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lavoro pubblicato giovedì 25 giugno 2015
ultima lettura lunedì 18 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 5 - GLI ANTENATI

di PatrizioCorda. Letto 369 volte. Dallo scaffale Fantasia

Nommo aveva l'abitudine di tenere sempre fede alle proprie parole. Infatti, la tanto attesa prova non ebbe luogo nei mesi seguenti. L'estate e l'autunno trascorsero blandi, senza grandi novità e ancora senza vedere il nostro signore allontanarsi...

Nommo aveva l'abitudine di tenere sempre fede alle proprie parole. Infatti, la tanto attesa prova non ebbe luogo nei mesi seguenti. L'estate e l'autunno trascorsero blandi, senza grandi novità e ancora senza vedere il nostro signore allontanarsi dalle sue amate acque. L'unico cambiamento era stato l'ampliamento, seppur moderato, del villaggio. Pochi anziani ci lasciarono in quei mesi, a fronte di numerose nascite. La buona sorte sembrava averci finalmente baciato.
Il perimetro protettivo del villaggio fu rinforzato e ampliato per l'occorrenza, e una crescente sensazione di padronanza del proprio destino aveva iniziato a permeare l'intera comunità. Finalmente, cibo e acqua non erano più un assillo, ma beni costantemente alla nostra portata, e l'opera di erudizione iniziata da Nommo stava dando i suoi primi frutti. Tutti ora sapevamo contare ed effettuare calcoli di moderata difficoltà. Quanto alla scrittura, era stata tramandata di generazione in generazione ben prima che il Visitatore giungesse tra noi: a questo punto, il nostro bagaglio culturale rasentava, nelle basi, la completezza.
Un giorno, ricordo con il sorriso sulle labbra, andai da Nommo senza farmi vedere dagli altri, bramoso di soddisfare una mia piccola curiosità. Lo vidi con la testa sommersa per metà, e con i suoi grandi occhi già fissi su di me ben prima che gli chiedessi un briciolo della sua attenzione.
«Signore...io avrei una domanda da porti. Il mio popolo ha sviluppato la propria lingua e la sua scrittura anni e anni prima che tu giungessi tra noi. Ho sempre pensato in questi due anni...ma come hai potuto tu, sin dal principio, parlare nella nostra...»
«Dovevo pur guadagnarmi il rispetto che mi date, no?».
Uno dei suoi fugaci e lampanti sorrisi, accompagnato da una buffa risata, pose fine alla questione. Colto da un improvviso imbarazzo, come se avessi posto la più stupida delle domande, scoppiai in una risata nervosa ma spontanea. Quell'essere ci aveva studiato ben prima di giungere tra di noi, ma metodiche e fasi di questo studio mi erano tuttavia sconosciute. Ma troppo era l'imbarazzo per cercare di approfondire la questione senza il timore di sembrare inopportuno e subdolo, al che mi dileguai accommiatandomi con discrezione e riverenze varie.
Non avevo tuttavia l'impressione di avere un rapporto privilegiato con lui. Guashi, nella sua straripante crescita fisica, aveva destato assai più attenzioni da parte del resto del villaggio. Infatti, neppure quattordicenne, aveva già fatto parlare di sé per alcune grandiose imprese durante delle battute di caccia. Durante una rischiosissima spedizione ai piedi di alcune montagne, era addirittura riuscito a uccidere da solo un Mastodonte, arrampicandosi sul suo dorso e cingendogli il collo con una lunga corda, che aveva poi usato per calarsi sotto il mento della bestia, sgozzandola con un braccio solo. Nessuno era mai riuscito a portare al villaggio tanta carne in una volta sola, e lo stesso Nommo, che non era solito omaggiare atti di violenza tanto forti, non mancò di elogiarlo pubblicamente per il suo valore.
La zazzera del nostro possente amico era scomparsa. Una volta divenuto guerriero e cacciatore, aveva assunto le fattezze di un vero adulto, rasandosi completamente a zero e riempiendo il suo robusto corpo con grandi tatuaggi bianchi e rossi, senza risparmiare neppure il suo viso. Gusa ne aveva spesso decantato le doti e ne aveva auspicato l'ascesa a grande capo del futuro, iniziando a trattare con mio padre affinché un giorno il più promettente dei nostri guerrieri sposasse mia sorella Kalia, che per bellezza e bontà di carattere ne sarebbe stata la perfetta consorte.
