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The Moon's coming up... like an Eye In The Dark - cap. 7

di ledalalida, pubblicato martedì 10 maggio 2016

7. Under The Same Sky, Kiss The Rain [Sotto Lo Stesso Cielo, Bacia La Pioggia]

" Keep in mind we're under the same sky and the nights as empty for me, as for you if ya feel you can't wait till morinin'... Kiss the rain"

Kiss The Rain - Billie Myers

[South Side - Chinatown - Wentworth Av., Chicago, IL]

Pioveva.

«Io lo ammazzo!» minacciai affrettando il passo.

«Datti una calmata e guarda dove metti i piedi con quei trampoli» mi rimbrottò Victor camminando spedito al mio fianco.

«Ci manca solo che io debba risarcire qualcuno che frequenta questo dannato posto, o peggio... quello stronzo di Dixon!» continuai scrollando la testa, gli occhi concentrati sull'asfalto irregolare per non inciampare.

«Derek ha detto che non è nulla di grave» tentò di rincuorarmi il mio migliore amico.

«Questo è tutto da vedere» dissi secca. «Il metro di misura di uno che è stato in grado di scoparmi il giorno dopo aver subito una delicatissima operazione al menisco, ha davvero un peso irrilevante.»

«Hai sempre quella finezza...»

«Ma stai zitto!» lo interruppi bruscamente. «Eccoci» annunciai davanti al portone di ferro e, subito dopo: «Merda!» un tacco mi si era incastrato nella grata sotto la porta. «Coprire questa maledetta trappola no, eh?»

«Ferma», ordinò Victor, abbassandosi per liberare il tacco dall'incaglio, «o butterai tremila dollari nel cesso.»

«Sai che me ne importa» dissi a denti stretti, rimanendo però immobile per facilitargli l'impresa.

Victor aveva insistito per accompagnarmi. Io avevo insistito perché rimanesse in ufficio, alla riunione con un grosso partner di trasporti di Miami, ma lui non aveva sentito ragioni; aveva argomentato le sue intenzioni con scuse del tipo che sarei potuta morire d'infarto vedendo Jamie in quello stato, morire d'infarto una seconda volta per aver rivisto Derek e, dopo essere risorta, finire in carcere per tentato omicidio nei confronti di Tyler Dixon. Nessuna delle sue ipotesi poteva essere credibile, anche se era esattamente ciò che avevo pensato anch'io, ma questo non lo avrei mai confessato a Victor: non si potevano dare certe soddisfazioni a uno come lui, che ti conosceva così profondamente e che non aspettava altro se non il palesamento di un lembo di insicurezza per infierire con il suo solito sarcasmo snervante. Ci viveva di quelle stronzate!

«Ecco» disse, mentre avvertivo un incredibile senso di leggerezza al piede destro: ce l'aveva fatta. Si rialzò e mi mise una mano alla base della schiena. «Dopo di te» chiosò beccandosi un'occhiata al fiele in risposta.

Entrammo e ci accolse la musica a un volume accettabile; dagli altoparlanti usciva "What Appened" di J. Mascis, e pensai che fosse una figata assoluta: adoravo J.

C'era un gran via vai nella sala principale, finalmente illuminata a giorno dai neon del soffitto. Alcuni, tra uomini e donne di ogni età, erano riuniti nel salottino rialzato che avevo scambiato per un palco nelle tenebre della prima volta in cui ero stata al Centro; altri, gironzolavano tra le colonne e le librerie, sparendo dietro porte o trasportando quello e l'altro oggetto.

«Bene, dove si va?» chiese Victor, battendo le mani.

«E che ne so!» risposi ansiogena, allungando il collo alla ricerca di almeno una testa conosciuta e sperando non fosse quella del proprietario. E fu proprio mentre mi crogiolavo in quella speranza che lo vidi di spalle, con il braccio appoggiato al muro che intrappolava un ragazzone robusto e gli parlava a pochi centimetri dal viso tondo. Quest'ultimo si accorse di me e Victor, e si sporse a lato del busto di Tyler Dixon, squadrandomi da capo a piedi e assumendo un'espressione malvagia e schifata.

Tyler Dixon assecondò l'interesse del ragazzo e si voltò verso di noi, nel momento stesso in cui qualcuno pronunciò il mio nome da un punto imprecisato della sala: una voce conosciuta e bella come poche altre avevo sentito nella mia vita.

«Lyla!»

Sganciai immediatamente lo sguardo da Tyler Dixon e lo lasciai volare in direzione della voce, sgranando gli occhi quando distinsi Derek Austin che, agitando il braccio, mi faceva segno di raggiungerlo. Senza perdere altro tempo, presi la mano di Victor e lo trascinai con me, infischiandomene di tutti i corpi che investivo con il mio indelicato incedere da camionista.

