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lavoro pubblicato martedì 23 giugno 2015
ultima lettura sabato 5 gennaio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Sorge il Sole

di Jul3sRyan. Letto 460 volte. Dallo scaffale Storia

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Sorge Il Sole

Un vento temporalesco soffiava sui prati ricoperti di brina, increspando le acque del lago.

Il cielo era plumbeo ed il silenzio regnava in quel paesaggio irreale. La natura, quieta nel suo continuo fluire, sembrava essersi congelata in un unico terribile istante che rimaneva impresso nella mente e che si presentava, ora, davanti agli occhi del pastore.

Migliaia di corpi giacevano su quello che doveva essere stato il teatro di una battaglia feroce, altri galleggiavano nelle acque del lago, e venivano trasportati verso le rive sassose e tinte di sangue, dove già molti erano approdati; le membra gonfie e violacee, i visi contratti in espressioni di sofferenza e paura. Indossavano tuniche rosse e cotte di maglia. Alcuni avevano ancora l’elmo di bronzo sulla testa ed altri, quelli caduti sul campo, giacevano accanto alle proprie armi; gladi, spade corte ed appuntite e giavellotti. Grossi scudi rettangolari erano sparsi sul terreno, alcuni infranti da colpi violenti, quasi frantumati.

Questo era ciò che rimaneva delle legioni comandate dal console Caio Flaminio. Spazzate via, nella mattina nebbiosa, tra i profili infidi delle colline dove era scattata la trappola tesa dallo scaltro generale Annibale. Le sorti di Roma erano incerte, ma la cosa non preoccupò troppo l’uomo dalla corporatura robusta, che osservava quello spettacolo straziante di morte. Egli sperava solo che gli eserciti lasciassero le sue terre.

I capelli neri e folti erano un tutt’uno con la barba incolta ed i suoi occhi scuri incorniciati da folte sopracciglia erano velati da una tristezza profonda e dalla scoratezza. L’uomo indossava abiti umili e camminava appoggiato ad un bastone nodoso, consumato al punto d’essere levigato nel punto in cui era solito afferrarlo, consumato come i suoi calzari ed il suo stesso corpo. Alle sue spalle alcune decine di pecore pascolavano sul campo erboso e ricoperto dei fiori che quel giugno piovoso aveva portato con se, del tutto disinteressate alla strage, come se per loro la natura avesse nuovamente stravolto l’esistenza in un ciclo continuo e impietoso, di nessuna importanza nello scorrere dell’eternità. Eppure li erano scomparsi migliaia di soldati Romani, migliaia di storie e vite e differenze. Un cane da pastore, dalla folta pelliccia bianca e con grandi occhi color ambra , annusò alcuni corpi e poi si allontanò, rimanendo tra il gregge, le orecchie basse, spaventato da tanta violenza. Il pastore, di nome Helvius, fece un sospiro e poi fece per avviarsi per un sentiero che si andava ad inerpicare su di un colle e che in breve l’avrebbe riportato a casa. Un gemito, però, lo fermò.

Rabbrividì al pensiero che qualcuno potesse essere sopravvissuto e che giacesse in terra, ferito. Pregò gli dei e corse tra i caduti per provare a soccorrere chiunque avesse emesso quel flebile suono.

Gaio Atius giaceva al suolo, tra i compagni. Aveva gli occhi vitrei, puntati verso il cielo ed il corpo irrigidito dal freddo. Era un Astato; lo si capiva dalla semplice piastra di bronzo assicurata al petto e dalla povertà dei suoi armamenti. L’elmo che portava ancora in testa presentava una grande ammaccatura e probabilmente era stato il colpo ricevuto a fargli perdere i sensi durante il combattimento. Quando il giovane vide l’ombra del pastore avvicinarglisi , cercò febbrilmente il suo gladio tra l’erba.

<< Tranquillo romano…non voglio farti del male…sono qui per aiutarti.>> disse l’uomo, chinandosi accanto al legionario, che rinunciò al combattimento e fece un profondo respiro.

<<Sei ferito?>> chiese il pastore.

Atius scosse il capo e rispose con una voce tremante ed incerta:

<<No…sto bene…ma sono molto indebolito…devo essere rimasto senza sensi per tutta la notte.>>

<<Vieni…ti porto a casa mia, li potrai riprenderti senza temere i lupi.>> disse l’uomo, aiutando Atius ad alzarsi. Sorreggendolo l’aiutò ad allontanarsi dal campo di battaglia ed il legionario si guardò intorno attonito.Molti soldati erano stati spogliati delle armi, degli scudi e delle cotte di maglia; della potenza delle legioni non rimaneva niente, solo semplici ragazzi annientati. Ora, senza le insegne e le armi erano stati privati dell’aspetto di militari e tristemente giacevano nella nostalgia dei cari che non avrebbero più rivisto, nella privazione delle loro speranze.

