ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 


Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato mercoledì 24 giugno 2015
ultima lettura sabato 23 marzo 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Democrazia, una follia universalmente riconosciuta

di walbrasky. Letto 884 volte. Dallo scaffale Storia

La guerra del Peloponneso raccontata da Alcibiade in prima persona. Ovvero eutanasia della democrazia ateniese raccontata da chi l'ha praticata...

DEMOCRAZIA

Una follia universalmente riconosciuta


Ares


Avete mai tormentato un insetto?
Io sì e mi sono anche divertito.
Chi non l'ha fatto da bambino?
Ho distrutto dei formicai per osservare la reazione delle formiche nella distruzione della loro "città" e vedere il passaggio improvviso da un ritmo quasi flemmatico delle loro attività all'allarme generale; l'agitarsi febbrile e un po' caotico mi affascinava: un'immane catastrofe s'era abbattuta sulla comunità, il terrore regnava. Oppure ho catturato una cavalletta e le ho tolto una zampa per vedere se saltava ancora, ho osservato i suoi tentativi disperati e sconclusionati. Altre volte ho catturato una mosca e l'ho gettata in una ragnatela per vedere in azione il ragno: è rapidissimo l'aracnide nel catturare la vittima e, nello sbattere di ali della preda, mi sembrava di vedere la coscienza dei suoi ultimi attimi.
Voi, magari, non siete mai stati così; avete un'etica innata e gli animali li rispettate, tutti, anche gli insetti. Non siete dei bambini sadici come gli dei.
Come gli dei! Avete capito bene, che se ne stanno lì con i calici ricolmi di nettare, a darsi grandi pacche sulle spalle, sghignazzando di noi e delle nostre disgrazie, da loro provocate.
Noi per anni coltiviamo un progetto: lo annaffiamo, lavoriamo la terra intorno, lo concimiamo e quando sta per darci i frutti, un fulmine lo incenerisce. Tutto il giorno pazientemente stiamo appostati, per prendere il pesce fuori dalla tana, finalmente l'abbiamo saldamente in mano, ma inciampiamo e quello ci sfugge e rientra in acqua.
Per me quel fulmine e quell'inciampo, quando ormai avevo il successo in mano, si chiamano profanazione delle erme e battaglia di Nozio. Lo so, non è logico accettare l'esistenza di tali divinità, se il divino esiste non può essere rappresentato da una banda di cialtroni rissosi e crudeli, però quando il destino ti è avverso e le fatiche di anni vengono distrutte in un attimo, vien da pensarlo.
Quando i tuoi sogni s'infrangono e ti prende lo sconforto, l'irrazionale prende il posto del razionale e senti di aver ricevuto un torto, da chi?
Dagli dei! La mia vanità, forse, li ha fatti indispettire.
La religione è comunque una cosa utile, governa l'irrazionale e questo le città.
Eh sì, è proprio così, voi penserete che il governo della città, magari della mia, Atene, faro luminoso per tutta l'Ellade, sia governata dalle migliori menti che unite insieme offrano il massimo della razionalità. Che con questa unione, il bene comune trionfi, ma è un'illusione; le città sono governate con suggestioni da illusionisti. Le menti più ingegnose nel proporsi: come valenti condottieri, come dispensatori di lavoro e di benessere offrono l'illusione di fare l'interesse di tutti facendo soltanto il loro.
Io lo so bene, anch'io sono un creatore di suggestioni collettive. Sono stato educato a questo scopo.
Fin da ragazzo ero famoso per la mia bellezza, a diciotto anni per il mio eroismo, appena maggiorenne per la mia prodigalità e a trentacinque per le mie vittorie olimpiche.
Certo, ho contribuito ad attirarmi l'invidia dei miei colleghi: mi piace troppo godere dei miei successi. Tanto sono bravo a ottenere l'adorazione dei miei soldati e del popolo tutto, quanto incapace di avere buoni rapporti coi miei pari. Io li avevo messi in guardia i miei colleghi: se vi tenete così lontani dal porto, Lisandro ne approfitterà. Loro, che non mi sopportavano, mi invitarono a farmi gli affari miei: "non sei più uno stratega, pensa per te".
È un chiaro esempio di quanto l'invidia sia cattiva consigliera, perché a Egospotami la mia profezia si è avverata. Ormai Atene è alla mercé degli spartani e degli oligarchi, la flotta completamente distrutta, ed io di nuovo in fuga: Crizia mi vuole morto. Il numero di quelli che mi vogliono morto sta aumentando: il re spartano Agide mi vorrebbe tirare il collo già da anni per via della moglie Timea, ma non è colpa mia se piaccio alle donne, e inoltre non è stata mia l'iniziativa.
Comunque è inutile pensarci, il destino è in mano alle Moire e scappare in capo al mondo non impedirà ad Atropo di tagliare il filo della mia vita. Per ora continuo a fare progetti: ho inviato una missiva a Trasibulo, pare si sia rifugiato a Tebe e vista la drammatica situazione dei democratici potrebbe accettare la mia offerta di collaborazione. Speriamo non si faccia condizionare da Anito che, come tutti gli spasimanti respinti, mi odia a morte. Non mi fermerò comunque di fronte a un suo rifiuto: ad Artaserse farebbe molto comodo la mia esperienza bellica. Farnabazo ha inviato un corriere a Persepoli con una mia lettera per l'Achemenide: vediamo che ne pensa il grande re.
Per ora mi godo la bellezza della Frigia, ho trovato una casa a pochi stadi dalle mura di Gordio: è una bella costruzione in pietra a pianta quadrata, venti cubiti di lato.
La sera ad aspettarmi a casa c'è Timandra che riscalda le mie notti e mi vizia in tutti i modi: è un'amante appassionata e una grande cuoca.
Tutto ciò è consolatorio ma non fa per me, io sono nato per comandare, per emergere e lasciare un segno indelebile, scolpito nella pietra. Fin da bambino avevo questa percezione della mia natura e ho sempre fatto di tutto per piacere ed elevarmi come un faro tra i cittadini ateniesi.
Il mio destino era già segnato dalla mia discendenza: tutti sanno che ho ascendenze nobili sia di parte paterna sia materna, mio padre purtroppo è morto che avevo tre anni, ma il mio tutore era Pericle e ho avuto degli ottimi insegnanti, i più grandi sapienti: filosofi visionari, sofisti cesellatori del paradosso, retori incantatori d'anime e soprattutto Socrate, la mia guida etica. Sarei diventato il successore di Pericle, quello doveva essere il mio destino.
Mi è mancata, però, la guida di un padre, desideravo quella del mio tutore, ma era troppo impegnato nella politica per seguirmi.
Il mio affetto filiale era riposto in Socrate, ma che rigidità morale!
Il mio rimpianto è che a quarantasette anni non ho raggiunto i traguardi che pensavo fossero il mio destino, questo non riesco ad accettarlo.
E pensare che i miei esordi sono stati straordinari.
Ricordo ancora la mia prima battaglia da oplita: Potidea tre anni prima della morte di Pericle. Ero da poco stato inserito nelle liste oplitiche, mi allenavo tutti i giorni nel combattimento. Nella città che aveva per due volte sconfitto i persiani, che doveva il suo benessere ai suoi commerci, ma soprattutto alle sue armate, far conoscere il proprio valore era la strada maestra per costruire la propria fama.
Finalmente era arrivata la mia occasione.
L'esercito si imbarcava per la Calcidica per recidere il cordone ombelicale tra Potidea e Corinto. Appena avuta la notizia, non stavo più nella pelle, ero andato alla ricerca dei miei amici e dei miei futuri compagni d'arme per condividere la straripante eccitazione. Pochi in realtà erano contenti di partire e nessuno era entusiasta come me, anche Socrate cercò di mettermi in guardia.
«La guerra - mi diceva - non ha molto a che spartire con i poemi epici, e tu non sei Achille».
«Invece sarà per me l'occasione per farmi un nome e dimostrare che non sono soltanto "figlio di". Non so se la mia fama raggiungerà quella di Achille, ma da Potidea tornerò da eroe».
«Vedrai che quando sarai là, lo spirito epico prenderà un bello schiaffo dalla realtà. Ti fa onore che tu voglia mettere il tuo ardimento a servizio della città, ma ricorda che ciò che fai deve essere utile alla collettività, non a te in particolare. Comunque il tuo tutore mi ha chiesto di vegliare su di te, quindi questa campagna la farai al mio fianco e nel combattimento starai alla mia sinistra, dietro il mio scudo».
«Io me la so benissimo cavare da me, non ho bisogno di nessuna balia!».
«Lo so che te la sai cavare, ma io ho fatto una promessa e tu sei tenuto all'obbedienza gerarchica».
Quando m'imbarcai, mi era già passato di mente il colloquio con Socrate, l'entusiasmo aveva ripreso il sopravvento, lo spirito cameratesco è una cosa stupenda ed io mi feci subito un sacco di amici, anche nelle classi inferiori. Fino allora avevo avuto contatti con contadini o artigiani solo come prestatori d'opera, mi ero convinto che fossero intellettualmente inferiori ai coetanei del mio rango.
Fu una sorpresa per me scoprire tra loro menti acute e ironiche; certo non sapevano Omero o Esiodo a memoria, ma molti erano più svegli di tanti miei pari. Condividere momenti drammatici, come durante una guerra, rende trasparenti le nostre maschere d'ipocrisia e mi ha liberato dai pregiudizi.
Durante il viaggio di trasferimento ho conosciuto Aristone, un mio coetaneo di origine siriana: neri capelli ricci, occhi scuri da cerbiatto ferito, timido, languido e comprensivo; mi ha fatto una tenerezza!
Dopo tre giorni approdammo sulla costa orientale del golfo Termaico, presso Gigono, a poche ore di marcia da Potidea e lì mettemmo il campo.
Dopo aver consumato la cena, noi reclute eravamo tutti riuniti intorno ai fuochi ad ascoltare i racconti e le vanterie dei veterani. Poi, poco a poco, i capannelli si sciolsero e i più andarono a dormire.
Ma no, non era possibile dormire in una notte come quella!
Io ero troppo eccitato, eravamo a meno di una giornata di marcia da Potidea e l'indomani, molto probabilmente, ci sarebbe stato lo scontro con i calcidesi e i corinzi.
Ah, non vedevo l'ora!
Girando per il campo vidi che non ero il solo a vegliare. Quella notte molti dei miei coetanei non riuscivano a dormire, sembravano delle anime perdute, si aggiravano senza meta fra i fuochi del campo lasciando dietro di sé inquietudine come bava di lumaca. Anche Socrate, pur essendo un veterano, e di battaglie ne aveva viste diverse, stava vegliando: se ne stava seduto da solo su un piccolo rilievo poco lontano dall'accampamento. Aveva lo sguardo fisso all'orizzonte verso oriente, apparentemente assente da tutto ciò che lo circondava, era lì da diverse ore e cominciava ad attirare l'attenzione dei suoi giovani commilitoni.
Camminando, incrociai Aristone.
«È duro prender sonno stanotte» disse.
«Eh già, per la maggior parte di noi, domani sarà il primo scontro armato, molti sono preoccupati o impauriti, ma io, caro amico, non vedo l'ora».
«Tu sei un incosciente, ti rendi conto che potresti non tornare a casa, o tornare mutilato? Non pensi a quanto soffrirei se ti succedesse qualcosa?».
«Ah! Non ti sopporto se fai il sentimentale. A me non succederà niente di male, mi sento invincibile e mi coprirò di gloria».
«Sei un insopportabile sbruffone! Non sei normale, ti esalti quando gli altri sono preoccupati. Guarda, anche il tuo amico Socrate non riesce a dormire».
«Sì ma non credo che sia la tensione che lo tiene sveglio».
«Sì, d'accordo, ho preso l'esempio sbagliato, sono ore che è lì immobile, se fosse teso non credo riuscirebbe a star fermo. Comunque è uno strano personaggio, più che un cittadino della terza classe, sembra un mendicante: scalzo, barba incolta, mal vestito e mal equipaggiato: la sua panoplia sembra messa insieme con i pezzi in disuso scartati da altri, o raccolti sul campo di battaglia».
Pensando a Socrate mi scappò un sorriso.
«Sì, lo so, non fa una bella impressione ma la cosa che gli interessa meno è proprio l'aspetto esteriore. In realtà è una delle menti più lucide e uno dei combattenti più coraggiosi che abbia la nostra città».
Aristone mi guardò perplesso:
«Sarà come tu dici, ma queste virtù le tiene ben nascoste».
All'alba Callia, che era stato eletto comandante, convocò tutti e salito su un palco di fortuna ci arringò più o meno così:
«Mi rivolgo soprattutto alle reclute, che in questa spedizione sono numerose, i veterani avranno la pazienza di ascoltare. Per primo voglio ricordare a tutti la nostra netta superiorità sul nemico. I corinzi ci odiano fin dai tempi di Medea, questo lo sapete tutti. Noi siamo superiori nell'addestramento, siamo superiori nell'equipaggiamento e anche di numero. Voglio anche ricordare che la nostra città è superiore a qualsiasi altra in cultura, istituzioni, ricchezza e moralità. Alle reclute raccomando di mantenere sempre la calma: è l'arma più potente. I vostri sottufficiali vi mescoleranno coi veterani, seguite il loro esempio. Apprestandovi allo scontro, controllate di essere coperti dallo scudo del compagno alla vostra destra, però non pigiate a destra perché si produrrebbe una rotazione dannosa alla compattezza dello schieramento. Se manterrete l'allineamento, pochissimi si faranno male. Per concludere, mi ripeto ma è importante che lo ricordiate, v'invito a mantenere la calma, la compattezza nello schieramento e a seguire i veterani. Vestitevi subito in tenuta da combattimento, il nemico è vicino».
Subito dopo l'esercito comandato da Callia si mise in moto, i primi a partire furono i cavalieri macedoni di Filippo che si diressero a nord-est verso la città di Olinto. Infatti, Callia aveva saputo che lì erano acquartierati i cavalieri di Perdicca pronti a colpire alle spalle l'esercito ateniese. Il resto dell'esercito proseguì, seguendo la costa, in direzione sud-est.
L'inizio fu abbastanza agevole, ma col passar del tempo e il sollevarsi del sole ci bagnammo di sudore. Sul nostro cammino non c'era neanche una pianta e la giornata estiva era molto calda.
Dopo poche ore di marcia eravamo in vista dell'istmo, dove sorgeva Potidea e dell'esercito di Corinto: ci stavano aspettando già schierati in assetto di battaglia. Immediatamente gli strateghi ordinarono di disporsi su quattro file, si formò così una falange che occupava interamente l'istmo da una riva all'altra.
Una volta completato l'assetto, Callia ordinò di avanzare verso lo schieramento corinzio. Socrate ed io procedevamo l'uno a fianco dell'altro. Avvicinandomi alle schiere corinzie, riuscii a valutarne la consistenza e mi resi conto che erano inferiori di numero: la vittoria era a portata di mano.
«Sono in trappola» dissi a Socrate.
«Non essere così sicuro, i corinzi sono degli ottimi soldati e Aristeo sa condurli con abilità e coraggio».
Giunti a cento piedi dagli avversari, iniziammo a correre cercando di rimanere allineati con lo scudo accostato alla spalla sinistra. Cercavamo di essere abbastanza veloci e compatti da creare con la forza d'urto qualche varco nel muro di scudi che avevamo di fronte. Correvamo controluce abbagliati dal sole, i nemici erano sagome indistinte. La vista di tutte quelle lance puntate qualche timore me lo risvegliò, però mi sentivo più forte di Eracle e invulnerabile come un dio. Arrivati a pochi cubiti, alzai lo scudo per proteggermi la testa e lanciai un urlo per liberarmi della tensione; Socrate al contrario era silente e concentrato: era un veterano, ma a volte veniva la voglia di aprirgli il cranio per vedere cosa c'era dentro. L'urto fu potente e contemporaneo su tutto il fronte; sono convinto che il boato prodotto dagli scudi lo sentirono anche dentro le mura di Potidea e di Olinto.
Per Zeus! Che duri! Fecero sì e no un passo indietro, e non si era aperto nessun varco. Mi trovai di fronte un brutto ceffo, con occhi di brace; ci era toccato il settore dei veterani corinzi, le truppe scelte della città: meglio, la bravura del nemico avrebbe dato più valore alla mia gloria.
Tutti spingevamo col massimo della nostra forza in avanti, anche quelli delle file retrostanti: noi eravamo su quattro file, loro su tre, ma sembrava avessero messo radici. Dopo un primo momento di stallo dalla seconda fila cominciarono a usare le lance, e quelli della prima fila da sotto gli scudi cercavano di colpire alle gambe gli avversari.
Così ci furono i primi feriti: se un oplita della prima fila era ferito, era trascinato dietro dai compagni e prontamente rimpiazzato. Per alcuni minuti entrambe le formazioni si mantennero compatte e si fronteggiarono con lo stesso impeto, da ambo le parti si levavano le lance della prima e della seconda fila per cercare il colpo fortunato; anch'io cercai di colpire con la mia, ma non ottenni che derisioni. La cosa stava diventando veramente insopportabile, malgrado lo scontro fosse iniziato solo da pochi minuti, a causa della veemente impazienza nella mia mente era passata un'eternità. Il nervosismo dato da questa situazione di immobilità mi esasperava, volevo lo scontro a viso aperto, ma questo tardava ad arrivare. La polvere provocata dai nostri inutili movimenti si mescolava al sudore che inondava la pelle: dovevo conquistare la gloria senza più indugi, dovevo tentare di fare qualcosa di inaspettato.
A un certo punto, con un moto di frustrazione e rabbia, agguantai il bordo dello scudo del mio astante e invece di spingere lo tirai a me con una mossa improvvisa. Il corinzio che già spingeva in avanti perse l'equilibrio e Socrate - che non fu colto di sorpresa, anzi, mi stupì per la rapidità con la quale capì la situazione - approfittò dell'attimo propizio, estrasse la spada e lo trafisse nel collo.
Finalmente il varco!
Scavalcai il morente e con la lancia infilai un altro nemico; Socrate, sfruttando il vuoto, ruotò la spada da destra a sinistra, oltre lo scudo del corinzio di fronte e riuscì a infilargliela nell'inguine. Fianco a fianco, menando colpi in rapida successione, stavamo aprendo una ferita nello schieramento nemico, e altri compagni ci seguivano e allargavano la falla nel fronte avversario.
Come un lupo eccitato dall'odore del sangue, che ormai si diffondeva nell'aria, mi sentii rinvigorito e le energie spese nel primo impatto sembravano tornarmi moltiplicate dall'euforia del successo che stavo propiziando. Era una droga inebriante e corroborante quell'odore, può capirlo solo chi l'ha provato sul campo di battaglia, un misto di sudore, sangue, terra, ferro, vomito e urina, mescolati dal turbinare dell'aria mossa dalla concitazione dei movimenti; invece di nausearmi, sembrava darmi una spinta di furibondo furore.
Mi sentivo Ares in persona, una potenza distruttrice si era impossessata del mio corpo. Tutto mi riusciva come guidato dal dio stesso, esaltato dal terrore negli occhi dei corinzi. Uno dopo l'altro cadevano incapaci di una difesa adeguata e lasciavo dietro me una scia sanguinante di corpi mutilati.
Ma, nella mia esaltazione, non mi ero accorto che a qualche decina di cubiti alla nostra destra, vicino alla riva occidentale dell'istmo, i peloponnesi erano riusciti a sfondare e gli ateniesi stavano ripiegando per evitare l'accerchiamento.
A un tratto sentii un colpo da dietro sull'elmo, mi voltai pronto a colpire ma vidi che era Socrate che cercava di attirare la mia attenzione, mi fece cenno di ripiegare, ma il tempo di volger la testa e rispondere al mio amico mi fu fatale. Il peloponneso che avevo di fronte approfittò della mia distrazione: sentii un dolore lancinante alla coscia sinistra.
Avevo una spada corinzia infilata, la gamba non mi resse più e caddi in ginocchio paralizzato dallo stupore più che dal dolore, mi tornarono in mente le parole di Socrate sulla prudenza nel valutare i nemici; una lezione che non mi sarei scordato per tutta la vita. L'oplita nemico con uno sguardo di feroce trionfo alzò l'arma per colpirmi di nuovo, io alzai lo scudo per parare il colpo ma improvvisamente fra noi si frappose Socrate che, con un fendente staccò di netto il collo del corinzio e balzò poi in avanti mulinando la spada per scoraggiare altri nemici, mi agguantò per l'armatura e con uno strattone mi scaraventò dietro di sé dove altri commilitoni, prontamente accorsi, mi trascinarono via. Socrate rialzò lo scudo e fece un passo indietro, due compagni lo affiancarono e insieme ripiegarono sulla linea difensiva ateniese.
Sulla riva occidentale dell'istmo, i corinzi avevano definitivamente infranto le difese e stavano sciamando alle nostre spalle, gli opliti ateniesi stavano scappando a gambe levate ed erano un facile bersaglio per gli avversari. Socrate vide dipinto il terrore negli occhi dei suoi commilitoni.
«Rimaniamo compatti, ripieghiamo al centro, se diamo loro le spalle, siamo spacciati - urlò Socrate - almeno vendiamo cara la pelle».
Il richiamo funzionò e riuscirono a tenere a bada i peloponnesi mentre arretravamo verso il centro; ma i nemici stavano aumentando di numero e anche i caduti ateniesi si moltiplicavano. No... non era possibile! Non potevamo essere sconfitti dai corinzi in inferiorità numerica.
Maledizione! Stavamo per essere accerchiati.
Ma improvvisamente i nemici si fermarono, era arrivato Aristeo in persona a richiamare le truppe e arretrarono rapidamente; alla nostra sinistra stavano arrivando altri opliti ateniesi e i corinzi correvano verso sud, lungo la riva del mare.
Io rimasi a terra mentre i miei compagni avanzavano attaccando i nemici e la mischia si allontanava; la battaglia stava volgendo a nostro favore. Con quella ferita alla gamba, non riuscivo ad alzarmi, il dolore mi paralizzava la gamba che sanguinava a ogni tentativo di movimento, ero costretto ad aspettare soccorso.
Poi mi trasportarono all'accampamento e Aristone mi raccontò lo svolgimento della battaglia. Sulla riva orientale dove erano schierate le truppe di Potidea stava accadendo l'opposto che da noi: i calcidesi erano in rotta e correvano verso le porte della città, gli ateniesi stavano per accerchiare i corinzi e Aristeo era costretto a un ripiegamento verso la riva occidentale. Solo l'ala sinistra condotta dal comandante corinzio mantenne un minimo di compattezza e, sebbene accerchiati, i peloponnesi riuscirono ad aprirsi un varco e a mettersi in salvo dentro le mura. Da Olinto uscì Perdicca coi suoi cavalieri per soccorrere i corinzi, ma visto che Aristeo era riuscito a mettersi in salvo e che stava sopraggiungendo Filippo con un numero superiore di cavalieri, era rientrato immediatamente dentro le mura.
Dopo la battaglia, gli Ateniesi elevarono un trofeo e permisero a quelli di Potidea, sotto la garanzia di una tregua, il recupero dei caduti. Sul campo giacevano poco meno di trecento uomini di Potidea e dei suoi alleati; centocinquanta Ateniesi e lo stratega Callia.
L'esercito ateniese montò un accampamento sull'istmo e iniziò a erigere una barriera rivolta alle mura di Potidea.
Poi, mentre giacevo disteso su un pagliericcio, Socrate mi lavò la ferita con acqua di mare facendomi imprecare per il dolore, dopo mi fasciò saldamente la gamba per evitare un'emorragia e mi disse che secondo la sua esperienza la gamba non era compromessa, con un adeguato periodo di riposo sarei tornato forte come mi aveva visto in battaglia. In tutto il campo l'umore variava tra il compiacimento dei veterani e l'euforia delle reclute: ancora una volta era stata affermata la supremazia di Atene.
Gli strateghi girando per l'accampamento si complimentavano con tutti per la vittoria conseguita e assegnavano riconoscimenti ai più valorosi.
Si fermarono presso la tenda e mi salutarono.
«Ci congratuliamo con te Alcibiade, alla tua prima prova sul campo hai dimostrato un'audacia e un coraggio fuori dal comune, siamo qui per consegnarti il riconoscimento che meriti».
Ah che giornata meravigliosa, tutto quello che potevo chiedere si era avverato! Sarei tornato ad Atene da eroe! Ma non volevo apparire superbo, in fondo mi sembrava adeguato ricordare anche il coraggio di chi m'aveva salvato la vita.
«Non è a me che dovete dare questo premio, se non ci fosse stato Socrate, che in mezzo ai nemici mi ha difeso e mi ha portato in salvo, adesso sarei morto».
Socrate mi guardò sorpreso e si capiva benissimo la sua perplessità, conoscendomi gli suonavano stonate le mie parole; ma poi cambiò espressione e disse:
«Ma no, se io non ti avessi distratto, tu non saresti stato ferito e hai dimostrato grande coraggio. Sei stato un esempio per tuoi coetanei: è a te che deve andare il premio; e comunque il riconoscimento va alla recluta come stimolo a dare sempre il massimo in battaglia».
Gli strateghi concordarono con Socrate e mi consegnarono un elmo e una corazza nuovi, fatti fare apposta per premiare i più coraggiosi: la corazza degli eroi! Mi sentii padrone del mondo, e gli avvenimenti della giornata avevano confermato i miei desideri, ora ne ero certo: avrei avuto un futuro glorioso davanti a me e sarei diventato uno stratega più famoso di Milziade!
Al rientro in Atene, il piacere si moltiplicò, ad accogliere i feriti c'era Pericle in persona, si complimentò con tutti e riservò per me un abbraccio così affettuoso come non ne avevo mai ricevuti.
«Bravo Alcibiade, mi hanno raccontato del tuo coraggio in battaglia, tu fai onore alla nostra famiglia e a tutta la città».
Stavo quasi per uggiolare dalla gioia come un cucciolo, ho dovuto fare uno sforzo enorme per ricacciare indietro le lacrime dell'emozione.
Avevo finalmente suscitato il suo interesse.