«Lui dov'è?» domandai a Derek, nonostante fossi distante ancora diversi metri da lui, spaventosamente attraente come lo ricordavo... per mia sfortuna.

«Stai tranquilla» rispose venendomi incontro e appoggiandomi le mani sulle braccia, appena sotto le spalle. «Jamie sta bene.» I suoi occhi scuri mi scaldarono il cuore e avvertii una specie di capogiro quando mi toccò: deve essere questo l'effetto che fa trovarsi davanti il miglior sesso della propria vita dopo quattro anni di sole telefonate e messaggi.

«Come va Derek?» Victor allungò la mano.

Derek mollò la presa da me e strinse la mano che gli veniva offerta, scuotendola vigorosamente.

«Tutto bene Victor, mi fa piacere rivederti» disse sorridente.

Cazzo... il suo sorriso: duemila denti perfettamente allineati e bianchi come il granito più puro, due fossette sexy in modo imbarazzante sulle guance spolverate di barba fine. Il mio sguardo precipitò sul suo fisico mozzafiato: le braccia muscolose, il busto scolpito sotto la maglietta attillata e quei tatuaggi che conoscevo alla perfezione... sui quali avevo passato la lingua infinite volte e che avevo morso come se fossero strisce di liquirizia lucida e golosa.

«E' lo stesso per me, amico» stava dicendo Victor, dandomi nel contempo un pizzicotto sul fianco e guardandomi con la coda dell'occhio mentre si sperticava in sorrisi all'unico uomo della mia vita che avesse mai approvato. Approvare, forse, era un termine riduttivo: Victor era letteralmente pazzo di Derek Austin. Lo stimava e lo considerava un uomo con la "U" maiuscola, l'unico, secondo lui, perfetto per me; e quando ci eravamo lasciati, il mio migliore amico mi aveva parlato a monosillabi per un mese intero, sottolineando così il suo disappunto riguardo la mia cazzata. E Jamie lo aveva spalleggiato su tutti i fronti.

«Venite» disse Derek. «Vi porto da Jamie» Lasciandoci passare, indicò una porta socchiusa.

La cosa che più mi stupì fu che Derek non mi aveva guardato. Cioè, sì, lo aveva fatto ma non... in quel modo. Si era limitato a concentrarsi sul mio viso, stando attento a non ampliare il raggio della visuale. Lo conoscevo bene e, con ogni probabilità, si era preparato ad affrontarmi molto prima di prendere in mano il telefono per chiamarmi. Io, al contrario, quando avevo ricevuto la sua telefonata non ero riuscita a pensare a nient'altro che non fosse la preoccupazione per Jamie, il desiderio di strozzarlo, ancora la preoccupazione per l'incidente, e poi di nuovo ad almeno dieci maniere differenti di fargli male nel caso non se ne fosse fatto abbastanza con la sua bravata di inizio settimana. Rimasi comunque delusa di non aver suscitato alcuna apparente reazione in Derek, e fu con quella delusione che entrai nella stanza, seguita a ruota da Victor e dal mio ex ragazzo.

Non vidi subito Jamie. Quel posto catturò la mia attenzione: tutte le pareti erano nascoste da alti scaffali in ferro carichi di libri; una decina di banchi, con le relative sedie, erano disposti ordinatamente su due file da cinque, e in fondo c'erano anche una cattedra e una vecchia lavagna. Doveva trattarsi di una specie di aula studio.

«Mamma» sibilò la voce di mio figlio. Mi voltai di scatto e lo trovai nell'angolo a destra dell'ingresso, seduto su una sedia e con la gamba sollevata su un banco. Una donna magra con i capelli corti e grigi gli stava fasciando il piede, l'aria seria e concentrata.

Io e Victor ci precipitammo da lui, ma accadde una cosa strana mentre tenevo gli occhi saldamente incollati a quelli azzurri di Jamie: qualcosa dentro di me si infiammò e tutta la preoccupazione si dissolse alla vista di lui, straordinariamente sereno, soddisfatto delle premure che quella donna gli riservava.

«Brutto pezzo di cretino!» diedi in escandescenza constatando che si trattava solo della caviglia.

«Lyla!» mi ammonì Victor trattenendomi per un braccio.

«Lyla...» disse anche Derek dietro di me con una cantilena di dolce rimprovero.

Fissai Jamie collerica, poi la fasciatura e poi nuovamente Jamie, e continuai così fino a che un'altra voce si unì al coro.

«Vediamo di abbassare i toni. Non siamo allo zoo!» La porta si chiuse e Tyler Dixon si materializzò al fianco della donna dai capelli grigi, fulminandomi con gli occhi di cielo, il volto teso per la spiacevole circostanza.