La casa di Helvius sorgeva a poca distanza dal lago, immersa in ampi pascoli per il suo gregge e circondata da boschi d’aceri e castagni. Era un edificio umile ma efficiente, costruito in solido tufo e ricoperto da un tetto di paglia. Accanto sorgeva una stalla in cui i cani da pastore condussero le pecore belanti.

Helvius entrò in casa e subito la moglie Aelia balzò in piedi agitata, nel vedere il legionario.

<<Per gli dei! Povero giovane!>> disse andando a sostenere Atius per poi aiutarlo a distendersi sul letto con il materasso imbottito di lana.

<<è sopravvissuto alla furia dei Cartaginesi. Non è ferito gravemente, si riprenderà.>> disse Helvius.

Aelia si affrettò ad offrire al giovane legionario dell’acqua fresca e quest’ultimo la bevve con sollievo, sentendo il fresco fluido scendergli per la gola e ristorarlo.

<<Grazie…>> disse e poi si abbandonò alla spossatezza e dormì profondamente, riscaldato dal fuoco scoppiettante di quella piccola casa; non si destò nemmeno quando Helvius gli offrì del formaggio, dormì un sonno agitato e tormentato da incubi che lo fecero contorcere e lamentarsi nel buio.

Quando sorse il sole Atius aprì gli occhi e si sentì bene. Si mise a sedere sul giaciglio e poco dopo vide entrare Aelia dalla porta. La donna gli offrì del cibo e lui l’accettò volentieri.

<< vi sono enormemente grato.>> disse mentre assaporava il formaggio di pecora, saporito, accompagnato da una focaccia calda.

<<Ringrazio gli dei per averti risparmiato la vita. Troppa devastazione è portata dai Cartaginesi, ci sottraggono le terre e le ricchezze, e ci uccidono come bestie… almeno oggi non sono riusciti a privarci di un altro giovane cittadino Romano.>> rispose Aelia, con fermezza.

Atius mangiò in silenzio, guardandosi intorno. La fattoria aveva piccole finestre chiuse da imposte di legno e solo spiragli della luce del sole riuscivano ad insinuarsi nella stanza con le pareti spoglie e poco mobilio consistente in una cassa in cui i due pastori riponevano i vestiti e in due grandi letti con materassi riempiti di lana. C’era poi un ripiano costruito in pietra su cui Aelia aveva disposto la brace e stava riscaldando dell’acqua calda, appena attinta dal pozzo pieno d’acqua piovana situato appena fuori dall’edificio, scolpito nella roccia da Helvius in persona, decorato con forme di animali selvatici e figure mitologiche. Era una casa costruita secondo il costume dei padri, e gli utensili da cucina, dai calici ai piatti di terracotta erano decorati in sobrio stile etrusco.

Il giovane legionario si alzò ed andò alla finestra compiendo dei passi lenti ed instabili. Aelia era sul punto di accorrere a sostenerlo ma Atius le fece cenno di non preoccuparsi, e con un ultimo passo raggiunse la parete così da poter scrutare all’esterno. Il sole mattutino risplendeva sulla campagna, espandendo la sua luce abbagliante sulla superficie cristallina del lago e sulle chiome ondeggianti degli alberi. Il cielo era terso e l’aria profumata accarezzò il viso di Atius. La bellezza d’ogni cosa sembrava amplificata ai suoi occhi. Il semplice fatto d’essere vivo rendeva ogni gesto, ogni colore, ogni respiro il dono più grande che gli Dei potessero fargli. Pensò che sarebbe tornato a Roma, che avrebbe rivisto il padre e la madre. Poi l’orrore del ricordo lo riassalì. Barcollò mentre tornava a sedere sul giaciglio e si prese la testa tra le mani, cominciando a respirare affannosamente.

Aelia gli si sedette accanto e gli accarezzò le spalle per confortarlo, senza trovare le parole per dire niente.