Thanatos


Nemesi, dea della vendetta, vedendo le ingiustizie subite dai corinzi, dai sami e dai megaresi, inviò ad Atene Thanatos, perché le infliggesse il giusto castigo.
Io non so se questa sia la verità, ma se anche lo fosse, la punizione non fu proporzionata al torto. Comunque, punizione o no, quando arrivò, nessuno la riconobbe. Non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere: quando pensiamo a una disgrazia, di qualsiasi tipo, pensiamo sempre che succeda a qualcun altro; la morte ci passa accanto tutti i giorni, ma non è per noi che viene.
Neppure quando i morti diventarono numerosi, accettammo di chiamare per nome quel mostro venuto dal mare.
Un giorno, sul finire della primavera, arrivò al Pireo una nave proveniente dall'Egitto con due marinai che, in preda a forti dolori, vomitavano sangue. Avevano gli occhi così rossi e gonfi che ne trasfiguravano terribilmente il volto. Due giorni dopo erano morti. Poi cominciarono a manifestarsi in città i primi sintomi della terribile malattia che avrebbe decimato la popolazione e minato le basi della moralità del popolo ateniese, un colpo talmente duro che avrebbe segnato indelebilmente la città, fino a portarla alla sconfitta odierna.
I primi abitanti della città a morire furono i topi: a frotte uscivano dai loro nascondigli per andare a morire in mezzo alla via, poi toccò ai gatti e ai corvi e infine, tra atroci sofferenze, cominciarono a morire gli uomini.
Intanto nelle campagne dell'Attica imperversava l'esercito spartano, distruggendo le case e bruciando i raccolti; la città accolse dentro le mura migliaia di contadini in fuga, disperati nel vedere distrutti i propri averi e la fatica di anni di lavoro. Gli sfollati, con l'aiuto degli schiavi pubblici e l'appoggio economico delle casse cittadine, si costruirono dei ricoveri di fortuna.
Molte voci di scontento si levarono contro la tattica militare di abbandono delle campagne, nonostante fosse stata votata dalla maggioranza dell'assemblea cittadina. Lo scontento si concentrò su Pericle e, per la prima volta, per un anno non fu rieletto stratega; ma nessuno aveva le sue capacità politiche e l'anno dopo tornò alla guida della città.
Le morti si moltiplicavano e la città dovette guardare in faccia la realtà. Però, in quella grave emergenza, le istituzioni democratiche, seppur con qualche difficoltà, nei primi mesi funzionarono ancora regolarmente. Con il passar del tempo il contagio progredì come un masso che rotola giù da una china acquistando velocità: dopo due mesi, ognuno di noi aveva almeno un morto tra i parenti più stretti, dopo tre, intere famiglie erano sterminate dal morbo.
Le magistrature cittadine ogni giorno dovevano registrare numerose assenze, venivano fatti continui sorteggi per sostituire i malati, la peste però progrediva tanto rapidamente che piano piano smisero di funzionare.
I drammi personali sconvolsero la vita, ma anche la mente di numerose persone; cominciarono a circolare racconti di episodi inimmaginabili fino ad allora. I comportamenti divennero eccessivi, sia nel bene che nel male: si raccontava di persone così altruiste da rasentare l'eroismo e di altre così egoiste e disoneste da meritarsi il linciaggio (cosa che successe in varie occasioni). Ormai la giustizia era diventata una chimera, i tribunali non funzionavano più e i reati rimanevano impuniti; gli arcieri sarmati, anch'essi decimati, non riuscivano a far fronte agli innumerevoli episodi di violenza e le vendette private erano quotidiane.
Con l'avanzare della pestilenza, e la scomparsa d'intere famiglie, i profughi cominciarono a occupare le case rimaste vuote; ma quella che era sembrata sul momento una sistemazione migliore si rivelò una trappola per topi: anch'essi, infatti, furono infettati e morirono in gran numero. In qualche caso i parenti delle vittime arrivarono a pretendere la loro eredità e liberarono le case con la forza. Quando si diffuse la consapevolezza che il morbo si contraeva col contatto o con gli oggetti dei malati, in molti abbandonarono le proprie case e i congiunti al loro destino.
In vari punti della città si levava il fumo delle pire funebri e qualcuno, in grande difficoltà, non riusciva a fare di meglio che gettare i cadaveri dei propri cari su pire già accese da altri; in giro l'odore di fumo si mescolava a quello della carne in decomposizione: quello, in quei tristi giorni, era l'odore d'Atene.
La morte di persone facoltose e senza discendenza portò, a genti fino allora povere, l'eredità di patrimoni inaspettati e molti, non vedendo un futuro, li dissiparono in breve tempo, cercando il piacere immediato. I templi erano pieni di morti, per strada ci si imbatteva in mucchi di cadaveri e in mezzo ad essi qualche corpo ancora agonizzante.
Le fontane cittadine erano un altro luogo di raccolta degli appestati che, aggrediti dall'arsura, vi si gettavano nella vana speranza di un po' di refrigerio. La morte divenne un evento ordinario, non si celebravano più i funerali, e per liberare le strade dai cadaveri si scavarono delle enormi fosse comuni.
Thanatos era il signore incontrastato, percorreva incessantemente le vie di Atene e raccoglieva le sue messi in enormi covoni; ovunque si sentiva l'odore putrefatto e il canto lamentoso della morte, e un giorno il suo fetido alito uscì anche dalla mia bocca.
Il primo sintomo fu uno starnuto, un banale starnuto, poi un altro e un altro ancora; dopo una serie innumerevole cominciò a sanguinarmi il naso e questo mi preoccupò un po'. Dopo qualche ora mi sentii assalito da vampe di calore, mi sentivo la testa in fiamme e la sera cominciarono a bruciarmi gli occhi. La gente che incontravo per strada mi guardava con sospetto e capii di avere in faccia i segni della peste. No, non era possibile, non a me; non avevo paura di morire e a Potidea l'avevo dimostrato ma una morte così anonima e maleodorante non la accettavo.
Tornai a casa e mi lavai accuratamente, un po' per reazione istintiva, come per lavare via la malattia, e un po' per trovare refrigerio. L'azione si rivelò del tutto inutile e prostrato, impaurito e rassegnato al mio destino mi coricai.
Quella notte dormii pochissimo e il morbo progredì nella sua azione corrosiva; il fuoco si propagò alla gola e al petto, una tosse insistente moltiplicava il dolore e cominciai a sputare sangue. Il sonno mi accolse pietoso fra le sue braccia solo il pomeriggio seguente, un sonno agitato e popolato di mostruose visioni, interrotto da dolori al ventre ed evacuazioni sanguinolente.
Sono rimasto molti giorni in quelle condizioni, poi un giorno mi sono svegliato, stanco come il reduce di una marcia forzata, ma Thanatos non riuscì a prendermi. Per cinque giorni ho agonizzato, ero così debole che riuscivo a malapena a trascinarmi da una seduta a un'altra; mia madre mi informò che i figli legittimi di Pericle erano morti di peste. Al mio tutore rimaneva solo il figlio avuto da Aspasia, un meteco.
Dieci giorni dopo venne a trovarmi a casa Aristone.
«Non hai paura del contagio?».
«No, tua madre mi ha detto che tutto quello che hai toccato è stato bruciato».
«Ma anche così non puoi essere al sicuro».
«Nessuno, in questa città, è al sicuro».
Aristone aveva espresso una convinzione, due giorni dopo mi persuase a uscire e vedemmo coi nostri occhi quanto questa sensazione d'insicurezza condizionasse i comportamenti degli ateniesi.
Quel pomeriggio mi portò una notizia che mi colpì allo stomaco:
«Il tuo tutore - mi disse - ha fatto approvare dall'assemblea una deroga alla legge sulla cittadinanza, così ha conferito al figlio d'Aspasia i diritti che non aveva per nascita».
Sono rimasto a lungo in silenzio, non ci potevo credere. L'immagine di uomo integerrimo, punto fermo per me e riferimento per tutta la città, era infranta da un provvedimento che, contravvenendo alla legge da lui stesso fatta approvare, assecondava il suo interesse personale.
L'esempio da seguire non era più d'esempio.
«Non ti crucciare così», mi disse Aristone.
«Ma non ti rendi conto della gravità della cosa? Pericle è stato la guida della città negli ultimi vent'anni, col suo comportamento mostrava ai cittadini come fare: prima il bene comune e poi gli interessi personali. In questi anni ci ha mostrato l'unica strada possibile per far funzionare la democrazia, e ora ha rovinato tutto».
«Comunque non serve a niente stare qui a piangersi addosso, è ora che tu esca, andiamo in città».
Da casa mia ci dirigemmo in direzione della Via Sacra. Avvolto in un pesante mantello, mi colse impreparato l'impatto col clima esterno; la stagione stava inoltrandosi nell'autunno e l'aria era già fredda e umida. Il sole stava calando all'orizzonte, i suoi raggi attraversavano stancamente la fitta foschia che aveva coperto la città. Il disco rosso, enorme, stava per immergersi nel golfo Saronico di fronte a Eleusi. Nel cielo nemmeno un uccello, per strada pochissime persone.
Quell'atmosfera rosata e la bellezza del tramonto contrastavano col mio stato d'animo ma erano un balsamo per l' inquietudine.
Fatte alcune decine di metri, c'imbattemmo in un gruppo che usciva da una casa con le braccia colme di suppellettili: sciacalli. Io e Aristone rimanemmo interdetti; non sapevamo niente dei proprietari della casa e dei saccheggiatori che nel tempo dell'indecisione si erano già dileguati. Dall'abitazione di fronte una donna aveva osservato la scena con aria indifferente, le chiedemmo se conosceva qualcuno del gruppo, ma rientrò in casa senza neanche risponderci. Tutto ciò che vedevo in giro mi diceva che si stava smarrendo il senso di comunità, sempre più prevaleva l'individualismo. Seguendo questo pensiero mi diressi verso l'acropoli, mi era venuto il desiderio di raccogliermi in meditazione sotto la statua di Atena Parthenos: la più bella scultura che sia mai stata fatta.
Aristone era preoccupato e mi disse:
«Io ti accompagno in cima alla scalinata dell'acropoli e ti aspetto lì, i templi sono pieni di malati e sarebbe stupido andare a cercarmi il contagio».
Così mi avviai da solo, entrai nel Partenone e rimasi a guardare la statua della dea e a riflettere, ma nemmeno la figlia prediletta di Zeus mi concesse il sollievo che andavo cercando.
Quando uscii, Aristone, come aveva detto, era ad aspettarmi in cima alla scalinata, ma io avevo voglia di rimanere da solo e arrivati nell'agorà lo congedai.
«No, Alcibiade - mi disse - non mi sento tranquillo a lasciarti da solo, sei ancora molto debole».
Per rassicurarlo, lo atterrai con una presa alla vita e lo immobilizzai costringendolo alla resa, allora si convinse a rincasare.
Rimasto solo, entrai nella fontana coperta dell'agorà per dissetarmi; dentro c'era una donna, capelli rossi, pelle candida, occhi verdi: una ninfa davanti a me. Stava attingendo l'acqua, aveva tra le mani un'anfora che teneva appoggiata sul ginocchio destro, quella posizione scopriva la gamba fino all'inguine. Aveva l'aria assente, un po' triste, alzò la testa, sorrise e mi guardò negli occhi maliziosamente, io avvampai subito d'eccitazione.
Mi avvicinai, lei mi guardò di sottecchi in attesa, la accarezzai e la baciai sul collo con lentezza. Dopo tanta miseria sentivo la mia anima riarsa dalla sete di piacere, e mettevo nei gesti un'intensità nuova dettata dal bisogno. Lei si alzò e posata l'anfora ricambiò il mio bacio con rara passione. Mi sentivo trasportato fuori della realtà: certe cose accadono soltanto in sogno, forse era un'illusione che Hypnos ci regala quando schiude le porte del sonno, ma ero sicuro di essere sveglio e in quei giorni tutto era possibile. Le nostre mani cercarono, impazienti, il contatto con l'altro corpo, e iniziarono a esplorarlo in un parossismo d'eccitazione.
Sentivo la vita, che ero stato sul punto di perdere, pulsare forte in me e in lei; a occhi chiusi mi stavo abbandonando a quella salvifica sensazione, poi li riaprivo per specchiarmi nei suoi, le mani e le bocche avevano ormai vita propria e le lasciammo a baci e movimenti sempre più rapidi e intensi. Ci togliemmo furiosamente, l'un l'altra, i vestiti di dosso; la nostra eccitazione era arrivata al culmine, la possedetti e avvinghiati a terra consumammo un amplesso feroce e disperato, raggiunto l'orgasmo urlammo di piacere quasi all'unisono; poi guardandoci negli occhi precipitammo di nuovo nella realtà e ci mettemmo a piangere.
Uscii subito e, senza neanche rivolgerle la parola, mi avviai verso casa col cuore gonfio.
Non ho mai saputo il suo nome e non l'ho più rivista, chissà se è ancora viva. Negli ultimi anni ho ripensato spesso a quell'episodio, l'evento così irreale e irripetibile, a guardarlo adesso mi procura un malessere allo stomaco come cadere nel vuoto; mi restituisce l'esatta misura dell'abisso in cui Atene era precipitata in quei giorni.
Rincasai con l'animo in subbuglio e l'amara consapevolezza che la peste aveva scavato una voragine tra passato e futuro. Atene dopo il passaggio della peste era dimezzata nel numero di abitanti e la perdita era anche qualitativa: idee, competenze ed esempi etici vennero a mancare trasformando l'identità ateniese e questi vuoti avrebbero pesato.
Un vuoto ancora più grande, due mesi dopo, lo lasciò Pericle che morì lasciandoci tutti orfani.
A quasi tre anni dalla battaglia di Potidea, eravamo molto indeboliti, non avevamo più una guida retta e lungimirante, le casse dello stato erano quasi vuote e il decoro e il senso civico avevano subito duri colpi. Avevamo finalmente conquistato Potidea, esiliandone gli abitanti sostituiti da cittadini ateniesi, ma a che prezzo!
La maggioranza era stanca della guerra e furono avviate trattative di pace, ma i peloponnesi, convinti di averci azzannati alla gola, avanzarono pretese inaccettabili e la pace non arrivò.

Ermes


Ermes è dio interprete, messaggero, ladro, ingannatore nei discorsi e pratico degli affari, in quanto esperto nell'uso della parola; suo figlio è il logos, che gli dei inviarono a noi dal cielo, facendo della razionalità una prerogativa esclusiva degli uomini, il che essi ritennero di gran lunga rilevante su tutto il resto.
Ma non di solo raziocinio è fatto l'uomo; ancor di più, questo, vale per la massa: nelle assemblee cittadine il pathos è molto più forte del logos.
Io lo so, e l'ho sfruttato per ottenere il consenso ma Cleone, prima di me, è stato molto abile ad arringare la folla e forzarla verso decisioni di cui si è poi pentita. Il fatto è che nella foga del contrasto, fra le urla degli opposti schieramenti, la decisione da prendere si distacca completamente dalla realtà; è come se, in quel momento, le conseguenze sulla vita delle persone coinvolte in tali decisioni perdessero di fondatezza: l'unica cosa importante è la vittoria nella disputa dialettica.
Questo, come sappiamo, è soltanto l'aspetto esteriore; è l'espediente per coprire l'affermarsi degli interessi di pochi, a danno del bene di tutti.
Verso la fine dell'epidemia in molti credevano nella nostra prossima capitolazione, gli spartani concepirono un assalto simultaneo per terra e per mare; cominciarono ad allestire una flotta per attaccare il Pireo ma il popolo ateniese, venuto a conoscenza dei loro piani, dette fondo alle ultime risorse del tesoro cittadino e impose delle tasse che fruttarono duecento talenti. Vennero costruite cento triremi che salparono prima degli avversari, dimostrando a tutti che eravamo ancora una potenza temibile.
Anche tra i nostri alleati c'era chi pensava di cambiare schieramento: i mitilenesi, che assoggettarono al loro dominio tutta l'isola di Lesbo e costruirono delle fortificazioni per respingere l'eventuale reazione ateniese.
La reazione non fu immediata ma, quando arrivò, per Mitilene non ci fu scampo.
La flotta e l'esercito assediarono la città e la costrinsero alla resa. Pachete, comandante ateniese, entrando in città venne a conoscenza dell'evolversi dei fatti all'interno delle mura: a Mitilene era arrivato, da qualche tempo, Saleto da Sparta in veste di consigliere militare, e visto che i rinforzi tardavano ad arrivare aveva deciso di distribuire le armi alla popolazione, che però le aveva rivolte contro i notabili cittadini. Le autorità mitilenesi, vista la mala parata, per evitare il peggio trattarono la resa in questi termini: agli Ateniesi spettava, in assoluta libertà, di decidere la sorte di Mitilene, la città avrebbe aperto le porte all'esercito; i mitilenesi avrebbero messo in viaggio per Atene una loro ambasceria, con la missione di trattare la propria difesa. Finché non fosse di ritorno, Pachete contraeva l'obbligo di non incatenare, vendere schiavo o passare per le armi nessun cittadino. Pachete imprigionò i cittadini più compromessi nella rivolta e inviò ad Atene una nave con l'ambasceria degli isolani e lo spartano Saleto in catene, in attesa d'istruzioni sulla sorte di Mitilene.
A questo punto è opportuno fare una precisazione per comprendere meglio gli avvenimenti successivi: Atene, da diversi decenni, doveva la sua prosperità alla lega Delio-Attica che portava nelle casse dello stato centinaia di talenti ogni anno. Questi soldi venivano trasformati in opere pubbliche, cantieri navali, armi per l'esercito e in tutte le altre spese, necessarie al funzionamento dello stato. Quindi c'era una distribuzione di denaro a tutti quei cittadini impegnati in lavori finanziati dalle casse pubbliche; non solo, anche i commercianti - che non usufruivano direttamente di questi vantaggi - potevano prosperare grazie al dominio ateniese sui mari.
Il popolo riunito in assemblea, per decidere la sorte di Mitilene, aveva ben chiaro che i tributi dei così detti alleati erano decisivi per il proprio benessere; Cleone fu una furia nel suo intervento: se non si dava una punizione esemplare ai mitilenesi, sarebbe stata in pericolo la stessa sopravvivenza della città. Se l'assemblea si dimostrava clemente, diceva l'oratore, altre città avrebbero rivolto le armi contro di noi e gli spartani ne avrebbero approfittato.
Amici di Cleone distribuiti in vari punti dell'assemblea urlavano e incitavano altri a imitarli, si creò un tale parossismo che Mitilene apparve ai più come il Male Assoluto.
A quel punto Cleone chiese il voto per la distruzione di Mitilene, lo sterminio dei maschi adulti e la schiavitù per donne e bambini.
L'assemblea lo assecondò!
Anch'io partecipai a quell'assemblea e tornando a casa mi sentivo molto confuso ma non avevo ben chiara l'enormità della cosa; sul mio cammino incontrai Socrate.
«Salve, mio eroe» gli dissi.
«Devi sempre fare il buffone!».
«No, parlo sul serio, tu sei il mio eroe, non conosco persona più retta di te e mi hai anche salvato la vita»
«Se fossi stato al mio posto, l'avresti salvata a me, e nella rettitudine non c'è eroismo: è l'unico modo per essere in pace con noi stessi».
«Ho saputo che hai due mogli adesso, non te ne bastava una?».
«Sì, è vero, ho usufruito della nuova legge sul matrimonio, cercherò di dare altri figli ad Atene».
«Cioè unisci l'utile al dilettevole».
«Dilettevole fino ad un certo punto, Santippe è una vera combattente».
«Ah sì? Come l'hai conosciuta?».
«Qualche mese fa stavo attraversando il mercato dell'agorà e mi sono fermato davanti a un banco di frutta, dove era in corso una discussione, non avevo sentito l'inizio del diverbio, ma c'era Santippe che stava dicendo: "Non c'è di che vantarsene", il suo interlocutore che era un uomo sulla quarantina s'adombrò e le rispose: "La prosperità di cui godiamo qui è dovuta soprattutto a uomini come me che hanno combattuto per ottenerla". Santippe non aveva nessuna intenzione di blandire il suo cliente "Il mio sostentamento dipende dal lavoro nei campi e al mercato e non dalle vostre stupide guerre" e l'altro "Stupido sono io che sto qui a discutere con una donna" e se ne andò. A quel punto mi sono fatto avanti io e le ho detto "M'interessa il tuo punto di vista" e lei "Non interessa a nessuno il punto di vista di una stupida donna". " A me sì". Da quel momento è diventato un rituale quotidiano fermarmi al banco del padre di Santippe per parlare con lei. Mi ha spiegato il suo punto di vista sulla guerra che visto dalla sua ottica è ineccepibile: ci dovrebbe essere un altro modo per superare i contrasti tra città che non ammazzarsi l'un l'altro. Insomma mi ha colpito per la sua fierezza e, nonostante non sia una ragazzina, è anche bella».
«Allora perché non era sposata?».
«Il suo carattere e la povertà della famiglia non la rendevano molto appetibile. Poi negli ultimi anni, con la guerra, le donne sono più numerose degli uomini».
«Cosa ne pensi della mozione di Cleone?».
«È una barbarie inaccettabile, stavo appunto cercando di contattare il maggior numero possibile di coloro che hanno votato contro per andare insieme dai pritani a chiedere una nuova votazione domani; sono sicuro che la maggioranza di quelli che hanno votato a favore, si pentiranno presto di questo sterminio».
«Ma Cleone non ha tutti i torti a dire che Mitilene dev'essere punita in maniera esemplare».
«Tra punire e sterminare c'è una bella differenza! Dal suo punto di vista è giusto scoraggiare altre defezioni, anzi, più giusto ancora è allargare l'alleanza; ma chi si avvicinerà più a noi se poi avrà il timore di correre, in futuro, il rischio dello sterminio? Inoltre la città si è consegnata spontaneamente nelle nostre mani, la mozione di Cleone è doppiamente inaccettabile». Poi tagliò corto: «Alcibiade scusami, non mi posso trattenere oltre, ci vediamo domani in assemblea».
La notte, fortunatamente, portò consiglio agli ateniesi e l'assemblea ribaltò il risultato della precedente votazione.
A quel punto la guerra era in una situazione di stallo, Atene aveva le casse vuote e quindi non era in grado di finanziare nuove spedizioni e Sparta, vista la vigorosa reazione ateniese, non voleva prendere le armi; in entrambe le città aumentò di numero il partito della pace ma né ad Atene né nella lega peloponnesiaca riuscì a prevalere, ci fu quindi un periodo di non belligeranza. Tra i peloponnesi era Corinto la più aggressiva, e in Atene il rappresentante più in vista del partito della guerra era Cleone, appoggiato da tutti gli artigiani che lavoravano alle forniture militari.
Due anni dopo, quaranta navi, comandate da Demostene, sbarcarono nei pressi di Pilo e vi costruirono una fortezza. Gli spartani che stavano per invadere l'Attica tornarono sui loro passi per respingere il nemico, così vicino alle loro terre. Contemporaneamente si mosse la flotta peloponnesiaca, la fortezza di Demostene fu circondata, per terra e per mare e gli spartani, per occupare tutti gli spazi, dislocarono un contingente di quattrocento opliti sulla prospiciente isola di Sfacteria. Le quaranta navi al comando di Demostene avevano proseguito in direzione di Corcira, venute a sapere dell'assedio, invertirono la rotta per soccorrere gli assediati. Nel braccio di mare tra Sfacteria e Pilo si ebbe uno scontro che vide vittoriosa la squadra ateniese, e gli opliti sull'isola da assedianti divennero assediati. A questo punto gli spartani intavolarono negoziati; fu mandata una delegazione ad Atene con proposte di pace e nel frattempo si concluse un armistizio che permise di vettovagliare il presidio di Sfacteria; a titolo di garanzia venne consegnata agli ateniesi la flotta peloponnesiaca che si trovava a Pilo.
Gli ambasciatori spartani si presentarono all'assemblea ateniese con la richiesta di un trattato di pace, gli ateniesi chiesero il trasferimento ad Atene del contingente spartano di Sfacteria, a garanzia della restituzione di tutti i territori che Atene aveva dovuto cedere anche nel più remoto passato. Gli spartani, resisi conto che alle eccessive richieste ateniesi dovevano rispondere con delle controproposte che conducessero ad un accordo onorevole, chiesero una trattativa ristretta a due commissioni delle controparti.
A quel punto, urlando, li apostrofò Cleone chiamandoli disonesti; perché se avevano delle proposte oneste, le dovevano fare alla luce del sole e non con dei maneggi segreti. Dopo quell'intervento, l'assemblea scoppiò in una cacofonia di urli, strepiti, offese e mancò poco che si passasse allo scontro fisico. Gli ambasciatori dovettero tornare a Sparta con le pive nel sacco, la guerra continuava: ora era Atene a essere in vantaggio.
Le discussioni in città si moltiplicavano, i cittadini erano sempre più divisi tra chi voleva la pace e chi la guerra. Intanto a Pilo il doppio assedio continuava con scontri quotidiani che non modificavano di una virgola la situazione. Anzi, un passo avanti l'avevano fatto gli opliti sull'isola che di notte venivano riforniti di viveri; gli ateniesi accortisi del fatto cominciarono a temere la fuga della loro preziosa merce di scambio e inviarono alle autorità dei dispacci allarmanti.
Venne riunita l'assemblea cittadina, Cleone vi arrivò molto preoccupato perché per strada era già stato oggetto di critiche; gli veniva rinfacciata la sua posizione dura contro la pace "alla fine dovremo trattare da perdenti e per colpa tua" gli dicevano. Quando arrivò sulla Pnice sapeva ciò che lo aspettava; vi giunse in leggero ritardo e sulla piattaforma degli oratori c'era la delegazione proveniente da Pilo e accanto Nicia, stratega in carica.
Si fece largo tra la gente e i presenti volentieri lo fecero passare, ansiosi di assistere a un nuovo scontro. Intervenne negando che la situazione potesse essere compromessa, ma i corrieri lo invitarono ad andare a Pilo per vedere coi propri occhi. Allora cambiò tattica e salendo sulla piattaforma si rivolse ai cittadini così:
«Se la situazione è questa, il nostro stratega qui presente farebbe bene, senza indugi, ad armare una flotta con un migliaio di opliti e procedere alla cattura degli spartani sull'isola. Mille opliti ateniesi, se condotti da una guida valorosa e capace, non avrebbero alcun problema a catturare quattrocento spartani. Se fossi stratega, saprei io come fare».
«Bene - gli rispose Nicia - propongo a quest'assemblea di eleggere Cleone comandante della spedizione su Sfacteria, che gli siano dati i mezzi che richiede».
A quel punto un boato d'approvazione si levò dalla folla; anche i sostenitori di Cleone, che non avevano capito che il loro beniamino era stato messo nel sacco, si sgolarono per gridare il suo nome. Cleone provò a tirarsi indietro dicendo che le posizioni di stratega erano tutte coperte ma Nicia si dimise seduta stante, mise ai voti la sua proposta e l'assemblea approvò.
«Se questa è la volontà di Atene, non starò a perder tempo, non c'è bisogno di nuove reclute utilizzerò le milizie di Lemno e Imbro, un reparto di fanti leggeri e quattrocento arcieri già presenti in città. Con queste truppe m'impegno a tornare entro venti giorni con i prigionieri spartani».
Si vedeva che cercava di darsi un contegno spavaldo per coprire il terrore.
Il povero Cleone aveva fatto tutti contenti: i suoi sostenitori che lo vedevano promosso stratega e i moderati, che se andava secondo le loro speranze, si sarebbero liberati di lui; in caso contrario sarebbe stata una grande vittoria per Atene.
Il neo stratega si dimostrò meno sprovveduto del previsto, scelse Demostene come collega. Non una scelta casuale, visto che sapeva dell'esistenza di un progetto d'invasione dell'isola. Demostene, infatti, aveva cominciato a nutrire qualche speranza di successo, perché un incendio scoppiato a Sfacteria aveva distrutto buona parte della vegetazione, riducendo le difese spartane.
Quando Cleone gli portò le nuove truppe, il suo collega aveva ben chiaro come utilizzarle, il neo stratega da parte sua era felice di lasciargli il comando delle operazioni.
Demostene inviò un araldo al comandante nemico per verificare la disponibilità alla resa dell'isola senza spargimenti di sangue, in cambio gli ateniesi si impegnavano a un trattamento dei prigionieri degno del loro rango. Gli spartani respinsero questa proposta; gli ateniesi stettero fermi un giorno. Il successivo, di notte, fecero salire a bordo di poche navi le truppe oplitiche al completo. Poco prima dell'alba le truppe ateniesi effettuarono gli sbarchi sull'isola da due parti, dal mare aperto e da quella che fronteggia il porto di Pilo. Balzarono in corsa verso il primo posto di guardia che si trovava sull'isola; il fattore sorpresa fu determinante, il primo corpo di guardia fu travolto senza difficoltà e senza tanto rumore, nessuno dei trenta presenti nella fortificazione nemica riuscì a scappare per dare l'allarme. Demostene impose il silenzio assoluto e mandò avanti arcieri e peltasti, quando le truppe ateniesi entrarono nell'accampamento nemico, gli spartani si erano appena svegliati. Molti, ancora seminudi, caddero sotto le frecce nemiche ma anche questa volta gli opliti lacedemoni si dimostrarono all'altezza della loro fama: molto rapidamente si disposero in assetto da combattimento e fecero quadrato intorno a Epitada, il loro comandante. Demostene aveva studiato nel dettaglio l'azione volta possibilmente alla cattura degli spartiati, disponeva di ottocento arcieri, altrettanti peltasti e millecinquecento opliti cioè un totale otto volte superiore al nemico; ma era prudente perché mai prima d'allora gli spartani erano stati battuti in una battaglia campale.
Dispose gli arcieri sulle alture prospicenti il campo peloponneso, gli opliti di fronte e i peltasti a fianco e dietro gli opliti; i lacedemoni furono bersagliati con frecce, sassi e giavellotti per diverse ore, in più i peltasti adottavano la solita tattica del mordi e fuggi, che procurava numerosi feriti tra gli spartani. A metà pomeriggio, Epitada condusse i suoi, un metro alla volta, fino a un'antica fortificazione che sorgeva su una lingua di terra di fronte a Pilo, da lì la difesa era molto più agevole ma Demostene inviò quanti più arcieri possibile su uno scoglio a picco sul mare proprio dietro la fortezza. Sotto il tiro incrociato i peloponnesi non avevano più scampo, a quel punto Demostene mandò avanti un araldo per chiedere la resa. Gli opliti spartani, che nelle ultime fasi del combattimento avevano perso il comandante, chiesero di consultarsi con gli strateghi sul continente e ottenuto il loro assenso si consegnarono agli ateniesi.
Cleone tornò ad Atene da eroe: aveva mantenuto la promessa e rientrava in patria con trecento spartiati, molti appartenenti alle migliori famiglie spartane, ma soprattutto li aveva costretti alla resa, fatto fino allora inaudito.
Poco contava che le operazioni fossero state condotte da Demostene: la sua idea aveva funzionato e gli ateniesi avevano in mano una carta formidabile da giocare in caso di trattativa.
Tutta la città fu pervasa dall'euforia, gli spartani si potevano vincere anche in campo aperto, le offerte di pace lacedemoni furono tutte respinte. Cleone, che ormai teneva la città in pugno, chiese di raddoppiare le tasse per nuove spedizioni belliche: gli ateniesi accettarono senza battere ciglio. La guerra proseguì altri due anni con alterne vicende ma con progressi da parte nostra su vari fronti tra i quali la conquista di Nicea e di Citera, l'Attica non era stata più invasa per non mettere a rischio le vite degli ostaggi e nessuno parlava più di pace.
Io nel frattempo ospitavo nella mia tenuta di campagna, dove avevo iniziato l'attività d'allevatore di cavalli, alcuni rampolli delle migliori famiglie spartane. Frequentandoli imparavo a conoscere le peculiarità della loro società, alcuni aspetti mi colpirono: lì davvero il bene della città veniva prima di tutto. Lo spartiata non è gravato da preoccupazioni relative al suo sostentamento: lo stato gli assegna una tenuta, coltivata dagli iloti, che gli garantisce il necessario per vivere; il suo impegno deve essere solo l'addestramento militare e la gestione della città. Ero molto curioso di tutti gli aspetti della vita a Sparta, degli aspetti prettamente organizzativi e militari non mi rispondevano; sul resto qualcosa in più l'ho saputa.
In particolare fui colpito da ciò che mi raccontarono delle donne: ad Atene le spartane hanno fama di essere donne facili, per i miei interlocutori tale fama era immeritata e derivava dal fatto che a Sparta hanno un ruolo che è unico in tutta l'Ellade. A Sparta, di fatto, le donne hanno in mano la gestione economica delle proprietà familiari e per uno spartiata è indispensabile che sua moglie sia una buona amministratrice: se s'impoverisce, perde i diritti di cittadinanza.
Ad Atene soltanto se vedove potrebbero avere un ruolo simile. Altri aspetti stuzzicarono la mia fantasia: a Sparta le ragazze si allenano per i giochi insieme ai ragazzi, tutte nude; m'immaginavo frotte di ragazze poppe al vento a correre o a lottare fra loro ed io nel mezzo. A tempo debito avrei avuto modo di vederlo di persona.
Nel frattempo a Sparta la situazione imponeva qualche riflessione: in questi due anni gli spartani sembravano aver perso l'antica sicurezza nella propria superiorità bellica ed erano in soggezione nei confronti delle truppe ateniesi che compivano continue incursioni da Pilo e da Citera. Inoltre temevano la sommossa degli iloti e si videro costretti a dislocare un gran numero di opliti per il controllo del loro territorio; insomma Sparta stava attraversando una crisi che la costrinse a un cambiamento.
Ancora convinti della loro superiorità nello scontro fra falangi oplitiche, erano però rimasti impressionati dall'utilizzo degli arcieri ateniesi a Sfacteria, quindi decisero di istituire un corpo di arcieri e uno squadrone di cavalleria. Per prevenire le rivolte degli iloti promisero la libertà a quelli tra loro che si fossero arruolati nell'esercito, ottenendo anche il risultato d'infoltire le proprie schiere che si stavano assottigliando. Le nuove reclute vennero poi utilizzate per una spedizione in Tracia al comando di Brasida.
A dieci anni dalla battaglia di Potidea, gli spartani portarono lo scontro là dove tutto era cominciato. Il comandante spartano decise di attaccare un obiettivo che avrebbe consentito di raggiungere più di un risultato. La scelta ricadde sulla città di Anfipoli: la città era il centro di raccolta e lavorazione del legname, essenziale per la costruzione delle navi, inoltre era anche il punto di partenza dei carichi d'oro delle vicine miniere del Pangeo.
Brasida con l'aiuto dei macedoni mise sotto assedio la città di Anfipoli e gli abitanti dopo aver avuto da questo l'assicurazione che non avrebbero avuto nessun torto dalle truppe spartane gli aprirono le porte della città. Da qui l'esercito spartano compiva incursioni e spingeva alla rivolta altre città tributarie di Atene, questa reagì inviando una flotta con milleduecento opliti al comando di Cleone che, dopo una battaglia vittoriosa a Torone, arrivò sotto le mura di Anfipoli. Brasida informato dei movimenti dell'avversario dispose il grosso delle truppe all'interno delle mura e un piccolo contingente di truppe scelte sopra un'altura da cui dominava la piana, dove sarebbero transitate le schiere ateniesi.
Arrivato il momento propizio, attaccò sul fianco la colonna in arrivo, ancora impreparata al combattimento. Contemporaneamente usciva dalle mura il grosso dell'esercito spartano mettendo in rotta le truppe attiche: la sconfitta ateniese fu schiacciante e nel combattimento morirono entrambi i comandanti. Morivano così i maggiori esponenti del partito della guerra di entrambe le città, già molto provate dallo sforzo bellico; le operazioni militari entrarono in una fase di stallo e le fazioni favorevoli alla pace divennero maggioritarie.
Furono avviate trattative cui io pensavo di partecipare, la mia famiglia infatti intratteneva rapporti amichevoli con alcune famiglie spartane e il mio stesso nome è di origine spartana, ma a causa della mia giovane età ne fui escluso. Ci rimasi molto male, e crebbe in me un bellicoso spirito di rivalsa: Sparta ne avrebbe subito le conseguenze! Comunque stavolta la pace arrivò e prese il nome da Nicia che aveva condotto le trattative.