«Mamma...» esordì Jamie con voce sommessa.

Mi voltai verso di lui. «Mamma un cazzo, signorino! Possibile che tu non riesca a stare lontano dai guai per un intero fottutissimo giorno?»

A quel punto, la donna che gli aveva medicato il piede alzò la testa e mi sorrise gentilmente.

«Buongiorno. Io sono Melissa Di... Grimes» disse tendendomi la mano. Ero sicura che fosse sul punto di pronunciare un'altro cognome, ma si era trattenuta, come se rivelarmi quel dettaglio avesse potuto alimentare la mia ira. Esitai per qualche secondo ma poi gliela strinsi. «Lei deve essere la madre di Jamie» continuò, lanciando un'occhiata affettuosa a mio figlio, rinsaccato nella sua scontentezza, lo sguardo basso e le braccia incrociate sul petto.

«Piacere, Lyla Silver» dissi. «E... sì, sono io» aggrottai la fronte posando gli occhi su Jamie.

«E' stato tutto un malinteso, Signora Silver. Jamie fortunatamente ha solo una distorsione, Derek l'ha confermato. Dovrà tenere il piede a riposo per qualche giorno, ma si rimetterà in fretta» spiegò la donna.

Cercai Derek e scoprii di averlo al mio fianco. Rintracciai la conferma sul suo viso e lui annuì guardando Jamie con un sorriso appena accennato.

«La pulce se la caverà. E' fuori allenamento, per questo ha vinto l'armadio!»

«Avrei vinto io se invece dell'armadio avessi centrato l'obiettivo!» ribatté Jamie arrogante.

«Di che stai parlando?» chiesi nel panico, iniziando a pregare furiosamente che non si stesse riferendo a Tyler Dixon... che non fosse lui l'obiettivo della furia del mio sconsiderato e folle figlio. Anche se, per certi versi, lo avrei capito perfettamente: quell'uomo, che ora troneggiava sul banchetto di Jamie, era in grado di strapparteli dalle mani gli schiaffi.

«Di un bel niente!» intervenne Tyler Dixon tagliando l'aria con la mano. Passava lo sguardo da me a Victor con un misto di rabbia e curiosità che non mi piaceva per niente.

Nel frattempo, Melissa e Victor si presentarono, e il mio migliore amico, dato che aveva già la mano sospesa per aver stretto quella della donna, tentò il gesto anche con Tyler Dixon, ma bastò un'occhiataccia truce di quest'ultimo per convincerlo ad abbassarla e dissuaderlo in mantinente da ogni tentativo futuro.

Tyler Dixon era in piedi, la spalla che sfiorava la schiena di Melissa, e mi chiesi chi fosse quella donna per lui. Una collega? Un'amica? Sua moglie? Mi ero categoricamente rifiutata di visionare le informazioni personali su di lui. Sapevo essere discreta se volevo. E lo ero stata. L'emisfero privato di Tyler Dixon non mi interessava, tutto ciò che avevo voluto appurare erano la sua competenza in materia di tossicodipendenza e se fosse o meno la persona giusta a cui affidare mio figlio.

«Questo lo lasci giudicare a me» dissi ferma. «Parla!» ordinai, poi, a Jamie.

«Lyla...» Victor mi circondò la vita con un braccio.

«Taci!» lo freddai divincolandomi. «Parla!» ripetei più forte rivolta a Jamie che ancorò gli occhi sofferenti e cerchiati di rosso ai miei.

«Quel coglione era il mio obiettivo! E l'ho mancato di proposito...» disse alzando lo sguardo su Tyler Dixon. «Ti stupisce?» gli chiese.

L'uomo fece una smorfia e bisbigliò qualcosa che non riuscii a capire.

«Quale coglione?» insistei. «Di chi sta parlando, Jamie, si può sapere?» chiesi sia a Derek che allo stronzo di Tyler Dixon, guardandoli in attesa di una risposta soddisfacente.

«E' stata solo un'incomprensione tra ragazzi, Signora Silver» intervenne Melissa pacata. «Non c'è motivo di agitarsi tanto.»

Le rivolsi un sorriso tirato. «Mi perdoni, Signora Grimes, ma vorrei una risposta o da mio figlio o dal mio... amico, se non le spiace.» Definire, a voce alta, Derek un amico suonò più ridicolo dell'intera situazione in cui ci trovavamo. Melissa fece per aggiungere altro, ma venne interrotta da Tyler Dixon che, con lo stesso tono arrogante, non mancò di ribadire il suo concetto assurdo.

«Qui nessuno deve rispondere a un bel niente. Il ragazzino si è fatto male, chiusa la questione!» L'istinto prese il sopravvento e mi scagliai contro di lui. Tuttavia combinai poco perché Derek si parò davanti al suo amico, e Victor gli diede man forte trattenendomi per i fianchi.

