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lavoro pubblicato mercoledì 24 giugno 2015
ultima lettura mercoledì 18 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Madre Terra

di AnnaRossi. Letto 380 volte. Dallo scaffale Fantasia

L'inverno era ormai entrato di prepotenza, non solo nel calendario, ma anche astronomicamente. La temperatura era rigidissima; ed in quella notte così silenziosa che non si udivano nemmeno i versi degli uccelli notturni, mi sentivo particolarmen...

L'inverno era ormai entrato di prepotenza, non solo nel calendario, ma anche astronomicamente. La temperatura era rigidissima; ed in quella notte così silenziosa che non si udivano nemmeno i versi degli uccelli notturni, mi sentivo particolarmente stanca e sfiancata. Avevo tanta voglia di riposare, dopo aver dato molto, riempiendo la dispensa degli uomini, di ogni ben di Dio: dai cereali, alla frutta, ai legumi, e ad ogni varietà di verdure e poi, ancora, avevo generato fiori di ogni colore, piante, arbusti e dato la casa ad una moltitudine di animali ed insetti. Dopo tanto lavoro, mi ero impoverita di tutte le mie risorse, consumando notevolmente, le mie sostanze nutritive.
Stavo cercando di distendermi, quand'ecco che con un'immensa felicità, notai scendere i primi fiocchi di neve, soffici e leggeri e poi diventare sempre più copiosi. Era la tanto attesa neve che mi avvolgeva con il suo manto puro e cristallino.
Così pensai, adesso finalmente avrei potuto ristorare le mie zolle scure e fertili. Avrei cullato, proteggendoli, i chicchi di grano ed i piccolissimi semi, che avevano bisogno del mio calore, per poter crescere in primavera. Me ne sarei presa cura con tanto amore, come solo una mamma, può fare con le sue creature.
Nei giorni successivi, la coltre nevosa addolcì la mia solitudine e custodì con grazia il mio sonno. Ed anche se la mia aria così spoglia, dava l'apparenza di una desolazione, in realtà, mi stavo preparando con tutte le mie forze, a dare il meglio di me stessa nella bella stagione e regalare nuovamente i miei doni all'uomo.
Il tempo passava, mi sentivo rigenerata e pronta per essere arata ed abbellita da tanti piccoli germogli. Inoltre, ero preparata per accogliere i moltissimi amici insetti, che si trastullavano fra i miei solchi: coccinelle, vermi, le laboriose formichine, i coleotteri e molti altri.
Dopo tanto freddo, le giornate iniziarono a diventare più lunghe, l'aria si intiepidì e così lentamente, diedi inizio al mio risveglio, mi sentivo in forma ed energica e come benvenuto alla dolce primavera, mi ricoprì di tappeti verdi dal colore acceso, da cui apparvero fiori dai molteplici colori e profumi: viole, primule, narcisi, margherite, bucaneve e tanti altri.
Stavo così bene ed avevo un'aria fresca e salubre, ma ben presto accade qualcosa, che mi avrebbe cambiato la vita.
I germogli che erano rimasti a dormire nelle mie pieghe, cominciarono a nascere e le loro foglioline tenere, iniziarono a scoprire il sole. Erano così piccole e bisognose di tante cure e soprattutto dell'amore dell'uomo. Ma questi, vedendole così gracili, pensò di irrobustirle, dandole dei concimi chimici: l'azoto per accelerare la crescita, il potassio per addolcirle; in aggiunta a questo, c'era la sostanza per far diventare le foglie più lucide, quell'altra per gonfiare il frutto, ecc.
Cominciai ad appesantirmi e ad avvertire i primi disturbi, sentivo di aver assunto qualcosa che non mi faceva affatto bene, anzi, mi stavo intossicando.
Poi, come se non bastasse, l'uomo vedendo i molteplici insetti che si arrampicavano sulle piantine: il bruco, gli afidi... Pensò bene di usare delle sostanze per poterli debellare e così decise di utilizzare i pesticidi. Questi, non solo uccidevano i miei poveri amici, ma mi stavano avvelenando.
Il contadino iniziò ad irrorarmi con una sostanza tossica, sentivo il veleno che mi invadeva le viscere ed entrava dentro ogni piccola molecola del mio essere, facevo fatica a respirare.
Così mi ammalai seriamente ed avevo preso il colore pallido del sofferente. Piano piano, i frutti che producevo non erano più così buoni, erano gonfiati chimicamente ed avevano un sapore amaro. Vedevo morire ogni cosa che nasceva, non solo i poveri bruchi, ma anche gli uccelli che mangiavano di quei frutti e così ogni animale che disgraziatamente si cibavano di loro.
Mi sentivo impotente, udivo il grido di dolore di quelle creature, cercavo di far capire all'uomo, che quello che stava facendo, avrebbe finito per avvelenarlo, intanto io, avevo contratto una gravissima malattia, chiamata "inquinamento" e conseguentemente smisi di produrre ortaggi saporiti e frutti dolcissimi.
Un brutto giorno accadde qualcosa di molto grave, vidi il figlio del fattore, un bambino piccolo di nome Daniel, avvicinarsi al ciliegio, che aveva dei frutti rossi e succosi.
Il bimbo non sapeva che il giorno prima, il papà aveva imbottito le ciliege di un veleno potente, per uccidere i vermi e così si mise a mangiarle voracemente. Volevo avvertirlo che quello che stava facendo era pericoloso, ma non sapevo come fare così lui tranquillamente ne mangiò tantissime.
Subito dopo iniziò a sentirsi male e ad avvertire dei dolori lancinanti all'addome. Si contorceva tutto ed aveva la bava alla bocca, per fortuna, arrivò il padre, che vedendo il figlio in quello stato, urlò dalla disperazione: "Ma cosa hai fatto Daniel? C'era il veleno, oddio adesso che faccio?"
Il bimbo perse i sensi, il padre angosciato, prontamente lo accompagnò in ospedale, ma quando arrivarono, Daniel era andato in coma.
I medici, fecero di tutto per salvarlo, ma il bambino restò in coma. Per molti giorni, Daniel rimase in quello stato, i genitori lo assistevano continuamente e pregavano che il loro adorato figlio, si risvegliasse. Un giorno, che portarono anche la sorellina a fargli visita, Daniel, improvvisamente aprì gli occhi e guardando Lella le disse: "Lella, non mangiare tutte le mie caramelle!" La sorellina lo abbracciò felice e gradualmente Daniel guarì e ritornò a casa.
Il contadino, sebbene a sue spese, capì l'importanza di non usare più sostanze chimiche per l'agricoltura ed anche se la frutta non era lucida e così bella da vedersi, l'importante che fosse genuina e buona da mangiare.
Da quel momento ricominciai a sentirmi meglio, il mio aspetto era nero e soffice. Ero priva di tutti quei veleni che mi avevano intossicato e mi accinsi a produrre una quantità notevole di prodotti della natura buoni e salubri per la grazia di grandi e piccini.



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