Centauro


Chi non ha mai provato la magica intesa che si può instaurare col proprio cavallo, forse non mi capirà, io ne ho posseduti diversi, e con ognuno ho raggiunto molteplici rapporti d'intesa o di scontro. Ognuna di queste magnifiche creature ha le sue peculiarità, la propria indole, il proprio carattere; non si può pensare di salire in sella e guidarle come navi uscite dallo stesso cantiere.
Noi riusciamo a capire le loro caratteristiche con l'osservazione, in particolare delle reazioni, a loro basta annusarci. Le persone agitate o aggressive, emettono un odore che rivela al cavallo lo stato d'animo, di conseguenza l'animale si fa apprensivo o aggressivo secondo il carattere di chi lo monta.
Trascorrendo molto tempo con i cavalli e, seguendone alcuni fin dalla nascita, ho imparato anch'io a capire questi stupendi animali capaci di forza e d'intelligenza tali da lasciarci di sasso.
Le caratteristiche fisiche sono importanti, non potrebbe essere altrimenti; i muscoli, la loro potenza, la robustezza delle ossa e dei tendini, ma l'orgoglio, la volontà e l'attaccamento al padrone sono dei fattori molto più decisivi per ottenere delle prestazioni eccezionali che vanno oltre le capacità fisiche palesi. Per ottenere il massimo dal proprio cavallo è essenziale il vincolo affettivo che riusciremo a instaurare: un temperamento orgoglioso unito alla volontà di ottenere il riconoscimento del padrone farà sì che l'animale usi tutte le proprie energie fino al sacrificio.
Io ho avuto nella mia scuderia fino a oltre cento cavalli, che ho incrociato e selezionato per ottenere le caratteristiche adatte ai diversi utilizzi. I cavalli da corsa mi hanno dato grandi soddisfazioni, è anche grazie a loro se sono famoso in tutta l'Ellade e oltre. Con i miei cavalli ho ottenuto vittorie ovunque ma, in particolare, dodici anni fa sono riuscito a piazzare i miei carri al primo, secondo e terzo posto alle Olimpiadi. I poeti hanno scritto odi per celebrare questa vittoria, unica nella storia olimpica.
Ovviamente secondo l'utilizzo questi splendidi animali devono avere caratteristiche fisiche e caratteriali diverse: il cavallo da combattimento, deve avere ossatura robusta e muscolatura possente; l'indole deve essere aggressiva e temeraria ma, con l'addestramento, deve imparare la disciplina. Un animale fiero è il miglior compagno di battaglia, perché come te non vuole essere colpito e messo a terra, devi solo conquistare la sua stima e avrai un alleato potente sul campo. In guerra non si possono avere sorprese e la disciplina è fondamentale anche per i cavalli. Per raggiungere l'obiettivo di un cavallo affidabile in battaglia occorre, oltre l'addestramento un continuo allenamento; la forma fisica è importante anche per loro.
La mia passione per i cavalli mi spinse a passare dalle falangi oplitiche alla cavalleria e alla mia prima posizione di comando. Avevo già mostrato alla città il mio coraggio, adesso potevo mettermi in mostra come condottiero.
A venticinque anni, due anni prima della morte di Cleone combattei la mia prima battaglia da ufficiale di cavalleria.
Atene era ancora in preda all'esaltazione della vittoria di Sfacteria e gli oratori del partito popolare che si succedevano sulla piattaforma della Pnice non facevano che alimentare questa forma di follia. Il clima che si respirava in città era veramente entusiasmante, eravamo la più grande potenza del Mediterraneo e dominarlo sembrava essere il nostro destino. In questo delirio di onnipotenza la città era pronta a sfruttare tutte le possibilità per allargare i suoi domini. L'occasione si creò perché i capi del partito popolare di Megara si accordarono con gli strateghi ateniesi per rovesciare il regime oligarchico filo-spartano della città. L'accordo prevedeva che i megaresi, in cambio dell'aiuto ateniese, avrebbero ceduto le lunghe mura che congiungano la città al porto di Nisea, e il porto stesso; i popolari megaresi avrebbero, nottetempo, aperto le porte delle lunghe mura alle truppe ateniesi. Così quasi cinquemila opliti, seicento cavalieri e alcune centinaia di fanti leggeri uscirono dai confini dell'Attica al comando degli strateghi Demostene e Ippocrate e io con loro. Nottetempo Demostene, con un reparto di fanti leggeri, si nascose nel tempio di Enialio che è in vista delle lunghe mura di Megara; nel frattempo partigiani popolari neutralizzarono le guardie a una delle porte e fecero entrare i fanti ateniesi. I soldati attici ebbero facilmente il sopravvento delle residue resistenze megaresi e di lì a poco ricevettero il rinforzo degli opliti. All'alba le lunghe mura erano occupate e l'esercito ateniese si predisponeva all'assedio di Nisea e di Megara. Per un paio di giorni lavorammo per disporci a un assedio di lunga durata: fu scavato un fossato che, partendo dalle mura a ovest, arrivava fino alla spiaggia a est del porto. Fu eretto, con straordinaria velocità, un muro che correva lungo tutto il fossato; così Nisea era completamente isolata. Due giorni dopo la città, che era a corto di viveri, capitolò e con l'accordo del pagamento di un riscatto gli occupanti furono lasciati liberi; inoltre consegnarono agli ateniesi la guarnigione spartana stanziata a guardia del porto. Brasida, che in quei giorni si trovava a Corinto per preparare la spedizione in Tracia dove avrebbe trovato la morte, inviò un corriere ai beoti per avvisarli dell'azione ateniese e si mise subito in marcia con quattromila opliti. Fortunatamente le truppe nemiche, che oltre ai peloponnesi constavano di tremila opliti e quattrocento cavalieri beoti, arrivarono a lavori ultimati. Gli strateghi ateniesi, vista la schiacciante superiorità numerica del nemico, disposero le falangi oplitiche a difesa delle fortificazioni e la fanteria leggera sulla pianura a destra degli opliti in attesa delle mosse dei nemici. Il reparto di cavalleria al mio comando uscì dalla porta orientale delle lunghe mura per intervenire in caso di necessità; non avevamo ancora concluso questa operazione, che la cavalleria beota caricò la fanteria leggera, disperdendola e spingendola verso la spiaggia. Ordinai subito la carica, i beoti distavano da noi quattro stadi, nella distanza di due riuscii a compattare lo schieramento; ci disponemmo su quattro file con un fronte di centocinquanta cavalieri, le lance orizzontali, molto vicini e compatti. Raggiungemmo i beoti a grande velocità, l'impatto fu devastante e riuscimmo a disarcionarne diversi; la sorpresa fu efficace e la cavalleria nemica ripiegò immediatamente. Noi radunammo i disarcionati e li disarmammo, tra loro c'era l'ipparco tebano.
La battaglia ebbe così termine perché sia i beoti che i peloponnesi temevano per gli ostaggi in mano nostra ed erano comunque riusciti ad impedire la presa di Megara. Noi eravamo in evidente inferiorità e quindi neanche i nostri strateghi si sentirono in grado di effettuare un attacco, stabilita una tregua e raccolti i caduti, i tre eserciti si prepararono al rientro nelle proprie città.
Tornai in tempo per assistere alle Lenee, non sono mancato a nessuna delle commedie rappresentate e sempre accompagnato da un paio di etere, ogni giorno una coppia diversa. Me la godevo proprio ad attirare su di me tutti gli sguardi, a volte riuscivo a cogliere qualche frammento di commento; ovviamente non tutti erano favorevoli, ma i più dicevano "beato lui". Quell'anno la vittoria andò a I cavalieri di Aristofane che era, di fatto, un'aperta critica a Cleone; Aristofane stesso era stato costretto a impersonare Paflagone, il personaggio più odioso della commedia, perché nessuno voleva attirarsi le ire del potente politico. Anch'io avevo votato per I cavalieri perché questi "prostates", questi uomini nuovi arruffa-cervelli, stavano diventando un problema serio nella politica della città. Come diceva Socrate: "Affideresti la costruzione di una nave a chi non ha mai visto il mare? Allo stesso modo non possiamo affidare il governo della città a chi non ha ricevuto un'educazione adeguata". Concordavo perfettamente con lui, eravamo poche decine, ad Atene, a poter vantare tale preparazione. La sera della premiazione ero in compagnia di due magnifiche fanciulle che indossavano tuniche di foggia ionica, di dimensioni così ridotte che lasciavano ben poco all'immaginazione; non c'è bisogno di dire che gli sguardi erano stati tutti per noi; in molti dopo la premiazione, nel salutarmi, si intrattenevano in convenevoli distratti, e quasi mai guardandomi in faccia.
Io ci stavo scherzando su con le ragazze, mentre risalivo la Collina delle Ninfe per andare a casa, quando incontrai Iperbolo, un venditore di lucerne che da un paio d'anni era nella combriccola di Cleone. Non resistetti alla tentazione di provocarlo per vedere la sua reazione.
«Ehilà Iperbolo, ti è piaciuta la commedia di Aristofane?»
«Ah, non saprei, non m'intendo molto di commedie».
«Non fare il finto tonto, sei citato direttamente e Paflagone è chiaro che è Cleone».
«Non crederai mica che dia soddisfazione a un cocco di mamma viziato come te?».
«Meglio essere un cocco di mamma che un bottegaio sicofante e corrotto che si approfitta dell'ignoranza dei suoi compari bottegai per poi arricchirsi alle spalle della città! Tu inseguendo il tuo successo personale ci vuoi rovinare tutti».
«Ma sentilo l'innocente sostenitore del bene comune! Tu sei come me, né più né meno. Anche tu insegui il successo personale, siccome sei di buona famiglia pensi di avere solo tu questo diritto; solo tu puoi andare in giro a pavoneggiarti con le tue puttane, aristocratico di merda!».
A quel punto non ci vidi più, gli sferrai un calcio in mezzo alle gambe con tutta la forza che avevo e, mentre si piegava in due per il dolore, un montante sotto il mento che lo stese a terra; mentre era giù che si lamentava, cominciai a tempestarlo di calci nei fianchi.
Fui interrotto dall'intervento di una delle ragazze che mi strattonava.
«Basta, che vuoi fare? Lo vuoi uccidere? Vieni via di qui, andiamo a casa tua».
Appena voltate le spalle, sentii Iperbolo che diceva:
«Questa me la pagherai, giuro che me la pagherai».
Tornai sui miei passi e gli assestai un altro potentissimo calcio in un fianco.
«Non vedo l'ora, stronzo, d'arrivare alla resa dei conti!».
Tornai a casa molto soddisfatto e me la spassai tutta la notte con le ragazze.
Dopo la morte di Cleone, Iperbolo divenne il capo indiscusso dei bottegai, si vantava in giro di poter contare su seimila voti in assemblea, per qualsiasi proposta volesse far approvare. In effetti il demagogo, che aveva già accumulato una discreta fortuna grazie all'esportazione di lampade da lui prodotte, stava investendo molto anche nell'attività giudiziaria. Aveva ricevuto, grazie alla madre che aveva pagato i sofisti più famosi per questo, la miglior educazione possibile che l'aveva trasformato in uno dei migliori oratori e più richiesti avvocati.
Il suo bacino d'utenza era principalmente tra i suoi compari bottegai ma accettava la difesa di chiunque, se pagava bene; nei casi che sembravano disperati, sapeva di poter contare su giurie a lui favorevoli. La sua fama d'avvocato divenne un volano anche per la scena politica, per un certo periodo riuscì ad intercettare l'appoggio di tutti gli artigiani e commercianti che si sentivano rappresentati da uno di loro nell'ecclesia. L'infallibilità forense d'Iperbolo destava però, dei sospetti e si scoprì che reclutava cittadini disoccupati in gran numero: si dovevano presentare all'estrazioni dei tribunali e se votavano a favore dei suoi clienti avrebbero triplicato il gettone di presenza.
Il commerciante di lucerne diventava sempre più pericoloso ma per il momento non c'erano le condizioni per liberarsene, anche perché il suo amico Cleone era al momento l'uomo del popolo ed era quindi impossibile colpire Iperbolo senza suscitare la reazione del cuoiaio. Dopo la battaglia di Anfipoli, il demagogo raccolse l'eredità di Cleone e si fece promotore di nuove campagne militari, ma in città i lutti si contavano ormai a migliaia e il partito dei guerrafondai perse di peso a favore dei moderati guidati da Nicia.
Furono intavolate delle trattative con gli spartani che portarono alla liberazione dei prigionieri di Sfacteria e alla firma di una tregua trentennale che per alcuni anni evitò scontri diretti; il trattato prevedeva anche la reciproca restituzione di territori, ma non tutto andò a buon fine, rimase così uno stato di latente ostilità tra le due città.
Io, che avevo mostrato le mie capacità al comando della cavalleria, sia sotto le mura di Megara che nella battaglia di Delio, potei sfidare Nicia nell'elezioni per la strategia e riuscii ad avere la meglio: avevo così raggiunto il mio primo obiettivo.
Fu quello il più bel periodo della mia vita, ero nei fatti il primo cittadino di Atene; non godevo ancora del favore popolare che fu di Pericle, ma ci stavo lavorando e presto ci sarei riuscito. Nelle assemblee cittadine trascinavo, più di chiunque altro, la folla dalla mia parte; nelle occasioni mondane ero corteggiato da tutti, la mia posizione economica si era rafforzata dopo il matrimonio e incominciavo a raccogliere vittorie anche con i miei cavalli.
Un solo errore rallentò la mia ascesa: l'alleanza con Argo che portò alla battaglia di Mantinea e alla prima, netta affermazione spartana dopo un decennio di magra per i lacedemoni. Avevo dedicato mesi per far sorgere quell'alleanza, in giro da una città all'altra a blandire, rassicurare, convincere argivi, mantineesi ed elei della reciproca convenienza all'alleanza; lo scopo era isolare Corinto, il nostro vero nemico. La mia missione estera e i mesi d'assenza mi costarono la mancata rielezione alla strategia, è evidente che se ci fossi stato io al comando dell'esercito, la vittoria sarebbe stata nostra. Anche un bambino si sarebbe accorto che Agide ci stava attirando in una trappola ma né i nostri, né gli strateghi argivi se ne avvidero; l'unica cosa che ho potuto fare con la cavalleria, è stato salvare i nostri opliti dal sicuro annientamento.
È frustrante vedere distrutti i propri sforzi dall'incapacità altrui.
Alle successive elezioni non mancai l'obiettivo e raccolsi un maggiore e più consolidato consenso popolare. Ovviamente non si può ottenere il consenso della totalità della popolazione, c'è sempre qualcuno che si adombra per il tuo successo: c'è l'invidia degli avversari, c'è il rancore di chi ha subito un grave lutto a seguito delle tue decisioni e c'è l'ostinazione di chi si schiera sempre contro il potere indipendentemente da chi lo rappresenta. Mai, però, mi sarei aspettato un attacco così violento da un amico. Accadde il giorno che giunse la notizia della presa dell'isola di Melo; quel giorno stavo percorrendo le vie del Ceramico, intrattenendomi qua e là con i miei sostenitori, quando mi si para davanti Socrate con la faccia di un temporale estivo.
«Hai sentito le notizie da Melo?» mi dice senza preamboli.
«Sì, finalmente è caduta».
«Tutti i maschi adulti uccisi, tutte le donne e i bambini in schiavitù».
«Beh è triste ma inevitabile».
«Inevitabilee?!! Ma cosa siamo diventati? La giustizia e l'umanità sono state bandite dalla nostra cultura? Tristi eventi nascono da cause malvagie».
«Ma non potevamo lasciarci alle spalle i Lacedemoni, un futuro focolaio di rivolta!».
«Non è possibile, non sei tu che parli, cosa sei diventato? Ti credevo uno scapestrato di buon cuore non una belva sanguinaria! Mai ho fatto un errore di valutazione più grosso. Ma anche guardando i fatti con distacco, salta agli occhi che l'eccidio dei meli ci può portare soltanto disgrazia. Fino a pochi anni fa la nostra superiorità nell'Ellade l'avevamo conquistata con il nostro valore, con la nostra ricchezza, con la nostra cultura, non con la sopraffazione, la crudeltà, l'efferatezza e la barbarie. Abbiamo superato un limite, un punto di non ritorno che ci porterà alla rovina. Se non riesci a capire questo, penso sia inutile sprecare il fiato con te; non esiste un territorio dove incontrarsi, addio Alcibiade».
Io lo vidi così alterato che non ebbi il coraggio di replicare, "gli passerà" pensai, ma così non fu.
In quegli anni Iperbolo continuò il suo lavoro di corruttore di tribunali, di collettore di consenso fra gli artigiani e i commercianti dell'industria bellica e di demagogo nell'ecclesia. A ogni assemblea non mancava mai un suo intervento, gli obiettivi erano sempre i soliti: gli spartani che non rispettavano i patti, l'inettitudine degli strateghi, l'evidente collusione di Nicia col nemico e le mie presunte aspirazioni alla tirannide. Ormai era diventata una litania monotona, cui non prestavo più orecchio.
Ma quell'anno all'assemblea della sesta pritania si presentò con l'accolita dei bottegai al completo e fece approvare l'avvio della procedura dell'ostracoforia: il gioco dei cocci si sarebbe tenuto due giorni dopo nell'agorà. Dopo l'assemblea, mi avviai lentamente verso casa, ero piuttosto preoccupato, perché se il mercante di lucerne si era mosso era sicuro di raggiungere il quorum e sapevamo tutti quali erano i suoi obiettivi.
La faccenda era seria e non riuscivo a pensare a una soluzione adeguata. Ero così assorto nei miei pensieri che quasi vado a sbattere con Trasibulo, il quale era a sua volta preso da un'appassionata discussione con Euripide, il drammaturgo.
«Salve, amico mio, salve Euripide - li salutai - state parlando dell'ostracoforia?».
«Beh, anche di quello, ma più in generale del clima malato, che sta vivendo la città da un po' di anni a questa parte. Se continuiamo su questa china, si arriverà alla guerra civile; non possiamo accettare che Eteocle e Polinice si uccidano a vicenda. È indispensabile ritrovare il senso del bene comune e la concordia; con la guida di Demetra che ci guidi alla riconciliazione e alla coesione».
«Sì, è un'aspirazione lodevole e auspicabile, ma con Iperbolo non so quanto possa essere praticabile».
«Iperbolo è una mente malata e un corruttore, andrebbe esiliato».
«Hai perfettamente ragione, comincerò da subito a lavorare per la concordia, da adesso. Ora vi lascio ma non sai quanto le tue parole siano state illuminanti».
Cambiai direzione e mi diressi a passo sostenuto verso casa di Nicia, lo trovai per strada, a due passi da casa sua, gli chiesi di entrare per avere un colloquio riservato. Una volta dentro e dopo i consueti convenevoli, gli raccontai del colloquio avuto con Trasibulo e gli esposi la mia opinione:
«Trasibulo ha ragione, è necessario ristabilire un clima di concordia nella vita politica cittadina; è ovvio che essendo noi portatori di interessi diversi e, a volte, contrastanti non dobbiamo concordare su tutto. È importante però tenere sempre presente che l'interesse di un gruppo o di un singolo non può mai prevalere sull'interesse dello Stato».
«Mi fa piacere, Alcibiade, sentirtelo dire ma è una novità, perché finora mi sei parso più prodigo di sforzi per la tua persona che per lo Stato».
«Sei ingiusto, sai benissimo che non ho mai fatto mancare il mio contributo, e se ho fatto degli errori, li ho fatti in buona fede».
«Va bene, non voglio polemizzare, dimmi in concreto cosa volevi propormi».
«D'accordo, penso che tu possa convenire con me che Iperbolo, più di ogni altro, abbia contribuito all'evolversi di questo clima malsano. Per di più ha trasformato la giustizia in una farsa e sta corrompendo le masse povere e ignoranti. Insomma Iperbolo sarebbe bene che cambiasse aria».
«Sono d'accordo con te, continua».
«Entrambi sappiamo che uno di noi due, secondo i calcoli del sicofante, dopodomani sarà ostracizzato; l'anno prossimo potrebbe toccare all'altro. Con questa mossa non si è accorto di offrirci il suo esilio su un piatto d'argento. Probabilmente non ha neppure preso in considerazione la possibilità di tirarsi la zappa sui piedi, l'ostracismo è nato per i tiranni, non per i corrotti. Noi non dobbiamo togliergli quest'illusione, non deve sospettare nulla».
«In sostanza mi proponi di far convogliare i voti di tutti i nostri sostenitori su di lui».
«Esatto».
«D'accordo faremo come dici tu ma ricorda, se in futuro tradirai le parole che tu stesso hai pronunciato oggi, per me è guerra».
«Io sono un uomo d'onore».
«Bene, se vogliamo liberarci del venditore di lanterne, bisognerà muoversi subito, perdonami ma ti congedo».
Aveva perfettamente ragione, ed entrambi cominciammo a radunare i nostri sostenitori che, a loro volta, fecero il giro dei quartieri muniti di cocci già scritti per chi non era in grado di farlo e per essere sicuri di non avere brutte sorprese alla conta dei cocci. Chiedevamo inoltre ai nostri sostenitori più devoti di ingaggiare altre persone fidate fra i loro conoscenti che a loro volta si adoperassero per distribuire i cocci e per convincere ancora nuovi votanti, in questo modo avremmo avuto un rilevante coinvolgimento di cittadini.
Due giorni dopo, di buon mattino, vedemmo arrivare dalla porta del Pireo un corteo di mercanti condotto da un Iperbolo radioso ed elegantissimo, con un sorriso che andava da orecchio a orecchio. Una folla di artigiani, già presenti nell'agorà, lo accolse con un boato, io e Nicia eravamo uno di fronte all'altro, a pochi passi di distanza, ci scambiammo uno sguardo molto eloquente. Eravamo certi di aver fatto un ottimo lavoro, difficilmente il perfido venditore di lucerne avrebbe potuto sospettare del nostro accordo e del nostro operato congiunto. Ma non c'è mai da stare tranquilli, quando si ha che fare con persone che hanno costruito la propria fortuna politica sulla corruzione. Dovevamo essere superiori a lui nel suo stesso campo.
Le operazioni di voto quel giorno furono molto lunghe perché nessuno si sarebbe mai aspettato quindicimila votanti. Con il trascorrere del tempo ci facemmo sempre più certi della nostra vittoria. Lui sempre più certo di aver maturato una sconfitta inaspettata.
Si sentiva padrone di un terreno su cui riteneva di potersi muovere con la massima sicurezza, ormai consolidata dall'esperienza e dalle fortune accumulate con la corruzione e con maneggi sempre più sporchi. Furono proprio le trame e le fortune accumulate disonestamente che lo posero in odio e antipatia a molti. Fu così che si disposero a scrivere il suo nome, anche persone che non avevano motivi particolari per essergli avverse, ma erano sospettose della persona che aveva costruito la sua fortuna economica e politica con manovre troppo spregiudicate. Accadde così che alcuni, che ritenevano di non essere stati ricompensati a sufficienza per i servigi resi in precedenza, colsero l'occasione per rivoltarsi contro chi li aveva, a loro dire, traditi non mantenendo le promesse fatte.
I pritani comunicarono i risultati quasi all'imbrunire: Iperbolo aveva totalizzato settemila cocci, io tremilacinquecento, Nicia tremila, qualche centinaio Feace e il resto disperso. Iperbolo, alla lettura dei risultati, rimase qualche secondo incredulo, chiese conferma ai suoi amici di ciò che avevano udito le sue orecchie, si accasciò quindi su uno sgabello per assorbire il colpo.
Poi ci osservò uno a uno con lo sguardo pieno di odio per il colpo che gli avevamo inferto, con le sue stesse armi. L'umiliazione era forte, ma la rabbia era ancora più forte, perché sapeva che questo colpo lo metteva fuori gioco per dieci anni. Non sarebbe stato facile riprendersi e ritornare in una posizione tanto elevata, per una persona delle sue origini e della sua levatura. Una settimana dopo partiva per l'oriente e non sarebbe più tornato.
Tramite informatori fidati, avevo tenuto d'occhio la residenza di Iperbolo, controllavo indirettamente i suoi movimenti, così sapevo esattamente in quale giorno avrebbe lasciato la città. Quando fui certo che sarebbe partito, mi appostai, con alcune persone di idee a me vicine, su di un'altura, non troppo distante, in modo da vedere e all'occorrenza essere visto.
Non dovetti aspettare molto, perché chi è costretto ad abbandonare la città cerca di farlo allo scuro, quando in giro si trovano solo i malintenzionati e le sentinelle, per non aggiungere l'onta di essere deriso dai monelli mentre se ne esce mestamente con il seguito di famigli e servitori.
Fu a quel punto che iniziammo a discendere il sentiero avendo cura di stare ben in vista e rischiarati in volto dai nostri lumi ad olio, così che fosse certa la nostra identificazione, ma senza interferire con il piccolo corteo. La notte era ancora scura, ma facemmo in modo da arrivare al punto che consentiva di vederci chiaramente in volto e poi voltammo il cammino perché questo ultimo affondo ci era sufficiente.
Ebbi così modo di vedere l'espressione di sconfitta che si era disegnata sul volto di Iperbolo e fui certo che il colpo che gli avevamo vibrato lo aveva messo in ginocchio e non si sarebbe rialzato con facilità. Quando, però, i nostri sguardi s'incrociarono, vidi dentro di lui ancora tanto odio e in città aveva ancora tanti amici con cui si sarebbe tenuto in contatto, ma per dieci anni sarebbe stato lontano e questo, per ora, mi bastava.