«La questione non è chiusa affatto, stronzo!» gridai sopra la spalla di Derek, il cui profumo di sapone per un momento riuscì a calmarmi e a lenire tutta quella rabbia. La confusione dentro la mia testa era tremenda.

«Stavo aggiustando alcuni strumenti e una ragazzina era nell'aula di musica con me» prese la parola Jamie. «Quel figlio di puttana geloso è arrivato e ha buttato all'aria tutto il materiale che avevo portato. Mi sono incazzato e l'ho sbattuto contro il muro. Il capo è entrato, ha preso le parti del coglione, e io per sfogare il nervoso ho dato un AIP e ho colpito il fottuto armadio!»

«Ero convinto si trattasse di un AMC dal colpo che hai subito» commentò Derek serafico.

Lo gelai con gli occhi e lui alzò le mani in segno di resa.

«Sei uno stupido!» abbaiai a Jamie. «Portalo a casa» dissi poi a Victor. «Io tornerò con Jansen.»

Jamie e Victor protestarono con un "Ma" detto contemporaneamente.

«Non discutete!» tuonai, mettendo fine ai loro tentativi. Guardai il mio ex ragazzo, che si grattava la testa rasata, chiaramente a disagio, e Tyler Dixon ancora insaccato nella sua tracotanza. «C'è un posto in cui possiamo discutere noi tre?» chiesi determinata. Gli uomini si scambiarono uno sguardo eloquente e, mentre lo facevano, io mi rivolsi ancora a Melissa in tono fermo: «Da soli.»

Seguii i loro culi da urlo - sì, purtroppo non riuscii ad allegare altro aggettivo a quei posteriori magnifici che mi sgambettavano davanti - fino all'ufficio di Tyler Dixon. Dopo di che, chiusi la porta e oscurai i vetri ricompattando le tendine metalliche.

Di tutti e tre, il Signor Dixon era quello più a suo agio, dato che ci trovavamo nella sua tana; si accese una sigaretta e appoggiò il posteriore magnifico al bordo della scrivania. Derek, invece, afferrò una sedia sedendovici sopra al contrario, i gomiti sullo schienale e il mento sulle mani incrociate.

Visto che nessuno dei due sembrava voler aprire le danze lo feci io. «Uno di voi mi vuole spiegare cosa diavolo è successo veramente stamattina?»

«Ne più e ne meno di quello che ha detto Jamie, Lyla. Davvero» disse Derek. «E' stato un battibecco per gelosia... c'entra quella ragazzina...» guardò Tyler Dixon in cerca di aiuto, ma lui non rispose, la testa girata verso la parete. «Miriam, mi pare che si chiami...»

E volevano darmi a bere che mio figlio avesse aggredito uno sconosciuto a causa di una ragazzetta che conosceva solo da poche ore?

Guardai Derek, puntandomi la mano sul fianco. «Stronzate!» ribattei. «Lo sai perfettamente che non avrebbe mai colpito quel ragazzo per una sciocchezza del genere! Conosco Jamie e lo conosci anche tu. O vuoi farmi credere che quattro anni sono stati sufficienti a farti dimenticare il suo carattere particolare?» lo provocai.

«Non l'ho dimenticato!» rispose severo. «Ma è di fatto quello che è successo... che ti piaccia o no, Lyla! Finiscila di fare la drammatica.» Dovevo aver toccato un nervo scoperto perché nella sua espressione ritrovai lo stesso Derek dell'ultima settimana della nostra frequentazione, quando lo avevo trattato davvero di merda a causa della burrasca fisico-emotiva che si era nuovamente abbattuta sulla mia vita: Steven Hughes.

Il modo in cui mi trattò mi fece desiderare di avere Victor al mio fianco: mi sentivo in gabbia, con due uomini che stavano sicuramente dalla stessa parte, solidali e uniti di fronte alla furia della cavalla pazza.

Tyler Dixon liberò una risata di schernimento che mi fece vedere rosso.

«Brutto figlio...» iniziai, ma Derek balzò dalla sedia e mi avvolse in un abbraccio ferreo per impedirmi di saltargli al collo e strangolarlo.

«Ehi» disse Tyler Dixon. «Che intenzioni hai, ragazza? Qui non siamo in un fottuto pollaio!»

Caricai il corpo di Derek come un toro pronto a infilzare il torero meschino, ma fu come scontrarsi con una montagna rocciosa: non sarei mai riuscita a spuntarla.

«Calmati, piccola» mi sussurrò Derek all'orecchio, scatenandomi inaspettatamente un brivido lungo tutta la spina dorsale.

Dio... il suo fiato e le sue parole così morbide furono un rewind immediato al passato; il suo corpo contro il mio si trasformò in una rete di sensazioni potentissime in cui avevo paura di rimanere imprigionata per sempre. Diventai cieca, e nella cecità trovai frammenti di me e lui, centrifugati e sospesi nell'aria, pronti a ricomporsi al mio più piccolo comando. Trovai il momento esatto in cui ci eravamo conosciuti, durante un weekend a Apple Canyon Lake, risentii il mio stomaco leggero quando lo avevo guardato negli occhi scuri la prima volta, capendo all'istante che quel ragazzo non era uno da salvare... ma uno in grado di salvare me, con la sua leggerezza, la sua forza, la sua voglia di vivere seguendo dei principi, una filosofia mentale e fisica che non accettava alcun peccato. Trovai la Lyla e il Derek di molto tempo addietro, avvinghiati l'una all'altro davanti al fuoco del camino di casa sua, stremati eppure insonni dopo dodici ore di sesso consecutivo in cui avevamo spaccato tutto: un letto, un divano e svariati cuscini. Ritrovai due anime che forse si erano scontrate troppo prematuramente e, come le passioni divampate all'improvviso, così ci eravamo spenti altrettanto velocemente, impattando l'una contro l'altro e rimbalzando agli antipodi di quel mondo che non era abbastanza grande per noi. Due galli in un pollaio, così ci avevo definiti una volta; nonostante l'affinità pazzesca, eravamo due capi per un unico maledetto territorio.

Fissai il cotone della sua maglietta, inseguendo i tatuaggi che gli circondavano il collo.

«Okay» dissi. «Va bene» rilassai il corpo per fargli capire che non stavo mentendo. «Puoi lasciarmi ora.»

«Sicura?» chiese sempre bisbigliando.

«S-sì» confermai, guardandolo negli occhi imbarazzata mentre ci staccavamo.

Per essere sicuro che mantenessi la mia promessa, Derek mi fece ruotare in modo da dare le spalle a Tyler Dixon, di cui avvertivo la presenza e il profumo come se fosse stato a un solo centimetro da me. E, probabilmente, era davvero molto vicino: tutta colpa del freddo e di quella dannata finestra sempre aperta.

Derek guardò dietro di me, inarcando il sopracciglio, e con l'indice fece avanti e indietro.

«Voi due dovete finirla di battibeccare in questo modo. Non siete obbligati a diventare amici, ma dovete a tutti i costi trovare un sistema per collaborare o l'unico che finirà per pagarne lo scotto è Jamie. Se avete dei problemi è meglio che li risolviate subito, prima che questa vostra guerra assorba tutto il resto.»

Lo stavo ascoltando con le braccia strette alle spalle, imbronciata come una bambina.

«E' lui l'unico ad avere dei problemi qui» sottolineai rivolgendo il pollice alle mie spalle.

«Io non ho nessun problema!» sostenne Tyler Dixon calcando la voce roca. Non potevo vederlo ma mi immaginavo l'espressione schifata e derisoria sulla sua faccia.

«Sì, invece» dissi a Derek perché capisse come stavano realmente le cose. «Lui ha problemi con le persone come me.» Il mio pollice si mosse avanti e indietro un paio di volte.

«Tu sei il problema, stupida puttana!» sbraitò Tyler Dixon sparando il fiato sui miei capelli.

«Oh cazzo!» sentii pronunciare a Derek.

Ma era troppo tardi: il mio braccio si mosse per conto proprio, fulmineo e carico di una potenza che non avevo mai avuto. Concentrai tutto il mio peso e le mie energie nella mano destra, ruotando il busto e lasciando libero il mio manrovescio di trovare il suo... obiettivo! E lo trovò, con una precisione assoluta. Il dorso della mia mano si schiantò sulla guancia ruvida di Tyler Dixon così forte da fargli girare la testa di novanta gradi netti.

Derek mi afferrò il polso.

«NO!» urlai strappandoglielo di mano. Ansimavo, con gli occhi fissi su Tyler Dixon ancora girato verso il muro.

Attesi quelle che mi parvero ore prima che lui si decidesse a voltarsi, guardandomi senza più quella conformata boriosità, guardandomi, però, sempre come un nemico, un insetto, qualcuno di tanto orribile ai suoi occhi da non tollerarne nemmeno la vista.

Per me non era così. In quegli istanti di puro odio suo, io non lo ricambiavo affatto. Io capivo e avevo capito. Avevo compreso che quell'insulto non era per me, o forse sì, ma non con il significato che gli avrebbe dato chiunque altro. Gli era sfuggito perché, presumibilmente, era abituato ad associarlo a qualcuno che io gli ricordavo. Potevo capirlo... come ero certa che lui non riuscisse a vedere questa mia insensata comprensione. Nonostante tutto, lo schiaffo se lo era più che meritato, e non mi ero pentita del gesto.

Raccolsi la mia interpretazione su tutto ciò che era Tyler Dixon e finalmente mi decisi a guardare Derek, la persona in quella stanza che mi stava facendo più male, e non per la sua inazione, ma per il suo silenzio... per avermi dimostrato che i miei sospetti avevano un fondamento, che davvero lui e Tyler Dixon giocavano nella stessa squadra e io non ero altro che un indisciplinato avversario.

La rabbia lasciò il posto alla commozione, impossibile da governare, impossibile da trattenere. Gli occhi mi bruciavano e sentivo le lacrime ingrossarsi all'interno di essi.

«Grazie» mormorai a Derek, sapendo benissimo che quella parola lo avrebbe ferito più di ogni altra, e poi uscii di corsa dall'ufficio di Tyler Dixon.

***


«Ma che accidenti ti è preso, Tyler?!» Derek era fuori di sé.

Non riuscivo a guardarlo, non riuscivo a vedere niente in realtà. I miei occhi erano persi chissà dove tra il nulla e il buio, fuori e dentro di me. All'inizio avevo sentito il dolore: caldo, freddo, fuoco e poi ghiaccio. Dopo... più niente.

«Maledizione, Ty! Mi stai ascoltando?»

Sì.

Mi arrivò un pugno fortissimo sul deltoide, ma Derek non doveva averci messo nemmeno troppa forza. Volsi lo sguardo al suo viso cercando di concentrarmi per vederlo davvero.

«Come cazzo ti è venuto in mente di chiamarla in quel modo, eh? Ma dico, sei diventato matto? Adesso sei arrivato al punto di fare a botte con i genitori dei tuoi ragazzi?» A quelle parole mi ripigliai del tutto.

«Non l'ho neanche toccata!» mi difesi.

«Oh, finalmente...» Strinse i pugni, abbassandosi sulle ginocchia esultante. «Temevo ti avesse fatto sputare anche il cervello oltre che ai denti.»

«Li ho ancora tutti... i denti» ribadii irato. Mi passai le mani nei capelli e lo superai diretto alla porta, aprendo prima la tenda metallica del vetro per studiare la situazione esterna. Avevo tutte le intenzioni di andarmene, se solo non avessi visto Lyla Silver ancora nella sala e Melissa accanto a lei. Mia cognata le poggiava le mani sulle spalle e le parlava fitto, scuotendo la testa e rivolgendole un sorriso comprensivo dietro l'altro. Quella scenetta mi fece imbestialire: Melissa e Dark Lady che entravano in confidenza era tutto meno che una buona idea. Significava esposizione, scoperchiamento del tetto che riparava me e l'unica parte di famiglia che mi era rimasta. Forse avevo esagerato con la scelta dei termini, ma non era ciò che mi meritavo in cambio... non meritavo le indagini di quella donna, né la sua presenza attiva nella mia vita. Ammesso e concesso che suo figlio si fosse rifatto vivo, il rapporto doveva assolutamente ridursi a quello: ospite e... ospite dell'ospite. Nient'altro. Anche se sarebbe stato mille volte meglio che ogni tipo di connessione cessasse in maniera definitiva. Sì, era decisamente la cosa migliore: loro dovevano sparire dalla mia vita, e Derek doveva renderlo possibile.

Mi voltai verso il mio amico. «E' tutta colpa tua!»

«Prego?» Derek strabuzzò gli occhi, confuso.

«Sì, esatto» confermai. «Tua e della tua stupida pensata di aiutare la tua ex psicopatica e quello scellerato di suo figlio.» Sentivo una fitta ai muscoli della mascella, per via dello schiaffo, e per via della tensione che si era concentrata tutta in quel punto preciso.

Derek scosse la testa, i suoi occhi velati da un'emozione che non prometteva niente di buono.

«Perché fai così?»

«Così, come?» arricciai la fronte, pronto a mascherare ogni più piccola falla nel mio sistema comunicativo emozionale.

«Perché ti comporti così con Lyla?» chiese arrendevole.

Mi uscì una risata isterica. «Fottiti, amico!»

«No, fottiti tu, Ty!» disse Derek recuperando la voce. «Ho visto come la guardi. Ho sentito come le parli, e non è la tua solita strafottenza... quella che usi con Melissa e con tutti gli altri. Che ha di tanto orribile Lyla, me lo dici? Perché la tratti in quel modo?»

Improvvisamente il mio ufficio diventò troppo piccolo per noi. Mi sentivo soffocare e dovevo a tutti i costi uscire di lì. Presi a camminare in circolo nella stanza, cercando di respirare ma non trovavo un solo filo di aria pulita, non c'era più ossigeno capace di alleviare il senso di oppressione che provavo. Dall'altra parte del vetro Lyla e Melissa erano sempre in piedi, vicine come due vecchie amiche intente a scambiarsi confidenze. Melissa le stava indicando il corridoio accanto al mio ufficio e Dark Lady annuiva, premendosi il cellulare contro l'orecchio.

«Devo uscire di qui» dissi in agitazione.

«Per andare dove?» chiese Derek esasperato.

«Fuori!» sbottai.

«A fare cosa, Ty? A sbronzarti?... Al cimitero per scolarti una bottiglia di whiskey insieme ad Andrew? E' lì che vuoi andare?»

«Sta zitto!» Mi fermai davanti alla sua faccia, sul punto di dargli una testata; non mi importava se fossi svenuto subito dopo, anzi forse sarebbe stato meglio così. Derek sosteneva la mia collera come se fosse il peso più leggero dell'universo, puntando gli occhi fieri nei miei. «Chiudi-quella-cazzo-di-bocca» scandii cavernoso.

«Perché?» si impuntò, perforandomi il cervello con quella seccante domanda.

Schiusi le labbra, espirai per rispondere, ma poi le richiusi serrandole forte. Contai mentalmente fino a dieci, tempo che mi servì per recuperare un po' di calma e lavare parte della cattiveria che il ragazzo di fronte a me non si meritava per niente.

«Ma non...» Deglutii provando a spingere giù il nodo che avevo in gola. «Ma non lo vedi che è uguale a lei? Possibile che tu sia così cieco?»

«Io vedo eccome, amico.» Sorrise. Un sorriso stracolmo di atroce pietà. «Sei tu che ti ostini a non farlo. Lo avevo capito, sai? Ma aspettavo la tua conferma perché non volevo crederci... Lyla non è affatto come lei, e tu lo sai perfettamente. Smettila di punire gli innocenti per gli errori di qualcun altro... piantala di vedere mostri che non esistono.»

«Loro sono tutti uguali!» dissi fermo nelle mie convinzioni.

«No, non lo sono, coglione! Lyla non è Ramona e tu non sei Andrew! Qualunque cosa ci sia tra te e lei...»

«Non c'è niente tra me e lei!» lo interruppi furioso. «Io... io la detesto!»

Derek mi spintonò e rise di gusto. «Che figlio di puttana...» recitò sommessamente. «Se solo smettessi di essere così schivo... se solo riuscissi ad ammettere che quella ragazza ti piace, perché è diversa e... vera, proprio perché viene da quel fottuto mondo ma non ne fa parte davvero...»

«Stronzate» bofonchiai.

«Non devi temere il mio giudizio. Sai già che le voglio bene, come sai che adesso ho una vita diversa in cui Lyla Silver non è altro che Lyla Silver, la madre di Jamie, un'amica se vuoi, ma niente di più.»

Portai l'attenzione al pavimento. «Devi dirle che il ragazzino non può tornare» gli comunicai freddamente.

«Aaah, smettila! Sei ridicolo...»

Strinsi il pugno e lo agitai davanti a lui. «Tu le parlerai e le dirai che non se ne fa più niente» dissi di nuovo.

«No! Tu le andrai a chiedere scusa e inizierete a comportarvi da persone civili.»

Chiederle scusa? Ma con chi crede di parlare? Io non ho mai chiesto scusa in vita mia... a nessuno.

«E' fuori questione» specificai irremovibile.

«Come lo è il fatto che io le dica che Jamie non potrà più frequentare questo posto, Tyler! Ricorda che sono io ad averti chiesto di fare un'eccezione» si picchiò il pugno sul petto. «Non sono più la persona in grado di aiutarlo... ma tu sì!»

«Io...»

«Vai, Tyler!» ordinò. «Vai adesso.» Lo fissai a bocca aperta. Si era messo di profilo, il braccio teso perpendicolare alla finestra, come a dire "guarda fuori". Era stanco, almeno quanto me; tutta quella drammaticità, il viaggio sul viale dei ricordi non doveva essere stato uno spasso per lui. «E' là fuori» disse indicando il cortile. «Va da lei.»

Non volevo smettere di guardarlo, non volevo raggiungere lei eppure volevo fuggire da lì. Derek Austin aveva trentatré anni. Trentatré fottutissimi anni, praticamente un ragazzino, e io mi lasciavo rimproverare da lui, come se di anni ne avessi dieci in meno anziché dieci in più.

«L'eroina ha ucciso Andrew, non Ramona Oviedo, e Lyla non ha nessun ruolo in questa tua guerra. E' innocente, come lo è Jamie e tu hai il dovere di aiutarli esattamente come aiuti tutte le persone che bussano alla tua porta.»

«Derek...»

«Va da lei. Ora!» urlò impedendomi di dire altro. Diamine, era così testardo e le sue parole così maledettamente ponderate che sapevo di non poter replicare, e anche farlo non mi avrebbe portato assolutamente a nulla. Il suo giudizio imparziale non aveva lacune, e io non ero mai stato un abile difensore di me stesso davanti a persone come lui; non avevo argomenti, non riuscivo a trovare un espediente per salvarmi dall'inevitabile oggettività della sua sentenza.

«Maledizione!» sfogai la rabbia tirando un calcio alle gambe di ferro della sedia, ribaltandola.

Derek rimase in silenzio e non reagì. Prima di uscire, lo guardai di sfuggita: era in piedi, di fronte la scrivania, con le braccia incrociate sul petto, lo sguardo fermo puntato su di me.

Nemmeno sapevo perché avevo iniziato a correre. Il tragitto era breve, ciò nonostante l'urgenza sembrava sgranocchiare i secondi come fossero ore. Scansai un gruppetto di ragazzi che bloccava il corridoio, poi mi lanciai sulla porta di sicurezza che dava sul cortile e uscii all'aria aperta.

La pioggia mi piombò addosso con violenza: senza tregua, senza risparmiare un solo angolo del mio corpo. Continuai a correre, ignorando la grossa pozzanghera al centro dello spiazzo e sprofondando nella buca fino alla caviglia con il piede che non era riuscito a evitarla. Con le mani mi liberai dei capelli davanti agli occhi e la cercai, attraverso l'acqua, provando a individuarla in mezzo all'architettura urbana che conoscevo bene.

Forse mi trovò prima lei, perché quando la vidi, in piedi vicino al cancello aperto, mi stava fissando, ferma sotto il mio stesso cielo mentre baciava la pioggia con le labbra socchiuse. Mi fermai ansimando e le mie spalle si abbassarono, sgonfiandosi assieme al resto dei miei muscoli. La guardavo e lei guardava me, con delusione, disprezzo, commiserazione, chi poteva saperlo. Semplicemente mi guardava, il petto che si alzava e si abbassava sotto il tubino nero a collo alto con il quale si era presentata al Centro quel giorno: un abbigliamento inconsueto per la Lyla Silver che avevo inquadrato. L'acqua le colava dai capelli castani incollati ai lati del viso e dava vita a lacrime surreali, scendendo poi giù, oltre la gonna cortissima, scivolando sulle sue gambe perfette come olio sulla seta. Tra di noi c'erano meno di dieci metri di distanza e quando lei finalmente parlò mi parve non ce ne fosse neanche mezzo.

«Scuse accettate, Dixon» disse bagnando i suoni, rispondendo a un perdono che di fatto non le avevo chiesto ma che con la mia azione lei aveva correttamente interpretato.

Non risposi e perseverai nel silenzio, battuto su un tempo che probabilmente non avrei trovato il coraggio di sfruttare come l'occasione richiedeva.

«Sai...», disse, dandomi per la prima volta una confidenza che non avevamo, «almeno io mi mi sforzo di comprendere il tuo peccato.» La sua dolcezza era talmente triste che mi sembrava impossibile fosse davvero lei a parlare.

Totalmente disorientato, scossi appena la testa.

Una berlina nera si fermò alla sue spalle e lei allungò la mano per aprire la portiera, continuando a guardarmi.

«L'ira» disse, sollevando per una frazione di secondo il labbro, in un sorriso, in una smorfia, non lo sapevo. Salì in auto e richiuse la portiera i cui finestrini scuri mi impedirono di vedervi attraverso. Pochi istanti dopo, l'auto si allontanò e lei scomparve lasciando solo la pioggia incessante al suo posto, e dentro di me una consapevolezza odiosa e cattiva quanto il segreto che era riuscita a strapparmi dall'anima.

L'avrei pensata quella sera, il mio piano era lì, escogitato dal mio cervello prima ancora di rendermene conto. L'avrei pensata in quella forma: fiera e triste al tempo stesso, baciata dalla pioggia e sexy come forse non l'avrei mai più rivista. L'avrei pensata mentre la ragione cedeva il posto all'istinto, e mi sarei masturbato continuando a pensarla, interrompendomi sul più bello, imponendomi di non raggiungere il limite, per ore probabilmente, per punirmi di averla trattata in quel modo... di desiderare quello che desideravo. Avrei lasciato che la tortura mi sfinisse molto prima dell'orgasmo e avrei atteso un'incoscienza e un torpore che mi avrebbero fatto conquistare il culmine quando ormai non avrei avuto più la forza di riconoscerne il valore.