Ma anche il "Figlio di Sirio" aveva iniziato a far parlare di sé. Noho Moyi, benché avesse dei genitori, fu spiritualmente adottato da Adira, che ne sovrintendeva la crescita affiancando i giovanissimi Poa e Takelo. Quel bambino sembrava veramente destinato a un futuro luminoso. I suoi occhi erano di un colore mai visto sinora: il rosso fuoco delle sue pupille era lo stesso dei suoi cortissimi capelli, e un'espressione austera e sicura di sé aleggiava sul suo volto, benché fosse ancora solo un infante. A nemmeno due anni sapeva già esprimersi senza che i suoi genitori dovessero provare a indovinare quel che voleva dire, e camminava spedito sulle sue piccole, robustissime gambe. A volte Adira lo sorprendeva in piedi, silenzioso, mentre rifiutava l'aiuto della madre per vestirsi, con lo sguardo dritto verso il lago di Nommo. Inevitabilmente i due un giorno non molto lontano avrebbero conferito, e qualcosa di straordinario sarebbe scaturito da quell'incontro. Eppure Adira lo distraeva sempre dalla magnetica attrazione dello specchio d'acqua, esortandolo a cimentarsi in attività più consone alla sua tenerissima età.
In molti negli anni avvenire avrebbero malignato sulla possibilità che Noho Moyi fosse davvero il figlio di Nommo. La verità è che nessuno ha mai potuto provarlo con certezza, come anche Nommo non ha mai voluto affrontare il discorso in profondità. Neppure con me.
Intanto, le lezioni continuavano senza sosta. Adesso però, conferiteci delle solide basi matematiche, era giunto il momento di studiare a fondo la storia e le origini nostre e dell'ambiente che ci circondava. Stando a quanto ci raccontò Nommo, il nostro pianeta aveva già alcuni miliardi di vita alle spalle, seppure la vita, nel vero senso della parola, abbia dovuto attendere tantissimo tempo prima di attecchirvi. Le acque furono il palcoscenico dove andò in scena questo fantastico spettacolo, e in principio gli esseri viventi non erano che creature minuscole, dalle strutture fisiche semplicissime, più piccole di un granello di sabbia. La vita prese a proliferare nelle acque, diversificandosi sempre di più, e acquisendo lentamente delle strutture fisiche più articolate. Fu così che crostacei e pesci presero a popolare mari, laghi e fiumi. Poi fu la volta degli anfibi, che rappresentarono la prima grande svolta, nonché il primo esempio di creature ibride. Allacciandosi alla propria costituzione fisica, Nommo spiegò i vantaggi di poter vivere in due ambienti differenti, senza però trascurare le limitazioni del non poter scegliere in via definitiva una delle due case di cui si poteva usufruire.
Quando le terre si formarono, dopo innumerevoli disastri naturali ed eruzioni vulcaniche, iniziarono a propagarsi differenti tipi di vegetazione, nonché diverse situazioni climatiche in base ai luoghi. Nommo infatti ci spiegò che l'Africa, per quanto sconfinata, non era il solo continente sul pianeta; esso infatti ospitava almeno altri cinque superfici di simile dimensione, ciascuno col proprio clima, la propria fauna e la propria flora, nonché abitato dai rispettivi popoli. La cosa ci sorprese non poco, per quanto ebbi modo di notare un po' meno sorpresa sui volti dei più anziani del villaggio. Annuivano con solennità: evidentemente, avevano ora ottenuto conferma di qualche leggenda udita decenni prima. Alcuni di questi continenti erano ancora collegati tra loro, come avremmo scoperto in seguito, e stando alle affermazioni del nostro signore la loro deriva si era ormai quasi conclusa, avvicinandosi alla situazione attuale, che permane ormai da migliaia di anni, viste le condizioni di stallo atmosferico raggiunte dalla Terra negli ultimi millenni. Tuttavia, era possibile raggiungere ciascuno di questi continenti, se capaci di costruire dei mezzi abbastanza resistenti, così come era possibile spingersi sino alle estremità del globo, rappresentate da due enormi poli ghiacciati.
