e dalla forma strana che la pianta aveva assunto. Il buco da cui si potevano ora vedere meglio i mattoni era stato fatto proprio nel punto in cui due delle pareti delimitanti il parco si incontravano. I due si avvicinarono all'angolo, uno a fianco dell'altra, mantenendo una distanza sufficiente per non costringerli a troppa vicinanza. "This is the portal I told you about" iniziò Monshëu mentre contemplavano quell'angolo sporco ed umido "It's just...grass" rispose lei lamentando un certo fastidio per il tempo sprecato "If you look closely you'll see it's a portal" la esortò lui. Rebecca, un po' timorosa ma desiderosa di venire a capo della storia e concluderla una volta per tutte, fece pochi passi in avanti, quanti bastarono a Monshëu per imprimerle una spinta sufficiente sulla schiena a farla avanzare contro il muro. Rebecca per istinto, perso l'equilibrio a causa dell'improvvisa forza impressale, cercò di portare le mani in avanti e bloccarsi affinché il volto non le finisse addosso al muro, ma quando fu certa che le sue mani le avrebbero fermato la caduta, queste scivolarono dentro il muro come se questo fosse diventato acqua all'improvviso.

Per uno spazio di tempo brevissimo non vide nulla: il muro, l'edera, i mattoni, la luce e pure l'aria scomparvero lasciando il posto ad un vuoto buio. Non poteva vedere nulla, né sentire nulla, niente aveva più significato e l'apporto di ossigeno si era annullato drasticamente, causando una duplice extrasistole. Fu poi immediatamente riconquistata dalla forza di gravità e come se quel lasso di tempo fosse stata una sorta di brevissima pausa, continuò a cadere ma questa volta fu attratta al basso in direzione opposta. Cadde a pancia in su, su di un terreno erboso, lo zaino che prima portava solo alla spalla destra era accasciato al suo fianco sinistro invece che destro. Fu colta da spasmi alla gola che le provocarono una forte tosse. Cercò di alzarsi a sedere, tossendo ancora, tanto che qualche lacrima cominciò a nascere sugli occhi. Vide poi davanti a sé apparirle Monshëu, una visione soprannaturale: tra i due alberi che le stavano di fronte e che ricordava di aver visto in sogno proprio nella medesima posizione, vide materializzarsi come un'immagine proiettata, la figura in carne ed ossa dell'uomo. Era apparsa ad una velocità tale che pareva quella della luce. Non riusciva a capacitarsi di cosa le fosse accaduto e ancora il muscolo cardiaco non accennava a rallentare le contrazioni impedendole di ragionare in tranquillità, la testa le pulsava e si sentiva lievemente anemica; come prevedibile, il formicolio alla mano si fece sentire ma questa volta con una forza irragionevole. Quando ancora tentava di acquietare la tosse, un bruciore inaudito le infiammò il ventre, conquistandola con forza e costringendola a rannicchiarsi per il dolore. Si strinse le braccia intorno tentando di rimediare ma ciò non sortiva alcun effetto ed invece il dolore si fece ancora più pressante, coinvolgendo ora anche il petto, ora le braccia e le gambe, la testa le pulsava ancor di più. Soffrì accucciata su se stessa e per poco non finì nuovamente a terra ma riuscì a resistere . Monshëu la guardava dall'alto, impassibile e concentrato nei suoi pensieri, la fissava ma distrattamente. Dopo qualche secondo chiamò a gran voce "Kahën! Môlgpolkeichr!" in un tono allarmato e giacché non ricevette immediatamente risposta, aggiunse "Shæpolkeichñ!". Si sentì un ronzio breve e secco e tra i due alberi apparve una sorta di pellicola trasparente che si inviluppava tra i tronchi. A quel rumore Monshëu si calmò, si inginocchiò vicino a Rebecca e la trattenne per le spalle costringendola a sdraiarsi, le scostò a forza le braccia arrotolate al ventre e le aprì il giubbotto, le sollevò il maglione verde acqua e le sfilò la canottiera dai pantaloni, il tutto cercando di trattenerla mentre lei si dimenava per il dolore e soffocava a stento dei versi struggenti. Le scoprì così la pancia ed impresse su di essa il palmo della mano sinistra, facendolo affondare più che poteva, muoveva la mano facendo più pressione sulle dita, che teneva unite fra loro, oppure sulla base della mano, rispetto a ciò che percepiva. Nel mentre giunse di corsa, sconvolta alla vista della scena, una donna. Questa si avvicinò a Monshëu e gli urlò contro "Sëambar uhkamë allaini! Dwörhahk Posð" e l'uomo irritato continuò a praticare la pressione con la mano e non rivolgendole lo sguardo, le rispose "Dfor, oha erh"
"Basdri ewenandjë"
"Moj, Kje!" concluse Monshëu in un imperativo. La donna si fece da parte ed ascoltando le parole dell'uomo si allontanò di qualche passo dalla ragazza, incrociando le braccia, in un'espressione poco convinta e preoccupata. Rebecca di lì a poco si calmò, ancora sdraiata a terra respirava pesantemente ma senza forze. Aveva creduto di essere sul punto di svenire per il dolore ma per quanto avesse desiderato che ciò accadesse, pur di essere liberata da quella morsa, non aveva mai sorpassato il limite e gli si era solo avvicinata. Monshëu a quel punto le staccò la mano dal ventre e si rialzò in piedi, dunque si rivolse alla donna "Elekf? Ahmutën"
"Gêë, alan kultrichtsi?"