Demetra


Salve Demetra, molte volte salve, generosa di cibo, ricca a staia. Propizia a me dimostrati, mille volte nelle suppliche invocata, grandemente potente tra le dee.
Perdono, grande dea, mille volte perdono. Sono consapevole dell'offesa portata, ma anche pentito.
Concedimi le pene di Erisíttone e liberami dall'invidia dei miei rivali.
Tu che da sempre concedi, generosa di messi, la vita alla terra, concedi a me la tua clemenza.
Oh bionda dea, tu che disseti e nutri con le gonfie mammelle, concedimi il sollievo del tuo perdono.
Grande Madre, guarda con clemenza ai tuoi figli e agli errori commessi nell'avventatezza e nell'ebbrezza giovanile; un uomo nuovo davanti a te, profondamente pentito, ti promette di onorare il tuo culto, con cerimonie mai viste sin ora ad Atene.
Così, innumerevoli volte, ho invocato il perdono di Demetra. La dea cui più di ogni altra sono devoti gli aristocratici proprietari terrieri, Demetra legislatrice è madre generosa nel donare e terribile vendicatrice se offesa: sì, è vero, ho offeso Demetra parodiando i misteri eleusini e lei mi ha colpito dove più mi fa male: nelle mie aspirazioni.
Per anni mi ha tormentato questa convinzione, poi ho visto morire chi era andato a disturbare Ermes e Demetra per i propri interessi e distruggere me, finalmente ho capito.
La dea bionda di messi è una madre comprensiva con i ragazzi scapestrati come me.
Ho subito le conseguenze della mia vanità che mi ha accecato e, come un masso, ho disceso la sua china aumentando progressivamente la velocità. Volando sulle ali dell'entusiasmo, ho travolto tutti gli ostacoli che mi si paravano davanti e mi sono fatto molti, importanti nemici.
Non riuscivo neanche a vedere un mio ipotetico passo falso e, adagiato com'ero sulla nube dorata della mia incrollabile fiducia nel futuro, ho commesso lo stesso errore d'Iperbolo: ho sottovalutato la creatività dei miei avversari.
Dopo l'esilio d'Iperbolo, l'unico avversario di rilievo era rimasto Nicia, era perfetto come antagonista: corretto, leale, esperto ma anche prudente, conservatore e timoroso agli occhi del popolo, che invece sognava nuove conquiste.
In effetti più che sogni erano aspirazioni perché la maggioranza dei partecipanti alle assemblee era composta da commercianti, artigiani ed ex militari senza lavoro: tutta gente che con la guerra ci mangiava.
Io, come sapete, volevo lasciare il segno nella storia e già da anni avevo in mente di allargare l'impero ateniese a tutto il Mediterraneo; per la realizzazione occorrevano enormi risorse ma io sapevo dove trovarle: in Sicilia.
Siracusa è ed era una delle più ricche città del Mediterraneo seconda solo a noi e forse a Cartagine, ma tutta l'isola è immensamente ricca e dominandola avremmo avuto la potenza per sottomettere il Peloponneso, Cartagine e persino i persiani. Poco dopo la partenza d'Iperbolo, organizzai con la mia eteria - che brutta parola, preferisco dire coi miei amici - la propaganda che faceva della Sicilia la cosa più desiderabile del mondo.
Quell'anno i miei investimenti nell'allevamento dei cavalli portarono i frutti cercati, portai a Olimpia sette carri coi migliori cavalli disponibili sul mercato, nessuno l'aveva mai fatto.
Raggiunsi il raduno olimpico con oltre cinquanta persone al seguito, in quell'occasione viaggiava con me anche mia moglie ma per la notte avevo portato una schiava di Melo che era con noi dal rientro della spedizione in quell'isola e a letto mi dava ancora soddisfazione.
Le Olimpiadi sono da sempre l'occasione, per le famiglie più in vista delle varie città, di rinnovare antiche amicizie e appianare vecchi e nuovi dissidi. Alla mia mensa ogni giorno c'era qualche rappresentante delle più potenti famiglie greche, oltre alla rappresentanza era anche un modo per vedere amici lontani; in particolare ebbi modo di godere della compagnia di Endio, un mio coetaneo spartano che avevo ospitato dopo Sfacteria. Anche lui era in compagnia della moglie: fisico atletico, carattere fiero e combattivo ma, come mi disse Endio, a Sparta le peculiarità della città non erano una prerogativa soltanto maschile.
Le corse dei carri mi portarono le vittorie cercate: primo, secondo e terzo posto; gli ateniesi presenti impazzirono di gioia e con loro tutti i partecipanti di stirpe ionica, i festeggiamenti presso le tende durarono tre giorni e i cuochi cucinarono ininterrottamente tutto il tempo.
Il rientro fu trionfale, lungo la strada che porta ad Atene fui acclamato in ogni città e in ogni villaggio, l'evidenza del destino ineluttabile era lampante agli occhi di tutti.
La mia popolarità divenne universale, partecipai ai festeggiamenti in mio onore a Mileto, Efeso e Chio; questo, oltre ad alimentare la vorace vanità, mi consentì di tessere una rete di rapporti con i notabili di tutte le città della Ionia che mi furono molto utili negli anni successivi.
Ad Atene fu l'apoteosi, organizzai festeggiamenti sontuosi e tenni aperta la casa a tutti per dieci giorni con tavole imbandite d'ogni leccornia: fu un enorme successo, ormai il popolo ateniese mi adorava.
Non sono più stato così felice, felice e cieco: avevo rotto gli argini del buon senso, i miei comportamenti sfrontati raccoglievano consensi nel popolo, invidia e preoccupazione tra gli esponenti politici. Ben presto gli amici mi informarono che le voci di una mia presunta aspirazione alla tirannia si moltiplicavano, le riunioni delle eterie avversarie si moltiplicavano e fra loro nacquero alleanze anti-Alcibiade. Io non me ne preoccupavo, pensavo fosse un prezzo da pagare, senza gravi conseguenze. Come mi sbagliavo!
La conquista di una così grande popolarità aveva un prezzo anche economico, ormai le mie finanze erano in sofferenza e presto mi avrebbero imposto un drastico cambiamento dello stile di vita. L'unica possibilità per risolvere i miei problemi finanziari e accrescere il potere sulla città era guidare la spedizione in Sicilia: il bottino di guerra sarebbe stato sicuramente cospicuo. Mi mancava solo una motivazione eticamente condivisibile dall'ecclesia ateniese.
La sorte, ancora una volta, mi venne incontro, con un piccolo aiuto dei miei contatti a Segesta. Gli elimi erano preoccupati della politica espansionistica di Siracusa che aveva deciso di sostenere militarmente Selinunte, da sempre in guerra con Segesta. L'obiettivo siracusano era la sottomissione degli elimi e l'espulsione dei cartaginesi dall'isola, che a quel punto sarebbe diventata protettorato siracusano. Segesta avrebbe potuto chiedere l'appoggio di cartaginesi e tirreni, loro tradizionali alleati ma, come avevo fatto capire loro, non avevano una potenza militare sufficiente.
Venne ad Atene una delegazione da Segesta e, presentandosi all'assemblea, chiese l'aiuto militare della città. I segestani fecero appello all'alleanza stipulata ai tempi di Sfacteria ed evidenziarono il pericolo, per Atene, di un'espansione dell'emergente potenza siracusana. Siracusa per mare poteva già impensierire la flotta ateniese ed essendo di stirpe dorica poteva offrire agli spartani la sua alleanza. In quanto alle spese da sostenere potevano corrispondere le paghe dell'armata grazie agli ingenti depositi statali. Alcuni oratori misero in dubbio quest'ultima affermazione e fu deciso d'inviare una commissione a Segesta per accertare la verità.
A primavera rientrò la commissione accompagnata da una delegazione segestana che portava con sé sessanta talenti d'argento. A quel punto l'assemblea votò senza esitazioni per l'intervento in Sicilia; il contingente, composto di sessanta navi, sarebbe stato sotto il comando mio, di Nicia e di Lamaco.
Nicia, nonostante la sua investitura, era assolutamente contrario a quella che riteneva un'avventura costosa e, in prospettiva, nefasta; nell'assemblea, convocata cinque giorni dopo per deliberare gli aspetti organizzativi della spedizione, intervenne per spaventare il popolo e mettermi in cattiva luce.
Salito sulla piattaforma degli oratori, arringò la folla più o meno così:
«Carissimi concittadini, l'assemblea si riunisce oggi per dibattere l'entità e le forme degli armamenti da assegnarci in dotazione, per la nostra campagna laggiù in Sicilia. Sento il dovere di spingervi a un supplemento di riflessione. In questi giorni ho avuto modo di ascoltare tanti commenti entusiasti per questa nuova impresa; non voglio fare il menagramo, ma posso, in virtù della mia esperienza, mettervi in guardia su alcuni aspetti che non sono stati finora considerati. Non sono mosso da interessi personali, sono anzi onorato di esser stato scelto per quest'incarico che mi potrebbe portare anche vantaggi economici. Eppure sono convinto che il cittadino ideale sia quello che, pur curando i propri interessi, non perda di vista gli interessi della comunità. Non è questo un atto di santità, ma di buon senso; perché il proprio benessere deriva anche dal benessere della propria città. Questi sono i sentimenti che mi spingono a chiedervi di tornare sui vostri passi e revocare la vostra precedente delibera. Siamo da poco usciti da una pestilenza e da una guerra che hanno messo a dura prova la nostra stessa esistenza e le casse dello Stato. Non diamo subito fondo a quel poco che abbiamo. La pace attuale è fragile, i nostri nemici non aspettano altro, che noi ci imbarchiamo in un'impresa gravosa e lontana per aggredirci. Abbiamo conti in sospeso in Tracia e nel Peloponneso: regoliamo quelli, rafforziamo i nostri confini.
Siracusa finché combatte in Sicilia non può arrecarci danno ma, se l'attacchiamo, potrebbe in futuro portare la guerra nei nostri domini; abbiamo nemici a sufficienza, non cerchiamone altri. Se anche riuscissimo a sconfiggere i siracusani, pensate che rimarrebbero nostri tributari? La distanza c'impedirebbe di tenerli in nostro potere, vogliamo forse sterminarli come i meli? Ora ci sentiamo grandi per aver sconfitto gli spartani ma proprio da questo dovremo imparare la lezione e praticare la prudenza: nessuno è invincibile. E se c'è uno tra noi che esulta per essere stato nominato comandante e vi pungola ad imbarcarvi in questa perigliosa avventura, sappiate che lo fa solo per egoismo. Le rendite del comando gli servono per puntellare le sue dissestate finanze, ha dilapidato il suo patrimonio per farsi bello ai vostri occhi coi suoi cavalli, e adesso pensa di vuotare le casse dello stato per lo stesso scopo. Credetemi e non affidate questo problema troppo grave a dei giovani, cui l'età inesperta preclude ponderate scelte e ispira azioni intempestive e focose. Ora vedo, raccolta davanti a me, questa gioventù spavalda e l'eccitazione che brilla su quei volti, certo accesa da quello stesso uomo, e ne tremo. Agli anziani voglio dire di non lasciarsi condizionare dall'incoscienza giovanile per la paura di essere accusati di vigliaccheria, voi sapete che accecati dalla passione e dalla chimera di conquiste lontane, si raccolgono più facilmente sconfitte che trionfi. Anziani, opponetevi con il vostro voto a questa follia, perché questa spedizione è la più imprudente e pericolosa che abbiamo mai affrontato. Al pritano chiedo di mettere ai voti la mia proposta, anche se è già stata votata, non è una procedura corretta ma eviterebbe un danno grave alla città».
Così concluse Nicia il suo intervento ed io, chiamato in causa, salii sulla piattaforma e presi a mia volta la parola.
«Ateniesi, valorosi compatrioti, non starò a giustificarmi per ciò che ha detto di me Nicia, quello che ha detto in parte è vero. Io dei tre sono quello che ha più interesse a ricevere il comando, in tutta onestà posso asserire di meritarmelo; nessuno può obiettare sul mio coraggio, la mia competenza e le mie capacità di condottiero: l'ho dimostrato sul campo! Capisco che la gloria che ho ottenuto sul sacro suolo di Olimpia generi invidia, posso accettarlo, anzi, l'avevo messo in conto. È vero ho investito grandi quantità di denaro, sapevo così che con gli eventi che fan volare il mio nome sulle labbra del mondo avrei raccolto prestigio. Ciò che ho mietuto l'ho portato in dono alla patria, quando ho trionfato occupando tutti i gradini del podio, di fronte a tutti i greci. Coronando poi ogni altro momento della cerimonia con un fulgore degno della vittoria, si è diffusa magnifica nel pubblico l'immagine di un'Atene superba e potente. Lo sfarzo poi con cui mi rendo illustre ad Atene attira qualche invidia ma tutti, volenti o nolenti, mi riconoscono generosità nelle coregie e nella trierarchia, noi tutti ne abbiamo beneficiato. Non rinnego neanche l'entusiasmo caratteristico della mia età che non mi ha impedito di stringere alleanze vantaggiose per la città. Ma il mio entusiasmo insieme all'esperienza e alla fortuna di Nicia sono frutti che vi invito a cogliere; uniti porteranno grandi vantaggi. Al contrario del mio collega faccio appello all'unità fra generazioni, perché vecchi e giovani hanno bisogno gli uni degli altri. Vige tra noi una tradizione d'armonia tra le classi: seguiamo il solco segnato dai padri. Quando una decisione è un unico coro di voci anziane e giovani, la città guadagna in benessere. Usiamo anche in quest'occasione lo stesso metodo per sfruttare al meglio le risorse dello stato. Ricordatevi che ci deve essere sempre confronto e sintesi fra generazioni, altrimenti non ci sarà futuro. È nostro dovere, rielaborando l'esperienza del passato, guardare sempre avanti, altrimenti la città andrà incontro a un inevitabile declino. Solo con la lotta ci sono gli stimoli per sviluppare nuove tecniche e mantenersi a livelli d'eccellenza. Riguardo ai nemici, che ci lasciamo alle spalle salpando, posso dire questo: mai come in questo momento è caduta in basso per il Peloponneso la speranza di trionfare su di noi. Se anche ci volessero attaccare, abbiamo già sperimentato la solidità delle nostre mura; per scongiurare minacce dal mare lasceremo un numero di navi sufficiente allo scopo. Non riesco dunque a vedere seri motivi che ci impediscano di mantener fede a un giuramento fatto ai nostri alleati. Solo mantenendo gli impegni presi potremo conservare il nostro prestigio internazionale. Già da tempo i siracusani sono riusciti ad assumere il controllo del mare dei tirreni, impedendo i nostri commerci con quei popoli; dobbiamo intervenire prima che la nascente potenza diventi una minaccia troppo grande da affrontare. La distanza che ci separa dalla Sicilia è certo un problema da affrontare e risolvere; il mantenimento dell'impero costruito dai nostri padri c'impone di non stabilire preventivi confini al nostro intervento. La nostra posizione nel mondo non ci consente di praticare una politica di non ingerenza».
Terminato il discorso, si levò dalla folla un boato d'approvazione. Nicia, vista la reazione popolare, e con l'intento di spengere tanto entusiasmo, chiese di nuovo la parola.
«Vedo che le intenzioni della città sono ormai chiare, vorrei condividere con voi le informazioni in mio possesso, perché siate preparati all'entità dello sforzo da sostenere. Una volta sbarcati sull'isola, avremo, con l'eccezione di Catania e Nasso, tutte le altre città contro; insieme possono mettere in campo un'armata formidabile. Non sarà sufficiente una squadra di sessanta triremi, ce ne vogliono almeno cento e cinquanta navi da carico; il numero degli opliti dovrà essere di almeno cinquemila. Inoltre Siracusa dispone di potenti e ben addestrati reparti di cavalleria, cosa che noi non potremo portare; per contrastarla avremo bisogno di cinquemila tra arcieri e frombolieri. Dovremo portarci i viveri per essere autonomi, ingenti quantità di denaro e, ovviamente, un numero adeguato di personale non combattente per la logistica. In sostanza dovremo essere equipaggiati come per andare a fondare una colonia. Queste sono le mie richieste per assumere il comando della spedizione, a chi non è d'accordo cedo volentieri l'incarico».
L'assemblea approvò senza indugio le richieste di Nicia e furono date disposizioni per l'immediato avvio dei preparativi.
Il mio collega era rimasto spiazzato dalla potenza dei sogni. La città si mise subito in moto e tornando verso casa ebbi modo di ascoltare numerosi commenti, tutti improntati all'entusiasmo.
Nei giorni successivi la mobilitazione era generale; le officine degli armaioli davano il ritmo, giorno e notte, alla città, che pareva essere già salpata tutta intera.
Io, dal castello di poppa sull'acropoli, mi godevo lo spettacolo del mio equipaggio impegnato nella traversata.
Il giorno prima della partenza i miei servi mi svegliarono per avvertirmi del clamoroso trambusto che c'era in città.
Durante la notte le erme marmoree erette in ogni angolo di Atene erano state in maggioranza evirate e sfregiate in volto. L'opinione pubblica ne fu seriamente scossa: era sicuramente un segno infausto per la partenza, collegato forse a torbide trame per sovvertire lo stato e la democrazia.
Sui responsabili il mistero: ma si dava loro la caccia, con ricche taglie promesse dallo Stato per la loro cattura.
E non bastò: fu deciso che chiunque fosse disposto a farlo, dei cittadini o dei forestieri, perfino dei servi, denunciasse senza paura qualunque atto sacrilego che gli fosse noto. Di lì a poco avrei scoperto chi aveva spinto per questa forma di delazione. Mi fu subito chiaro che si trattava di un espediente per togliermi di mezzo, ma un tribunale composto in maggioranza di soldati non mi avrebbe condannato. Senza il bisogno di nessuna convocazione, si radunò una folla enorme sulla Pnice; il popolo tutto, anche chi solitamente non partecipa alle assemblee affollava la collina.
I congiurati erano stati molto astuti, avevano colpito i sentimenti religiosi dei più umili e meno politicizzati, spaventato tutti creando un cupo clima di sospetto e sicuramente avrebbero colpito me con la più pericolosa delle accuse: empietà.
Giungendo all'assemblea, sapevo già, dalle attestazioni di solidarietà dei soldati e dagli sguardi arcigni di altri passanti raccolti per strada, di essere al centro dell'attenzione cittadina.
I pritani uscirono dalla Tholos e comunicarono la nomina di una commissione d'inchiesta: i rei di un'aggressione, così malvagia ai principi fondanti la religione, le leggi e lo stato stesso meritavano la pena capitale e non sarebbero rimasti impuniti.
Chiesero di farsi avanti a coloro che avevano da riferire di episodi utili a individuare i responsabili. Anche avvenimenti non strettamente attinenti ai fatti delle erme potevano essere utili alla conduzione delle indagini.
Si fece avanti un gruppo di giovani a me sconosciuti che spinsero sulla piattaforma un individuo visibilmente spaventato. I pritani gli si fecero intorno e lo interrogarono, riferirono poi che si trattava di un servo che era stato testimone di una parodia dei misteri eleusini ad opera mia e di un gruppetto di amici miei.
Un enorme clamore si levò dalla moltitudine dei cittadini, le voci erano discordanti: chi mi difendeva a spada tratta, chi mi urlava in faccia il suo disprezzo, e chi pur reputandomi capace di ciò mostrava il sospetto di una macchinazione.
A quel punto saltai sulla piattaforma e chiesi la parola.
«Popolo d'Atene, m'avete da poco nominato comandante della più grande impresa bellica mai intrapresa dalla nostra città. Penso sia evidente a tutti che non è ammissibile assegnare un così alto incarico ad un uomo inquisito di un grave reato. Ma io sono innocente, e so di meritarmi la fiducia con cui avete voluto onorarmi. Chiedo che sia subito sorteggiato un tribunale, voglio avere la possibilità di difendermi da quest'infamia prima della partenza, lasciando che i miei pensieri siano solo per la spedizione in Sicilia».
Dalla folla si levarono numerose voci d'approvazione.
Salì allora sul palco Androcle, vecchio amico di Iperbolo, che parlò così:
«Cittadini, pritani e Alcibiade, che città è mai questa dove basta la voce di un servo, per infangare la reputazione di un così alto esponente dello stato? Se ciò bastasse, la sua dissoluzione sarebbe alle porte. Alcibiade, al momento, non ha assolutamente niente da cui difendersi; se in futuro, con altri riscontri, fosse confermata tale accusa, avrà modo di difendersi a missione conclusa; quindi propongo che non ci siano processi sommari e rinvii alla spedizione. Chiedo ai pritani di mettere ai voti la mia proposta».
Seguì la votazione che approvò la proposta di Androcle. Che infame! Mi aveva fregato, non c'erano dubbi che fosse il mandante della mutilazione delle erme.
Non c'era più limite ai mezzi usati nella lotta politica, Atene stava marcendo, aveva bisogno di una revisione del suo ordinamento o sarebbe collassata su se stessa.
Andai subito a cercare Aristone, non era assolutamente il caso che partisse con me come previsto, doveva restare ad Atene per coprirmi le spalle e così fu stabilito.
Il mattino dopo un corteo enorme si snodava verso il Falero, ognuno aveva qualcuno da accompagnare all'imbarco; l'evento nell'insieme pareva una festa dal tono dimesso e contrastava con la splendida giornata estiva.
All'entusiasmo dei giovani, faceva da controcanto la tristezza di chi vedeva partire i propri cari nel timore di non rivederli.
Inoltre permaneva sulla città una cappa grigia di sospetto e d'inquietudine per il mistero che avvolgeva i torbidi fatti delle erme.
Io avevo altri motivi d'inquietudine: andarmene lasciando il campo ai miei nemici politici non era foriero di belle speranze.
Nuovi mari, nuovi cieli, nuovi orizzonti.
Sulle mie spalle, il cupo temporale delle angosce che mi opprimevano, non è questo lo stato d'animo che avevo immaginato accompagnasse la mia gloriosa impresa.
Anche sul piano delle alleanze il tempo non si metteva al bello. Avevo l'appoggio di una parte dei notabili di Reggio, non era però stato sufficiente; le altre città greche dell'Italia avevano chiesto, e ottenuto, di concordare tutte insieme l'atteggiamento da tenere in questa guerra: decisero per la neutralità. Come era logico, iniziarono le divergenze fra me, Nicia e Lamaco. Nicia voleva puntare su Selinunte, indurla, con la trattativa o con le armi, alla pace con Segesta; io insistevo nella strategia di ricerca di alleanze contro Siracusa, e Lamaco voleva l'attacco immediato alla città dorica. Alla fine l'unica città che riuscimmo a tirare dalla nostra parte, intimorendo l'assemblea, fu Catania. A ragion veduta Lamaco andava assecondato, nel tempo inutilmente perso nel cercare alleanze, Siracusa si preparò all'assedio.
Oggi do la colpa al mio opprimente stato d'animo, al quale non sono riuscito ad oppormi. Cercavo di tenermi impegnato, con le iniziative per trovare alleati in Italia e in Sicilia, e poi con l'organizzazione logistica una volta raggiunta Catania, ma non ero più io.
Nelle discussioni con Nicia e Lamaco, sulle strategie da adottare, finivo sempre per mediare tra la prudenza del primo e l'aggressività del secondo; la risoluta determinazione che mi aveva sempre sospinto era soffocata dall'ansia e accompagnata dal timore di future, nefaste notizie.
Il giorno tanto temuto giunse l'autunno successivo alla partenza. I corrieri governativi giunsero a Catania a bordo della "Salaminia", accompagnati da alcuni arcieri sarmati, portavano la convocazione per rispondere in tribunale dell'accusa d'empietà. Insieme a loro c'era anche un mio giovane sostenitore, appena mi fu possibile lo condussi nella mia tenda per avere un colloquio riservato.
«Allora, che notizie mi porti, come sta Aristone?».
«Oh, Alcibiade avrei pagato una fortuna per non essere io a darti questa notizia... Aristone è stato assassinato...».
Fu come se una fiera avesse squarciato la tenda e mi avesse azzannato con una forza tale da lasciarmi agonizzante a contorcermi fra artigli che mi laceravano il petto; il dolore era tale che mi mancò addirittura il respiro e quando questo mi tornò, più che un urlo mi uscì un ruggito da animale mortalmente ferito:
«AAAAAAhhhrgh!!!».
Il mio grido di dolore inondò tutto il campo, mi ripiegai su me stesso e caddi a terra. Non era possibile, pensavo di essere pronto al peggio ma questa era un'enormità che non avrei mai pensato di ascoltare. Rimasi a terra delle ore, involontariamente vivente, un freddo mortale addosso, l'anima squartata in centinaia di brandelli e col cuore sanguinante.
Quando recuperai la capacità di articolare qualche pensiero, mi resi conto a pieno che avevo perso la mia posizione ad Atene, un caro amante e un amico prezioso.
Avevo perso il mio posto nel mondo.
Mi ero illuso che le cose fossero ancora aggiustabili, l'assemblea aveva fissato al termine della campagna militare il processo, ed io avevo lasciato ad Atene Aristone, a curare i miei interessi; il suo assassinio era il segno inequivocabile che il mio destino era segnato.
Dioniso


