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ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 14 - SCORPIO

di PatrizioCorda, pubblicato sabato 22 agosto 2015


Non saprò mai descrivere i sentimenti che provai nei giorni di viaggio verso Nekhen. Non provavo risentimento o odio di alcuna sorta che potessero giustificare quello che stavamo andando a fare. Eravamo giunti a Men Nefer per aiutarne il popolo a progredire e ad amare il prossimo, e ci ritrovavamo schiavi di un re totalmente fuori di sé che ci costringeva a scendere in guerra contro suo fratello in nome di una divinità nella quale si immedesimava impropriamente. Volevamo portare amore e prosperità, e ci trovavamo invece in catene, costretti a portare la morte o, nel peggiore dei casi, a subirla per una causa che non era la nostra.
Ero rassegnato, triste, sconsolato, iracondo, voglioso di fuggire, represso e frustrato allo stesso tempo. Mentre camminavamo superando di giorno in giorno dune e aree pianeggianti quasi prive di vegetazione, sentivo la mia rabbia crescere sempre più. Non volevo la morte di chi avrei incontrato, ma sarei finito sotto terra se mi fossi rifiutato di portarla tra loro. Iniziai a rimpiangere di essermi fermato assieme agli altri lungo quel maledetto fiume, sebbene la presenza di Leila nella mia vita in parte sconfessasse quel viscerale senso di non appartenenza. In aggiunta a tutto ciò, l'assenza di Nommo, tenuto lontano dall'impresa militare, mi aveva gettato nel dubbio e nella solitudine. Non avere il mio mentore e non godere dei suoi consigli era per me una mancanza terribile.
Nel frattempo, conoscemmo alcuni veterani della nostra squadra: era raro poterli incontrare, poiché erano una categoria ormai estinta nell'avanzato popolo del Basso Egitto, troppo impegnato a prosperare col commercio per dedicarsi a guerre ed espansioni. Mentre consumavamo un rapido pasto a base di ceci e ortaggi vari, sedemmo accanto a un uomo di nome Falah. Questi era un uomo sulla sessantina, ma incredibilmente vigoroso nelle membra. Alto, muscoloso al punto da poterne vedere le fibre sotto la pelle, portava un'ispida barba brizzolata lungo le mascelle, dello stesso colore dei capelli, lunghi e disordinati nonostante il cerchietto che gli divideva la fronte. Aveva combattuto quando gli screzi tra Hsekiu e Hedj Hor, ora chiamato Scorpione, avevano portato alla scissione del fiorente regno egiziano, e sembrava avere tanto da raccontare in proposito.
«Se quei due non avessero litigato, mai nessuno avrebbe potuto contrastare il potere dell'Egitto. Nessuno al mondo» iniziò a spiegare mentre masticava rumorosamente. «Scorpione è un re guerriero: è possente, di poche parole e abile nell'amministrazione quanto nell'arte della guerra. Hsekiu è invece, come dire...Un re filosofo. Guarda più alla forma e al valore delle parole, ma rigetta l'atto concreto in prima persona. Non a caso, l'Alto Egitto è una terra di pastori e agricoltori che però sanno anche combattere; noi invece siamo più ricchi forse, ma invasati dalla religione e più dediti ai calcoli e alle belle parole. Siamo diventati dei commercianti che non sanno difendere le proprie ricchezze». Una certa vena malinconica nella sua voce roca mi fece capire che non fosse granché positivo per la guerra imminente.
«Quindi non ti va molto a genio il sovrano, eh?» insinuò TeePaa con la sua innata vena cinica e subdola. Falah non alzò nemmeno lo sguardo, ma si limitò a fare spallucce, continuando a frugare nella sua ciotola.
«Molti di noi sono stati costretti a vivere a Men Nefer. Con la scissione, i re si sono spartiti i sudditi come viveri o roba di poco conto. Indubbiamente preferirei vivere sotto Scorpione: non si naviga nell'oro, ma la vita è semplice e si dicono le cose come stanno, senza quell'odioso sfarzo di cui si circonda quello lì» brontolò facendo un cenno con la testa alla tenda dove alloggiava Hsekiu, lontana da qualsiasi disturbo e protetta dalla luce del sole.
«Perché?» continuò TeePaa incalzante.
«Perché? Tu ameresti mai un sovrano che ha distrutto un intero impero per una donna che nemmeno lo voleva?». La faccenda si faceva più chiara: a quanto pareva, non era solo la religione la causa dell'antica scissione, ma bensì c'erano di mezzo anche delle faccende amorose.
«La regina Izra, moglie di Scorpione, era stata in principio promessa a Hsekiu, in quanto il fratello aveva già un matrimonio combinato. Ma quando la promessa sposa di Scorpione morì di malattia, e anche suo padre, il vecchio Re Coccodrillo, morì di vecchiaia, nessun vincolo legava Izra a Hsekiu. Lei si innamorò del più semplice e concreto Scorpione, e la cosa degenerò presto in guerra. Ma è da quel folle là che è partito tutto» disse Falah tornando a indicare la tenda del re. «Che poi la religione abbia avuto il suo peso è indubbio, ma per quanto mi riguarda quel pazzoide è principalmente rimasto scottato per la faccenda della regina. Infatti, da allora ha rifiutato qualsiasi consorte per sé». La cosa aveva senso. In effetti, Hsekiu non si era mai accompagnato a nessuna donna nei cinque anni in cui eravamo stati là, e l'odio per il fratello era tanto forte nelle sue parole che doveva per forza esistere una causa scatenante ben più forte di semplici discordanze in materia di religione.
Scoprimmo che quasi tutti nell'esercito pensavano cose simili sul proprio re, e che sostanzialmente condividevano il nostro stato mentale: in guerra non per propria scelta, ci apprestavamo a uccidere semplicemente per non essere uccisi dal nostro reggente.
«Quel vostro amico là, quello sì che sarebbe un capo adatto a noi: un re guerriero, uno che pensa al suo orto e basta, e che se ti ci avvicini ti spacca le gambe una volta per tutte», disse un altro soldato, indicando dietro di sé col pollice in direzione di Guashi. Il nostro amico, ormai un uomo fatto e finito nonché un'autentica montagna di muscoli neri coperti di tatuaggi, stava sfidando cinque soldati insieme, e li mandava sistematicamente a terra con facilità disarmante, urlando per accompagnare ogni colpo.
«Se in battaglia è forte quanto penso, quel ragazzo avrà una carriera nell'esercito di Men Nefer» grugnì Falah soddisfatto, addentando un pezzo di carne secca. Tutti stravedevano per Guashi sin dall'episodio del coccodrillo, e la sua relazione con un ancella non aveva che innalzato il suo prestigio sociale.
Dopo due settimane di viaggio fummo capaci di imbarcarci: una mandria di dromedari aveva trasportato grossi carichi di legname, e dopo alcuni giorni di forsennato assemblaggio lungo un'insenatura paludosa potemmo navigare là dove il Nilo si faceva profondo e si estendeva a perdita d'occhio all'orizzonte. L'acqua non era più verdognola, e il fondo non era più visibile. Ogni tanto il gorgoglio di qualche coccodrillo o di qualche grosso pesce smuoveva le onde azzurre del fiume sotto le nostre imbarcazioni, ora più articolate e simili a canoe rispetto alle tradizionali zattere usate per la pesca. L'imbarcazione di Hsekiu era impressionante: una gigantesca piattaforma fatta di robusti tronchi biancastri e munita di parapetti ad essi perpendicolari capeggiava la spedizione, e su di essa campeggiava la lussuosa tenda ricamata del sovrano. Il viavai di sacerdoti e ancelle era costante, e Hsekiu non si degnò mai di uscire alla luce del sole nelle due settimane di viaggio, senza spendere una singola parola d'incoraggiamento per il gigantesco esercito che aveva preso il largo con lui su migliaia di imbarcazioni scricchiolanti.