«Milioni, e poi migliaia di anni fa, le condizioni atmosferiche consentirono l'evoluzione di razze di rettili e mammiferi di dimensioni abnormi, ben più grandi dei Mastodonti che vi terrorizzano così tanto. Anche gli esseri umani non erano da meno, e questi esseri giganteschi combattevano tra loro, in acqua e in terra. Ma, in realtà, per quanto voi stessi pensiate che questi siano racconti di tempi ormai andati, queste guerre continuano, in angoli remoti della Terra. Vi sono state epoche dai climi caldissimi e altre segnate da letali glaciazioni, e queste diverse situazioni permangono in alcune zone a voi sconosciute. Questi esseri, seppur poco numerosi ed emarginati, sopravvivono ancora, e un giorno alcuni di voi li incontreranno. Il tempo passa, ma non ovunque alla stessa velocità. L'avvento della vita e della diversità ha fatto sì che evoluzione e fissità combattano tutt'ora, rendendo il vostro pianeta un insieme di epoche non ancora concluse e di altre già spedite verso il futuro».
In pratica, quel che Nommo voleva dire era che in alcuni punti del mondo vivevano ancora creature del passato (e subito il pensiero volse agli uomini-scimmia che ci attaccarono quasi due anni fa), sopravvissute grazie a particolari condizioni naturali, così come in altre progredivano a vista d'occhio civiltà a noi ampiamente superiori, circondate a loro volta da razze animali e vegetali di chissà quali fattezze.
E noi, cos'eravamo? Appartenevamo a una sorta di era di mezzo? O eravamo retrogradi al punto da poter essere annoverati tra quelle genti per le quali il tempo si era fermato?
«Per alcuni l'evoluzione è una luce da rincorrere, alla fine di un percorso oscuro e opprimente. Per altri invece non esiste. Non tanto tempo fa, avete incontrato dei vostri predecessori, dei vostri antenati, per quanto mortificante possa essere per voi apprenderlo. Ecco, per loro la fissità, l'immutabilità delle cose e l'impossibilità di evolversi sono le sole realtà concepibili» disse Nommo nel suo tono più serio e autorevole. Tutti i cacciatori, tra i quali ora stava anche Guashi, mi parvero costernati e pensierosi. Probabilmente, ripercorrevano passo per passo la terribile giornata in cui incontrarono quella tribù di esseri abominevoli, e così feci anche io. Il nostro compagno ridotto a una massa amorfa dal peso del masso che l'aveva travolto era un'immagine che in tutti quei mesi mi aveva inseguito, braccandomi anche nei sonni più tranquilli, ed ero sicuro che fosse lo stesso per i miei compagni di quella sciagurata avventura. Guashi invece si guardava attorno perplesso, tornato improvvisamente piccolo tra i grandi, escluso dalla condivisione di quella orrenda vista, clamorosamente messo da parte, il giorno, perché io potessi partecipare alla caccia benché due anni più piccolo di lui.
«Solo gli Dei sanno quali esseri ospita questo mondo, e in quali antri oscuri essi si nascondono» proseguì l'anfibio con lenti gesti delle mani, «ma ciò che è certo è che col passare del tempo le razze della Terra s'incontreranno. Purtroppo, nessuno sa se sarà il Bene che predichiamo a trionfare in quest'incontro, o se esso sarà il principio di un immane spargimento di sangue».
Immaginate gli effetti di un discorso simile su un undicenne, che mai aveva visto il mondo aldilà dei laghi e dei monti della propria arida e povera terra. Giuro che in quell'istante avrei preso i pochi oggetti che mi appartenevano e sarei partito senza nemmeno chiedermi quale fosse la meta. Quell'essere risvegliava in me, ogni giorno di più, la mia voglia e la mia fame di conoscenza. Desideravo far mio il mondo più di ogni altra cosa. Mi sentii improvvisamente sia piccolo che grande, in un infinito intermezzo tra quel che ero e quello che sarei stato. Nel petto avevo il ruggito del leone, e negli occhi riflessa la grandezza di quello che avrei visto, del futuro che sarebbe stato.
Passarono poche settimane, e il tempo, seppur di poco, si fece più rigido. Piovve abbondantemente per alcuni giorni, ma non appena il sole tornò, io, TeePaa e Guashi fummo convocati da Nommo. Vidi che l'albero accanto al lago, che un tempo era secco e avvizzito, aveva ripreso vigore, tornando a crescere e offrendo un fogliame ampio e rigoglioso, di un verde vivissimo malgrado l'inverno alle porte, con tantissimi fiori dai petali fucsia intenti a gemmare. Quantomeno singolare, data la stagione. Mi convinsi immediatamente che la presenza di Nommo dovesse esserne il responsabile. Giunti davanti al lago, ci sedemmo sulla corta erba che ne precedeva la riva, attendendo le parole di Nommo, che si fece avanti nuotando col viso a pelo d'acqua.
«Avete visto come in questi due anni il villaggio sia cresciuto, e come la sua struttura sia cambiata per il meglio. Tuttavia, ho per voi una richiesta che richiederà coraggio e prestanza fisica. Non v'è villaggio che non ospiti un tempio. Voi adorate le forze della natura, e a tal proposito, desidero che voi, con un gesto di grande sacrificio, raccogliate rocce a sufficienza perché un tempio degno di tal nome venga eretto» affermò Nommo con un tono che non sembrava ammettere repliche.
Accettammo subito l'invito ad agire per il progresso della comunità da parte del signore anfibio, che ci ringraziò con un morbido cenno del capo. A quel punto restava tuttavia da decidere dove ci saremmo recati per la raccolta, essendo i soli tre ad esserne incaricati. Ma non avemmo neppure il tempo di azzardare una proposta.
«Mhadija sa che prima delle insenature rosse del fiume Niger le rocce sono argentee e solide. Sono quelle le pietre adatte ad essere levigate e usate per costruire un degno tempio».
Credo di essere impallidito al punto da sembrare morto in quel momento, perché ricordo i visi preoccupati dei miei due amici che accorrevano per sostenermi, mentre la gola mi si seccava e cercavo di proferire un'obiezione, malgrado la vista annebbiata per lo shock dovuto alla notizia. Mentre TeePaa cercava di tranquillizzarmi farfugliando parole a me incomprensibili, continuavo a strizzare gli occhi in maniera convulsa, cercando di scacciare le immagini dei mostri che ci attaccarono l'ultima volta che ci avvicinammo a quel territorio. Le loro facce da primate mi assillavano e affollavano la mia mente, strepitando ed emettendo versi inenarrabili. Tentai in ogni modo, anche supplicandolo, di persuadere Nommo a indicarci un'altra via, ma non ci fu verso.
«Non vi manderei mai incontro a morte certa. Mhadija, hai ottenuto con fatica il ruolo di guida per questa spedizione diversi mesi fa, e ora è giusto che tu ricopra il ruolo per il quale hai tanto combattuto. Non solo la mente e l'intelletto, ma anche il cuore rende grande l'uomo. Se hai nel cuore il tuo popolo, avrai in esso anche la risposta alle tue incertezze. Tante cose sono cambiate, e i pericoli non son più quelli che erano. E ora andate. Alle prime luci del mattino, lascerete il villaggio». Fu irremovibile e autoritario. La notte, mi strinsi in me stesso preso dall'angoscia: il fatto che i pericoli di quei picchi non fossero più gli stessi avrebbe potuto anche significare che ora erano aumentati a dismisura.
Dopo alcune ore di camminata, giungemmo approssimativamente nella zona in cui ci fermammo due anni fa notando il masso sporco di sangue. Ma mi resi conto che Nommo, pur non essendosi mai mosso da lago, aveva ragione. Era cambiato tutto. Il sentiero che lambiva i picchi era interrotto, bloccato da un muro invalicabile di massi. Non potendoli smuovere, ragionammo sul da farsi. Finché TeePaa, guardandosi intorno, non notò qualcosa.
«...Mhadija, per caso ricordi se quella apertura è sempre stata là?» disse indicando un'apertura sulla nostra destra, là dove un tempo sorgevano le prime pareti montuose. Il fumo, causato di chissà quale incendio, aveva sporcato la roccia, che si apriva come se qualche strana forza avesse sfondato la parete aprendo una porta su qualcosa che prima era nascosto. Il fuoco doveva essere recente, giacché alcuni arbusti, che ricordo crescevano là rigogliosi, davano l'impressione di essere stati bruciati da poco, magari da un fulmine caduto durante le recenti intemperie. Guashi come sempre si lanciò in una temeraria avanscoperta, salendo sui massi accatastati con forza animalesca. La potenza dei suoi quadricipiti lo catapultava in altezza dove nessuno era capace di arrivare, e non appena fu in cima, lo vedemmo assorto per alcuni istanti.
«Tutto questo non è possibile», riuscì a malapena a bofonchiare non appena io e TeePaa lo raggiungemmo, ansimanti, lamentandoci di quanto quei massi fossero troppo grossi perché potessimo prenderli e filarcela via. Ma quello che fu davanti a noi ci lasciò basiti e ci esaltò allo stesso tempo. Attorniata dagli alti picchi che già conoscevamo stava un'infinita distesa di terra di un colore argenteo privo di vita, simile a quello della Luna. In questo oceano senza colore, alcune altissime palme crescevano, spesso isolate, vicino alle pareti dei picchi, lungo le quali notammo tante incavature simili a tane. Questi buchi sorgevano su altezze diverse, essendo le rocce livellate al punto da aver generato enormi scalinate, e davano l'impressione di essere versioni più grandi degli anfratti in cui pipistrelli e uccelli solevano ripararsi. Il cielo, limpido e con la Luna ancora alta benché fosse mattina, contrastava magnificamente il chiarore della terra e delle rocce, completando il quadro di una realtà da noi mai vista, al punto di sembrare un'istantanea di un altro pianeta.
La luce, in quell'immensa cava bianca, era accecante, e ci vollero diversi minuti prima che ci azzardassimo a scendere lungo i massi crollati, calandoci all'interno della piana. Trovammo subito il silenzio che riempiva l'aria fin troppo surreale, tuttavia ci incamminammo ugualmente in quell'enorme spazio roccioso, fermandoci poco oltre il suo centro, dove si ergevano alcune enormi palme ai cui piedi stavano alcuni frutti simili a grosse noci. Pensammo di guardarci attorno per recuperare altri sassi, ma quella piana era straordinariamente piatta e priva di qualsiasi accumulo roccioso.
«...sarà il caso di levarci di torno, e anche in fretta» asserì preoccupato TeePaa, manovrando nervosamente un frutto spaccato in due e guardandosi attorno come preso d'assedio. Guashi invece, col fare spavaldo che ne contraddistingueva il personaggio, continuava a pressarmi perché continuassimo ad avventurarci attraverso la piana, che sembrava avere un'altra apertura in lontananza. Stavo per rispondergli, quando la mia attenzione fu rapita da un cumulo d'ossa che giaceva alla nostra sinistra. Corsi furtivamente in quella direzione, e quello che vidi mi lasciò impietrito: costole, ossa di arti e crani enormi giacevano a terra, con un aspetto simile a quelli dei rettili a noi più comuni. Ma quando mi resi conto che uno di questi crani, ormai privo di qualsiasi brandello di carne, era grande tanto quanto me, iniziai a rabbrividire.
Non feci in tempo ad avvisare gli altri. Girandomi per chiamarli, sentii dei fortissimi sibili e poi dei tonfi sordi. Appena mi voltai, vidi TeePaa cadere col viso a terra, e Guashi svenuto contro il tronco della palma, con la testa insanguinata. Delle piccole rocce sferiche giacevano accanto ai loro corpi. Paralizzato dall'ansia e dalla paura, notai in lontananza delle ombre che si agitavano nelle feritoie delle pareti rocciose: come avevo sospettato, qualcuno abitava quelle tane cavernose. Udii un altro sibilo, sempre più vicino, e quasi rassegnato non tentai nemmeno di proteggermi. Un colpo fortissimo mi tramortì alla nuca, e poi fu il buio.
Quando mi svegliai, intorpidito dal calore dei fuochi accesi attorno a me, fu lo sconcerto e la desolazione totale.
Nessuno di umano era attorno a noi.


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