"O signore, col quale Eros giovenco e le Ninfe occhi azzurri e Afrodite purpurea giocano, per le balze alte dei monti ti aggiri: vieni - ti supplico - a noi, e gradita ascolta la mia preghiera".
Seguendo la "Salaminia" a bordo della mia nave, sentivo ribollire la rabbia che mi corrodeva l'anima e la sentivo trasformarsi in odio per i miei concittadini; eravamo a largo di Naxos, il cielo autunnale scoloriva sempre più e, dalla costa cartaginese, un vento freddo e maligno portava una tempesta nera come il mio umore.
Spontanee alla mente mi vennero le parole di Anacreonte: avevo bisogno di tutto l'appoggio e la benevolenza di Dioniso.
La sofferenza per la perdita di Aristone, la delusione per il trattamento riservatomi dai miei concittadini e la rabbia per tutto ciò rischiavano di farmi impazzire. "Oh Dioniso, oh Ermes! Ho bisogno di tutto il vostro sostegno. Dio della mia anima in mezzo alla tempesta, sento le sue vele gonfie dell'alito gelido dell'Erinni, aiutami a evitare il naufragio".
Dovevo assolutamente riprendere il timone della mia vita, progettare il mio ritorno trionfale ad Atene. Se avessi affrontato il processo, sarei andato incontro a una sicura condanna a morte: i miei sostenitori erano quasi tutti in Sicilia.
Mi sentivo vittima della follia democratica.
Avrei cercato consensi tra i potenti greci o barbari ma dovevo attendere le reazioni alla mia sicura condanna prima d'inviare dei messaggeri.
Intanto la tempesta ci aveva quasi raggiunti.
"Oh Dioniso avviluppa con tralci di vite le vele della Salaminia, come facesti con la nave dei pirati tirreni! [ quella precedente non è una citazione] Ma certo! Dei pirati tirreni! Grazie Dioniso".
L'inno omerico a Dioniso mi aveva fatto venire in mente un possibile, temporaneo, rifugio.
Un paio d'anni prima avevo comprato una dozzina di cavalli da corsa da un allevatore tirreno di Cisra, un certo Velthur Satlnai (il tirreno è una lingua impossibile, meno male che i più parlano greco); ottime bestie, mi hanno dato grande soddisfazione ad Olimpia. Velthur numerose volte mi aveva pregato di avere l'onore di ospitarmi: era il momento di esaudire le sue preghiere.
Avrei passato un po' di giorni in un luogo nuovo, dove nessuno mi conosceva, cercando di dimenticare le mie sventure concedendomi qualche piacere; così ero sicuro di ritrovare un po' di serenità essenziale per rimettermi in azione e riprendere le redini del mio destino.
A interrompere i miei pensieri arrivò un violento scroscio d'acqua, il vento gonfiava le vele e ci spingeva verso Corcira; l'acqua ben presto inzuppò il mio mantello, la pioggia era così fitta che da poppa non si vedeva la prua della nave. Allora diedi i nuovi ordini di navigazione:
«Ammainate le vele. Calate i remi e virate a sinistra, andiamo nel mare dei tirreni».
La "Salaminia" non si vedeva più ed io mi sentivo sollevato: non ero più un animale da sacrificare agli dei.
Anche il mio equipaggio si sentiva sollevato, li avevo scelti in base all'affidabilità, i più erano eccitati per questa nuova avventura tra i tirreni ed io alimentavo la loro curiosità. Le donne tirrene hanno fama di essere donne facili, a bordo tutti scherzavano sull'argomento ed io m'inventavo episodi piccanti per accrescere le loro fantasie.
Inoltre i tirreni erano nostri alleati, da trent'anni subivano la schiacciante superiorità marittima dei siracusani. Dopo la sconfitta, subita a largo di Cuma, che portò all'annientamento della loro flotta, non erano più riusciti a risollevarsi e languivano in una lenta decadenza sia militare sia commerciale. In particolare Agylla che era stata la dominatrice del mare tirrenico, soffriva il parziale isolamento e le difficoltà nei commerci.
Il giorno dopo c'eravamo lasciati alle spalle la Sicilia, il tempo era tornato al bello e calando il vento la navigazione era più agevole. Risalendo la costa tirrenica verso nord ebbi modo di vedere quanto l'Italia fosse verde, ogni tanto incrociavamo qualche imbarcazione da carico che vedendo una nave da guerra si teneva a distanza.
Dopo una settimana di navigazione, in una bella mattina assolata, raggiungemmo il porto di Pyrgi. Il nostro arrivo destò grande scompiglio, sul molo si vedevano persone correre in ogni direzione; ci avvicinammo lentamente e appena fummo abbastanza vicini gridai agli arcieri che stavano giungendo sul molo:
«Siamo ateniesi, veniamo in pace».
Un boato di giubilo si levò da tutto il porto.
Terminato l'ormeggio, scesi a terra accompagnato dai miei ufficiali, ci venne incontro il comandante della guarnigione che si presentò:
«Sono Lars Haleso, comandante la guarnigione di Pyrgi, con chi ho l'onore di parlare?».
«Sono Alcibiade, figlio di Clinia, stratega dell'armata ateniese in Sicilia».
«Oh, quale onore fare la tua conoscenza, mando subito un corriere a Cisra per informare il senato del tuo arrivo».
«Ad esser sincero non sono qui per incontrare le autorità di Agylla, son venuto per comprare dei cavalli e sto cercando Velthur Satlnai da cui ho comprato delle ottime bestie in passato».
«Sì, lo conosco, ha il più grande allevamento della zona ma in questo momento è nella sua villa sul lago Prile».
«È nell'interno?».
«No, è sul mare a meno di un giorno di navigazione da qui, il suo emissario è navigabile, puoi arrivare fino alla villa con la tua nave».
«Come riconoscerò la villa?».
«Beh, è semplicissimo, è costruita sull'unica isola del lago».
«Molto bene, a questo punto ti chiedo il permesso di far scendere il mio equipaggio, dobbiamo far rifornimento di viveri e di vino. Inoltre abbiamo tutti bisogno di distrazioni».
«Non c'è bisogno di formalità, siete i benvenuti qua. Il tuo equipaggio troverà la distrazione che cerca nel tempio di Uni-Hera, per te il mio consiglio è di recarti a Cisra perché qua a Pyrgi non ci sono etere degne della tua fama».
«Ti ringrazio ma penso di poterne fare a meno, mi distrarrò diversamente».
«Non importa se non lasci qualcuno a bordo, penseremo noi a sorvegliare la tua nave e stai tranquillo che a nessuno verrà in mente di salirci».
«D'accordo, mi fido, mi hanno detto che qui a Pyrgi avete anche un tempio dedicato a Suri-Apollo, me lo puoi indicare?».
«Posso fare di più, il tempo di dare indicazioni ai miei uomini e ti accompagno. Il tuo equipaggio può venire con noi: il tempio di Suri è accanto a quello di Uni».
Intanto intorno a noi si erano radunati molti curiosi e molti avevano attaccato discorso con i miei ufficiali e col resto dell'equipaggio che aveva iniziato a scendere. I tirreni si dimostrarono tutti molto cordiali e si formò un grande corteo, allegro e ciarliero, che attraversava le strade della cittadina portuale.
Superati i magazzini dei commercianti, ci trovammo di fronte alla piattaforma dei templi che sorgevano appaiati. Di media grandezza, i templi erano riccamente decorati con pitture e sculture dipinte con maestria; nell'insieme davano un'idea d'opulenza, in passato Pyrgi era stato un emporio importante e i suoi monumenti ne erano la testimonianza. Anche all'interno si poteva intuire che la ricchezza degli arredi comportava, molto probabilmente, anche un cospicuo tesoro accumulato nel tempio.
«Questi templi sarebbero un ghiotto boccone per i siracusani» dissi a Lars.
«Che ci provino, saranno accolti adeguatamente».
«Ti assicuro che il contingente d'arcieri che comandi sarebbe assolutamente insufficiente, scusa se parlo con franchezza ma a parer mio la difesa del porto andrebbe migliorata».
«Ti ringrazio per la sincerità, mi farò portatore dei tuoi consigli presso i miei superiori. In realtà abbiamo un contingente di opliti ridotto, in servizio permanente, ed è interamente dislocato nell'interno per fronteggiare Veio. Però il tuo consiglio potrebbe anche essere accolto perché al momento a Veio ci stanno pensando i romani».
«I romani? Che popolazione è?».
«Sono gli abitanti della città di Roma, una città multietnica nostra alleata, popolata da latini, sabini, tirreni e altri italici; per lungo tempo è stata sotto il dominio di Tarquinia ma ora sono i sabini a comandare. È una potenza emergente, con un esercito ben organizzato, ma sono quasi tutti pecorai e contadini; non hanno bravi artigiani e la cultura non è il loro forte. Adesso sono in espansione, stanno rosicchiando territorio a Veio; con Roma abbiamo un accordo commerciale e il loro emporio marittimo è Pyrgi».
Volli anch'io entrare nel santuario di Uni per vedere le prostitute sacre ma me ne pentii perché le ragazze, quasi tutte molto giovani, erano goffe, timorose e la vista mi mise più tristezza che desiderio. Nel pomeriggio, ultimati i rifornimenti, riprendemmo il largo.
Nel pomeriggio del giorno dopo giungemmo in vista della città di Vatl, del lago Prile e oltre lo specchio d'acqua della città di Ruselle.
Il colpo d'occhio era bellissimo, intorno al lago c'era una distesa di campi coltivati a cereali, ortaggi e frutteti; sulle colline uliveti e vigne: una terra ricca come la Sicilia. Imboccammo la foce del fiume Umbro e ci facemmo riconoscere dal comandante la guarnigione dislocata nella torre di guardia a presidio del lago; il comandante, un certo Arnza, con una barca mi raggiunse a bordo. Dopo aver spiegato il motivo della mia visita, Arnza mi chiese di ormeggiare più a largo, da Velthur Satlnai mi avrebbe accompagnato lui.
In barca mi portò fino a un pontile dell'unica isola vicino al promontorio di Vatl, scesi a terra ci venne incontro una donna dall'incredibile massa di riccioli biondi. Vista da vicino mi resi conto che non era un colore naturale, il contorno degli occhi, neri, era evidenziato da un rigo nero e le palpebre erano colorate di verde; le labbra rosse, al collo due fili di perle e le dita piene d'anelli. Aveva un profumo molto pronunciato di agrumi e mughetto, la figura slanciata e un chitone color porpora: nell'insieme l'immagine del lusso più sfacciato, un po' eccessivo, che adornava una bellissima donna.
«Salve straniero, il mio nome è Ramuntha Kansinai, moglie di Velthur Satlnai, con chi ho il piacere di parlare?».
«Alcibiade, figlio di Clinia da Atene».
«Incredibile! IL grande vincitore di Olimpia, non vedo l'ora di guardare che faccia farà mio marito quando t'incontra; m'ha fatto una testa così, parlandomi di te e della tua bellezza... devo dire che non esagerava».
Ero stordito, incredulo, affascinato, imbarazzato e senza parole; non avevo mai incontrato una donna così sfacciata.
Mi avevano parlato della sfrontatezza delle donne tirrene ma questo superava di gran lunga qualsiasi mia ardita fantasia. La vita ateniese non prepara certo ad affrontare donne siffatte.
Guardando quella donna pensai alle donne ateniesi: così pudiche, così riservate, così composte e morigerate; neppure l'etera più spigliata si poteva paragonare a Ramuntha.
Dopo l'inevitabile smarrimento, ritrovai la parola.
«Bene, stupiamolo allora, è qui?».
«Oh sì, andiamo a cercarlo».
C'incamminammo lungo un viale che correva in mezzo a due file di cipressi, fino a un cancello di bronzo, molto elaborato, alto sei cubiti; questo si apriva in un muro di pietra e mattoni della stessa altezza e dava accesso a un giardino con cespugli fioriti e alberi da frutta. In fondo al giardino sorgeva un edificio, su due piani, a pianta quadrata con il lato di cento piedi; tutto intorno era circondato da un porticato con colonne ioniche su cui si aprivano innumerevoli finestre e un'ampia porta ad arco. Dalla porta si entrava in un cortile, anch'esso contornato da un portico, completamente affrescato con scene di caccia e raffiguranti le avventure di Odisseo; al centro del cortile una vasca in marmo per la raccolta dell'acqua. Entrammo in una stanza con scaffali pieni di rotoli di papiro, a un tavolo anch'esso ingombro era chino a scrivere Velthur.
«Guarda chi è venuto a trovarci» disse Ramuntha.
«Per Tinia, non posso credere ai miei occhi, il grande Alcibiade nella mia umile dimora!».
«Umile? Non ci credi mentre lo dici, questa villa è la quintessenza del lusso più sfacciato».
«L'ho detto apposta per farmi fare un complimento, e detto da un aristocratico del tuo livello mi lusinga molto».
«Fai fare una passeggiata per l'isola al nostro ospite, così avrò il tempo per dare disposizioni in cucina e prepararmi per un banchetto che spero sarà degno di tanta celebrità» disse Ramuntha.
Non avrebbe dovuto stupirmi, ma sentire una donna rivolgersi così al marito mi disturbava.
Comunque uscimmo e girammo intorno alla casa, sul retro il giardino si trasformava in un tappeto erboso contornato e attraversato da vialetti in cotto e siepi basse; lungo il muro perimetrale alberi di specie diverse creavano un'alternanza cromatica.
In fondo al giardino, che misurava complessivamente due stadi per tre, c'erano i locali di servizio: una stalla, un forno per il pane e uno per la ceramica, una grande stanza con sei telai e la fucina di un fabbro; la costruzione, su due piani, comprendeva anche gli alloggi dei servi al piano superiore. A fianco di questa c'era una porta carrabile che portava ai campi dove lavoravano una decina di servi; insomma la villa era del tutto autosufficiente.
Velthur era molto orgoglioso della sua proprietà e nel mostrarmela gonfiava il petto come un pavone.
Usciti nei campi, mi mostrò un recinto ampio che conteneva una decina di cavalli, alcuni di essi erano veramente magnifici a conferma delle capacità di allevatore del tirreno.
«Sono in vendita?» gli chiesi.
«Veramente questi li tengo per me e mia moglie ma uno a tua scelta te lo regalo, le tue vittorie olimpiche hanno alzato molto le quotazioni dei miei cavalli. Se vuoi un consiglio, scegli quello stallone nero, non è il più veloce ma è un combattente nato. Io non voglio sapere niente ma è strano che in piena guerra uno stratega in carica sia qui e non a Siracusa».
«Bravo, non mi chiedere niente. Penso che accetterò la tua offerta: sceglierò un cavallo».
Entrai nel recinto e osservai da vicino lo stallone che mi aveva proposto, notai però una giumenta dal mantello bianco candido, ancora più splendente di quello che mi era stato proposto, con l'atteggiamento un poco nervoso, il portamento fiero e gli occhi vivi e attenti a ogni piccolo movimento.
Lodai a lungo le qualità dello stallone nero e dissi che forse per il tipo di utilizzo che avevo in mente era sprecato, mi serviva un cavallo che fosse fisicamente forte, ma meno prezioso e più adatto al viaggio. Vidi che il mio interlocutore apprezzò tale scelta che lasciava nelle sue mani un ottimo esemplare e ne consegnava a me un altro che riteneva ugualmente buono.
Era tempo di rincasare e così facemmo, Velthur mi condusse in una sala grande addobbata con veli multicolori, al centro ne pendevano dal soffitto altri che andavano a formare una specie di tenda. Entrammo e vidi un tavolo imbandito e due letti con un grande cuscino all'estremità e un trono in mezzo ad essi. Intorno ai letti e sul tavolo dei candelieri creavano dei giochi luminosi, evocativi di atmosfere esotiche. Il mio anfitrione mi versò del vino bianco.
«Senti il prodotto delle mie vigne».
Era fresco, profumato e leggermente abboccato.
«Gustalo insieme a queste ostriche freschissime».
Dopo una mezza dozzina d'ostriche e molto vino fummo raggiunti da Ramuntha, rimasi a bocca aperta. Sembrava il banco di un orefice: diadema, orecchini, collana, cintura e anelli tutti d'oro. Molti dei monili che indossava, avevano una lavorazione sorprendente, che non avevo mai visto prima. Sembrava che sulla loro superficie ci fossero delle gocce d'oro fuso appena adagiate, come gocce di rugiada mattutina su una ragnatela. Semplicemente magnifici.
Ramuntha mi disse che questa lavorazione era frutto di una tecnica segreta che sapevano fare solo le maestranze più esperte fra gli orafi tirreni; indossava un peplo color zafferano assolutamente trasparente, fermato da un'altra meraviglia di arte orafa: una fibula d'oro lavorata a rappresentare la figura di una donna alata che appresi essere la dea Turan, l'equivalente della nostra Afrodite.
Ma in mezzo a tanti incanti la sorpresa più stupefacente era lei. Non sapevo dove guardare: aveva due mammelle che sembravano scolpite da Fidia, con dei capezzoli scuri che mi guardavano dritti negli occhi; rimasi con un'ostrica in mano vicino alla bocca e non riuscivo a spostare lo sguardo. Lei si avvicinò e mi disse piano:
«Ho una cosina per te, ugualmente umida ma molto più gustosa».
Mi cadde l'ostrica di mano e Ramuntha si mise a ridere. Velthur disse:
«Non è stupenda la mia dolce consorte?».
Mi sembrava tutto così irreale che non riuscii a rispondere subito.
«Magnifica» dissi appena mi ripresi.
«Su via, accomodiamoci - disse lei - io, in quanto regina della casa, mi siederò in trono».
Dopo poco, finite le ostriche, i servi portarono le altri piatti tutti a base di pesce; per finire frutta secca, candita e fresca accompagnata da un vino rosso, dolce, dell'isola d'Elba.
La conversazione scorreva leggera su vari argomenti: le Olimpiadi, le ultime tendenze dell'abbigliamento, la poesia, i filosofi ateniesi e via discorrendo.
Ogni tanto Ramuntha accennava a mie vicende amorose la cui eco era giunta fin là, il tono era banale ma lo sguardo malizioso. Il mio sguardo, invece, era irrequieto, in continuo movimento ma a tratti rimaneva impigliato nelle trasparenze del peplo di Ramuntha.
I padroni di casa erano molto interessati al teatro e si fecero raccontare gli ultimi spettacoli cui avevo assistito; in particolare erano interessati alle commedie, a tutte le allusioni a uomini politici e alle loro vicende personali. Attraverso le trame delle commedie, a forza di domande venne fuori una panoramica dei pettegolezzi ateniesi fino al momento della mia partenza.
La conversazione rilassata e soprattutto il vino m'inducevano uno stato di torpore; la padrona di casa se ne accorse e mi disse:
«Non ti addormenterai mica, il meglio deve arrivare».
Così dicendo si chinò su di me e mi baciò sulla bocca, imbarazzatissimo mi girai verso il marito che però stava rovistando nel cesto della frutta e non ci guardava; lei rise.
A fine pasto, mentre il marito congedava i servi, Ramuntha si chinò su di me, mi prese la mano e se la portò in mezzo alle gambe dicendo:
«Sentila, l'ho rasata per te, è da quando ci siamo presentati che pregusto questo momento».
Ero paralizzato, l'imbarazzo e il desiderio lottavano dentro di me e m'impedivano qualsiasi ragionamento. Di fronte sentii una grassa risata, mi riscossi e mi voltai: Velthur si stava avvicinando ridendo.
«Stai tranquillo Alcibiade, lasciati andare, vedo il tuo imbarazzo ma da noi non è strano condividere anche questo piacere».
Trascorsi altri tre giorni in loro compagnia e quando m'imbarcai mi sentivo più leggero.
Le distrazioni che mi ero concesso a casa di Velthur avevano contribuito ad allentare la tensione che mi tenevo dentro da molti giorni, adesso ero più ottimista, avevo ripreso vigore e pensavo già alle prossime mosse che avrebbero preparato la strada per il mio rientro in patria.
Riprendemmo la navigazione e in una settimana arrivammo in vista della Sicilia, passammo davanti a Reggio di notte e riuscimmo ad evitare incontri con navi ateniesi. Affrontare i rischi di una possibile cattura mi riportò alla realtà e alle mie ansie, presto avrei saputo che destino volevano riservarmi i miei concittadini; dentro di me cercavo di credere nella loro gratitudine e con l'equipaggio ostentavo una falsa baldanza.
La seconda settimana raggiungemmo il porto di Nauplia, lì congedai l'equipaggio; rimasero con me cinque amici accusati con me della parodia dei misteri eleusini e con loro mi diressi ad Argo. In quella città sapevo di poter contare su diverse amicizie, ma quando raggiunsi la casa del mio amico Eraclide, fui raggelato dalle notizie che mi riferì.
«Caro Alcibiade, che piacere vederti e vederti ancora vivo».
«Sono vivo e determinato a tenere ben salde in mano le redini della mia vita».
«Purtroppo non ti posso invitare a restare, gli ateniesi hanno inviato araldi in tutte le città alleate, per loro sei un morto che cammina».
«Ah sì? Non mi lasciano altra scelta che rivolgermi agli spartani, farò vedere loro quanto sono vivo! Ti prego, concedimi due giorni, il tempo d'inviare un messaggero a Sparta e di ricevere la risposta».
«D'accordo, ma non ti posso concedere di più».
L'idea di essere un latitante mi riempì di nuovo di rabbia, non era del tutto inattesa ma mi poneva in una condizione che mai, fino a un mese prima, avrei pensato potesse essere il mio destino.
Le conoscenze militari che potevo offrire sarebbero state molto utili agli spartani, la situazione ad Atene sarebbe cambiata ed io sarei tornato da salvatore della patria. In realtà avevo molti dubbi, ero solo un latitante, ma ci dovevo credere.

Hera


"Funesto amore tu mi hai regalato,
ansiosa gelosia che mi consuma.
Vivevo gaia e libera tra i monti,
coll'inganno m'avesti nella bruma.
Da allora io ti odio non sai quanto,
ma sola non so stare senza te.
In te potenza massima divina
io scelgo la tua calda umanità.
Adoro la tua anima bambina,
mi sciolgo per le sue fragilità.
Io so che senza me saresti perso
ma scappi sempre in cerca di avventure.
Un giorno potrei ucciderti per questo,
le assenze tue per me sono torture.
Da quando t'ho incontrato sono un'altra,
la pace non è più cosa per me,
se solo senza te riuscissi a stare,
tornare indietro... ormai non si può fare.
La mia consolazione è che anche te,
non riesci a stare più senza di me".


Cavalcando il mio nuovo cavallo bianco, sul sentiero che da Argo conduce a Sparta, ripensavo al componimento che avevo letto nel tempio di Hera; non so chi e quando l'abbia scritto ma ovviamente era una mano femminile che facendo parlare la dea parlava di sé.
I tirreni mi avevano colpito per la loro visione gaudente della vita, certo non li avrebbe portati al dominio del mondo, ma erano felici così.
Nel pomeriggio del secondo giorno di cammino, uscendo da un bosco di lecci, giunsi in vista della valle dell'Eurota; anche se non era opulenta come la Tirrenia, la vista d'insieme dava un'idea di cura, ordine e floridezza.
Sul fondo valle s'intravedevano campi arati, che erano seminati a cereali, altri erano coltivati a ortaggi e sulle colline vigne e olivi. Al centro della valle la città: si distinguevano i templi, le abitazioni, le strade che da essa si diramavano e nemmeno l'ombra di cinta muraria o di altre fortificazioni.
Qualcuno già da tempo doveva aver segnalato la mia presenza perché sulla strada mi venne incontro Endio.
«Salve Alcibiade, benvenuto, hai fatto buon viaggio?».
«Sì grazie, sono molto felice di rivederti».
C'incamminammo affiancati, mi parlò degli ambasciatori siracusani e corinzi che erano giunti in città per chiedere aiuto in Sicilia, del dibattito in corso a Sparta sull'opportunità d'intervenire e della prudenza degli spartiati.
Endio era stato da poco eletto eforo ed era molto interessato alla mia opinione, non era interventista ed io cercavo di convincerlo della necessità, per loro, di bloccare l'espansione ateniese.
Se Atene avesse conquistato la Sicilia, sarebbe diventata una potenza imbattibile.
La strada si snodava in mezzo a un oliveto con piante secolari, ed era popolato da decine di schiavi intenti alla raccolta delle olive. In mezzo a un capannello c'era una donna su un carro: alta, fisico atletico e abbronzato, capelli neri, lunghi fino alla vita e legati in una coda. Aveva in mano un grande telo e stava arringando gli schiavi, probabilmente sull'uso che dovevano farne.
Ci avvicinammo, il sole stava tramontando alle sue spalle ed io non riuscivo a distinguerne bene i lineamenti ma ne percepivo la potente personalità; giunti a pochi cubiti, ci fermammo e ascoltammo l'arringa.
«Questo è un telo di lino leggero, è un quadrato dieci cubiti di lato e su un lato ha un taglio che arriva fino al centro. Lungo il taglio ci sono delle legature in modo che, una volta passato intorno alla pianta, si possa richiudere. Invece di raccogliere le olive una ad una, con l'aiuto di un rastrello potrete semplicemente tirarle via dai rami, cadranno sul telo e le raccoglierete a terra. Così il lavoro sarà più semplice e meno faticoso».
Silenzio assoluto, i servi si guardavano l'un l'altro con aria incredula e timorosa.
«Avanti che non mangio nessuno se mi dite quello che non vi convince!».
Timidamente arrivarono le prime obbiezioni:
«Si sciuperanno i rami».
«Si strapperanno le foglie».
«Stendere bene il telo porterà via tempo».
«Anche raccoglierle di terra, porterà via tempo».
«D'accordo, facciamo una prova: voi due prendete una scala, due ceste e salite su quell'olivo - disse indicando due schiavi e un olivo alla sua sinistra - e voi due prendete il telo, sistematelo sotto quell'olivo, lasciate le ceste in terra e con la scala salite portandovi i rastrelli - e indicò due servi e un olivo alla sua destra - Chi finisce per primo può tenersi le olive raccolte».
I due di sinistra, con le ceste già legate in vita, saltarono sull'olivo come gatti e iniziarono freneticamente la raccolta. I due di destra persero un po' di tempo a stendere il telo e chiuderlo coi legacci, iniziarono a tirar via le olive che gli altri erano già a metà; anche loro si dettero da fare e riuscirono a scendere poco prima degli altri ma avevano ancora da raccogliere le olive di terra, la prova si concluse a favore del vecchio metodo.
I due vincitori esultavano e sbeffeggiavano gli avversari e gli altri di rimando li sfidavano a una gara ad armi pari; a quel punto ci avvicinammo al carro, Endio voleva presentarmi la donna che nel frattempo sembrava prendere con allegria quella che tutto sommato era una sua sconfitta.
«Buonasera Timea, sempre bella, allegra e forte come il sole di mezzogiorno, ti voglio presentare il mio amico Alcibiade di Atene».
Eravamo ad un passo e ci scrutammo l'un l'altra: aveva la mascella prominente, la bocca carnosa il naso un po' all'insù e due occhi neri, penetranti, che sembravano frugarti l'anima: incuteva soggezione e rispetto.
«Ah, il famoso Alcibiade: guerriero indomito, rovina famiglie, trionfatore di Olimpia, stratega, sacrilego e traditore della patria».
Rimasi un attimo senza parole ed Endio si mise a ridere.
«Alcibiade, ti presento Timea, moglie di re Agide, una donna che non lascia certo indifferenti».
«Non avertene per ciò che ho detto, ho soltanto ripetuto ciò che ho sentito di te. Non ti conosco e non ho un giudizio su di te».
«Ti ringrazio per la sospensione del giudizio, vedrai che non tutto ciò che dicono di me è vero».
«Sono convinta che la tua affermazione valga per chiunque».
C'incamminammo verso il sole rosso che andava a nascondersi dietro le colline e verso la città, i servi salirono sul carro guidato da Timea, io ed Endio ai lati proseguimmo la conversazione con la moglie del re.
«Immagino tu abbia già una sistemazione per la notte» disse Timea.
«Alcibiade sarà mio ospite tutto il tempo che vorrà».
Entrati in città, le nostre strade si divisero, notai che i passanti che incrociavamo mi guardavano tutti con molta curiosità, non capivo il perché.
«Perché mi guardano tutti come se fossi un animale raro?».
«Tu sei un animale raro, Alcibiade, ti sei accorto che qui portiamo tutti i capelli cortissimi?».
«Beh, sì e no, diciamo che non c'avevo fatto molto caso».
«Qui a Sparta, i tuoi lunghi boccoli biondi, spiccano come un corvo nella neve».
Nel frattempo avevamo raggiunto casa di Endio, Alcmena sua moglie mi dette un benvenuto sicuramente sincero, ma notai che sembrava preoccupata. Appena rimanemmo soli, chiesi a Endio se ciò fosse dovuto alla mia presenza, il mio amico mi rassicurò:
«No, è preoccupata per il nostro figlio maggiore: fra pochi giorni dovrà affrontare la krypteia che qualche rischio lo comporta sempre. Comunque con i rischi dovrà convivere, e l'unico modo per contenerli è imparare ad affrontarli, inoltre un guerriero fin quando non ha ucciso un altro uomo non può chiamarsi tale».
Gli amici mi offrirono, prima di cena, la possibilità di farmi un bagno e accettai volentieri; ne approfittai così per tagliarmi completamente i capelli che mi rendevano tanto strano agli occhi degli spartani. Quando mi presentai a Endio, questo si mise a ridere. «Ottima idea - mi disse - abbiamo un appuntamento, insieme alla delegazione corinzia e siracusana con Agide, per fare il punto sulla situazione siciliana».
Quindi ci recammo a casa di re Agide, che mi accolse con cordialità, ma anche con certo distacco.
«Benvenuto a Sparta Alcibiade, mi dice Endio che hai da darci importanti informazioni sulla guerra siciliana e sulle sue conseguenze».
«Prima di tutto vorrei sgombrare il campo da comprensibili diffidenze nei miei confronti, vengo con spirito d'amicizia e collaborazione nei confronti di Sparta che mi offre questa possibilità di riscatto».
«Non ti preoccupare non sono prevenuto, so che non avevi alternative: sei al bando in tutta la Grecia, chi si vuol far nemica Atene basta che ti ospiti. Se non ti salto al collo come a un fratello è perché non abbiamo ancora avuto modo di conoscerci. Venite, raggiungiamo a tavola gli ambasciatori».
Ci accomodammo a sedere intorno a un tavolo, a Sparta non è in uso mangiare distesi su un letto. Dopo i saluti di rito Empedocle, l'ambasciatore siracusano, venne subito al nocciolo della questione invitandomi a intervenire.
«Alcibiade, tu più di tutti noi puoi chiarire la gravità della situazione; la politica spartana è improntata alla prudenza, solo tu puoi convincerli che non è più possibile tergiversare, l'intervento in soccorso di Siracusa è essenziale se le città greche vogliono sperare in un futuro indipendente. Se Atene vince questa guerra, allargherà il suo impero a tutta l'Ellade, saremo tutti sotto il suo tallone».
«Ciò che dice Empedocle è vero, quando ho lasciato la Sicilia, l'esercito ateniese stava costruendo una muraglia fortificata intorno a Siracusa, non dovrebbe mancare molto all'ultimazione dell'opera e poi sarà questione di pochi mesi per giungere alla capitolazione della città. Sconfitta Siracusa sarà semplice impadronirsi di tutta l'isola, Atene disporrebbe così di risorse immense e potrà allestire un esercito mai visto e mantenerlo senza chiedere niente ai suoi cittadini».
«Mi sembra che il quadro che ci hai fatto sia, forse, un po' troppo catastrofico. Non voglio sminuire tua analisi, ma le nostre capacità d'intervento sono limitate e abbiamo ancora una spina nel fianco a Pilo; per ora siamo in pace con Atene e il forte di Pilo non ci crea problemi ma se entriamo in guerra diventerebbe un luogo di reclutamento degli iloti ribelli. Insomma non ci possiamo permettere un corpo di spedizione in Sicilia».
«Penso che tu non riesca ad afferrare la gravità della situazione, inoltre non ti suggerisco d'inviare un esercito tutto di spartiati, quello vi servirà altrove. Il mio suggerimento è di armare una flotta di una decina di triremi, con l'equipaggio formato interamente da opliti che, una volta giunti a terra, saranno il contingente di rinforzo. Questo per lo più sarà composto da corinzi e altri alleati».
«Corinto può fornire sia le navi che gli opliti» disse il delegato corinzio.
Confortato dal suo intervento, proseguii.
«Sparta dovrà inviare solo un centinaio di spartiati che avranno il compito di addestrare gli opliti siracusani e fungere da comandanti di compagnia, imporranno così la disciplina che ai siracusani manca. Il grosso dell'esercito spartano, invece, dovrebbe invadere l'Attica per fortificare Decelea; una fortezza nel cuore dell'Attica sarebbe un incubo per gli ateniesi, in più avreste a disposizione le risorse alimentari della zona e potreste sfruttare anche le miniere d'argento. Oltre ad alimentare la guarnigione potrete sfruttare l'argento per reclutare mercenari».
Agide sembrava dubbioso ed espresse così il suo pensiero:
«Sicuramente alcuni aspetti del tuo piano sono interessanti ma per un simile intervento bisogna coinvolgere tutta la città; esporrai il tuo piano all'assemblea».
Così fu stabilito, l'indomani fu convocata l'assemblea cittadina a cui oltre a me parteciparono anche gli inviati siracusani e corinzi.
Arrivai nell'agorà accompagnato da Endio, tutti gli occhi erano rivolti verso di me e i più non erano amichevoli, sentivo ostilità e risentimento; contrariamente ad Atene c'erano molte donne presenti e tra loro qualche sguardo benevolo lo notai.
Le autorità, i due re Agide e Plistoanatte, gli efori e i membri della gerusia si posizionarono nella stoà persiana e io insieme a loro.
Agide introdusse l'argomento:
«Spartiati, la maggioranza di voi saprà già il motivo della convocazione di quest'assemblea, la città di Siracusa ha inviato i suoi ambasciatori per chiedere il nostro aiuto contro Atene e i suoi alleati. Voglio ricordare i vincoli di sangue che ci legano a quella città ma anche che con Atene abbiamo un trattato di pace; adesso ascolteremo gli ambasciatori siracusano e corinzio che peroreranno la loro causa».
Empedocle si presentò a fianco di Agide ed espose con calore la propria causa:
«Fratelli dori, valorosi difensori della libertà delle città greche, mi appello a voi in nome della comune discendenza e, permettetemi, anche del comune interesse. Un grave pericolo incombe sulla Sicilia e su tutto il mondo greco, un cerchio di fortificazioni ateniesi sta per chiudere, in una morsa di ferro, la nostra città. Se non riceveremo aiuto, questa sarà la premessa della nostra capitolazione. Soggiogati noi, sarà un gioco da ragazzi, per Atene, annettere al suo impero tutta la Sicilia. La nostra isola è una terra ricca e gli ateniesi sanno già come intendono utilizzare le sue ricchezze: recluteranno un'armata grandiosa e rivolgeranno le proprie armi contro il Peloponneso. Per questo fratelli vi dico: la nostra libertà è la vostra! Accorrete in nostro soccorso, combatterete anche per il vostro futuro».
Agide prese di nuovo la parola:
«Vorrei adesso che ascoltaste, senza pregiudizi, quello che ha da dirci Alcibiade».
Mentre facevo un passo avanti per iniziare il mio discorso, la folla davanti a me dette segni d'insofferenza, un mormorio diffuso e diversi urli mi arrivarono alle orecchie; chi mi diceva sacrilego, chi traditore.
Anche se me lo aspettavo, ci rimasi molto male. Nonostante il clima ostile, non mi persi d'animo, dovevano capire che il mio comportamento era onesto.
«Glorioso popolo di Sparta, prima di esporvi quello che è il mio pensiero sulla guerra in Sicilia, è doveroso sgombrare il campo dalle calunniose notizie che vi sono giunte al mio riguardo. Innanzitutto vorrei ricordarvi che la mia famiglia ed io stesso siamo sempre stati buoni amici di Sparta, ne possono essere testimoni i prigionieri di Sfacteria che sono stati miei ospiti. So che voi avete uno Stato ben strutturato, giusto e ben governato, e quindi farete fatica a seguirmi ma ascoltatemi attentamente, perché le accuse che mi hanno costretto a fuggire per non essere ucciso... non sono vere! Sono il risultato della lotta politica ateniese».
In prima fila, a pochi cubiti da me, si fece avanti Timea che urlò:
«Allora perché non ti sei fatto processare?».
Questo non me lo aspettavo e quella donna, unica al mondo, m'incuteva un certo timore.
«È appunto quello che sto cercando di spiegare: come sapete ad Atene i tribunali funzionano diversamente da qui, non ci sono magistrati preposti a giudicare, le giurie sono estratte a sorte tra tutti i cittadini che si rendono disponibili. Chi ha montato queste accuse è stato molto astuto: già il giorno prima della partenza per la Sicilia si era presentato uno schiavo per accusarmi ed io volevo subito affrontare il processo ma non mi è stato concesso. Quelli che mi hanno condannato sono, in gran parte, miei nemici perché i miei amici, i miei soldati, erano assenti al momento del processo. La giustizia ateniese è malata, è diventata uno strumento di lotta politica; penso che sia evidente a tutti che la democrazia è pura follia. Quindi, non sono io il traditore, sono stato tradito dalla mia stessa patria! Ovviamente ne ho nostalgia e con il vostro aiuto voglio riconquistarla armi in pugno».
Il silenzio assoluto nell'agorà di Sparta: avevo ottenuto un'apertura di credito; gli sguardi su di me non erano più aggressivi. Ripresi il discorso.
«Non aggiungerò una sola parola a quanto già detto da Empedocle sul pericolo che sta correndo l'Ellade a lasciare che Atene persegua la sua politica di conquista, lo sottoscrivo in pieno. Voglio invece spiegarvi come, secondo me, è possibile fermare Atene senza grandi spiegamenti di mezzi. A Siracusa non è il potenziale che manca, hanno anche degli ottimi reparti di cavalleria, a mancare è l'esperienza bellica e la disciplina. In Sicilia basterebbe un contingente, che Corinto si è impegnata a inviare, con aggregati non più di cento spartiati che fungano da addestratori e comandanti dei reparti siracusani. Invece, per impedire la reazione ateniese, il grosso dell'esercito del Peloponneso dovrebbe invadere l'Attica e costruire una fortificazione a Decelea. Così facendo gli ateniesi non disporrebbero più dei prodotti agricoli delle loro terre, inoltre potreste sfruttare le miniere d'argento della zona. Vi assicuro che se farete così, Atene sarà in grossa difficoltà. In ultimo voglio ricordarvi l'urgenza di prestare soccorso a Siracusa: la città è isolata e sarà presto circondata da fortificazioni ateniesi, se questo si concretizza non avrà più scampo ma se romperà l'assedio saranno gli ateniesi ad essere isolati. Sta in vostro potere, Spartani, concretizzare queste iniziative con energia e risolutezza, poiché io credo fermamente che siano realizzabili e penso di non commettere errori di calcolo; il vostro futuro e quello di tutta l'Ellade è nelle vostre mani».
Finito il mio discorso nell'agorà, si levò un brusio generale, tutti cominciarono a discutere fra loro e Timea, guardandomi con un sorriso beffardo, applaudì. Anche sotto la stoà, le autorità spartane discutevano e la maggior parte dei commenti era favorevole all'intervento. Dopo un paio di minuti, Agide, raggiunto l'accordo con gli efori, riprese la parola.
«Spartani, volete voi dare questo dispiacere ad Atene e riaprire le ostilità?».
Un boato d'assenso si levò dalla folla, gli spartani non vedevano l'ora di sconfiggere gli ateniesi: avevo ottenuto quello che volevo.
I re Agide e Plistoanatte, gli efori e gli ambasciatori corinzi e siracusani stabilirono che il comando dell'armata in Sicilia venisse assegnato a Gilippo e l'assemblea fu sciolta. Io ed Endio ci avviammo verso casa sua ma fummo subito intercettati da Timea che mi apostrofò così:
«Immagino che tu sia orgoglioso di ciò che hai fatto, dopo che hai trascinato la tua città in un'avventura che le ha già portato numerosi lutti, vuoi moltiplicare il numero delle vedove ateniesi; da dove vieni, dal Tartaro? Sei Thanatos che vuole vendicarsi degli eraclidi? Sei un bambino viziato che gioca con la morte degli altri!».
Difficilmente mi si zittisce, fino allora solo Socrate aveva questo potere, ma quella donna bella, forte e appassionata col suo sguardo mi tramortiva.
Il turbamento che mi procurava mi aveva rovinato la giornata ma io sapevo che quello era l'inizio della mia riscossa e i fatti mi avrebbero dato ragione.

