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Caelicola

di MartinaBisi, pubblicato martedì 20 ottobre 2015

Una dicotomia struggente, una scelta difficile. Un' ardua sentenza, per dirla alla dantesca. Giorno o notte? Luce che filtra dalla finestra socchiusa, l'arco di un sole che sembra così palesemente muoversi, il cielo azzurro che appare un'iride intenta a scrutare il mondo. Oppure il buio che nasconde i difetti, i sorrisi imbarazzati, i peccati più gravi, una fonte luminosa opaca, soffusa, circondata da gemme fisse mai stanche di brillare.
Cælicola, una parola ormai scomparsa, che suona distante e aulica, in latino significa abitante del cielo. E, nel momento in cui, la notte, alzo gli occhi sulla buia cupola che mi circonda, anche io mi sento una creatura dell'universo, di un grandioso universo.
Scelgo la notte. Un velo di Maya metafisico intraposto da fenomeno e noumeno, tra realtà e immaginazione.
Scelgo la notte. Che non è mattina, mezzogiorno, pomeriggio o sera. È notte, semplicemente e costantemente.
Scelgo la notte. Dove non si vede nulla, nemmeno la minaccia di un temporale.
La notte è il momento migliore per fare qualsiasi cosa. Dormire, certamente. Ma anche pensare. Pensare davvero, pensare forte. Poi ballare, amare, sognare. Pentirsi, ricordare, tradire.
La notte in città è qualcosa di meravigliosamente indescrivibile. È pericolo e paura ma anche sollievo e libertà. Si conoscono specie strane quando si viaggia di notte in città. Ci sono artisti, assassini, alcolizzati, quelli che non accusano il sonno. La notte perdona i vizi, assolve i viziosi. Ci sono i travestiti, le prostitute, gli storpi e gli zoppi. Escono i gatti e i cani randagi, in cerca di avanzi. La notte non giudica, la notte accoglie.
La notte non è meglio del giorno, ma il giorno non sarà mai all'altezza della notte.