«Noi andiamo a morire e quel bastardo fa la bella vita» disse torvo Falah mentre parlava con altri veterani «sono sicuro che non starà un solo secondo sul campo di battaglia. Se tutto va bene, si presenterà a giochi fatti per sputare sul cadavere del fratello. Ammesso che questi non lo faccia a pezzi subito...Non mi dispiacerebbe vedere la scena». Non erano proprio dei veterani esemplari: il malcontento aveva spazzato via il loro senso d'appartenenza, e mi chiesi se avrebbe mai potuto prendere luogo un improvviso ammutinamento.
Finalmente, il Nilo si restrinse, e vedemmo sorgere a qualche chilometro verso Est una città avvolta da mura di cinta alte e giallognole. Alte palme spuntavano dalle mura, e dietro i palazzi più alti della città, le cui finestre avevano sommità a semicerchio, sorgevano alte formazioni calcaree alle quali il centro abitato sembrava essersi appoggiato nel periodo della sua costruzione. Nessuno sembrava attenderci al di fuori della città, ma era chiaro che non avremmo mai potuto sbarcarvi tanto vicino senza essere attaccati subito. Procedemmo quindi per un'altra decina di chilometri, insediandoci in una zona incontaminata dove cresceva un piccolo gruppo di acacie.
Un po' più in là rispetto alle acacie la vegetazione diventava ancora più rigogliosa, formando un'ampia area verde piena di palme da datteri, piante di fico e carrubi. Un piccolo laghetto ospitava oche e qualche pesce, e in poco tempo decidemmo di stabilire il nostro quartier generale in quell'area. Venimmo anche a sapere che Nekhen aveva una popolazione e un esercito di dimensioni simili a quelli di Men Nefer: quindi, lo scontro si prospettava più equilibrato del previsto. Il generale Saad, un uomo di circa cinquant'anni dal fisico un po' calante ma che incuteva timore col suo solo sguardo, spiegò che l'esercito nemico ci avrebbe atteso a circa cinque chilometri dalle mura della città. Infatti, avevano senza dubbio notato la nostra flotta mentre attraversava il fiume a loro adiacente, e non v'era possibilità che non si fossero attrezzati per tempo. Il giorno successivo, dunque, saremmo partiti alla volta di Nekhen.

Quando vedemmo l'esercito nemico schierato davanti a noi, il respiro di tutti venne meno. Quegli uomini erano esattamente come descritti da Falah: potenti, più scuri nella carnagione tanto da assomigliare a me, Guashi e TeePaa, e soprattutto apparivano come guerrieri di professione. Tra le nostre fila, molti invece erano semplici civili prestati alle armi, e i lori fisici non erano certo all'altezza dei corpi statuari di chi ci stava di fronte. Con schieramenti speculari, costituiti da otto colonne per esercito, restammo in silenzio mentre la nebbia mattutina si sollevava, portando via con sé la freschezza notturna del deserto. In lontananza, potevamo distinguere Nekhen, avvolta dalle sue mura e dalle sue torri. Prima di varcare le sue porte, ad ogni modo, avremmo dovuto sterminare un esercito grande almeno quanto il nostro. L'atteggiamento di Hsekiu, poi, non aveva scaldato granché gli animi. Assiso sul suo trono, protetto da guardie e circondato di consiglieri, stava su una collina riparata a qualche centinaio di metri dall'ultima fila di soldati. Quell'uomo non aveva idea di cosa fosse la guerra, né mai si sarebbe sporcato le mani scendendo in campo. Anzi, sembrava più pronto a darsela a gambe che altro.
Scorpione era invece il primo dei suoi. Se l'esercito era diviso in colonne, lui si era simbolicamente posizionato ancor prima di tutti, da vero sovrano. Portava solo un gonnellino nero, calzari in fibra che si intrecciavano sino al polpaccio, una tracolla di pelle per i dardi e l'arco e dei bracciali in metallo. Un pugnale lungo e acuminato pendeva dal suo fianco destro, e sul capo portava un elmo cilindrico foderato in pelle d'antilope. Non v'era trucco sul suo volto, duro e dagli zigomi alti. Un accenno di barba caprina gli cresceva sul mento, e una lunga cicatrice gli attraversava trasversalmente il torace. Lo sguardo era ipnotico e minaccioso anche a centinaia di metri di distanza: se Hsekiu era un viziato animale da salotto, lui era il più temibile e affamato dei randagi.
Una pioggia di dardi si riversò immediatamente su di noi, senza che potessimo, coi nostri miseri scudi, proteggerci per tempo. Solo nelle prime file si portavano sottili elmi di lamina metallica, e fortunatamente quello era il nostro caso. Le ultime file invece sarebbero state date in pasto ai loro carnefici senza alcuna protezione. Per evitare le frecce, cercammo il corpo a corpo gettandoci sull'orda nemica. Inizialmente non ero tanto motivato, ma la paura della morte risvegliò in me e nei miei amici quella sadica rabbia mista a istinto di sopravvivenza che avevamo già sperimentato contro gli uomini-scimmia. Prendemmo presto la mano coi nostri pugnali e riuscimmo rapidamente, seguendo una breccia aperta da Saad e alcuni veterani, a pareggiare il conto delle vittime. I veterani erano potenti e schiacciavano letteralmente i nemici più a mani nude che con le armi; noi ragazzi invece avevamo imparato a giocare d'astuzia, sbilanciando e ingannando l'avversario per poi colpirlo a tradimento. Guashi, invece, combatteva in un modo tutto suo: sbatteva i nemici a terra scrollandoseli di dosso e tramortendoli poi con testate e spaccandone le teste a calci. C'era qualcosa di magnifico e monumentale nei suoi movimenti, e per fortuna, pensai, stava dalla nostra parte. Guashi era innegabilmente nato per l'arte della guerra.
Le file si assottigliarono dopo circa un'ora di combattimento. Iniziai a scorgere civili impauriti anche tra gli avversari, e uomini che faticavano anche solo a scoccare una freccia. I confronti duravano poco, spesso per eccessivo squilibrio tra le parti, e i corpi cadevano a non finire. Scorpione era impressionante. Il suo pugnale era più una daga data la sua lunghezza, e i suoi fendenti colpivano, con un singolo movimento, anche tre o quattro avversari alla volta. Gridava e incitava i soldati all'attacco, e presto delle sedici colonne in campo non restò nulla. Tutto si risolse in un amalgama confusa e sanguinolenta, dove spesso compagni di schieramento finivano per uccidersi a vicenda. Riuscimmo a tener duro, puntando a uccidere più civili possibili, e parve aprirsi uno spiraglio tra le ultime file. TeePaa sgozzò un povero ragazzo indifeso, circa della sua età, colpevole di averlo punto al costato con quello che restava della sua lancia rotta, e mi chiamò al suo seguito.
«Vieni, Mhadija! Corri! Siamo fuori! La città è là!» gridò agitandosi e indicando le mura più in là. Insieme a lui, una decina di veterani e il generale Saad avevano fatto a pezzi le ultime file di civili nell'esercito di Nekhen. Tuttavia, un senso di pericolo imminente mi pervadeva. E infatti, sentii Guashi gridare alle nostre spalle:
«Che diavolo fate! Correte qua, ci avete lasciato soli!». Ora era tutto chiaro. Avevamo aperto sì una breccia, ma l'avevamo fatto talmente in pochi che i nemici ci avevano permesso di farlo, così da isolarci e poter attaccare il resto dell'esercito, composto per lo più da civili mal addestrati. Avevamo abbandonato la nostra armata. Iniziai a vedere teste che rotolavano, lunghi capelli neri che venivano strappati da cuoi capelluti sprizzanti sangue, arti mutilati e sentii grida disumane giungere alle nostre orecchie. L'esercito di Nekhen ci aveva inglobato e poi espulso, accerchiando ciò che restava del nostro e rendendoci quasi impossibile il ritorno in posizione.
«Maledetti figli di puttana! Resistete! Resistete!» gridava Guashi, brandendo un pugnale e una lancia rubata a un avversario ucciso. Prese a menare calci e fendenti a occhi chiusi, mandando al suolo diversi uomini almeno grossi quanto lui. Un grosso taglio gli faceva sanguinare lo zigomo, e benché stesse tenendo botta, le file dietro di lui si erano ridotte all'osso. Eravamo un esercito improvvisato, mera carne da macello. Presto ci avrebbero fatto a pezzi.
Poi, Scorpione si trovò Guashi davanti. Senza nemmeno guardarlo negli occhi, lo prese al collo con una mano, tramortendolo poi con un pugno terrificante che lo scagliò lateralmente fuori dalla ressa.
«Amici miei, è finita» ansimò Falah mentre cercavamo di rientrare nella mischia colpendo dei civili alle spalle, «anche il nostro miglior guerriero è fuori gioco. Sia maledetto quel folle del nostro sovrano!» ringhiò mentre conficcava il pugnale nella scapola di un uomo poco più anziano di lui.
Davanti a noi andava in scena un vero massacro. In meno di un'ora, Scorpione e i suoi bruti ammazzarono le poche migliaia di soldati rimasti, mutilandoli e schiacciandoli sotto la loro inarrestabile marcia. Guashi giaceva ancora esanime a terra, e temetti per la sua vita mentre cercavamo di difenderci a nostra volta. Quando l'ultimo superstite fu finito, letteralmente aperto in due dalla daga di Scorpione, noi eravamo ancora impelagati nel tentativo di uscire da un muro di almeno cento soldati nemici. Mentre vedevo Scorpione correre verso la collina di Hsekiu, sentii un ruggito e un suono di lame alle mie spalle. Guashi si era rialzato e stava travolgendo chiunque intralciasse la sua strada. Sebbene fossimo appena una ventina, riuscimmo a sbarazzarci di quei civili in una decina di minuti, e a denti stretti ci lanciammo a rincorrere il re nemico, che avanzava in solitaria brandendo la sua arma insanguinata.
«Bastardi! Non rapirete Azale! Non ve lo lascerò fare!» urlò Guashi mentre scattava verso Scorpione. Il mio amico stava combattendo più per la libertà della sua donna che per la sua vita, e sebbene non l'avessi mai ritenuto un uomo dalla grande nobiltà d'animo, il suo gesto parve ai miei occhi tanto eroico da galvanizzarmi e da infuriarmi al pensiero che qualcosa potesse succedere anche alla mia Leila. Hsekiu intanto aveva spedito giù per la collina i suoi dieci migliori gendarmi, uomini giganteschi dagli occhi verdi e dalla pelle bruna, almeno trenta centimetri più alti di Scorpione. Questi lo accerchiarono e lo attaccarono tutti insieme, ma fu incredibile vedere come il re guerriero, girando su se stesso mentre sguainava una lama per mano, fu capace di allontanare e ferire i suoi aggressori. Approfittò poi del loro stordimento per balzare loro addosso, distruggendoli con ginocchiate, pugni e calci alle giunture. Dopo averli inchiodati a terra e infilzati senza pietà, alzò lo sguardo, pronto a fare sua la preda più ambita.
«Fratello mio!» urlò chiamandolo a sé. «Perché sei stato tanto folle da sfidare la mia potenza? Perché dici di amare il tuo popolo se poi lo mandi a morire per uno stupido vezzo? Che Dio sei? Spiegamelo! Sarei forse io quello in torto, perché ho scelto una divinità diversa dalla tua e ho sposato una donna che amo e che mi ama? Proprio come la mia consorte, la divinità che adori non ti è mai appartenuta realmente! Lei non è tua madre, come tu non sei un Dio! E uccidendoti lo dimostrerò! Con la tua morte, finirà il tuo culto e finirà la schiavitù del tuo popolo!». Dopo queste parole, si lanciò lungo il piccolo pendio che portava a Hsekiu. Quest'ultimo lentamente si sollevò dal trono, e senza curarsi dello stormo di ancelle e consiglieri che scappavano in direzione opposta, impose le mani sul fratello incombente.
«Gli Dei sono con me! Ti schiaccerò come solo un Dio può fare!» tuonò allargando le dita come a voler manovrare il fratello come un burattino. Scorpione con un balzo lo abbrancò e lo trascinò giù con sé, rotolando fino ai piedi della collina. Arrivammo giusto in tempo per vedere il copricapo di Hsekiu cadergli dalla testa, rivelando una corta capigliatura corvina. Il suo volto era livido, sudato e senz'altro dai tratti meno divini rispetto a prima. Anzi, pareva letteralmente terrorizzato: la sua unica speranza eravamo noi.
Saad, a capo di una decina di veterani claudicanti, si gettò su Scorpione cercando di immobilizzargli le braccia. Ma ciò non bastò; il re scacciò a calci chi lo attaccava frontalmente e assestò due terribili testate ai soldati che gli bloccavano gli arti superiori. TeePaa fu il suo successivo bersaglio: con un pugno in mezzo agli occhi lo fece volare fino a farlo cozzare contro delle rocce. Non dimenticherò mai la paura che provai quando lo vidi correre verso di me. Pregai che non sfoderasse alcuna arma, e fortunatamente in pochi secondi mi ritrovai a terra con una spalla fuori asse e qualche costola rotta. Falah fece una fine analoga, e Guashi venne nuovamente umiliato quando Scorpione lo immobilizzò cingendogli il collo e facendogli perdere i sensi con una gomitata sulla testa il cui suono mi dette il voltastomaco. Eppure, non ci aveva ucciso. Forse aveva dei piani per noi? Ci aveva tramortito, è vero, ma aveva anche riconosciuto il nostro valore, e forse ci avrebbe addirittura preso con sé, se avesse vinto. Riverso a terra, guardai l'imminente fine di Hsekiu, pensando che non fosse poi la cosa sbagliata.
Scorpione prese il fratello, lo sollevò in aria con uno sforzo irrisorio e lo fece ricadere malamente al suolo, prendendolo a calci sul costato senza che questi potesse difendersi.
«Gli...gli Dei mi proteggeranno...e tu morirai...» rantolava Hsekiu tenendosi il petto. Un calcio al volto gli fece perdere i sensi, salvo poi rinvenire nuovamente in preda alla morsa letale del fratello. Di nuovo per aria, Hsekiu vide la lama della daga di Scorpione andargli incontro. Un fendente diretto e fulmineo gli trapassò il fianco destro, e un urlo sporcato dal sangue uscì dalla bocca del sovrano semidio.
«Sei un Dio allora? Quale Dio prova dolore fisico? Quale Dio viene umiliato così in battaglia?» infierì Scorpione. Prese a ferire di taglio le gambe e le braccia del fratello, sfregiandogli anche il volto con malsano sadismo, gettandolo poi di nuovo a terra.
Il semidio, sino a poco tempo fa simile a una statua inamovibile, ora tremava a terra, più spaventato e umano che mai. Scorpione gli puntò la daga al cuore, inginocchiandosi. Fu allora che vedemmo Hsekiu piangere. Un pianto copioso, che sarebbe stato a dirotto se non fosse riuscito, magicamente, a tenere il silenzio. Era la sua ultima carta per dimostrare di essere una divinità nel corpo di un uomo. Lo sguardo di Scorpione si fece triste, disgustato e misericordioso allo stesso tempo.
«...Quale Dio piange per paura di perdere la vita e non piange per le morti del suo popolo...» constatò amaramente, allontanando la lama dal cuore fraterno. Si alzò in piedi, scrutò il cielo e poi posò nuovamente lo sguardo sul fratello moribondo.
«Il tuo cuore potrà battere ancora» disse, «ma da oggi il tuo spirito è definitivamente morto. Che gli Dei, quelli veri, possano proteggerti e conservarti, fratello mio. Addio».
Passò tra di noi con andamento regale ma senza guardarci, e poco dopo lo vedemmo soccorrere i suoi soldati ancora vivi, scortandoli a passo lento verso la lontana Nekhen. Hsekiu piangeva e tremava, più vergognoso di sé che triste per la sconfitta, e non appena i veterani si furono ripresi facemmo il possibile per soccorrere il re e gli altri superstiti, incamminandoci stancamente verso la nostra città. Eravamo partiti in centomila, saremmo tornati appena in duecento: la battaglia per le sorti dell'Egitto era stata un disastro totale.