Artemide


Per un decennio nella mia anima, in una parte nascosta che volevo ostinatamente ignorare, s'è combattuta una battaglia che adesso è giunta alla fine; non potevo ammettere quella che mi pareva una debolezza. Adesso che ho capito mi sento nel contempo in pace e smarrito; in pace con un'anima che sento più mia, ma sperduto, che questo nuovo sentimento per me è smarrimento. Il fatto è che non mi riconosco più, non vedo più il mondo con gli stessi occhi e a questo punto sento proprio il bisogno di dirlo: lei mi manca. Timea mi manca terribilmente e, ora che ho perso tutto, avrei bisogno del suo parere e della sua perspicacia per trovare una nuova strada, un nuovo inizio. I suoi occhi scuri e profondi come un pozzo li vedo ancora scavare nei miei, la sua pelle di petali di rosa, la sua bocca di fragola e le sue mani forti e morbide le sento ancora su di me; tutto mi manca. Lei mi ricorda Artemide, l'orgoglio di esser donna, la fierezza indomita della propria indipendenza materiale e intellettuale; la sua contrarietà alla guerra è conseguenza della sua natura.
Timea è più a suo agio nei boschi che in città, tra gli iloti e i perieci che tra gli spartiati; le contese politiche la disgustano, non disdegna la competizione ma non sopporta l'esasperazione. Non c'è uomo in Sparta cui non tenga testa e molti la temono. Alla dea è molto devota e spesso l'ho vista uscire dal tempio di Artemide Tauridea che, secondo i lacedemoni, è stato fondato da Ifigenia. Probabilmente, come Artemide, non avrebbe voluto sposarsi ma questo non è ammesso e ha scelto il male minore.
Un paio di giorni dopo l'assemblea, che tanto successo mi portò, la incontrai che correva verso i campi fuori città. L'inverno incipiente ci offriva una giornata serena ma un po' nebbiosa, io stavo tornando da un bagno freddissimo nell'Eurota perché mi ero messo in testa di dimostrare a tutti che potevo assumere comportamenti degni del più duro dei lacedemoni. Venendomi incontro rallentò e mi disse:
«Mi fai compagnia nella corsa?».
«Credevo non mi sopportassi».
«Mah, non sei peggio degli altri, non condivido la vostra passione per la guerra, ma in questa città tutto è in funzione della guerra. A proposito di guerra, come sta il figlio di Alcmena?».
«Si sta riprendendo, aveva perso molto sangue, se l'è vista brutta, ma non è in pericolo di vita».
«Ecco, questo è un esempio di quanto possa essere stupido giocare alla guerra. È così importante per la formazione dei nostri ragazzi uccidere un altro uomo solo per completare l'addestramento bellico? E le conseguenze? Uccidere un ilota non è come uccidere un animale del proprio allevamento, queste cose generano rancori che magari generano delle rivolte ma, anche sedare rivolte serve all'addestramento dell'esercito. Comunque, nel migliore dei casi, il malumore crea dei problemi nei rapporti con i nostri servi; problemi che dobbiamo gestire noi donne. Ti puoi immaginare quanta fatica si debba sprecare per ripristinare un rapporto di fiducia, i nostri uomini non sono minimamente fiorati da tutto ciò. Tutto diventa motivo di scherno, tutto serve ad alimentare la competizione. Questo mi fa montare la rabbia e allora vado nei boschi per ritrovare serenità e pace. A volte mi verrebbe voglia di andarmene da questa città guerriera, ma poi penso alla condizione delle donne ad Atene e nel resto della Grecia e capisco che è meglio rimanere qui».
«Di recente sono stato ospite da un mio amico tirreno, penso che là ti piacerebbe. Le donne non sono sottomesse come ad Atene e uomini e donne si godono la vita, a volte anche in maniera sfrenata».
«Certo è meglio che qua, ma non è questo che vorrei, è dunque così difficile trovare un equilibrio? È dunque un sogno impossibile vivere in una città in cui regni la collaborazione e il rispetto reciproco?».
«Non so se è impossibile, certo è molto difficile perché non conosco nessuna città così».
Nel frattempo avevamo oltrepassato i campi e ci stavamo inoltrando in un bosco di lecci molto buio, io per risparmiare il fiato partecipavo alla conversazione con commenti sempre più lapidari, era comunque lo spazio che Timea mi concedeva. La prima donna di Sparta aveva un fiato invidiabile e non rimaneva mai a corto di argomenti. Il bosco intorno a noi era molto fitto, soprattutto sopra le nostre teste, la nebbia bassa e un po' rarefatta creava un'atmosfera irreale e intima. Finalmente rallentammo un po', improvvisamente mi mise la mano destra sulla spalla e si abbassò tirandomi giù; col braccio sinistro m'indicò davanti a noi una radura. L'unica zona di luce e di verde in quel bosco così buio che era senza quasi sottobosco: in mezzo c'era una stupenda cerva dal mantello rosso e accanto aveva un piccolino maculato che stava succhiando avidamente dalle sue mammelle. Rimanemmo qualche secondo a guardare la scena, poi Timea si alzò, la cerva ci guardò per qualche attimo indecisa poi scappò via col cucciolo ma quell'attimo, quello sguardo, me lo ricordo ancora. Riprendemmo il camino in silenzio, per un po' procedemmo al passo ed io la scrutavo di sottecchi, si vedeva che rimuginava qualcosa ma non avevo il coraggio di chiederle cosa; a un tratto, fu lei a rompere il silenzio.
«Io come sai non ho figli, Agide insiste per averne, io vorrei tanto una femmina, lui un erede. Io sono atterrita dall'idea di avere un maschio, me lo godrei per sette anni e poi lo trasformerebbero in un animale assetato di sangue: non sarebbe più mio figlio, ma il figlio della macchina militare spartana».
«Ormai ho capito bene che hai una particolare avversione per la guerra, ma sentire una critica così spietata del sistema spartano da parte della moglie di re Agide fa un certo effetto».
«Lo so, dovrei essere dotata di un maggiore spirito patriottico, in fondo sono stata educata a pensare alla gloria di Sparta; lo stato è tutto e noi siamo niente. Questo non mi piace, ma non credere che disprezzi la mia città, io sto meglio qui che da qualsiasi altra parte. Quello che non sopporto sono i paraocchi che ci vengono imposti, è evidente che ci mancano un sacco di cose che rendono bella e piacevole la vita nelle altre città. Io sono appassionata di teatro ma il teatro qui non è ammesso, qui è pericoloso perché fa pensare e non è consentito, corrompe la coscienza civica e distoglie dall'attività principale cioè la guerra. Pilade, un mio amico ateniese, mi ha portato il testo di tre tragedie di Euripide: Medea, Le supplici e Le troiane quest'ultima penso che ti riguardi».
«Perché?».
«Non fare l'ingenuo con me, sappiamo tutti che si riferisce all'eccidio dei Meli; tu eri già stratega allora. Pilade mi ha anche insegnato a recitare le parti di Medea, guarda: "Oltraggiami: ché a te l'asil non manca, ed io debbo partir soletta ed esule"».
Così dicendo, s'inginocchiò davanti a me e allargò le braccia lanciandomi uno sguardo pieno di rancore: molto convincente. Io non mi ricordavo certo a memoria il testo della Medea di Euripide, l'avevo vista al teatro di Dioniso che ero ancora claudicante per la ferita riportata a Potidea, erano passati diciassette anni. Però ci tenevo a far bella figura e con quel poco che ricordavo improvvisai, feci la faccia disgustata e dissi:
«"Basta, che non voglio stare a discutere con te, se vuoi del denaro per ricominciare altrove insieme ai figli te ne darò in abbondanza"».
Timea si mise a ridere.
«Giasone non dice esattamente così ma il senso è quello, in più dice anche che il denaro lo chiederà al futuro suocero e lei gli risponde: "Trarre profitto io non potrei dagli ospiti tuoi, né gradire checchessia di tuo, e tu non offrirmelo: ché i doni dei tristi, mai vantaggio non arrecano"».
«"Che gli dei mi siano testimoni io non desidero altro che il bene tuo e dei nostri figli. Ma a te il bene non piace e per superbia scacci gli amici"».
«"Va' via: ché brama della nuova sposa t'invade, mentre fuori dalla reggia qui ti trattieni. Celebra le nozze. Pure, se vorranno gli dei, saranno tali nozze, che tu vorresti ben disdirle"».
«A questo punto mi sembra che ci sia il coro».
«Sì, a questo punto c'è il coro. Mi vengono i brividi a recitare la parte di Medea, la sento come se fossi io a subire quell'umiliazione. I miei concittadini, a partire da mio marito, non lo capiscono, anzi per loro è solo fumo negli occhi».
Riprendemmo il cammino, mi fece un sacco di domande su Atene: com'era nelle varie stagioni, com'erano i monumenti, la gente e anche su Socrate di cui aveva sentito parlare. Le raccontai del nostro ultimo incontro e lei condivise in pieno la posizione del mio perduto amico. Ormai non correvamo più e la conversazione si protraeva piacevolmente fra domande sue e scambi d'idee sui più disparati argomenti; non sentimmo neanche la fame e ci accorgemmo che avevamo passato tante ore insieme perché uscendo dal bosco il sole era alto nel cielo. La passeggiata nel bosco si ripeté altre volte con una frequenza sempre maggiore, finché, a primavera, l'esercito spartano si preparò e poi partì per l'Attica secondo le mie indicazioni.
Con la partenza di Agide, ci sentimmo più liberi di frequentarci ed io l'accompagnavo anche nei sui spostamenti nelle loro fattorie. Un giorno c'era da prendere un aratro da riparare, un altro era richiesto il suo intervento per decidere su una nuova coltivazione; oppure si doveva recare a dirimere una controversia tra confinanti. Io mi sentivo sempre più attratto da lei, ma non avevo il coraggio di tentare degli approcci.
Una sera tornando a casa, Endio mi aspettava, mi salutò e mi disse:
«Ho notizie da Siracusa, Gilippo è riuscito a rompere l'assedio e ha anche conquistato una fortezza che domina la città dall'alto di una collina, ora gli ateniesi sono in una posizione scomoda e questo grazie anche ai tuoi suggerimenti, sei l'uomo del giorno a Sparta. Io, come tutte le sere, vado al pasto conviviale e anche tu sei invitato; la considerazione degli spartiati nei tuoi confronti è molto cresciuta e tutti ora pendono dalle tue labbra. Sento la necessità di metterti in guardia: la frequentazione di Timea non è passata inosservata. Qui a Sparta non è insolito che un uomo frequenti una donna sposata, però si tratta della moglie di Agide, lei ci dovrebbe dare un successore, un futuro regnante, inoltre tu sei uno straniero, ben accetto ma pur sempre uno straniero».
Alla cena conviviale fui accolto benissimo e travolto dalle domande: tutti volevano il mio parere sui più disparati argomenti, soprattutto riguardo alla strategia. Mi informarono che Agide stava fortificando Decelea e aveva ottenuto anche la collaborazione di un buon numero di contadini della zona. I commerci degli ateniesi ormai erano solo marittimi e questo aveva fatto aumentare incredibilmente i prezzi di tutti i generi a partire dal grano. Io espressi l'opinione che forse era giunto il momento di mettere in ginocchio Atene colpendola dove avrebbe sentito più male: nella Ionia. Le maggiori città della costa anatolica e delle isole prospicenti non vedevano l'ora di liberarsi del giogo ateniese. Questo presupponeva di mettere in mare una flotta capace, se non di sconfiggere, quanto meno di contrastare le navi ateniesi; Sparta non aveva i mezzi economici per mettere in mare e mantenere una simile flotta, quindi secondo gli efori e gli altri presenti il progetto non era facilmente realizzabile. Io feci loro presente che i persiani avrebbero pagato profumatamente per liberare la Ionia dalla presenza ateniese. Non riuscii a convincerli ma rientrando a casa di Endio insistetti con lui sull'importanza di seccare alla sorgente i tributi ionici: meno soldi nelle casse ateniesi, meno navi ateniesi in mare e più alleati per Sparta.
Il mattino successivo andai a cercare Timea e la trovai nei pressi di casa sua, le riferii dei timori di Endio riguardo alla nostra amicizia, lei si adombrò subito e mi disse:
«Bene, vieni con me».
Mi condusse a casa sua e appena chiusa la porta alle nostre spalle mi abbracciò e mi baciò appassionatamente.
«Era tanto che volevo farlo ma aspettavo che fossi tu a fare il primo passo, ho visto che ti piacevo e col tempo anche tu mi sei piaciuto sempre più; quello che mi hai raccontato mi ha spinto a rompere gli indugi».
I momenti d'intimità che sono seguiti li porto sempre con me e non li condivido con nessuno.
Passammo insieme i mesi successivi nella più assoluta e beata incoscienza, i consigli di Endio alle ortiche, tutti si resero conto del rapporto che ci legava l'un l'altra. L'estate ci portò la notizia della sconfitta dell'armata ateniese in Sicilia, la città festeggiò l'evento per tre giorni consecutivi e, per un po', raccolsi complimenti invece dei soliti sguardi biechi che accompagnavano le mie uscite degli ultimi tempi. La notizia della sconfitta ateniese si era diffusa in tutto il mondo con la velocità di un fulmine e all'inizio dell'autunno giunsero a Sparta due delegazioni: una dall'isola di Chio guidata da Tissaferne, satrapo di Lidia e Caria, l'altra guidata da Calligito e Timagora fuoriusciti di Cizico nell'Ellesponto inviati da Farnabazo satrapo di Frigia. Entrambe le delegazioni chiedevano l'intervento spartano, la prima per liberare dal giogo ateniese la Ionia con l'appoggio della flotta chia che contava sessanta triremi e il sostegno economico di Tissaferne; la seconda per liberare l'Ellesponto con l'appoggio economico di Farnabazo.
In quei giorni Timea mi dette una notizia che mi lasciò senza fiato: stava aspettando un piccolo Alcibiade. La cosa mi riempì di gioia ma era carica d'implicazioni e d'inevitabili conseguenze. La nascita del bimbo sarebbe stata un evidente affronto a re Agide, da quel giorno l'avrei dovuto mettere nell'elenco dei nemici personali e la mia permanenza a Sparta diventava una chimera. Timea si accorse dei pensieri che mi attraversavano la mente e mi disse:
«So a cosa stai pensando, quando la gravidanza diverrà evidente la tua vita varrà meno di niente se rimani qui».
«Ma non posso tornare neanche ad Atene, anche lì m'aspetta la morte».
«Comunque, anche lontano, ti preferisco vivo».
«Va bene, abbiamo un po' di tempo ancora, qualcosa succederà».
Qualcosa successe, in quei giorni si moltiplicavano le discussioni fra gli spartiati su quale sarebbe stata la strategia da adottare contro Atene per infliggerle la definitiva sconfitta. Le fazioni erano tre: i sostenitori di Tissaferne, quelli di Farnabazo e, inaspettatamente, quelli di Agide che nel frattempo era stato contattato dagli emissari di Mitilene nella fortezza di Decelea. L'esito della disputa sembrava molto incerto e gli efori erano divisi sul da farsi. A quel punto Tissaferne mi convocò e col suo emissario concordai un incontro fuori città. C'incontrammo a quattr'occhi e il satrapo esordì così:
«Salve Alcibiade, avrei voluto incontrarti in circostanze migliori, sono convinto che io e te possiamo intenderci meglio di quanto tu non riesca a fare con gli spartani. La tua storia parla di un uomo colto e raffinato e, onestamente, nonostante i tuoi sforzi, non mi sembra faccia per te la vita spartana. Perdona la franchezza. Comunque non è per darti lezioni che sono qui, ho saputo che gli spartiati tengono molto in considerazione la tua opinione ed io potrei pagarti molto bene se mi aiutassi a far pendere la bilancia delle loro decisioni dalla mia parte».
«Il tuo denaro non mi interessa ma un accordo potremmo comunque trovarlo. Come hai detto tu probabilmente sono più adatto a una vita presso la tua corte ed io potrei aiutarti a liberarti dalla presenza ateniese nella Ionia se mi assicuri la tua protezione e mi concedi un posto da consigliere alla tua corte».
Il satrapo scoppiò a ridere.
«Molto bene, a Sardi sarai accolto a braccia aperte».
La sera stessa raccontai a Timea il colloquio avuto con Tissaferne, pur mantenendo il controllo, non riuscì, o forse non volle, reprimere le lacrime.
«Purtroppo non hai alternative» mi disse.
Nei giorni successivi mi dedicai a un'accorata e convincente campagna di persuasione, in fondo gli argomenti non mi mancavano: con l'appoggio della flotta di Chio, Sparta avrebbe raccolto il massimo risultato col minimo sforzo. Alla fine la bilancia si spostò dalla mia parte ma gli spartani, diffidenti come sono, vollero prima inviare un perieco, tale Frinide, per un'inchiesta destinata ad appurare se la gente di laggiù disponesse davvero di un numero di navi pari a quello divulgato, e se la città in complesso potesse contare su risorse corrispondenti alla stima che la cingeva. Appena questo agente ebbe inoltrato un rapporto positivo sulle reali dimensioni della potenza isolana, in tutto uguali alle voci che circolavano, Sparta iscrisse subito nella sua lega i Chii e i cittadini di Eritre, decretando una spedizione di quaranta navi che unite alle sessanta dei Chii avrebbero costituito una considerevole squadra navale. Dopo alcune controversie fu stabilito di assegnare il comando a Calcideo, io sarei stato il suo vice. Gli spartani chiesero ai corinzi di allestire quaranta triremi nei loro cantieri, nel frattempo Agide venuto a conoscenza del progetto si disse d'accordo a puntare su Chio e designò Alcmene comandante della squadra navale. I corinzi però non produssero l'impegno sperato e le quaranta navi condotte da Alcmene non partirono che all'inizio dell'estate.
La gravidanza di Timea, nel frattempo, si era fatta sempre più evidente e tutti ormai mi guardavano con malanimo, solo Endio e pochi altri mi dimostravano ancora la loro amicizia.
Gli ateniesi nel frattempo avevano saputo delle manovre spartane e aspettavano al varco la flotta che doveva salpare da Corinto; infatti, quando le navi corinzie lasciarono il porto furono inseguite e costrette a rientrare, la squadra navale attica le tenne bloccate nel porto. Fortunatamente per me altre cinque navi erano state allestite in Laconia direttamente dagli spartani ed io riuscii a convincere gli efori che era urgente la loro partenza per far sollevare le città di Chio ed Eritre; era fondamentale cogliere l'avversario di sorpresa e questo era il momento giusto. Quindi fu dato seguito alle decisioni prese ed io lasciai Sparta col piccolo naviglio, ufficialmente sotto il comando di Calcideo, e il rimpianto del distacco da Timea ma sollevato di sfuggire a un nuovo pericolo.
Soltanto adesso sento a pieno il peso di quel distacco.

Poseidone


Ascolta Poseidone signore della terra, dio dai bruni capelli, che tieni tra le mani il tridente lavorato in bronzo, che abiti le fondamenta del mare che fai risuonare, dal cupo fragore, scuotitore della terra, ricco di flutti, datore di gioia, che hai ricevuto in sorte come terza parte le profondità del mare; concedici un viaggio sicuro. O tu che hai la suprema forza per sempre indistruttibile di Zeus, trasforma le nostre navi in quadrighe invisibili trainate dai tuoi amati cavalli e facci arrivare salvi in Ionia.
Finalmente in azione, soltanto cinque navi a mia disposizione ma se agivo con rapidità e mi muovevo con attenzione potevano essere sufficienti.
Respiravo avidamente l'aria salmastra e assaporavo il vento caldo tra i capelli che stavano ricrescendo, l'anima si nutriva del ritmo dei vogatori, degli ordini secchi e delle pronte risposte; gli schiocchi delle vele, gli scricchiolii del fasciame e il gemere delle cime erano il peana della mia riscossa, avrei fatto vedere a quei bottegai quanto fossi ancora vivo e pericoloso per la loro stessa sopravvivenza.
Il mio piano era ardito e avevamo bisogno di tutta la fortuna possibile e la benevolenza del dio del mare, Calcideo si lamentava ogni giorno e si dava dello stupido per essersi lasciato convincere all'impresa.
«Io non sono certo un codardo, il coraggio non mi manca ma attraversare tutto l'Egeo con l'illusoria speranza di non essere visti è da folli» mi diceva.
«Certo un po' di fortuna è essenziale, ma l'importante è evitare le squadre navali attiche».
La fortuna, però, non bastava e per star tranquilli catturammo tutte le imbarcazioni che incrociammo, costringendole a tenere la nostra velocità.
Seppi poi che la squadra ateniese che bloccava le triremi corinzie si era gettata al nostro inseguimento senza riuscire a raggiungerci.
Alla fine del viaggio, che si concluse a Corico vicino ad Eritre, dove avevamo appuntamento con la fazione oligarchica di Chio, la nostra flottiglia era raddoppiata. Una volta sbarcati liberammo i prigionieri e prendemmo contatto con la delegazione di Chio; con i chii concordammo di attendere una settimana e presentarsi nel porto dopo che la popolazione fosse preparata all'evento.
Il giorno concordato entrammo nel porto di Chio e sbarcammo senza indugi, lo scompiglio si diffuse dal porto in tutta la città; la guarnigione di presidio si presentò in assetto da combattimento ma gli equipaggi lacedemoni erano interamente composti da opliti e ne trasportavamo altri, i chii si trovarono di fronte a una falange di cinquecento guerrieri spartani e non osarono muovere un passo.
Calcideo si fece avanti e chiese del comandante la guarnigione, un oplita piuttosto timoroso si presentò come tale e il comandante spartano gli chiese di conferire coi pritani. Dopo qualche minuto giunse la delegazione con cui c'eravamo già incontrati che ci condusse di fronte al consiglio che era riunito come concordato.
L'ordine del giorno della boulè era la liberazione dell'isola dal giogo ateniese e, come c'informò uno degli oligarchi, gli interventi fin lì succedutosi erano piuttosto timorosi per l'inevitabile reazione attica. Chiese allora la parola Calcideo che assicurò ai presenti il più concreto ed energico impegno spartano per la liberazione di tutta la Ionia dalle vessazioni imperiali, di lì a qualche giorno saremmo stati raggiunti da una flotta di triremi peloponnese e potevamo contare anche sull'appoggio di Tissaferne.
A quel punto tutti i dubbi decaddero e tutti i timori svanirono, tutto il consiglio votò convinto il distacco di Chio dalla lega Delio-Attica e l'alleanza con Sparta.
Nei giorni successivi io e Calcideo, accompagnati da una delegazione chia, passammo prima da Eritre e poi da Clazomene ottenendo anche la loro alleanza.
A una settimana dal nostro arrivo a Chio, prendemmo il largo con ventitré navi, diretti a Teo per far saltare il fosso anche a quella città. Giunti nei pressi, avvistammo la squadra navale che ci aveva inseguito per tutto il Mediterraneo, comandata da Strombichide. Anche loro ci videro e si affrettarono a cercare rifugio nella rada di Samo dove riuscirono a mettersi in salvo. Tornammo allora sui nostri passi e giunti nel porto di Teo constatammo che avevano già aperto le porte alle fanterie di Clazomene ed Eritre: la fronda anti-Atene aumentava.
Tornammo quindi a Chio, dove trovammo ancorate venti unità del Peloponneso; i nuovi arrivi c'informarono della mobilitazione che il nostro intervento aveva provocato ad Atene, sarebbero presto arrivate nelle acque ionie trenta triremi a sostenere Strombichide; il governo ateniese stava dando fondo alle riserve del tesoro e negli arsenali si stavano allestendo altre trenta unità.
Dovevo fare presto, anche dal Peloponneso stava arrivando una squadra navale comandata da Astioco che avrebbe assunto il comando di tutte le operazioni. Volevo che il distacco della Ionia da Atene fosse legato al mio nome, così convinsi Calcideo a riprendere il mare e far sollevare Mileto ed Efeso.
In entrambe le città avevo delle amicizie importanti e sapevo che erano ben disposti ad abbandonare un impero in rovina.
In effetti la mia urgenza fu provvidenziale, giungemmo a Mileto con otto navi e riuscimmo a precedere di poco la squadra ateniese che fu costretta a fermarsi alla fonda fuori dal porto.
In città fui accolto cordialmente da mio amico Didimo:
«Finalmente ci rivediamo Alcibiade, dalla celebrazione per la tua vittoria olimpica son passati quattro anni ma sembra un eternità. A te deve sembrare ancora di più, ti è successo di tutto da allora: dagli allori alla condanna a morte, dal comando dell'armata ateniese alla guida della flotta spartana».
«Non sono io il comandante».
«Solo formalmente, non me ne voglia Calcideo, ma penso che se la Ionia è in subbuglio, è soprattutto grazie a te».
Quest'ultima affermazione era giunta da un uomo che si teneva in disparte, in seconda fila, vestito con una lunga veste porpora con ricami in oro.
«Tissaferne che piacere rivederti, non credevo di trovarti a Mileto».
«Sapevo che saresti presto arrivato qua ed io volevo esserci. Apparizione quanto mai tempestiva, se aveste tardato di un'ora sarei dovuto fuggire dalla porta orientale della città. Ma salutarti, ovviamente, non è il motivo principale della mia presenza; sono qui per provare a mettere per iscritto gli accordi verbali concordati a Sparta».
Calcideo e Tissaferne, con la mia mediazione, si misero subito al lavoro, e alla fine il trattato stilato, subordinato all'approvazione delle rispettive autorità centrali, suonava più o meno così:

"Spartani e alleati hanno concluso con il re e Tissaferne un trattato d'alleanza articolato su questi punti. Tutte le regioni e le città possedute dal re per successione ereditaria, restino possesso del re. Quanto ai tributi in denari o in diversa natura che gli Ateniesi esigevano dalle suddette città, il re e Sparta con i suoi alleati, di comune accordo, stroncheranno questo afflusso di tributi finanziari o d'altra specie. Il re e Sparta con i suoi alleati creeranno una coalizione offensiva contro Atene. Non sarà ammesso lo scioglimento separato del conflitto, privo di una ratifica bilaterale da parte del re e di Sparta con i suoi alleati. Quanti si staccheranno dal re si esporranno alla reazione armata di Sparta e dei suoi alleati. Analogamente, chi tenterà la defezione da Sparta e dai suoi alleati, si esporrà alla reazione armata del re".

Un mese dopo, alla guida di venti navi, arrivò a Chio Astioco assumendo il comando delle operazioni; per me non ebbe che parole d'elogio ma il suo atteggiamento era tutt'altro che affabile.
La mia presenza a Chio e sulle triremi del Peloponneso era mal tollerata, l'unico che cercava di confortarmi tra gli spartani era Calcideo che era stato destinato al presidio di Mileto.
Mi ero ormai stabilito nella città natale di Aspasia, le autorità milesie mi avevano chiesto di riorganizzare e addestrare i loro opliti ed io avevo accettato. Quest'attività mi teneva impegnato e mi dava soddisfazione ma il mutare del clima mi preoccupava. Qualche settimana più tardi, il mio umore ebbe un ulteriore colpo.
Gli ateniesi che ci avevano inseguito e che da due mesi bloccavano l'attività marittima della città scesero a terra per tentare un assalto, Calcideo li affrontò con un centinaio di opliti e li impegnò il tempo necessario per l'allestimento di difese adeguate da parte della città, ma nello scontro perse la vita.
Era stato per mesi il mio unico sostegno, eravamo diventati amici; da allora mi sentii veramente solo, fortunatamente ho sempre potuto contare sulla reattività. Comunque col suo sacrificio riuscì a salvare la città e dopo tre giorni le navi attiche levarono l'ancora.
Atene nel frattempo non era rimasta con le mani in mano, nuove imbarcazioni erano state allestite e la diplomazia aveva lavorato per coinvolgere Argo sul fronte orientale.
La stagione stava ormai declinando nell'autunno quando si presentarono davanti le mura di Mileto circa tremila tra ateniesi e argivi.
Io non vedevo l'ora di mostrare a tutti i progressi fatti dalla falange milesia e proposi una sortita prima che i nemici organizzassero delle strutture d'assedio; col sostegno di Tissaferne, la mia proposta fu accettata.
Il mattino seguente attendemmo l'arrivo del satrapo alla guida della cavalleria e di un contingente di cinquecento opliti mercenari al suo soldo, poi ci schierammo fuori le mura.
Io al comando di ottocento milesi all'ala destra, i quasi cinquecento spartani al centro, i mercenari a sinistra e la cavalleria persiana dietro per intervenire dove si rendesse necessario.
Prima dello scontro arringai i miei soldati con un discorso molto simile a quello che vent'anni prima avevo ascoltato a Potidea, ero abbastanza convinto della tenuta della falange milesia ma volevo essere sicuro che non ci fossero sbandamenti; per star tranquillo disposi i migliori elementi sulle ali ed io al centro della prima fila.
Di fronte a noi si schierarono gli argivi che vedendo che dovevano affrontare gli ionii, partirono all'assalto senza compattarsi adeguatamente, erano convinti che la formazione milesia si sarebbe sciolta come neve al sole e sarebbe scappata dentro le mura.
Fu un'amara sorpresa per loro quando, intonato un peana, cominciammo ad avanzare ordinatamente contrapponendo al loro slancio un muro di scudi impenetrabile.
Seguendo le mie istruzioni, la falange continuò a mantenere la spinta, gli opliti di Argo venivano passo passo travolti dalla selva delle nostre lance, calpestati e poi finiti dalle spade della retroguardia.
La boriosa baldanza, con cui i soldati di Argo ci avevano affrontato, si trasformò in panico e a decine, a centinaia, morivano sotto i nostri colpi micidiali, soltanto la rotta delle file persiane e spartane, incalzate dagli ateniesi, c'impedì il massacro totale. Infatti, alla nostra sinistra, le truppe attiche avevano sfondato e anche noi rischiavamo l'accerchiamento; a quel punto Tissaferne intervenne con la cavalleria così ripiegammo con ordine fino alle mura rientrando protetti dagli arcieri sugli spalti. Al sicuro dentro le mura cittadine, venni portato in trionfo dagli opliti di Mileto, la battaglia si era risolta in una sconfitta ma la città affrontava gli eventi futuri con una nuova, vigorosa consapevolezza della propria forza.
Fuori gli ateniesi e gli argivi iniziarono a costruire un baluardo che, nelle loro intenzioni, doveva cingere la città in una morsa soffocante; si stavano organizzando per un assedio di lunga durata.
Per Atene era troppo importante riconquistare Mileto e non avrebbero mollato tanto facilmente. Nel pomeriggio, da dietro il promontorio che si protende verso Samo, vedemmo comparire una flotta di almeno cinquanta triremi amiche che inizialmente puntarono verso la città; ci aspettavamo che sbarcassero per liberare Mileto dall'assedio, invece attraversarono il golfo per fermarsi vicino a Priene. Allora, prima che fosse troppo tardi, presi un cavallo e uscii dalla porta orientale per raggiungere la flotta lacedemone-siracusana.
La raggiunsi che il sole stava già tramontando; Terimene, comandante la flotta che avevo conosciuto a Sparta, convenne con me che era un'occasione d'oro per prendere ateniesi e alleati tra due fuochi ma era troppo tardi e avrebbe attraversato il golfo l'indomani all'alba.
Nella serata fui avvicinato da un marinaio che con aria furtiva mi porse un rotolo e disse:
«Da parte di Timea».
Mi appartai e alla fioca luce del crepuscolo, col cuore che mi batteva forte, cominciai a srotolare quel messaggio, giunto da un mondo perduto nella dimensione dei sogni impossibili.
Non sapevo cosa aspettarmi. Lei mi amava ancora? Mio figlio stava bene?
Già alle prime parole iniziai a piangere.