<<Oh, se sapeste con quale leggerezza io e i miei commilitoni siamo andati incontro al massacro! Quanta meschinità è responsabile di tale tragedia. Ho visto morire amici e parenti sotto le armi dei Cartaginesi invasori e ora sono qui, salvo solo per pietà vostra, impossibilitato a combattere e ad onorare coloro che sono morti al mio fianco.>> Prese a dire Atius con voce agitata e gli occhi inumiditi da lacrime che a stento riusciva a trattenere.

<<Quale fato ironico devo subire ora? Felice d’esser vivo e privo d’onore, ora che agli occhi del senanto di Roma e al popolo Romano non sono altro che un codardo, fuggito dal campo di battaglia.>>

<<Tu giacevi sul campo di battaglia, con le armi ancora in pugno! Dì questo a Roma!>> intervenne Aelia, cercando di rincuorare il ragazzo.

<<Se ci sarà una Roma in cui tornare…>> aggiunse tristemente Atius, scuotendo il capo.

Entrò in quel momento Helvius, avvolto in una mantella di lana, appoggiato al bastone nodoso e ansimante. Aelia e Atius si alzarono scossi ed il pastore disse:

<<I Cartaginesi si preparano a partire e a muovere verso sud! Ma sono alla ricerca di sopravvissuti, inoltre pare siano interessati alle spoglie dello stesso console Flaminio, le cui spoglie non sono state trovate sul campo. In un villaggio vicino invece seimila legionari sfuggiti alla battaglia si sono appena arresi dopo essere stati accerchiati, divenendo prigionieri di Annibale. Devi nasconderti ragazzo!>>

Atius aggiunse:

<<Non c’è nessuna legione tra loro e la patria adesso.>>

Helvius chiuse la porta alle sue spalle non appena il suo cane pastore fu entrato e poi aggiunse:

<<Non è Roma che mi preoccupa adesso, giovane militare, ma la nostra sorte! Poiché i cavalieri di Annibale si appresteranno a fare preda nei villaggi e nelle nostre città , mentre gli africani cercheranno foraggio per poter sostenere il movimento di un così grande esercito.>>

Aelia si guardò intorno agitata, cercando con lo sguardo tra i suoi oggetti, per valutare quali fossero i più preziosi e quali avrebbe portato con se in caso di saccheggio. Non esitò ed afferrò e strinse nelle mani due piccole statue raffiguranti due giovani, i suoi figli ora lontani, e pregò i penati. Helvius scrutò fuori dalla finestra e poi riprese a dire:

<<Sono corso qui dalle colline vicine, ho visto una turma di cavalieri cartaginesi discendere dagli accampamenti e ho reputato più sicuro tornare qui.>>

Atius gli si accostò e guardò con lui fuori per vedere oltre il profilo dei colli erbosi una densa nuvola di polvere, accompagnata dal rombo indistinto ed inquietante del galoppo dei cavalli.

<<Non sono cartaginesi, ma mercenari numidi. Cavalieri abilissimi, abituati nelle loro terre a cavalcare sin dall’infanzia. Vanno in battaglia come sagittari, un tutt’uno con il loro destriero e scagliano giavellotti e dardi per poi ritirarsi in modo da evitare l’impatto con le nostre linee. È stato uno di loro a colpirmi.>> disse il legionario.

Helvius lo guardò negli occhi e vide l’espressione del ragazzo seria e imperturbabile.

<<Dobbiamo rifuggiarci nei boschi.>> disse.

Aelia ancora più agitata e con le lacrime agli occhi , udendo i cavalieri avvicinarsi, esclamò:

<<Fuggiamo allora! Aspettiamo che siano lontani!>> e strinse nelle mani le due statuette, come se volesse proteggerle da quel frastuono. Il pericolo e la presenza di Atius la fecero sentire più vicina ai suoi figli, anch’essi arruolati nelle legioni che si trovavano in Spagna.

Atius disse:<< Fuggite. Io non mi muovo.>>

<<Ragazzo se hai fretta di gettar via la tua vita fallo pure, ma almeno fallo in battaglia, non standotene in attesa d’essere catturato da una moltitudine di nemici.>> esclamò Helvius, mosso a compassione.

Atius disse:

<<Non ho intenzione di gettar via la vita.>>

<<E allora cos’è quell’espressione rassegnata sul viso?>> lo incalzò il pastore.

<<Consapevolezza. Non si smette mai di combattere e non intendo tirarmi indietro.>>

Helvius guardò per alcuni istanti il viso del ragazzo; i suoi occhi erano sereni. Aelia si strinse al marito proprio mentre la turma di cavalieri passava di gran carriera a pochi metri dalla casa, tra il belare agitato delle pecore ed il nitrire dei cavalli spronati.