"MidRhennyüi, falçiap"
"Fghricho! Trolkijë!" gli rispose la donna mentre quello se ne andava sorpassandola, l'espressione fredda di chi ha compiuto il proprio dovere. La donna scosse la testa in dissenso e si avvicinò di poco a Rebecca che giaceva ora sul fianco, cercando di sollevarsi ma non riuscendoci per le poche forze che aveva in corpo. Quella era titubante e sembrava essere insicura su quanto le si potesse accostare, tentennava con le gambe piegate ed avanzava di pochi centimetri nella sua direzione. "Molshar?" le chiese la donna ma Rebecca non capì e voltandosi verso di lei la guardò stranita e poco corrucciata per la fatica "Trichan, El?" disse fra sé quella e poi voltò il capo in direzione di una sorta di collinetta bassa e di piccole dimensioni che si alzava là vicino, a meno di un paio di metri "Rhennië... Trimj: Asrõë" disse cercando di richiamare l'attenzione di qualcuno. Rebecca notò solo in quel momento, cosa che non aveva potuto fare prima perché occupata a soffrire, che la donna aveva un accento diverso rispetto a Monshëu, infatti egli pronunciava le parole di quella lingua con prevalenti suoni gutturali senza sforzo e scioltamente, mentre ella arrancava con le parole e scandiva i suoni: anche non capendo nulla di quell'idioma era in grado di giudicare che probabilmente la donna era straniera. Ma si rese conto che la parola straniera non aveva molto significato in quel contesto, poiché anche lei poteva considerarsi una straniera in quel posto. Ed ecco che le sovvenne un particolare che aveva del tutto trascurato: quello certamente non era il retro del parco, il muro di mattoni non c'era, la via nemmeno e tutto intorno si vedeva solo la piccola radura in cui si trovavano e la folta foresta nei dintorni. Riconosceva quel posto poiché era simile a ciò che aveva visto in sogno, non tanto per l'aspetto in sé ma per le sensazioni che il luogo le scaturiva. Anche l'abito che la donna indossava aveva le sembianze di quello che si era vista addosso in sogno nonostante paresse di un modello diverso. Non fece in tempo a ragionare molto sulle domande che le popolavano numerose la mente che Monshëu spuntò da dietro la collinetta, visibilmente innervosito "Xoinj, valkrahtoümier" si rivolse alla donna facendole segno con la mano di allontanarsi da Rebecca "You have to get up on your own, we can't help you" fece poi alla ragazza, mentre si avvicinava con cautela. Ella non se lo fece ripetere e si sforzò di far presa sulle braccia, poi sulle gambe, quando fu in posizione eretta non riuscì a distendere la schiena poiché sentì i muscoli del ventre induriti che tiravano in direzione contraria. Si mise una mano sotto il busto per istinto ma Monshëu le intimò subito di toglierla "You're going to do worse like that, don't touch your stomach" ella obbedì, poi lanciò uno sguardo allo zaino accasciato sull'erba poco più in là. La donna si accorse di ciò e stando attenta a non avvicinarsi troppo a Rebecca raccolse lo zaino per lei, accennando un sorriso compassionevole. La ragazza d'altro canto era troppo sconvolta per poter adempiere ai doveri sociali e rimase a guardarla inerte senza ringraziarla "Come inside, Rhenn" la richiamò Monshëu, la donna spostò lo sguardo dalla ragazza all'uomo un po' spaesata "Klampt sjefor" aggiunse frettolosamente lui e quella lo raggiunse per poi scomparire dietro la collinetta. Rebecca non comprese bene ciò che le aveva appena detto: l'aveva invitata dentro ma non c'era nessun luogo o edificio dove si potesse entrare ed infine aveva aggiunto quella parola strana alla frase già di per sé priva di significato. "Rhenn?" chiese con un filo di voce e raschiando la gola "That's your name, yes. Now you better come inside and get changed" le rispose con disinvoltura ed una certa freddezza che era diventata ormai costante nella sua voce da quando erano giunti in quel luogo, come se fino ad allora egli avesse simulato una qualche umanità al solo scopo di ottenere ciò che voleva.