Amore mio remoto e braccato, come stai? Mi pensi ogni tanto? Io ti penso sempre, ogni giorno. Qui le giornate scorrono monotone e sempre uguali. Solo Leotichide (che io intimamente chiamo Alcibiade) illumina i miei giorni bui, sta crescendo forte e gioioso nostro figlio; mi voglio godere ogni attimo dei sette anni che vivrà con me. Mi manchi tanto ed egoisticamente spero di mancarti anch'io, ho affidato questa lettera a un amico sincero e non mi aspetto da te una risposta; l'ho fatto per metterti in guardia: ho saputo da fonte sicura che Agide ha inserito negli ordini per Astioco anche quello della tua discreta eliminazione. Ti prego, rifugiati da Tissaferne e stai più lontano possibile dagli spartani; ricordati, so di non poterti avere vicino ma voglio saperti vivo.
Ti amo tanto, tua per sempre
Timea

Le lacrime scendevano copiose a bagnarmi il viso e il torace, i singhiozzi non volevano smettere e cominciavano ad attirare l'attenzione dei marinai spartani; trovai quello mi aveva consegnato la missiva e gli dissi:
«Riferisci a Timea che sto bene e che andrà tutto secondo le sue aspettative».
Mi allontanai dal bivacco, recuperai il mio cavallo e mi diressi lentamente verso Magnesia sul Meandro, dove aveva fissato la sua provvisoria dimora Tissaferne.

Il Caos


E nacque dunque il Caos primissimo; e dopo, la Terra dall'ampio seno, sede perenne, sicura di tutti gli Dei ch'hanno in possesso le cime nevose d'Olimpo e, della terra dall'ampie contrade nei baratri, il buio Tartaro; e Amore, ch'è fra tutti i Celesti il più bello, che dissipa ogni cura degli uomini tutti e dei Numi, doma ogni volontà nel seno, ogni accorto consiglio.
Il Caos si era impadronito dell'Egeo - popolato da oltre duecento triremi - e dell'Ellade in genere: città di antica tradizione democratica divenivano oligarchiche e viceversa, vecchi alleati della lega Delio-Attica passavano coi peloponnesi e dopo pochi giorni tornavano con gli ateniesi; tutti tramavano contro tutti con intrighi multipli con lotte fra consorterie e interessi personali.
Io divenni uno dei protagonisti di questi intrecci.
A Magnesia, Tissaferne m'accolse con sollecita cortesia:
«Ho bisogno di un valente braccio destro come te, sono contento che finalmente ti sia deciso a raggiungermi. Spero che ti stabilisca qui».
«Sì, ho deciso che è giunta l'ora di fare una vita agiata, degna del mio rango; non ne potevo più delle privazioni degli spartiati».
«Molto bene, sono convinto che il tuo consiglio e il tuo aiuto mi saranno molto utili».
Passai l'inverno spostandomi tra Magnesia e Mileto, sempre al seguito di Tissaferne; la mia quotidianità era effettivamente più gradevole: vivevo a corte apprezzato dal satrapo, tollerato dai suoi funzionari e coccolato dalle cortigiane, non mi facevo mancare niente.
Tissaferne mi consultava per qualsiasi decisione e teneva in grande considerazione la mia opinione; io, che passavo tanto tempo insieme a lui, raccoglievo le sue confidenze e avevo imparato ad anticipare i suoi desideri o addirittura ad indurli.
La ruffianeria era tale che mi facevo schifo da solo, era il prezzo da pagare per sperare ancora nel ritorno in patria. Le speranze passavano attraverso quel caos di cui parlavo prima, la situazione ad Atene era sempre più triste: gli organi elettivi erano paralizzati e il potere era di fatto in mano a un ristretto comitato esecutivo formato da dieci anziani.
Fonti ateniesi - avevo ancora degli amici in patria - mi riferivano di assemblee in cui i capi democratici non partecipavano più, i capi oligarchici non solo avevano alzato la testa ma riuscivano a far approvare tutto ciò che volevano: ultimo e significativo esempio l'abolizione dell'indennità per gli eletti alle cariche pubbliche. Era un colpo mortale a tutte le conquiste democratiche dell'ultimo secolo.
In quella situazione così mobile e contorta ero pronto a cogliere ogni segnale a me favorevole, mi colse invece impreparato la lettera che m'inviò Antifonte, sofista e logografo di cui non ero certamente amico; ecco ciò che diceva:

"Alcibiade illustrissimo,
so che questa mia missiva ti sorprenderà, non mi posso certo annoverare nella cerchia dei tuoi amici e in privato sono stato anche un critico delle tue scelte politiche; sono però rimasto molto colpito dal discorso che hai fatto davanti all'assemblea degli spartiati. Ciò che mi hanno riferito di quel discorso mi ha spinto a rivedere la mia opinione su di te.
Questo è un momento cruciale della storia della nostra città, se non interveniamo subito, andrà sicuramente incontro alla propria rovina. Tu questo lo sai certamente meglio di me visto che, in parte, ne sei l'artefice; non ti accuso di questo, Atene è stata matrigna con te: condannarti a morte per un atto che i Migliori della città avrebbero sanzionato al massimo con un rimprovero.
Il clima qui è cambiato e Androcle pagherà presto con la vita la mascalzonata che ti ha fatto; noi abbiamo già cominciato a muoverci, non è più possibile tollerare la follia democratica.
Atene si merita di esser governata dai Migliori e non da conciatori di pelli, venditori di lucerne, fabbri, ecc. che cercano soltanto di arricchirsi con la guerra.
Insomma l'accesso alle cariche e in generale il governo della città dev'essere controllato, non aperto a tutti; secondo noi tu dovresti essere compreso tra i Migliori. Sarebbe molto utile alla causa se, nella tua veste di consigliere di Tissaferne, riuscissi a portarlo dalla nostra parte; un'Atene oligarchica potrebbe dialogare col re persiano.
Ovviamente, una volta che fosse chiara a tutti l'utilità della tua opera per la nostra causa, il tuo richiamo in patria lo potresti considerare cosa fatta.
Sono in contatto con Pisandro e Frinico, strateghi a Samo, se riesci a comunicare con loro e cominci a "lavorarti" Tissaferne le tue pene di esule si avvicineranno alla fine. Conto nella tua adesione: il futuro deve tornare nelle nostre mani.
Ti saluto con sincera stima,
Antifonte

Finalmente! Un'occasione d'oro, il terreno era infido e molto scivoloso ma l'occasione era da cogliere al volo. In realtà già da un po' di tempo avevo iniziato un lavoro di persuasione su Tissaferne: un ridimensionamento della potenza ateniese era l'obiettivo da perseguire ma la definitiva sconfitta avrebbe dato troppo potere a Sparta e in futuro avrebbe potuto creare seri problemi alla Persia.
Lo consigliavo di ridurre i finanziamenti per la flotta del Peloponneso, dimezzando la paga dei marinai avrebbe ottenuto più risultati: poteva trattenere per sé una parte del denaro risparmiato, smorzare l'impeto della flotta alleata e una piccola parte elargirla al comandante spartano per vincolarlo all'esigenze della Persia e di Tissaferne stesso.
Il satrapo aderì con entusiasmo alla mia proposta, in fondo i marinai ateniesi percepivano la metà dei compensi dei loro colleghi peloponnesi. Astioco, il comandante spartano, ricevette da Tissaferne tanti soldi quanti non ne aveva mai avuti e divenne suo alleato personale.
Da Samo, nel frattempo, mi giungevano voci poco rassicuranti: Frinico osteggiava il mio rientro in patria, diceva che non ero affidabile e che ero spinto soltanto dall'interesse personale, questa poteva essere la scivolata che temevo.
I miei timori si confermarono una settimana dopo quando Astioco si presentò a Magnesia, portava una lettera ricevuta da Frinico che lesse a me e a Tissaferne. Nella missiva mi si accusava di tramare alle spalle di Sparta e della Persia in combutta con gli ateniesi. Terminata la lettura ci disse:
«Io non esprimo giudizi in merito, se Alcibiade ha preso contatto con gli strateghi di Samo, avrà avuto i suoi motivi, di cui Tissaferne sarà a conoscenza, io mi limito a riportare l'accaduto».
Tissaferne mi guardò senza dare l'impressione di stupirsi e invitò Astioco a un banchetto e a passare la notte a corte, il comandante spartano declinò l'invito e si congedò. Passai tutto il giorno a cercare di convincere il satrapo che era una tattica per creare confusione tra le parti in conflitto e indebolire la democrazia ateniese, non credo che mi abbia creduto e da quel giorno la sua fiducia in me progressivamente diminuì.
La sera stessa scrissi una lettera a Pisandro per informarlo del tradimento di Frinico.
I miei giorni alla corte di Magnesia erano sempre più inquieti, aspettavo con impazienza notizie da Samo e da Atene, avrei preferito distrarmi con qualsiasi occupazione lontana da lì ma non osavo muovermi per paura che qualche messaggio, a me indirizzato, finisse nelle mani sbagliate.
Invece delle agognate notizie, qualche giorno dopo arrivò Astioco mostrandoci un'altra lettera di Frinico, ecco il testo:

Stimatissimo Generale,
ho constatato con dispiacere che le informazioni che vi ho fornito su Alcibiade non sono state accolte, da voi, come degne di fede.
Alcibiade stesso mi ha denunciato alle autorità ateniesi ed io sono adesso in una situazione molto difficile e temo per la mia stessa vita.
La mia sola speranza di sopravvivenza è la sconfitta di Atene; per questo, a malincuore, mi vedo costretto a fornirvi le informazioni necessarie all'annientamento della flotta e dell'armata ateniese di Samo.
Il porto non è adeguatamente protetto e con un attacco della vostra flotta all'alba sarebbe facile per voi colare a picco o impadronirsi delle navi lì ancorate.
Per prevenire la reazione della fanteria ateniese vi consiglierei uno sbarco, nelle ore precedenti, di un nutrito contingente di opliti sulla spiaggia ad est della città, così da vanificare sul nascere ogni tentativo di difesa.
Un attacco a sorpresa così concepito e condotto con tempismo e determinazione ha altissime probabilità di successo.
Spero che vogliate guardare con indulgenza al mio comportamento poiché al momento non vedo per me altra possibilità di salvezza, nella speranza di riscuotere maggior fiducia vi saluto umilmente.
Frinico

Non conoscevo abbastanza Frinico ma sembrava sinceramente spaventato, dovevo togliermelo di mezzo. Inoltre non potevo tacere sul tradimento di uno stratega che scriveva al comandante nemico per consegnargli la vittoria su un piatto d'argento.
Scrissi di nuovo a Pisandro, questa volta cercai di mantenere un tono meno allarmato e polemico, limitandomi a esporre i fatti col maggior distacco possibile.
Contrariamente alla prima, la seconda lettera ricevette un'immediata risposta e la mattina seguente mi venne recapitata la missiva di Pisandro, ecco il testo:

Carissimo Alcibiade,
mi posso soltanto vagamente immaginare il tuo travaglio negli ultimi quattro anni lontano da tutto ciò che ti è più caro, esule braccato con una condanna capitale pendente; ancor più pesante deve essere la pena per chi dopo essere stato il più amato dal popolo si è visto precipitare nell'abisso dell'infamia.
Pensa che se giocheremo bene le nostre carte e manterremo i nervi ben saldi, salveremo la nostra patria e noi stessi da questa follia democratica e tu potrai riavere ciò che ti spetta di diritto. Voglio insistere sulla necessità di mantenere il controllo; capisco che tu, nell'attuale residenza, ti possa sentire un po' isolato e nell'impossibilità di confidarti e confrontare le tue idee e i tuoi dubbi.
Non lasciare che le ombre del dubbio offuschino la fiducia nella riuscita dei nostri comuni progetti. È normale che nella dialettica tra più persone si formino opinioni diverse e anche contrastanti; sicuramente ti sono arrivate alle orecchie voci riguardo all'opinione che ha di te Frinico, ti assicuro che è l'unico tra di noi (e siamo in tanti tra Atene e Samo) a ritenere di scarsa utilità il tuo apporto alla causa. È importante però arrivare a una decisione condivisa e perseguirla tutti con la medesima determinazione e Frinico si è adeguato alle decisioni.
Veniamo alle due lettere che mi hai inviato: voglio attribuirle alla paura, naturale nel ruolo che ti trovi a giocare, di rimanere bruciato fra due fuochi. Frinico è uomo d'onore e non riesco a credere che possa aver preso contatto con Astioco, tradendo la sua patria.
Entrando nel merito, ti posso dire che Frinico sta lavorando da una settimana al consolidamento delle difese qui a Samo e sta sovrintendendo alla realizzazione di fortificazioni difficilmente valicabili. Come vedi i timori che ti agitano sono infondati, rilassati e continua a lavorare per portare Tissaferne dalla nostra parte, è un importante lavoro e se ognuno di noi farà bene il suo riusciremo a portare il buongoverno, l'ordine e la prosperità alla nostra amata città, eliminando quella banda di faziosi pezzenti che ti ha espulso. Nei prossimi giorni partirò per Atene con l'intento di promuovere una legge favorevole al tuo richiamo in patria e avviare il Piano di Rinascita del Buongoverno.
Dimentichiamoci dei contrasti, almeno in questa fase delicata.
Ti saluto calorosamente,
Pisandro

Frinico mi aveva giocato un brutto tiro, ero caduto nella sua rete fatta di menzogne e doppio gioco, era stato più furbo di me; la mia credibilità aveva subito un duro colpo.
Ancora una volta la fortuna mi aiutò, quanto meno a riacquistare un po' della fiducia di Tissaferne; era infatti giunta a Cnido, dopo una battaglia navale tra le due flotte, una squadra composta da ventisette triremi spartane condotta da un comitato di undici saggi inviati dagli efori. Essi avevano il compito di verificare il corretto operato di Astioco e riesaminare il trattato d'alleanza con la Persia. I termini del trattato, firmato da Calcideo prima e da Terimene poi, parvero agli undici scandalosi e umilianti per Sparta e per i greci in generale, Tissaferne abbandonò stizzito la trattativa. Inoltre il satrapo rimase impressionato dall'imponenza della flotta dei lacedemoni e alleati: aveva raggiunto il numero di centotrenta navi da guerra; un'armata così poteva essere veramente pericolosa.
Quindi una politica d'equilibrio come da me suggerito pareva sensata. Io cercavo di essere sempre vicino a Tissaferne e lo blandivo con adulazione e condiscendenza. Il satrapo però non era stupido.
Intanto Pisandro si era recato ad Atene e aveva ottenuto dall'assemblea la revoca della mia pena, in cambio però dell'alleanza del re Dario, la città gli assegnava anche la delega per trattare con Tissaferne accompagnato da altri dieci delegati. Giunse dunque in autunno a Magnesia la delegazione ateniese, il satrapo aveva incaricato me di rappresentarlo nel negoziato con questo mandato:
«Non voglio nessun accordo con Atene, tu hai illuso i tuoi concittadini, sta a te trovare il modo per uscirne».
Ancora una volta i miei progetti erano infranti, in più avrei dovuto provocare quelli che potevano essere i miei salvatori con richieste talmente esose da addossare a loro la rottura della trattativa. Per tre giorni finsi, con aria contrita, di cercare una mediazione tra Atene e la Persia finché al terzo incontro chiesi per il Re l'intera Ionia. Era veramente troppo ed era chiaro a tutti che non avevo nessun ascendente su Tissaferne; la delegazione attica se ne andò inviperita con me e col satrapo, Pisandro andandosene mi apostrofò così:
«Per noi sei morto».
Sapevo già che la reazione sarebbe stata questa ma sentirmelo dire mi gettò in uno stato di profonda disperazione; in poco tempo ero stato vinto due volte in astuzia, questa volta da Tissaferne che aveva giocato l'unica carta che mi legava a lui. Davanti a me non vedevo più un futuro di riscossa ad Atene ma quello di mediocre funzionario persiano.
Nella mia prigione dorata mi giungevano le notizie come da un mondo lontano, Pisandro e soci, a Samo, erano usciti allo scoperto cercando di coinvolgere nel progetto eversivo tutti gli ufficiali della marina.
Nel frattempo Frinico era stato richiamato ad Atene e accolto nel circolo dei congiurati.
Tissaferne, arrivato a una mediazione cogli spartani, aveva firmato un nuovo trattato.
Io ero sempre più fuori dai giochi di potere.
Pisandro tornò ad Atene, e insieme a Teramene, Aristocrate, Antifonte e Frinico costituirono il nucleo del nuovo governo oligarchico dell'Attica; per cooptazione formarono un consiglio di quattrocento elementi fidati, convocarono la boulé in carica e la sciolsero insediandosi al suo posto.
Ogni giorno mi giungevano notizie della morte di elementi di nota fede democratica, tra gli altri, da Atene quella di Androcle, e da Samo, d'Iperbolo.
Avrei dovuto gioire per l'uccisione di due personaggi che tanto mi si erano accaniti contro, invece non mi portò altro che pena, per loro, per me e per Atene caduta tanto in basso.
Gli echi della congiura che mi giungevano da Samo cambiarono improvvisamente lo scenario, quella che sembrava una discesa inarrestabile giù per la china disegnata dal destino trovò un ostacolo insormontabile: i marinai ateniesi.
Essi notarono il fervente lavoro organizzativo dei congiurati, si organizzarono a loro volta in un comitato di difesa democratica e andarono in delegazione dagli strateghi Leonte e Diomedonte per chiedere di programmare i movimenti delle truppe in modo da mantenere sempre un presidio nella base navale.
Gli strateghi aderirono alle loro richieste e quando i cospiratori passarono all'azione, si scontrarono con i marinai e gli opliti in armi.
La maggioranza democratica di Samo ebbe il sopravvento, eliminò una trentina sui trecento della cospirazione e punì con l'esilio i tre più responsabili del moto. Per l'avvenire, la vita continuò con gli altri a parità di diritti, sotto un regime democratico, seppellendo nel silenzio le discordie del passato.
Da Samo, ignari della sovversione oligarchica, inviarono ad Atene una delegazione sulla "Paralo" per informare la città di quanto successo sull'isola; appena sbarcata al Pireo, la delegazione venne arrestata e soltanto Cherea riuscì a fuggire e, imbarcatosi di nuovo, tornò a Samo per riferire della situazione di Atene. Sentendo il racconto di Cherea, i soldati attici insorsero contro gli oligarchici e soltanto l'intervento di Trasibulo e Trasillo, riconosciute avanguardie del movimento democratico, evitò un bagno di sangue.
«La nostra sola speranza - li apostrofava Trasibulo - è rimanere compatti, se ci ammazziamo tra noi, la disfatta è sicura. Non abbiamo bisogno del governo infame che illegalmente si è insediato ad Atene, siamo bastanti a noi stessi; possiamo reperire le risorse necessarie per continuare la guerra dai nostri residui alleati. Semmai è Atene che non può farcela senza di noi! Procederemo all'elezione di nuovi strateghi e di una boulé che governerà in nome di Atene: sarà questo il governo legittimo e non quella banda di tagliagole che ha distrutto la democrazia nella nostra amata città. Ricordatevi, siamo noi la maggioranza, loro sono solo un piccolo branco di lupi affamati di potere! Loro contano sul fatto che non abbiamo una guida all'altezza della situazione e sul piano militare non hanno tutti i torti, abbiamo bisogno di uno stratega d'esperienza e di provato valore: propongo e metto ai voti dell'assemblea il richiamo di Alcibiade nel ruolo di stratega dell'armata ateniese».
È incredibile quante piroette, salti mortali e giravolte ti possa far fare il destino.
Era ciò che mi passava per la testa quando Trasibulo, davanti a me a Magnesia, finito di raccontarmi i fatti di Samo e formulata la sua richiesta era in attesa della mia risposta.
Con Trasibulo feci un po' il prezioso e chiesi assicurazioni sulla mia incolumità, ma non c'è bisogno che vi dica come fossi felice in quel momento.

Ade


Sono passati tre anni dalla mia destituzione da stratega dopo la battaglia di Nozio e sette dal colpo di stato di Teramene, Antifonte e Frinico, undici dalla partenza per la Sicilia; sembra un secolo.
Da allora tanto denaro è stato speso, tante navi affondate, tanti uomini morti in battaglia, tante trame intessute e distrutte, tanti politici assassinati.
È morto anche l'orgoglio di essere ateniese.
Non voglio però abbandonarmi a inutili recriminazioni, in fondo, anche se costretto, è stata anche colpa mia, ma non sopporto l'idea che la definitiva sconfitta sia venuta per biechi interessi personali.
Ad Atene ormai non c'è più lotta politica ma regolamento di conti e scontri tra bande di criminali; il senso del bene comune e dello Stato è cenere che il vento di guerra s'è portato via.
Eppure, davanti all'assemblea dei soldati, avevo visto ancora viva la fiamma della democrazia nei loro occhi attenti e appassionati.
Trasibulo mi condusse dunque a Samo, l'agorà era affollata da migliaia di soldati ateniesi e cittadini samii, nel raggiungere il palco ricevetti tante strette di mano e quelli che avevano combattuto con me si facevano avanti per farsi riconoscere.
L'atmosfera era entusiasmante e fiduciosa nel riscatto democratico.
Salito sul palco, volli subito chiarire che colui che avevano richiamato non era un sacrilego ma la vittima di una congiura; poi, per iniettare un po' di fiducia ma soprattutto perché giungesse alle orecchie dei nostri avversari, assicurai che avevo l'appoggio di Tissaferne. Ricordai loro che Atene non poteva fare a meno della sua armata e che presto il governo oligarchico sarebbe caduto. Dalla folla iniziarono a giungere voci di assenso ma anche urla bellicose.
«Al Pireo!».
«Facciamogliela pagare a quei criminali!».
«Riconquistiamo la nostra città!».
Era commovente vedere tanto impeto messo a mia disposizione come se mi dicessero "vendicati" ma forse gli stessi uomini, al mio processo in contumacia, avevano urlato contro di me.
Non era colpa loro ma dell'ignoranza, si prestavano a un gioco di cui, di fatto, non conoscevano né i veri giocatori né la posta. Difendevano soltanto il diritto a esserci; dovevo dargli degli argomenti di riflessione:
«Calma! Calma, così perderemmo tutto; pensateci un attimo: noi c'imbarchiamo e andiamo a liberare Atene dagli oligarchi, lasciamo l'Egeo in mano ai lacedemoni e diamo l'assalto alla città. Ricordatevi che abbiamo Agide a Decelea, dentro le mura si combatterebbe una guerra fratricida e supponendo di avere la meglio, i partigiani dell'oligarchia - pur di trovare una via di scampo - aprirebbero le porte al nemico: sarebbe la fine!».
La platea dei miei ascoltatori si ammutolì completamente e Trasbulo ne approfittò per salire sul palco e intervenire:
«Propongo all'assemblea dei cittadini ateniesi qui riunita di eleggere Alcibiade stratega con pieni poteri. Chi è a favore alzi la mano».
La selva di braccia alzate non lasciava adito a dubbi: ero il loro capo.
Qualche tempo dopo approdarono a Samo, nello stesso giorno, due triremi. La prima portava una delegazione del cosiddetto governo dei quattrocento, la sua presenza riaccese subito la bellicosa ostilità dei marinai.
La seconda era la "Paralo" con lo stesso equipaggio che era stato arrestato e in seguito rimesso in mare per condurre gli ambasciatori dei quattrocento a Sparta; all'altezza di Argo l'equipaggio si era però ammutinato e approdati nella città alleata aveva consegnato gli oligarchi alle autorità argive.
Conducevano ora a Samo una delegazione di quella città venuta a portare il proprio appoggio alla flotta e al governo democratico ateniese.
Gli esponenti dei quattrocento provarono a esporre le loro ragioni all'assemblea ma vennero coperti di urli, insulti e colpiti anche da qualche oggetto volante; presi allora la parola:
«Tornate ad Atene con questo messaggio: non è possibile fra noi nessuna intesa fin tanto che non sarà abolito il vergognoso consiglio dei quattrocento e ripristinata la vecchia boulé, tenete duro di fronte agli spartani e con la città unita vinceremo».
Era uno spiraglio che volevo tenere aperto per puntare a una riconciliazione evitando la guerra civile; parlando in privato con la delegazione, fui più esplicito: se i capi oligarchici volevano limitare l'accesso ai diritti politici a quegli strati della popolazione capace di partecipare con la testa e non con la pancia, io ero perfettamente d'accordo.
Dovevano, però, ripristinare la possibilità di accedere a cariche elettive perché era l'unico modo per evitare una guerra civile che Atene non si poteva permettere.
Un mese più tardi ebbi la conferma che il sasso che avevo lanciato nello stagno ateniese aveva avuto delle conseguenze, mi arrivò, infatti, la lettera di mio cugino Eurittolemo che riporto di seguito.

Caro cugino,
quando ti muovi, fai sempre scalpore, non sai che agitazione ha innescato il rientro della delegazione da Samo, se il tuo obiettivo era creare divisioni tra i congiurati, ci sei riuscito perfettamente. Anche se le rivalità fra i vari esponenti del partito oligarchico erano già latenti, la tua offerta di conciliazione le ha fatte esplodere e il partito è diviso in due.
Da una parte Frinico, che non ha mai nascosto la sua antipatia nei tuoi confronti, insieme ad Aristarco, Antifonte e Pisandro stanno tenendo duro per una rigida ortodossia oligarchica e il raggiungimento di un accordo con gli spartani.
Dall'altra Teramene e Aristocrate hanno sentito che il vento è cambiato e si propongono come guide della riscossa democratica. Era inevitabile che prima o poi sarebbero entrati in conflitto, fin tanto che vigevano le regole democratiche le divergenze si appianavano col voto popolare, ma ora non esiste più nessuna regola e i galli nel pollaio sono troppi.
Non credo che tu possa concepire il clima che si respira in città da un anno a questa parte: decine di persone assassinate senza che nessuno si curi di perseguire i colpevoli, gente sparita senza lasciare traccia, bande armate che circolano indisturbate terrorizzando il popolo, e la sera nessuno si azzarda più a uscire di casa.
Come dicevo, la tua elezione a stratega della flotta di Samo ha portato molta agitazione da queste parti, in particolare Frinico e Antifonte si sono molto spaventati e hanno ordinato la costruzione di una fortezza sul promontorio di Eeziona che non ha nessuna utilità difensiva, e poi sono partiti per Sparta con l'intenzione di raggiungere un accordo a tutti i costi.
Teramne è convinto che la fortezza serva unicamente a favorire l'ingresso del nemico al Pireo e insieme ai suoi accoliti sta tenendo decine di comizi per allarmare la popolazione, cercando consenso soprattutto tra gli opliti e tra le guardie confinarie.
Non so cosa gli passi per la testa ma quell'uomo è pericoloso, come dimostra la sua carriera politica, è capace di passare da posizioni popolari radicali a quelle oligarchiche senza nessuna remora, il suo solo credo è l'affermazione personale a qualsiasi costo.
Attualmente si propone come tuo alleato perché è il principale fautore della riconciliazione con la flotta, ma di un alleato così non ti fidare, abbi paura di Teramene. Adesso ti saluto, io sono fiducioso nelle tue capacità di stratega, se riporterete vittorie significative il tuo ritorno non può mancare, perché il popolo non t'ha dimenticato.
Un abbraccio,
Eurittolemo

Intanto da Mileto giungeva voce che Tissaferne, per placare lo scontento degli spartani e alleati, avrebbe condotto lo spartiata Lica ad Aspendo per consegnargli la flotta fenicia composta da centoquarantasette triremi. Ero fiducioso che i persiani non avrebbero mai dato un tale vantaggio ai lacedemoni, ma se la notizia era vera, per noi era finita. In tutta fretta m'imbarcai conducendo una squadra di tredici navi, dissi a Trasibulo e Trasillo che andavo a convincere il satrapo a consegnare a noi la flotta fenicia o quanto meno a impedire che finisse nelle mani dei nemici.
Giunto nei pressi di Mileto, sbarcai a terra e raggiunsi la residenza di Tissaferne, lì riuscii a incontrare Tamo, ufficiale della guardia personale del satrapo; con lui ebbi un cordiale e rassicurante colloquio: non c'era la volontà da parte della Persia di dare agli spartani un'arma che li avrebbe resi troppo potenti.
Tornato a bordo, ripresi la navigazione per Aspendo che raggiunsi dopo tre giorni; giunto a uno stadio dal porto constatai con i miei occhi che le navi fenice non erano un'invenzione ma ormai ero tranquillo.
A quel punto invertii la rotta e tornai a Samo, dove scoprii che durante il mio viaggio ad Aspendo era successo di tutto: una squadra di quaranta triremi provenienti dal Peloponneso avevano ingaggiato battaglia a largo di Eretria, in Eubea, annientando le residue forze navali del governo ateniese; dalla parte degli spartani avevano combattuto anche gli abitanti della città eubotica e tutta l'isola era passata col nemico.
Il colpo era durissimo perché l'Eubea era la principale fonte di approvvigionamento alimentare per Atene. C'era anche una buona notizia: la flotta nemica operante in Ionia, stanca della scarsa paga di Tissaferne, si era spostata in Ellesponto e lì era stata affrontata dai nostri guidati da Trasibulo e Trasillo; lo scontro era stato duro con perdite in entrambi i campi ma i peloponnesi avevano subito una sonora sconfitta. La vittoria dell'Ellesponto fu un balsamo per il morale dell'armata, anche se la situazione rimaneva critica.
Ai sami e agli ateniesi presenti raccontai di non essere riuscito a farmi consegnare le navi fenice, Tissaferne era in una posizione troppo delicata, ma avevo avuto rassicurazioni che non le avrebbero mai ricevute neanche gli spartani.
Rientrato nel mio alloggio, trovai un'altra lettera di mio cugino: ad Atene c'erano novità, ecco il testo:

