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Un tempo - Parte Prima - Prologo

di Menic, pubblicato giovedì 26 maggio 2016

Ero da solo, in una stanza buia e senza rumore. Non avevo la minima idea di dove mi fossi cacciato, né sapevo cosa mi era successo perché mi ritrovassi lì dentro. Così, dal nulla sentì il rumore di un microfono accendersi. La voce era irriconoscibile.

- Dunque, da dove cominciamo?

Cominciare? Come cominciare? Cosa dovevo fare? Chi diavolo era? Non sapevo cosa dire, almeno all’inizio. Volevo dire qualcosa, ma poi avevo scelto il silenzio.

- Inizia dove vuoi tu.

Che avevo detto? O da dove era uscita questa frase? Ma non dovevo stare in silenzio? Come avevo fatto a parlare?

- Da qualsiasi punto?

Cosa? Aveva abboccato? Che fortuna! Perché no? Era meglio dargli più libertà possibile, a patto che non nuocesse alla mia.

- Non sarebbe meglio fare prima una premessa, tanto per chiarire un po’ la scelta della narrazione?

Ma cosa…ma che mi era preso…ma mi stavo affossando da solo!

- Mi prendi in giro? Che c’è da spiegare?

- Tipo perché sei qui ad ascoltarmi, e perché ci sono io a raccontarti.

Oh bene. Questa va bene! Finalmente qualcosa di sensato!

- Ti fai troppi film mentali. Racconta e basta. Tutto qui? Film mentali e racconta e basta?

- Sì, ma vorrei fare di più. Insomma, il racconto fine a se stesso mi pare poco originale.

Dovevo essere scemo…anzi, matto…

- Mica cerco l’originalità! Avanti, siamo tra lettori: il minimo che tu debba fare è fare un racconto, mica una poetica!

Questa parola non l’avevo mai sentita in vita mia...

- Non sarebbe sbagliato. Tanta gente non lo fa…

- E saranno affari loro se non gli va di fare una poetica. Tu racconta, e mettici quel che vuoi tu.

- Una poetica?

Ma che ero? Un pappagallo?

- Al diavolo la poetica! Puoi mettercela, ma ti consiglio di metterci un po’ di sostanza, inoltre. Non si vive di sole idee…

- E se non dovessi…

- Guai a te se dici una fesseria del genere: racconta, e se sbagli, pazienza. Continua a raccontare; prima o poi qualcosa la trovi.

Non sapevo cosa raccontare. Il lettore, o almeno si faceva chiamare così, mi aspettava, con orecchie attente, interessate, eppure giudicanti, critiche. Non m’andava di deluderlo, di fargli un torto. Così iniziai a raccontare qualche cosa, come la storia di un bambino, o meglio di uno che ancora era un bambino. Speravo tanto gli piacesse.