I numidi si allontanarono oltre le colline con la stessa velocità con la quale erano arrivati. Probabilmente erano degli esploratori, mandati in avanscoperta dal generale cartaginese in modo da assicurarsi che le vie che si accingeva a percorrere fossero sgombre, e i passi appenninici transitabili.

Atius uscì e scrutò in lontananza. Tra l’abbaiare dei cani sentì urla cartaginesi echeggiare in lontananza.

Helvius lo chiamò:

<<Atius, vieni dentro, e cambiati d’abito. Ricorda che si combatte in tanti modi, e restare vivo per il momento è l’unico modo che hai per poter combattere i cartaginesi nel futuro.>>

Atius rientrò e sedette sul letto mentre Aelia , calmatasi si rimetteva a sistemare la brace che languiva ed Helvius si sedeva vicino alla finestra per tenere sotto controllo gli spostamenti dei cartaginesi.

Poco dopo Atius indossò una tunica leggera e si liberò degli indumenti da legionario, nascondendoli in fondo alle cassapanche dove i due proprietari della casa tenevano i loro abiti. Non si separò però della sua daga, un dono fattogli da Minucio Quinto, primo centurione della sua coorte. Osservò l’arma e se la assicurò alla cintura.

Fu allora che Helvius gli chiese:

<<Raccontaci. Cos’è successo alle Legioni sulle sponde del lago Trasimeno?>>

Aelia intervenne ed esclamò con un tono di rimprovero:

<<Non costringiamo il nostro ospite a rivivere con il ricordo la battaglia a cui è da poco scampato!>>

Atius però disse:

<<Vi dirò cosa è accaduto. In modo che gli errori fatti non vengano più commessi in futuro. Non so se vedrò la prossima alba, quindi è giusto che racconti a voi le vicende della battaglia, e prego Marte di far si che ciò che vi dirò servirà un giorno a ricostruire gli eventi e a permettere ai consoli che verranno dopo Flaminio di non cadere nei tranelli tesi dai Cartaginesi.>>

Helvius annuì ed Atius prese a raccontare.

<<I Cartaginesi…>> prese a dire sospirando e volgendo lo sguardo intorno, con una smorfia di disgusto e rabbia.

<<…Essi non affrontano il nemico a viso aperto. Non schierano le truppe in campo lasciando agli dei la decisione di chi sia più meritevole di vittoria. Piuttosto tramano inganni e stratagemmi per indurci all’errore. Caio Flaminio, uomo d’onore, si è comportato secondo i costumi romani, purtroppo risultati ingenui di fronte all’infidità di Annibale.

Eravamo accampati ad Arezzo e sotto il comando del console c’erano i sopravvissuti della battaglia della Trebbia, della terza e quarta legione, e poi la decima, alla quale appartenevo, e l’undicesima, appena costituite. Il senato ed il popolo romano, temendo la discesa dell’armata Cartaginese in Italia avevano ordinato ai due consoli di bloccare le vie d’accesso alla penisola. Così mentre noi aspettavamo il nemico, sbarrandogli la via in etruria,il console Gneo Servilio Gemino, e le sue legioni, bloccavano la via ad Annibale tenendo Rimini, per impedirne la discesa sulla costa adriatica.

I Cartaginesi decisero di piegare ad occidente e discendere nella valle dell’Arno, che per favore di Giove straripò , causando loro molte perdite. Ciò però non valse ad arrestarli e fu così che Flaminio inviò dei messaggeri a Gemino per invitarlo a muovere il suo esercito e conginugersi a lui per prendere Annibale e la sua armata, in numero ben superiore agli eserciti consolari, nella morsa mortale delle loro legioni.