Caro Alcibiade,
gli avvenimenti qui in città si susseguono con una rapidità travolgente, a pochi giorni dalla mia precedente lettera sono tornati da Sparta Antifonte e Frinico; non hanno ottenuto niente, perché gli spartani non si fidano di un governo instabile come quello dei quattrocento.
Il giorno successivo hanno fatto rapporto al consiglio sulla loro missione.
Uscendo, Frinico è stato assalito e ucciso da una guardia confinaria che è riuscita a fuggire.
Immaginati la scena, attentato in mezzo all'agorà traboccante di gente, l'attentatore si dilegua nell'indifferenza generale; solo i colleghi della vittima hanno tentato l'inseguimento.
Teramene, che potrebbe essere il mandante, ha colto al volo il clima e si è recato al Pireo con i suoi seguaci; giunto al porto ha trovato gli opliti di guarnigione che avevano arrestato Alessicle, lo stratega incaricato di seguire la costruzione della fortezza sospetta.
Avevano notato dei movimenti di navi spartane e hanno accusato lo stratega di tradimento.
Teramene è intervenuto ordinando la liberazione di Alessicle perché il partito oligarchico stava preparando le armi e non era il caso di scatenare una guerra civile.
Gli opliti, obbedendo a malincuore, chiedevano di abbattere la fortezza e Teramene, non solo ha partecipato alla demolizione ma ha anche incitato la popolazione a partecipare, con questo motto: "chi vuole il ripristino della boulé dei cinquecento, venga a distruggere la fortezza".
In meno di un'ora una folla di migliaia di persone affollava il Pireo.
I quattrocento, spaventati dal moto popolare, si sono riuniti nel bouleuterion mentre il popolo del Pireo si riuniva in assemblea permanente al teatro di Dioniso, vicino al porto.
Per due giorni abbiamo avuto la divisione netta di Atene: gli oligarchici su in città e i popolari al porto; poi l'allarme ha riunificato la popolazione.
C'era, infatti, una flotta composta da quarantadue triremi nemiche comparsa davanti al Pireo, la città tutta correva a difendere il porto ma gli spartani hanno proseguito verso est. Qualche ora dopo un nuovo allarme dalla guarnigione di capo Sunio: la flotta nemica era diretta in Eubea. Precipitosamente sono state messe in acqua trenta navi, le ultime rimaste, è stata una giornata lunghissima trascorsa nell'ansiosa attesa di notizie.
A tarda sera quello che temevamo si è avverato: ci ha raggiunto la notizia dell'annientamento della nostra squadra navale e della defezione dell'Eubea.
La città è caduta nella disperazione più cupa, la perdita dell'isola è ancora più grave della sconfitta in Sicilia e più gravida di conseguenze.
Quella notte nessuno ha dormito, molti l'hanno passata al Pireo pronti ad affrontare il nemico che sarebbe giunto da un momento all'altro, fortunatamente l'attesa è stata vana.
L'indomani mattina Teramene ha convocato l'assemblea generale sulla collina della Pnice che ha decretato la fine del governo dei quattrocento; nel frattempo Pisandro, Alessicle e Aristarco sono fuggiti e hanno trovato rifugio da Agide.
Nella stessa seduta è stato votato anche l'annullamento della tua condanna e la tua elezione a stratega: non sei più un latitante, puoi tornare quando vuoi.
Ti saluto con un forte abbraccio
Eurittolemo

La notizia della riabilitazione mi provocò una strana sensazione: era allo stesso tempo attesa e inaspettata, da troppo tempo ero in fuga e, nonostante tutto, non riuscii a gioirne perché prevaleva in me la diffidenza.
Rimasi a Samo una settimana, il tempo di riparare alcune navi danneggiate in passati scontri, poi fatto rifornimento di cibo, inquadrati gli equipaggi e imbarcate due compagnie di opliti presi il largo con un totale di ventidue triremi.
Mi diressi prima a sud, facendo tappa prima a Cos e poi ad Alicarnasso, lì riscossi i tributi e lasciai degli opliti di presidio, poi andai a raggiungere il resto della flotta nell'Ellesponto.
Arrivai con un tempismo perfetto.
Entrambi gli schieramenti avevano fatto base nel punto più stretto dell'Ellesponto: gli ateniesi a Sesto sulla riva settentrionale e i peloponnesi ad Abido su quella meridionale, le due città sono separate da non più di dieci stadi di mare.
Giunsi all'imboccatura dello stretto quasi al tramonto, avevo allertato gli equipaggi perché in quel tratto di mare le sorprese erano da mettere in conto; per cui quando giungemmo in vista di Abido eravamo già pronti allo scontro.
Gli ateniesi erano schierati a nord e quando giunsi io, i lacedemoni e alleati si trovarono fra due fuochi, non rimase loro che la fuga; approdarono il più rapidamente possibile, cercando di tirare le navi a secco e, a riva, ricevettero l'aiuto dei persiani di Farnabazo, ma noi riuscimmo a catturare trenta navi nemiche.
Fu un'importante vittoria, che dette nuovo slancio all'iniziativa ateniese, seppi poi che la battaglia si protraeva dalla mattina e che il mio apporto fu determinante.
Decisi allora di inviare Trasillo ad Atene per chiedere forze fresche da impiegare nella guerra.
Nell'Ellesponto eravamo riusciti a contenere l'avanzata dei peloponnesi e raccogliemmo una discreta quantità di tributi dalle città nostre "alleate", così ad Atene vennero messe in cantiere venti nuove triremi.
In quei giorni arrivò ad Abido anche Tissaferne per cercare di recuperare il rapporto di collaborazione coi lacedemoni, la voce si diffuse nella base di Sesto ed io fui costretto, per mantenere l'immagine di amico del satrapo, a recarmi in visita da lui.
Attraversai lo stretto con una piccola imbarcazione veloce, arrivai al suo cospetto convinto di avere un colloquio cordiale, in effetti mi salutò molto affabilmente ma subito dopo chiamò le sue guardie e mi fece arrestare.
«Perché? - gli chiesi - non siamo più amici?».
«Amici come te sono troppo scomodi e comunque ora che la mia reputazione presso i lacedemoni s'è offuscata, tu potresti essere una futura merce di scambio... e poi voglio togliermi di dosso l'etichetta di amico degli ateniesi che mi hanno attaccato grazie a te».
«Non essere così acido con me, le sorti della guerra stanno cambiando e quando avremo sconfitto gli spartani, la mia amicizia ti potrebbe essere molto utile. Io non dimentico chi mi è amico».
«Alcibiade, la tua ingenuità mi stupisce, non vincerete mai questa guerra, vi siete inimicati tutti e la maggiorana dei notabili ateniesi la vuole perdere questa guerra! Adesso basta non ho più voglia di continuare questa stupida conversazione, portatelo via!».
Così fui incatenato e condotto a Sardi.
Un mese sono rimasto ad ammuffire nel palazzo di Tissaferne.
Fortunatamente avevo con me una discreta sommetta in dracme attiche che aprono tante porte; con l'aiuto di Mantineo, ambasciatore ateniese in Persia, che con i miei soldi riuscì a corrompere le guardie e a procurarsi dei cavalli, una notte riuscii a fuggire.
In un paio di giorni raggiunsi Clazomene, di lì trovai un imbarco e raggiunsi la flotta.
Questa volta, fortunatamente, non mi ero perso nulla; il mio arresto, però, aveva fatto molto clamore e tutti avevano capito che anche Tissaferne andava annoverato tra i nemici.
Trasibulo m'informò che c'era un gran movimento in Propontide: i peloponnesi e Farnabazo erano tutti a Cizico, con gli ultimi arrivi (venti triremi) eravamo ormai in superiorità numerica e decisi quindi di dare battaglia.
Giungemmo sul posto dopo aver attraversato un violento temporale, quando fummo nei pressi del promontorio, le nubi si aprirono e uscì il sole, fummo così in grado di vedere la flotta nemica che stava manovrando per allenamento. Fummo più rapidi di loro e gli tagliammo la strada del rientro, il comandante spartano vista la nostra superiorità portò le sue navi a riva una decina di stadi più a est della città.
Mindaro, l'ammiraglio spartano, aveva disposto le navi ormeggiate tutte insieme in modo da offrire un valido contrasto al nostro assalto; allora scesi a terra con gli equipaggi di venti triremi così da prenderlo tra due fuochi; per evitarlo, gli spartani fecero altrettanto. Si ebbe quindi uno scontro tra falangi, Mindaro rimase ucciso quasi subito e le file dei peloponnesi si disunirono e furono sopraffatte.
Riuscimmo così a catturare quasi tutte le navi nemiche e raggiunta Cizico entrammo in città per riscuotere il tributo.
Rimanemmo un mese in Propontide facendo il giro di tutte le città che vi si affacciano, lasciando presidi di truppe e riscuotendo tributi.
Eravamo tornati a essere padroni del mare, il nemico si sarebbe poi riorganizzato ma impiegando molto tempo.
In quei giorni fu intercettata una lettera di Ippocrate, luogotenente di Mindaro. Diceva così: "Le navi sono perdute, Mindaro è morto. Gli uomini hanno fame. Non sappiamo che fare".
Fu subito mandata ad Atene perché venisse letta all'assemblea. I peloponnesi erano senza flotta e, come diceva la lettera di Ippocrate, allo sbando, eravamo padroni dell'Egeo e ne approfittammo: prima mettemmo sotto assedio Calcedonia, un assedio durato un anno e concluso con una battaglia fuori le mura della città col mio intervento determinante al comando della cavalleria.
La sconfitta, anche delle truppe persiane, costrinse Farnabazo alla firma di un trattato di pace che il satrapo riconobbe solo dopo che vi fu apposta anche la mia firma.
Subito dopo ponemmo anche Bisanzio sotto assedio e la primavera successiva anche questa era tornata sotto il nostro dominio: avevamo così il controllo dei commerci dal Ponto e di nuovo l'accesso ai rifornimenti di grano dalla Scizia, fondamentali per Atene.
Misi un presidio sul Bosforo dotato di una decina di triremi col compito di riscuotere la decima da tutte le navi che traversavano lo stretto e ripartii per concludere l'opera di assoggettamento di tutte le città dell'Ellesponto, del Chersoneso e dell'Egeo settentrionale che s'erano sottratte al nostro controllo. Alla fine dell'inverno di quell'anno rimaneva da riconquistare soltanto la Ionia e l'Eubea, era giunta l'ora di tornare in patria.
Erano passati otto anni dal mio esilio, il mondo che conoscevo e anch'io eravamo cambiati profondamente. Otto anni prima non avrei esitato un attimo ad andare e pretendere da Atene ciò che mi spettava, ma in quel momento ero in ansia. Troppe cose erano successe, e troppo tempo ero rimasto lontano per ripresentarmi in città con il mio solito piglio leonino.
A primavera inoltrata, anche su sollecitazione di chi mi era più vicino, decisi che il momento tanto atteso e ora tanto temuto non si poteva più rinviare.
Partii dunque per Samo, dove mi feci consegnare venti triremi, con queste feci il giro delle città che ci dovevano il tributo partendo dalla Caria: in totale raccolsi duecento talenti e poi mi diressi verso Atene. Giunto in prossimità, mi assalì di nuovo l'inquietudine: come sarei stato accolto? Certo in due anni la città era passata dall'orlo del tracollo a un riconquistato dominio di buona parte del suo impero... d'altronde di pari passo il partito dei bottegai aveva trovato in Cleofonte un nuovo capopopolo che mi era ostile... anche Teramene, sempre pronto a tramare alle spalle di tutti era un pericolo da cui guardarmi... e il popolo, sempre pronto ad affidarsi all'eroe di turno e ad abbandonarlo, trascinato dall'emotività del momento, come mi vedeva adesso?
Decisi di allungare la strada e passare da Giteo, sede dell'arsenale spartano, dove erano in allestimento nuove navi, così da aggiungere nuove informazioni da portare a casa.
Finalmente mi decisi a puntare sul Pireo. Ordinai di esporre tutti i rostri e le polene delle navi che durante i combattimenti avevo sottratto al nemico, poi anche tutte le armi e gli oggetti preziosi che costituivano il mio bottino di guerra.
Entrai nella rada del Pireo salutato dalla guarnigione all'ingresso; avvicinandomi scrutavo gli approdi che erano stracolmi di gente festante, ero al contempo inorgoglito e inquieto.
Mi tranquillizzai soltanto quando, ormai a pochi metri da riva, scorsi Eurittolemo che si sbracciava per farsi notare, allacciati gli sguardi a gesti mi fece capire che aveva provveduto a una consistente scorta: evidentemente aveva interpretato i miei desideri, probabilmente gli attentati, che avevano insanguinato la città negli ultimi anni, impensierivano anche lui.
Sceso a terra, la folla mi si fece incontro, ma i giovanotti agli ordini di mio cugino formarono un cordone che mi dava la possibilità di muovermi. Decine di mani si protendevano per toccarmi, tra i volti intorno a me qualche faccia nota ma i più erano sconosciuti e tanti giovani, in tanti mi gridavano parole d'incitamento e qualcuno anche qualcosa in più:
«Prendile in mano tu le redini della città, mandali via quei chiacchieroni!».
«Solo tu ci puoi salvare, liberaci dai lestofanti!».
Per me era una gratificazione ma era anche preoccupante, e dava la misura di come fosse cambiato il clima in città.
Risalendo per le lunghe mura, si formò un corteo che m'accompagnò fino in città. Entrati dalla porta del Pireo, proseguimmo verso l'agorà, ebbi modo di notare come molte botteghe che conoscevo erano chiuse e quelle aperte non erano più traboccanti di merci come un tempo. Nell'insieme la città si mostrava più povera e più triste.
Raggiunta la piazza dell'agorà ebbe luogo una breve cerimonia di restituzione dei miei beni da parte della città ed io consegnai ai pritani i tributi per le casse dello stato; poi, finalmente, mi diressi verso casa accompagnato da Eurittolemo.
Ottenuta in po' d'intimità, potei scambiare due parole con mio cugino.
«Che impressioni hai avuto in questo primo approccio con la città?» mi chiese.
«È strano, e non pensavo che avrei ricevuto questo impatto, m'ha messo malinconia, Atene è triste come un cane abbandonato».
«Forse un po' te lo dovevi aspettare, da quando sei partito, non abbiamo avuto che un continuo peggioramento delle condizioni di vita; solo nell'ultimo anno andiamo meglio ma abbiamo avuto sette anni terribili. Una sequenza interminabile di sconfitte, poi gli assassinii politici e il terrore, poi il governo oligarchico e la guerra civile abortita solo a causa della sconfitta in Eubea... e la fame, per qualche mese siamo stati quasi isolati, abbiamo avuto rifornimenti alimentari molto scarsi. Per questo il popolo ti vede come il salvatore della patria, oltretutto questi anni di lotte intestine hanno decimato la classe politica e ora in confronto ai superstiti risplendi come il sole al mattino. Se non ritroviamo il senso dello Stato, del bene comune, siamo destinati a soccombere; io speravo che passato il momento più critico, quando abbiamo perso l'Eubea, prevalesse un po' di buon senso e invece gli interessi di gruppo e individuali hanno ripreso il sopravvento. Ci vorrebbe una figura carismatica che sia d'esempio e che garantisca gli equilibri fra interessi divergenti. Tu adesso hai un credito tra il popolo che nessuno ha più avuto da vent'anni a questa parte, se col tuo operato riesci a far dimenticare il passato, potresti essere tu il novello Pericle».
«Sarebbe quello che ho sempre desiderato. So che è l'ambizione più difficile che mi sia posto, e Atene non è più quella di Pericle, ma ci proverò».
Rimasi sei mesi ad Atene, l'assemblea che mi aveva eletto stratega prima del mio rientro rafforzò quell'incarico designandomi comandante supremo con pieni poteri.
Durante il mio soggiorno feci fruttare le mie doti diplomatiche, intessendo rapporti con i vari esponenti politici e con le autorità religiose, avendo piena disponibilità delle casse statali ordinai, con il consenso dell'assemblea, la costruzione di cento triremi e il reclutamento di centocinquanta cavalieri e millecinquecento opliti.
Con le finanze personali feci allestire spettacoli e ripristinai la processione dalla città al santuario di Demetra ad Eleusi, sfidando Agide e le sue truppe dislocate a Decelea.
Fu un evento che fece molto scalpore, che si svolse sotto la protezione dell'esercito e con grande partecipazione popolare.
Insomma tutto andava secondo i miei piani, il popolo mi adorava e i miei pari mi tolleravano; apparentemente solo Cleofonte mi rimaneva ostile, ma anche lui aveva poco da lamentarsi perché i suoi amici bottegai prosperavano con le commesse militari. All'inizio dell'autunno dovetti interrompere la mia beata permanenza ad Atene. Le navi e le truppe erano pronte a partire ed io, se mi volevo affermare definitivamente, dovevo riconquistare la Ionia. Pensavo di tornare dopo qualche mese e invece...
Con le navi e le truppe assegnatemi salpai per la Ionia, la stagione era ancora gradevole, anzi si era smorzata la calura estiva e si stava bene anche al sole; il morale degli equipaggi era alto. La flotta in navigazione era un vero spettacolo di vele dai colori sgargianti e i rematori cantavano al ritmo dei tamburi.
Il mio fedele timoniere Antioco era particolarmente pimpante, probabilmente anche perché prima di partire l'avevo promosso comandante in seconda, era così contento che riusciva a trasmettere a tutti il suo entusiasmo.
Giunti a Samo, venni a sapere che i lacedemoni avevano un nuovo comandante: Lisandro, che avevo conosciuto personalmente. Aveva radunato le navi superstiti con quelle da lui condotte dalla Laconia tutte nel porto di Efeso e aveva tirato a secco le più vecchie per fargli manutenzione.
Decisi di andare a vedere con i miei occhi le condizioni della flotta nemica, salpai e mi diressi con la flotta nel golfo di Efeso gettando l'ancora a Nozio, località situata proprio di fronte ad Efeso.
Lisandro disponeva in totale di novanta triremi e conoscendo le capacità del comandante la stimavo una flotta temibile. Io disponevo di dieci navi in più ma con equipaggi più inesperti, quindi se volevo annientare la flotta spartana avevo bisogno di rinforzi.
Avendo saputo che Trasibulo, con la flotta dell'Ellesponto, stava assediando Focea, decisi di chiedere a lui i rinforzi che mi servivano.
Affidai le navi ad Antioco con la raccomandazione di non prendere nessuna iniziativa.
Alcuni giorni dopo, passando davanti a Samo, con i rinforzi, vidi le mie navi ancorate in porto, fu per me come un colpo allo stomaco: era sicuramente successo qualcosa.
Sceso a terra, ebbi il resoconto degli avvenimenti: Antioco, contravvenendo ai miei ordini, aveva provocato Lisandro con la mia nave andando quasi a speronarlo in porto, lo spartiata l'aveva inseguito con tutta la squadra e le altre navi ateniesi erano accorse in difesa di Antioco in ordine sparso, senza coordinamento.
La sconfitta era stata netta: avevamo perso quindici navi, erano morti diversi marinai e un centinaio erano stati fatti prigionieri, tutto per una bravata. Un paio di settimane dopo, ebbi l'ennesima conferma dell'incredibile volubilità del popolo ateniese. L'assemblea aveva destituito gli strateghi in carica e ne aveva designato dieci nuovi, tra cui anche il figlio di Aspasia e Pericle: Pericle il giovane.
Non sarei tornato ad Atene.
L'anno prima, durante le operazioni in Ellesponto, avevo stipulato un'alleanza con i traci e nell'occasione avevo ottenuto da loro, a titolo personale, una fortezza nel Chersoneso vicino a Sesto: mi sarei ritirato lì, era un buon punto d'osservazione ed era l'unica alternativa al rimpatrio.
Paradossalmente il destino mi aveva assestato un colpo formidabile per l'avvenimento di cui ero meno responsabile, certo avevo affidato io ad Antioco la squadra navale ma non potevo immaginare che sarebbe stato così stupido; inoltre avevo forzatamente scelto il mio timoniere perché non mi fidavo di nessuno.
Ero stato colpito ancora dalla volubilità popolare e dalle lotte di fazione che ci avrebbero presto portato alla rovina.
Intanto anche gli spartani cambiarono comandante, a Lisandro succedette Callicratida che aveva portato con sé altre cinquanta navi. Il navarco spartano, uscendo da Efeso con tutta la sua flotta, s'imbatté nella squadra navale comandata da Conone che guidava settanta triremi. Questo vista la superiorità del nemico riparò nel porto di Mitilene, riuscendo a tirare in secco solo quaranta delle sue navi e lasciando in mano agli spartani le altre trenta.
Callicratida piazzò la sua flotta di fronte al porto e fece scendere la fanteria a terra, mettendo così Mitilene sotto assedio per mare e per terra.
Dopo qualche giorno, Conone riuscì a forzare il blocco con due delle sue navi più veloci, una di queste riuscì a fuggire e a portare l'allarme ad Atene; così un paio di settimane più tardi gli ateniesi inviarono una flotta di centocinquanta triremi in soccorso di Mitilene.
La flotta attica giunse in vista dell'isola di Lesbo al tramonto ed essendo ormai tardi per ingaggiare battaglia gli strateghi decisero di ormeggiare nei pressi delle isole Arginuse, di fronte a Mitilene. Callicratida, venutolo a sapere, decise di attaccare gli ateniesi di sorpresa e salpò durante la notte per colpire il nemico durante il sonno.
La sorte però non gli fu propizia, incappò in un violento temporale e giunse in vista della flotta attica solo a giorno fatto; lo scontro fu violentissimo, con numerose perdite in entrambi gli schieramenti, ma alla fine volse a favore degli ateniesi e dopo la morte del navarco spartano, i peloponnesi si dettero alla fuga. A conclusione dello scontro gli ateniesi avevano perso venticinque triremi, i peloponnesi settanta.
Fu un'importante vittoria, non decisiva, ma se si fosse sfruttata per incalzare il nemico, nel momento in cui era senza comandante, poteva diventarla.
Ma Atene è maestra nel dilapidare e, invece di sfruttare il vantaggio, richiamò in patria gli strateghi che non avevano prestato un tempestivo soccorso ai naufraghi delle navi colate a picco.
Ad Atene furono processati e condannati tutti a morte, Eurittolemo in una sua lettera mi ha raccontato il processo.

Caro Alcibiade,
non ho più lacrime per piangere la morte di nostro cugino Pericle.
Ti giuro che ho fatto tutto il possibile per salvargli la vita, aveva raggiunto soltanto da poco l'età per ricoprire cariche pubbliche.
Aspasia è distrutta, le era rimasto soltanto lui.
Spero che Teramene faccia presto una fine atroce, perché è lui il responsabile di tutto ciò, lui e Calisseno che ha presentato la mozione di condanna collettiva.
Ovviamente non potevano passare sotto silenzio cinquemila morti affogati, sicuramente delle negligenze ci sono state, i soccorsi sono stati inviati in ritardo e se si fosse seguita una procedura corretta le singole responsabilità sarebbero emerse.
Gli strateghi hanno riferito alla boulè la loro versione: il combattimento è durato a lungo e quando c'è stata la rotta spartana, si sono gettati tutti all'inseguimento, poi si sono radunati alle Arginuse e solo allora hanno ordinato a Teramene e Trasibulo di andare a recuperare i marinai delle navi affondate. Ma è sopraggiunta una tempesta che ha impedito loro di salpare.
È stato poi sentito Teramene che ha fatto una scena tragica degna di Euripide: gli strateghi erano degli irresponsabili che cercavano di scaricare le loro colpe su di lui e Trasibulo, non avevano avuto nessun rispetto per la vita dei propri marinai.
I pritani hanno quindi fatto arrestare gli strateghi e convocato l'assemblea per il giorno dopo.
È stata un'assemblea lunghissima, la giornata non è bastata per arrivare al giudizio, durante tutta la mattina si sono succeduti gli oratori che accusavano gli strateghi di negligenza e disprezzo della vita altrui e qualche intervento come il mio che evidenziava la difficoltà di coordinamento durante la concitazione di una battaglia. Nel pomeriggio è intervenuto per primo Teramene che ha tentato di ridicolizzare la giustificazione che non fu prestato soccorso a causa della tempesta.
È stata poi la volta degli strateghi che hanno dato ognuno la propria versione dei fatti: radunarsi alle Arginuse era necessario per fare il punto della situazione, si era ancora in tempo per prestare soccorso ma il sopraggiungere della tempesta lo ha impedito.
Quando l'ultimo degli strateghi ha terminato si stava ormai facendo buio e l'assemblea è stata aggiornata, non al giorno dopo, che era festivo, ma a quello successivo.
Oh Alcibiade, se si fosse votato allora, sarebbero stati tutti assolti.
Durante la festività Teramene ha avuto il tempo per organizzare i suoi e mettere in scena la più raccapricciante e tragica farsa che si sia mai vista nella nostra città.
Alla ripresa dei lavori dell'assemblea si sono presentati tra la folla alcune decine d'individui, completamente rasati e vestiti a lutto come sedicenti parenti delle vittime, che hanno urlato per tutta l'assemblea.
Poi Calisseno ha chiesto, a nome della boulè, la mozione di condanna collettiva ricevendo il plauso dei terameniani, ma anche di molti che s'erano lasciati commuovere dalla sceneggiata.
Socrate, che nell'occasione rivestiva la carica di presidente del collegio dei pritani, ha preso la parola dicendo che era una proposta illegale e non avrebbe mai permesso una simile procedura: è stato malmenato ed espulso dall'assemblea.
Il parossismo era giunto al culmine e le urla impedivano i ragionamenti annebbiando la mente del popolo sovrano.
Il silenzio è stato ristabilito con l'introduzione di un testimone che asseriva di essersi salvato su un barile di farina, costui sosteneva di aver ricevuto l'incarico, dagli altri naufraghi, di riferire all'assemblea che gli strateghi avevano lasciato morire i migliori figli della patria. Quando salii sul palco, volevo cercare di far ragionare quella mandria imbizzarrita e feci notare ai presenti che se venivano giudicati collettivamente, non era soltanto una procedura illegale ma sarebbe stato condannato insieme agli altri anche uno stratega la cui nave era stata affondata e quindi non responsabile.
Fu una fatica immane portare avanti il discorso, le urla m'interrompevano continuamente e in me cresceva la frustrazione e la rabbia nei confronti di Teramene, così non son riuscito a trattenermi e ho detto che era Teramene che non aveva rispettato gli ordini.
È stata la fine, non mi hanno più fatto parlare e l'infame si gongolava.
Ma dove siamo arrivati?
Questa manovra, è evidente, è stata orchestrata solo per liberarsi di scomodi rivali e pericolosi testimoni delle sue trame; il popolo ignorante e credulone c'è cascato in pieno. In più i tribunali mancano della partecipazione dei cittadini motivati dalla loro coscienza civica, ormai sono frequentati, per lo più, da ignoranti e prezzolati nullafacenti. I cittadini onesti non hanno più fiducia nel corretto funzionamento delle istituzioni democratiche, si tengono alla larga dai tribunali per non avere guai.
Spero che Teramene si possa ammalare di peste e che muoia tra le sue evacuazioni sanguinolente, con dolori feroci, deriso da tutta la città.
Perdona lo sfogo, sono molto amareggiato perché vedo profilarsi un futuro indegno e ho un grandissimo senso di colpa per non aver fatto abbastanza.
Scusami di nuovo, ti abbraccio forte,
Eurittolemo

Pochi giorni dopo il processo, gli spartani inviarono degli ambasciatori con un'onorevole offerta di pace, ma Cleofonte convinse l'assemblea a rifiutare e a proseguire la guerra.
Tre mesi dopo, da Sparta tornò Lisandro al comando dei peloponnesi; riorganizzata la flotta decise di fare base nell'Ellesponto così da creare più problemi possibili ai rifornimenti alimentari di Atene.
Tornò ad Abido, abituale rifugio degli spartani in quella zona, poi attaccò e conquistò Lampsaco, alleata di Atene.
Dopo qualche giorno giunse la flotta attica, guidata dai nuovi strateghi, era composta da centottanta triremi contro le centocinquanta di Lisandro. Gli ateniesi si misero alla fonda vicino a una spiaggia proprio di fronte a Lampsaco, probabilmente con l'intenzione di controllare i movimenti degli spartani.
Dalla mia fortezza potevo vedere la dislocazione delle due flotte e individuai subito in gravissimo fattore di rischio per gli ateniesi: al contrario degli spartani i marinai attici dovevano fare un sacco di strada per procurarsi il cibo e l'acqua, e Lisandro poteva sfruttare il momento col maggior numero di marinai a terra per attaccare.
Come vi ho già detto all'inizio del mio racconto mi precipitai ad avvertirli del pericolo ma fui trattato in malo modo; sono sicuro che qualcuno tradì, non tutti erano traditori ma Adimanto sì, perché fu l'unico ufficiale ad essere risparmiato da Lisandro.
Il comandante spartano fu spietato, dopo il massacro degli ufficiali incatenò e vendette come schiavi tutti gli altri ateniesi, pare intascandone l'incasso; in poco più di un mese assoggettò tutte le città dell'Egeo, compresa Samo e poi si piazzò all'imboccatura del Pireo.
Gli ateniesi non volevano arrendersi senza condizioni e resistettero alcuni mesi all'assedio, poi inviarono Teramene a Sparta per condurre una trattativa.
Questi si trattenne altri tre mesi dai Lacedemoni e quando fu sicuro che ad Atene le morti per fame erano tante, tornò in città e ottenne la resa incondizionata.
Atene occupata dagli spartani... mi sembra così irreale.
A ben vedere, ora che insieme a voi ho ripercorso le tappe principali di questa guerra, la colpa della sconfitta è ovviamente collettiva, sebbene qualcuno è più colpevole e altri meno, ma le decisioni importanti sono state prese in assemblea, e questa avrebbe dovuto distinguere quali fossero le scelte migliori per la città. Tante menti messe insieme dovrebbero funzionare meglio di una sola, invece non è così.
L'assemblea è la rappresentazione dell'ignoranza al potere e le decisioni vengono prese sull'onda dell'emotività e non ponderate con la ragione.
La democrazia è veramente una follia universalmente riconosciuta!
Ora basta con i pensieri tristi, la vita continua e mi ha insegnato che il destino riserva sempre qualche sorpresa.
Magari domani mando un messo in Macedonia, negli ultimi anni diversi miei concittadini sono emigrati là; alla corte di Archelao potrei trovare una collocazione, prenderò informazioni.
Non è un'idea da scartare, potrei farmi raggiungere da Timea; ma forse per lei sarebbe troppo duro vivere in una società dove le donne contano ben poco.
Ho bisogno di tempo per rifletterci.
Adesso penso che andrò a dormire, speriamo di riuscirci: da un po' di giorni si sono messe a gracidare le rane nello stagno a valle della casa, sono veramente fastidiose.
Brechechechè, coà, coà, brechechechè, coà, coà, brechechechè, coà, coà.


Bibliografia


Tucidide: Storie ovvero La guerra del Peloponneso.
Aristofane: Le nuvole, I cavalieri e Le rane.
Euripide: Le fenicie e Medea.
Senofonte: Elleniche.
Plutarco di Cheronea: Vite parallele: Alcibiade e Coriolano.
Luciano Canfora: Il mistero Tucidide, 1999, Adelphi
Gianluca Cuniberti: Iperbolo ateniese infame, 2000, Il Mulino.
Jacqueline de Romilly: Alcibiade. Un avventuriero in una democrazia in crisi, 2001, Garzanti libri.
Ernst Baltrusch: Sparta, 2002, Il Mulino.
Giovannangelo Camporeale: Gli etruschi. Storia e civiltà, 2004, UTET Università.
Luciano Canfora: Il mondo di Atene, 2011, Laterza.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: