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NESSUN MISTERO

di EnricoGraglia, pubblicato lunedì 25 gennaio 2016

Nel buio della sala, sullo schermo scorrono le immagini aeree di disegni geometrici
molto grandi e complessi, per lo più circolari: sono stati realizzati piegando
fino a terra le spighe di grano nei campi coltivati di mezzo mondo. In
sovraimpressione a tutte le fotografie compaiono, scritti in bianco, nomi e
coordinate dei luoghi in cui sono state scattate.

«Come vi annunciavo, chiudiamo con un grande classico.», dice la voce amplificata dagli
altoparlanti. «State osservando alcuni esempi di quelli che vengono comunemente
definiti "cerchi nel grano". Ne avrete senz'altro sentito parlare. Magari ne
sarà anche spuntato uno proprio dietro casa vostra. E cosa vi hanno detto? Che li
fanno gli extraterrestri?»

Qualche risatina tra il pubblico, mentre l'ultima slide resta per un attimo fissa sullo
schermo e sul palco si riaccendono le luci.

«Niente di più falso, signori miei.», continua Dario Pomolissomo, alzando gli occhi
dall'iPad su cui faceva scorrere le immagini, proiettate sullo schermo alle sue
spalle. «Questi cerchi sono vere e proprie opere d'arte. E pensate che sono
sufficienti pochi strumenti e appena qualche ora di tempo per realizzarli. Ci
abbiamo provato anche noi del Co.R.Pa. e abbiamo girato un piccolo documentario
di questa esperienza. Lo trovate nel DVD allegato all'edizione speciale del mio
ultimo libro, Nessun Mistero, di cui
forse stasera avrete già sentito parlare.» Così dicendo, solleva una copia del
volume, mostrandone per l'ennesima volta la copertina, in cui un marziano, uno
yeti e il mostro di Loch Ness sono intrappolati in un segnale di divieto; altre
risatine e molte teste che annuiscono tra il pubblico. «Da completi dilettati
in materia, abbiamo impiegato circa sei ore a disegnare un cerchio piuttosto
semplice... Ma vi assicuro che, facendo un po' di esercizio, chiunque sarebbe in
grado di eguagliare le meraviglie geometriche che abbiamo visto nelle slide,
anche senza essere mai stato a bordo di una navicella spaziale.»
Unlungo applauso accompagna le parole di Pomolissomo, scrittore e segretario
nazionale del Comitato per la Ridicolizzazione del Paranormale, che sorride al
pubblico da dietro la cattedra a cui è seduto. Accanto a lui, l'ottuagenario Enzo
Diavola, fondatore del Co.R.Pa. e noto divulgatore scientifico, gli rivolge un
cenno di approvazione.

«Bene.», dice Pomolissomo al microfono, dopo aver lasciato sapientemente sfumare
l'applauso. «Signori miei, qui abbiamo finito. A meno che il dottor Diavola
intenda aggiungere qualcosa...» Quest'ultimo scuote la testa di capelli bianchi
sorridendo. «...possiamo considerare terminata questa serata di presentazione
della mia ultima fatica letteraria. Vi ricordo che all'uscita troverete un po'
di copie autografate, sia dell'edizione speciale che di quella normale, e che
l'omonima mostra, Nessun Mistero, si
terrà dal dodici di febbraio al quindici di novembre presso le sale dell'ex
Museo di Scienze Naturali. Vi invito a partecipare numerosi.»

Segue un altro lungo applauso, durante il quale Pomolissomo dà una rapida occhiata
all'orologio dell'iPad, rendendosi conto di aver concluso con un quarto d'ora
di anticipo. Così, mentre alcuni spettatori già si alzano per lasciare la sala,
si sente in dovere di aggiungere: «Se avete domande, io e il dottor Diavola
siamo felici di rispondervi.»
I tecnici accendono prontamente tutte le luci in sala, illuminando il pubblico,
oltre al palco. Alcuni degli spettatori già in piedi escono comunque, ma la
maggioranza torna a sedersi e si sollevano timidamente un paio di mani.
«Lei.», indica Pomolissomo. «Sì, lei... prego.»
Si alza un ragazzo in terza fila.
«Vorrei sapere...», comincia, per poi schiarirsi la gola e continuare, a voce più alta,
per farsi sentire da tutti. «Vorrei sapere cosa ne pensa il Co.R.Pa. del drago
di Londra.»
«Credo che lei si riferisca al presunto cucciolo di drago rinvenuto all'interno di un
contenitore in vetro, pieno di liquido trasparente, in una cantina nei pressi
di Londra, all'inizio del 2004. È corretto?»
Il ragazzo annuisce, risedendosi.
«Ci piacerebbe molto trovare le prove dell'esistenza di una delle creature mitologiche
più affascinanti partorite dalla fantasia umana.», dice Pomolissomo. «Purtroppo,
però, non ci è possibile. Dovremo accontentarci di veder svolazzare i draghi in
qualche puntata del Trono di Spade,
perché il "draghetto sotto spirito", come lo abbiamo ribattezzato noi del
Co.R.Pa, è soltanto uno splendido modellino. Nulla più di un effetto speciale,
immerso in alcuni litri di acqua fontis,
signori miei. D'altra parte, quando mai si è visto un rettile munito di cordone
ombelicale?»
In sala serpeggia un mormorio divertito. Qualcuno decide di non aspettare il suo turno
per parlare e chiede, senza nemmeno alzarsi dalla poltrona: «Ci può dire
qualcosa del meccanismo di Antikythera? È vero che era un computer?»
«Per caso lei ha già letto il mio libro?», sorride Pomolissomo, che ha individuato
subito l'uomo che ha posto la domanda e adesso lo vede scuotere la testa, imbarazzato
dalle occhiaie che molti in sala gli rivolgono. «No, so che non lo ha letto, altrimenti non sarebbe
qui a sorbirsi la presentazione, giusto?» Risata del pubblico, strizzata
d'occhio complice di Pomolissomo. «Glielo chiedevo perché ho dedicato al
meccanismo in questione un intero capitolo di Nessun Mistero. Per chi non ne avesse mai sentito parlare, il fatto è questo. Nel 1900 alcuni pescatori greci hanno scoperto il relitto di una nave al largo dell'isola di Antikythera, a circa quaranta metri di profondità nel
braccio di mare Egeo tra Creta e il Peloponneso, in Grecia. Il governo greco,
informato del ritrovamento, ha organizzato una spedizione in loco e sono stati riportati alla luce diversi reperti, poi trasferiti al Museo Archeologico Nazionale di Atene. Tra questi reperti c'era un blocco di bronzo incrostato, che si è rivelato essere un meccanismo di una certa
complessità. A partire dagli anni '50, questo meccanismo è stato studiato da
uno storico della scienza americano, Derek J. De Solla Price, che nel 1971 ne ha
organizzato un primo esame radiografico e nel 1974 ha pubblicato un articolo in
merito sulla Transaction of the American Philosophical Society. Nel 1983
Michael Wright, curatore del Museo delle Scienze di Londra, e Allan Bromley, un
informatico dell'Università di Sydney, hanno sottoposto il meccanismo ad una
tomografia e ne hanno ottenuto una ricostruzione basata su circa settecento
immagini. Dal 2001 l'esame del reperto è stato affidato all'Antikythera
Mechanism Research Project, una collaborazione tra studiosi di Atene,
Tessalonica e Cardiff e nel 2005 il meccanismo è stato sottoposto ad un nuovo
esame tomografico, che ne ha permesso una ricostruzione computerizzata
tridimensionale in alta risoluzione.»
La voce gli si è arrochita, così Pomolissomo fa una pausa e beve un sorso d'acqua dalla
bottiglietta da mezzo litro appoggiata sulla cattedra, di fianco alla copia del
suo libro e all'iPad con lo schermo ormai spento, in standby. La gente sotto al
palco gli sembra un po' distratta e si è accorto che verso il fondo della sala
qualcun altro si è alzato per andarsene, ma non più di un paio di persone.
«Perché vi ho fatto questa premessa un po' noiosa, signori miei?», prosegue, catturando di nuovo l'attenzione del pubblico. «Non certo per farvi addormentare sulle poltrone, ma
per ricordarvi che questo oggetto è stato studiato in modo molto, molto
dettagliato per più di cinquant'anni. Ciò significa che oggi noi sappiamo
esattamente cos'è e cosa non è. Il meccanismo di Antikythera è quello che resta di una scatola di metallo, che riporta alcuni iscrizioni in greco antico e che contiene una serie di
ingranaggi a denti triangolari, né più e né meno. Molto probabilmente si trattava
di un calendario e di un calcolatore astronomico, che veniva azionato tramite
una manovella su un fianco ed era in grado di indicare, grazie a quadranti di
varie dimensioni, il giorno dell'anno, la posizione del Sole e della Luna sullo
zodiaco, le fasi lunari, le date delle eclissi e gli anni delle Olimpiadi. Quindi
dobbiamo pensare a un reperto indubbiamente molto interessante, a uno strumento
sofisticato e insolito. Il meccanismo di Antikytera è tutte queste cose,
signori miei, ma c'è una cosa che non è di sicuro: non è un computer! E vi dirò di più: non ha alcuna caratteristica che sia in contrasto con le conoscenze storicamente accertate dell'epoca in cui è stato costruito, ovvero l'80 a.C. circa. Se c'è un motivo per cui il
meccanismo si può definire insolito, è esclusivamente perché, a quanto ne
sappiamo, è unico nel suo genere. Finora non ne sono giunti altri simili fino a
noi, per cui possiamo supporre che sia stato prodotto una tantum da un intelletto superiore alla media, un uomo indubbiamente geniale, ma che non veniva da Atlantide, né tanto meno da Marte. Insomma, ancora una volta nessun mistero.»
L'applauso che segue il suo intervento, dà tempo a Pomolissomo di bere ancora, per calmare la raucedine. Poi sfiora lo schermo dell'iPad e controlla l'ora: ha ancora qualche minuto a
disposizione, per cui punta il dito su una donna di mezza età, che ha l'aria
dell'insegnate, un tailleur piuttosto elegante, degli occhiali arancioni e il braccio
alzato, in quinta fila.
«Dica pure, signora.»
«Buonasera.», esordisce la donna, alzandosi in piedi. «Ho letto che alla fine degli anni
Venti del secolo scorso è stata ritrovata in Turchia una mappa geografica
risalente al sedicesimo secolo, che rappresenta l'Antartide senza ghiaccio, come
avrebbe potuto essere soltanto migliaia di anni fa. È vero? Qual è il suo
pensiero in proposito? Grazie.»
La donna si rimette seduta e Pomolissomo sfoggia il più accattivante dei suoi
sorrisi, quello che di solito riserva alle interviste e alle apparizioni
televisive e che gli ha fatto guadagnare un vasto pubblico femminile.
«Sono io che la ringrazio per questa domanda, che mi permette di fare chiarezza su un
argomento che mi sta particolarmente a cuore. Durante la stesura del mio libro Atlantide e altre bufale, pubblicato nel duemila e dieci, ho studiato a fondo il problema della cosiddette "carte nautiche impossibili". Ebbene, vi assicuro che sull'argomento ho letto
veramente di tutto, signori miei. In giro c'è gente che vuol far credere di
scrivere dei saggi, mentre in realtà non fa altro che fantascienza a buon
mercato. Tra queste presunte mappe "impossibili" rientra quella di Piri Re'is,
a cui fa riferimento la signora e che forse è la più conosciuta. È stata
ritrovata nel 1929 nel palazzo imperiale Topkapi di Istanbul, ma in effetti risale al 1513 ed è
firmata da Iri Ibn Haji Memmed, un ammiraglio della marina turca noto col
soprannome di Piri Re'is. Molti sedicenti studiosi, tra cui il signor Charles
Hapgood, che avrete sentito nominare in quel pessimo film di Roland Emmerich
sulla fine del mondo che è 2012, sostengono che questa mappa rappresenti l'Antartide senza ghiaccio, come l'avrebbe disegnata oltre seimila anni fa una fantomatica civiltà di esperti
navigatori, diffusa già all'epoca in tutto il pianeta, ma di cui non è rimasta
alcuna traccia archeologica. Ovvio che qui siamo nel campo della pura fantasia,
che non avrebbe nemmeno bisogno di essere commentata.»
Nella foga del discorso, Pomolissomo è costretto ad interrompersi da un improvviso
accesso di tosse, come se qualcosa gli fosse andata per traverso mentre
parlava.
«Scusate.», riprende, dopo un istante, finendo la bottiglietta d'acqua. «Dicevo che certi
voli di fantasia non meriterebbero di essere presi in considerazione, se solo
non trovassero tanto seguito, soprattutto oggi che internet permette di far
circolare in modo incontrollato le peggiori bufale... Ma attenzione, la mappa di Piri Re'is è tutt'altro che una fantasia. Si tratta di un reperto autentico al cento per cento. Ovviamente,
però, non rappresenta l'Antartide! Va detto, tra l'altro, che contiene diversi errori,
anche piuttosto evidenti, come fiumi disegnati due volte. In ogni caso, la
somiglianza di una parte della costa tracciata sulla cartina con la Terra della
Regina Maud è da ritenersi del tutto casuale, se non forzata. Il continente
antartico, infatti, è stato scoperto solo nel 1818, cioè ben trecento anni dopo la realizzazione della mappa di Piri Re'is, ed è ricoperto da uno strato di ghiaccio spesso centinaia di metri,
formatosi a partire almeno dal 4.000 a.C., cioè oltre seimila anni fa. È stato
possibile rilevare per la prima volta i contorni subglaciali della costa
antartica solo negli anni '40 del XX secolo, ad opera di una spedizione
scientifica britannico-svedese e tramite il metodo sismico a riflessione. Non è semplicemente
possibile che qualcuno avesse le conoscenze necessarie per tracciare una mappa
dell'Antartide né nel sedicesimo secolo, né tanto meno migliaia di anni prima,
se non vogliamo dare credito a chi sostiene che gli originali della mappa di
Piri Re'is siano stati disegnati dai soliti extraterrestri in gita di piacere
sul nostro pianeta. Ergo, quelle non sono le coste del Polo Sud, signori miei, e la mappa non ha nulla di impossibile o inspiegabile. Ma passiamo a un'altra domanda... Vedo che stasera ce
ne sono molte. La parola a lei, là in fondo!»
Un uomo sui quaranta si alza dalla penultima fila e, quasi gridando per farsi
sentire, chiede: «Che ne pensate della faccia su Marte?»
La domanda viene accolta da un diffuso mormorio, molti spettatori scuotono la
testa con dei sorrisetti di compatimento e persino il dottor Diavola,
solitamente imperturbabile, ha un moto di nervosismo e sbuffa. Pomolissomo
allontana il microfono, tossendo più volte nella mano stretta a pugno.
«Mi pare che il mio collega abbia qualcosa da dire sull'argomento.», continua poi,
con voce quasi irriconoscibile. «Lascio la parola a lui e ne approfitto per abbandonare
un istante la sala. Vogliate scusarmi, signori miei. E ricordate...» Due colpi di
tosse, piuttosto forti, lo interrompono, ma riesce a riprendere fiato per
concludere con il suo motto, ormai famoso. «Gli UFO non esistono...»
«...esiste solo la gente che ci crede!», conclude la folla in coro.
Continuando a tossire, Pomolissomo si alza ed esce dal palco, raggiungendo le quinte. Mentre
si allontana, il dottor Diavola dà un colpetto al suo microfono, per accertarsi
che sia in funzione, e inizia a parlare.
«Non c'è molto da dire, in realtà.», esordisce, sfoggiando un sorriso che mostra una
dentiera smagliante. «Quello che mi stupisce e, da un certo punto di vista, mi
preoccupa anche, non me ne voglia il signore in fondo alla sale, è constatare
che qualcuno ancora sollevi questo argomento. È stato detto e ripetuto, non
solo da noi del Co.R.Pa., ma anche dai maggiori organi di informazione di tutto
il mondo, che su Marte, nella zona denominata "piana di Cydonia", non esiste
nessun volto umano, né alcuna costruzione artificiale di alcun tipo, come
qualche fantasioso scrittore racconta nei suoi libri e come si vocifera da anni
in rete, dove gira effettivamente ogni genere di stupidaggine, dalla
Cristoforetti che vede gli UFO al tirannosauro maltrattato in seguito alle
riprese di Jurassic World. Le foto di Marte che tutti noi abbiamo visto e che, detto tra parentesi, sono il risultato di un collage di decine, se non centinaia di immagini, hanno fatto presa sulla nostra naturale tendenza a vedere volti umani ovunque, in natura. Ci sono testi
interessanti sull'argomento, che vi posso segnalare...»
Sempre più lontano dalla sala, Pomolissomo non sente più la voce del collega. Un paio
di collaboratori gli si avvicinano di corsa, preoccupati, vedendolo piegato in
due dalla tosse.
«Sto bene.», dice, seccato, invitandoli a togliersi di mezzo con un gesto
sbrigativo, quasi rabbioso. «Avete preparato la stanza?»
I due, un uomo e una donna, annuiscono e gli indicano un corridoio illuminato da
led bianchi, che Pomolissomo imbocca e percorre in fretta appoggiandosi ripetutamente
al muro, scosso dalla tosse e da quelle che sembrano crisi asmatiche sempre più
gravi. Finalmente, si ferma davanti a una porta, su cui è stato affisso un
foglio con scritto "RISERVATO" in grandi caratteri rossi.
Pomolissomo apre la porta ed entra, richiudendosela alla spalle con due giri di chiave.
Ansima come se avesse corso e i suoi respiri assomigliano a rantoli soffocati. Dà
una rapida occhiata intorno, accertandosi di essere solo, mentre cerca di
riprendere fiato. Si trova in un piccolo bagno, illuminato a giorno da potenti
faretti a luce bianca. L'ambiente è stato riscaldato fino a raggiugere una temperatura che supera i trenta gradi e il tasso di umidità nell'aria è stato quadruplicato artificialmente. Alla
parete di fronte all'ingresso è appeso un lavandino sovrastato da uno specchio,
appannato dalla condensa, mentre sul lato destro c'è un water col coperchio
abbassato. Lì dentro, tutto è stato pulito alla perfezione e accuratamente sterilizzato.
Scosso da un nuovo attacco di tosse, Pomolissomo si avvicina al lavandino. Appoggiandosi
alla ceramica e piegandosi sullo scarico, ruota il pomello del rubinetto e
l'acqua sgorga con un getto potente, reso biancastro dalla pressione. Pomolissomo
si bagna i polsi a lungo e cerca di trattenersi dal tossire ancora. Il liquido
fresco e l'atmosfera calda e umida lo fanno stare meglio, ma non sono
sufficienti. Si allenta la cravatta e slaccia il colletto della camicia,
mettendo in mostra una piccola cicatrice appena sotto il pomo d'Adamo: un
taglio sottile di appena due, tre centimetri, ma ben visibile alla luce bianca
di quei faretti.
Pomolissomo passa il palmo della mano sullo specchio, ripulendone dalla condensa una
porzione sufficiente a specchiarsi, dopo di che infila delicatamente due dita
nella cicatrice e tira verso l'alto. La sua faccia viene via come una maschera
di gomma, deformandosi e mettendo a nudo quello che c'è sotto: un altro volto,
che non ha nulla di umano. Nello specchio si riflette una creatura dalla pelle
verdastra, liscia, con grandi occhi neri e senza orecchie, naso o labbra. La
sua bocca è un taglio orizzontale, simile alle branchie di un pesce, che si
allarga e si restringe al ritmo del respiro.
La creatura appoggia la faccia di Pomolissomo sul coperchio del water,
maneggiandola con cura e facendo attenzione che l'interno morbido e gommoso non
vada a toccare la superficie di legno. Dopo di che, mette le mani a coppa sotto
il getto d'acqua del lavandino e si bagna ripetutamente il volto. Mentre compie
questa operazione, il verde della sua pelle si fa più scuro, come se fosse
fatto di spugna e stesse assorbendo il liquido.
«Ora va meglio.», mormora la creatura, in una lingua nata milioni di anni prima, a
miliardi di chilometri dal luogo in cui si trova ora, sotto i raggi di un'altra
stella. «Molto meglio.»
Riprende la faccia di Pomolissomo dal water e torna ad applicarla con delicatezza sul
proprio volto, nascondendo la sua vera pelle, che ha assunto una colorazione di
un verde scurissimo, quasi nero come gli occhi. Con un rumore liquido, il viso
umano si riadatta perfettamente ai lineamenti alieni che nasconde e la creatura
riapre la porta, tornado in corridoio e avviandosi verso l'uscita: non ha
alcuna intenzione di tornare in sala, in mezzo a tutti quegli umani.
Pensando che il suo collega troverà una scusa credibile per giustificare la sua assenza,
Pomolissomo raggiunge il retro dell'edificio ed esce in strada. Ad aspettarlo
col motore acceso c'è una Lancia Thema coi vetri oscurati e la carrozzeria
nera. Ci sale in fretta, prima che qualcuno possa riconoscerlo e magari
chiedergli un autografo. L'autista sa dove andare e, appena Pomolissomo chiude
la portiera, l'automobile parte e si immette nel traffico della città.