Annibale però, consapevole degli intenti di Flaminio, cercò in tutti i modi di attaccare battaglia; dapprima devastò i campi e bruciò le fattorie, scatenando sul popolo inerme la violenza e la rabbia dei suoi soldati. Poi depredò villaggi, uccidendone senza pietà gli abitanti. Io, ed i miei commilitoni bruciavamo dentro davanti a ciò che accadeva e chiedevamo a gran voce che il console ci lasciasse scendere in campo contro il nemico. Ero convinto che gli dei fossero con noi e che il numero non sarebbe bastato a contrastare il valore! Il coraggio e la forza di un esercito costituito da giovani romani e italici, liberi, desiderosi di difendere le terre dei loro padri non sarebbero mai stati sopraffatti da schiavi. Perché è ciò che sono i Cartaginesi! Schiavi e mercenari. Sotto il comando di Annibale sono ben pochi gli africani liberi. Il nerbo del suo esercito sono mercenari ispanici, galli e numidi. Questi ultimi poco più che straccioni; barbari, nomadi delle pianure dell’africa, sottomessi a Cartagine, nello scontro codardi. Essi infatti scagliano dardi da lontano per poi ripiegare veloci, evitando lo scontro con le schiere romane. A nulla valsero, però, le nostre richieste. Saggiamente, e solo ora me ne rendo conto, il console attendeva il collega per scendere in campo. Seguivamo a distanza i Cartaginesi, accampandoci a poca distanza da dove si accampavano, mandando di continuo esploratori per capire che movimenti facessero e quali intenzioni avessero.

Continuavamo a seguirli quando si scatenarono gli inferi su di noi.

Accampati sulle sponde settentrionali del lago riuscivamo a vedere sulle colline a est il campo cartaginese che veniva lasciato dalle truppe, che si rimisero in viaggio verso sud.

Flaminio ordinò che ci mettessimo in marcia, così nelle prime luci dell’alba raccolsi i miei bagagli e mi preparai a partire. Quinto passò in rassegna la mia coorte insieme al secondo centurione Lucio Rufo e ci disse che avremmo viaggiato in colonna, ma notai l’espressione preoccupata del suo viso e l’esitazione nella voce, cosa non consona alla sua pragmaticità e imperturbabilità;

<<C’è qualcosa che ti preoccupa centurione?>> chiesi e Quinto mi guardò con i suoi occhi verdi svegli, incastonati nel suo viso squadrato e rugoso.

<<Se fossi in voi terrei le armi a portata di mano…non mi fido dei Cartaginesi, e i boschi tra noi e loro sono ottimi nascondigli>>.

Il suono delle trombe annunciò che la decima legione doveva mettersi in marcia e la mia coorte si fuse alle migliaia di legionari che uscivano fuori dall’accampamento per poi percorrere le sponde del lago.

Volsi intorno lo sguardo nella nebbiosa atmosfera di quella mattina. Molti camminavano stancamente , altri restavano seduti in terra aspettando che il grosso dell’esercito si fosse mosso. I giorni di attesa, a così stretto contatto con il nemico, creavano uno stato d’ansia e apprensione che dilatati nel tempo rendevano ogni cosa insostenibile. Il vociferare dei soldati era un continuo lamentarsi, un invocare la battaglia. Sentii lo stesso Quinto commentare con Rufo le scelte di Flaminio ed imprecare quando si rese conto che saremmo passati tra le colline e le sponde del lago. Per un attimo Quinto si voltò verso di me ed accennò con il capo, come se mi volesse dire di stare pronto.

Marciavo tra i primi, seguito dai principi e dai triari. Il mio manipolo succedeva di pochi metri gli ultimi uomini della undicesima legione e la cavalleria che le trottava ai fianchi.

La nebbia era talmente densa che non riuscivo a vedere che a pochi metri da me. Le sagome dei soldati che mi precedevano andavano dileguandosi nei bianchi vapori ed i passi e le voci erano attenuati. Sembrava di trovarsi in un sogno.

Eravamo in marcia da poco tempo quando sentii riecheggiare dalla testa della colonna delle urla, più precisamente degli ordini, che il Console e la moltitudine di centurioni e soldati iniziarono a gridare.

L’agitazione si impadronì di me mentre Quinto esclamava di prepararsi al combattimento. Lasciammo cadere a terra ciò che non serviva, e grazie ai consigli del centurione indossai l’elmo afferrai lo scudo ed impugnai il pilum in pochi istanti. Quinto e Rufo gridarono ordini e vennero sollevate le insegne della nostra coorte, in modo da poter rimanere uniti nella formazione e non disperderci nella nebbia. Accorsi per prendere il mio posto nello schieramento,mescolandomi con gli altri astati, ed in quel momento passò al galoppo un cavaliere che gridò:

<< La retroguardia cartaginese ci sbarra la strada! Preparatevi a combattere!>>

Sentii il cuore battermi all’impazzata e mi guardai intorno, nella agitazione generale dei soldati che prendevano le armi e cercavano di schierarsi. Passarono pochi istanti e poi la terra cominciò a tremare. Un frastuono lontano e tetro riecheggiò come se le colline stessero per franarci addosso.

Poi vidi una moltitudine di ombre schiantarsi sulle file ancora disordinate delle fila che ci antecedevano. Le urla strazianti dei feriti erano accompagnate dai cori chiassosi dei cavalieri numidi e Cartagnesi che ne facevano strage, lanciati nella carica.

Tremai, non mi vergogno ad ammetterlo. Pensai che fossi sul punto di perdere tutto, e per un folle istante chiusi gli occhi e inspirai profondamente, pensando che forse quello sarebbe stato il mio ultimo gesto da vivo. Li riaprii in seguito alle urla di Quinto che ci ordinò di voltarci a sinistra e dare le spalle al fiume, e vidi in quell’istante una turma di cavalieri numidi galoppare veloci verso di noi. Ci apprestammo a posizionarci in modo da poterli respingere ma questi lanciarono i loro micidiali giavellotti , che con sibili agghiaccianti si schiantarono su di noi prima ancora che avessimo avuto modo di sollevare gli scudi sopra la testa. Il sangue cominciò a bagnare la terra sulla quale avremmo combattuto per sopravvivere. Vidi alla mia destra e alla mia sinistra astati cadere trafitti da parte a parte, altri sorreggersi a stento, con i dardi nemici conficcati nelle cosce. Le urla resero impossibile comprendere gli ordini che venivano gridati dai centurioni, mi ritrovai improvvisamente solo, e nel caos. Tutto ciò che potevo fare era rimanere fianco a fianco con gli atri astati e tenere sotto controllo le insegne della mia coorte.

Principi e triari, questi ultimi più esperti ed armati di lance in grado di bloccare la carica di cavalleria si proposero in avanti, urlando a gran voce di lasciarli passare, ma a nulla valse. I cavalieri numidi piegarono a sinistra ed evitarono la selva di lance che i triari gli avevano eretto dinnanzi.

Dopo una stretta curva ci sfilarono nuovamente davanti e scagliarono contro di noi un nuovo nugolo di dardi. Li vidi compiere una parabola sopra le nostre teste e poi abbattersi su di noi fulmineamente. Sollevato lo scudo sopra la testa sentii il giavellotto urtare sulla parte centrale e il mio braccio vibrò per resistere alla potenza del colpo.

Ci scagliammo di nuovo in avanti, spronati dai triari , che ormai erano al nostro fianco, e dai centurioni. Le necessità della battaglia ci avevano costretto a combattere in modo disordinato, e senza alcuna efficienza. I numidi ripiegarono nuovamente e si prepararono ad un nuovo attacco. La polvere sollevata dalla loro cavalcature lanciate al galoppo si andò a mescolare con la nebbia rendendoci ancora più ciechi, facendoci sentire ancora più in trappola.

Il clangore della armi, le grida, il sangue e le budella che ricoprivano il terreno si interrompevano in pochi metri, il lago alle nostre spalle, infatti, languiva placido con le sue acque limpide, come una sicura promessa d’oblio nel viaggio verso gli inferi.

Resistemmo ad un nuovo attacco e a quel punto mi divenne insopportabile il vedere i miei compagni cadere e giacere al suolo e nessuno dei nemici colpito a morte. La paura scomparve. Mi si riempì il petto di rabbia e di desiderio di vendetta. Sarei morto e non me ne importava , ma volevo portare con me almeno uno di quei barbari. So che sarebbe valso a poco, ma fu l’unico pensiero che mi permise di non arrendermi, e di continuare a combattere.

Ormai la battaglia si era trasformata in tanti piccoli combattimenti sostenuti da manipoli allo sbaraglio. Alla nostra sinistra potemmo vedere gli altri legionari della decima legione essere attaccati anche dai mercenari galli insubri. Questi ultimi odiavano Roma e desideravano vendicarsi di Caio Flaminio, che sei anni prima aveva annesso le loro terre conducendo una gloriosa campagna militare.

Il loro desiderio di rivalsa sul popolo romano li aveva resi schiavi dei cartaginesi, e la situazione disperata in cui ci trovavamo rinforzò in loro l’esaltazione guerrieria.

Si scagliarono sui nostri commilitoni brandendo spade lunghe, molti di loro combattevano a petto nudo offrendo impavidi i corpi possenti alle armi romane senza alcuna protezione. Solo i più ricchi di quei celti, i capi tribù, indossavano elmi e armature rudimentali e si lanciavano nella mischia esultando, per dare prova del loro valore. Sembravano bestie lanciate in combattimento. Nulla rispetto all’ordine e alla disciplina romana. In altre circostanze sarebbero caduti sotto i colpi delle legioni ma l’inganno li aveva posti in una situazione di superiorità.

Fu in quel frangente della battaglia che alle nostre spalle galopparono i cavalieri romani, in testa a tutti Caio Flaminio che gridava ordini e disposizioni, nel disperato tentativo di salvarci da ciò che sembrava ormai inevitabile.

<<Tenete la posizione! Respingeteli!>> gridò.

L’osservai allontanarsi tra la polvere, insieme ai suoi cavalieri e compiere una manovra per prendere alle spalle i galli insubri che erano impegnati a combattere con i sopravvissuti della decima.

<<Legionari! Preparatevi a lanciare!>> gridò Quinto, sollevando il pilum. Io e gli altri soldati lo imitammo e restammo in attesa che il primo centurione ci desse il segnale per lanciare. Restai immobile, tenendo il braccio flesso, pronto a scattare come una molla. Davanti a noi i numidi si compivano una nuova ed ampia curva per tornarci contro. Si avvicinarono brandendo a loro volta i loro giavellotti. Il sudore mi colava sulla fronte da sotto l’elmo mentre aspettavo l’ordine che Quinto diede solo quando i cavalieri nemici furono abbastanza vicini. Lanciammo i nostri giavellotti e si abbatterono sui numidi, falciando cavalli e cavalieri.

<<Afferrare i gladi!>> esclamò Quinto, e tutti eseguimmo. L’aver viso cadere i nemici aveva rinnovato in noi il coraggio. Brandendo la mia spada, e costituendo un muro di scudi con i miei commilitoni, mi sentii imbattibile sentendo abbattersi su di essi i dardi dei nemici.

Quando riabbassai lo scudo vidi nella polvere i cavalieri numidi ripiegare nella polvere. Mi voltai verso lo scontro che in quegli stessi instanti si svolgeva sulla nostra sinistra con i galli. I barbari sembravano avere la meglio e la cavalleria romana si era dispersa. Fu in quel momento che vidi un accorrere ordinato di legionari intorno ad un corpo, e schierarsi intorno ad esso per difenderlo dal nemico.

Mi sembrò di riconoscere l’elmo crestato bianco e nero del console, poi i triari lo nascosero alla mia vista mentre su di loro si abbattevano i galli, che vennero trafitti senza pietà dalle lance.

Quinto esclamò ordini per far si che fossimo schierati al meglio e Rufo cercava di ricomporre il suo manipolo, quello che maggiormente aveva risentito degli attacchi dei numidi. Guardai il terreno intorno a me e lo vidi cosparso di corpi e armi. Tra i caduti v’era anche il portatore dell’insegna; un giovane dai capelli castani, con il viso ancora imberbe. Giaceva con l’insegna ancora stretta tra le mani, un giavellotto conficcato in pieno petto. Egli, mantenendo l’onore del reparto, era rimasto esposto ai lanci dei nemici senza che nessuno , nella confusione, condividesse con lui il suo scudo. Una profonda malinconia s’impadronì di me e mi volsi verso Quinto, che saldo nell’animo continuava a dare disposizioni. Ci ordinò di spostarci verso lo scontro con i galli, e cercare di attaccarli sul fianco, mentre i triari avrebbero protetto le nostre spalle dalla cavalleria di Annibale.

Eseguimmo , restando uniti, e marciammo verso lo scontro. Quando i galli ci videro una moltitudine dei loro guerrieri corse verso di noi e si abbatti sulle nostre file. Reggemmo l’urto, chi era nelle seconde file parò i fendenti che i nemici menavano dall’alto in basso, nel tentativo di trovare un varco tra i nostri scudi, chi era nelle prime fece emergere il gladio oltre il muro di scudi ed infilzò i barbari per poi ritirare nuovamente la spada, in modo da tenerla nascosta e mantenere lo schieramento integro. Fu in quell’occasione che uccisi il mio primo nemico; un guerriero dai capelli biondi, con una folta barba riccioluta. Affondai il gladio nel suo ventre molle e osservai i suoi occhi pieni di terrore mentre il suo sangue e le sue interiora si riversavano ai miei piedi. Cadde a terra con un gemito.

Iniziammo ad avanzare , camminando sui corpi dei nemici uccisi, e uccidendone altri ad ogni passo. Quando qualcuno nelle nostre fila cadeva, subito era sostituito da un altro che prendeva il suo posto.

Un altro guerriero si abbatti su di me; parai il fendente con lo scudo, e mentre il gallo era ancora sbilanciato lo infilzai, abbattendolo. Mi ritrovai però con il viso ricoperto di sangue e solo voltandomi capii che il soldato al mio fianco era stato appena ucciso, e giaceva a terra con l’elmo spezzato in due, come la sua testa. Il barbaro che l’aveva ucciso stava in quell’istante per menare un nuovo fendente, sta volt verso il mio fianco scoperto. Il tempo sembrò fermarsi mentre sollevavo il gladio per parare il suo colpo, ma prima che egli potesse compiere l’arco completo con le sue braccia, Quinto, lo infilzò da parte a parte e lo gettò a terra con un calcio. A quel punto il centurione si schierò al mio fianco.

<<Tutto apposto ragazzo. Ti stai comportando bene!>>

annuii senza riuscire a proferire parola. Respiravo affannosamente e mi sentii esausto. Osservai la moltitudine di nemici davanti a noi e mi sembrò impossibile sopraffarli. Tra l’altro noi eravamo sempre di meno, ormai decimati, a stento costituivamo un manipolo completo e voltandomi vidi Rufo, il secondo centurione vacillare nel tentativo di tenere il passo con gli altri. I galli gli avevano tagliato un braccio di netto ma non erano riusciti a ucciderlo. Il soldato continuava a camminare perdendo sempre più sangue, poteva andare da solo nei campi elisi. Crollò a terra e io mi voltai di nuovo verso la battaglia.

Uccidevamo i barbari e avanzavamo, ci spingevamo sempre di più tra le loro fila, decimandoli, ma i vuoti nel nostro schieramento venivano rimpiazzati prontamente sempre più di rado, finché il nostro fronte non fu troppo piccolo per continuare ad avanzare. Solo i triari alle nostre spalle rimanevano ben saldi, pronti ad entrare in azione in caso fossimo aggirati o sopraffatti.

Gli dei vollero che i galli, volubili e non organizzati, si gettassero in una fuga disordinata, sopraffatti dal nostro coraggio.

Quinto esclamò e altre centinaia di grida riecheggiarono insieme alla sua.

Per un attimo riuscii a riprendere fiato. Avevo il cuore che batteva all’impazzata e le gambe tremanti per la tensione. Mi guardai intorno e mi resi conto che le sorti della battaglia fossero segnate. I corpi dei legionari ricoprivano il terreno e in ben pochi continuavamo ad ergersi a stento in quel campo di battaglia angusto.

Vidi vicino alle sponde del lago triari massacrati e mi chiesi che sorte avesse avuto Flaminio.

Passarono pochi minuti di relativa calma, poi i nemici tornarono all’attacco. Il galli corsero nuovamente giù dai colli, seguiti dalla cavalleria cartaginese che li aveva costretti a non abbandonare la battaglia. I cavalieri africani indossavano armature rilucenti al sole che da poco era riuscito a filtrare attraverso la nebbia e la polvere e brandivano lance acuminate. Anche i numidi tornarono all’attacco, finiti i giavellotti ora brandivanoa spade corte e affilate.

Quinto non diede nessun ordine. Si voltò verso di noi e con la stessa espressione serena che aveva sempre avuto in ogni circostanza disse:

<< Roma è stata sconfitta. Chi vuole preservare l’onore resti al mio fianco. Non giudicherò codardi gli altri. Che gli dei vi proteggano.>>

A quelle parole i legionari gettarono le armi e si lanciarono in una fuga senza speranza. Vidi alcuni spogliarsi delle armi e tuffarsi nella acque del lago, unica via lasciata libera dal nemico, altri sprofondarvi senza più riemergerne.

Restai accanto a Quinto, insieme ai pochi che avevano deciso di continuare a combattere. Il centurione mi sorrise e disse:

<<Facciamogli vedere chi sono i romani.>>

<<Si centurione.>> dissi. Nel mio animo non mi sentii un eroe, anzi mi sembrò di tradire la sua fiducia . Avevo semplicemente scartato l’idea della fuga poiché non reputavo possibile fuggire da quella situazione. Semplicemente avevo scelto di rimanere voltato verso i nemici ad attendere la morte, piuttosto che dar loro le spalle.

Il terreno vibrava sotto i miei piedi mentre le turme di cavalieri incalzavano dai lati e i galli urlavano mentre caricavano frontalmente. Altri soldati si diedero alla fuga, sopraffatti dallo spettacolo d’annientamento che gli si profilava davanti.

I galli si abbatterono su di noi. Quinto ne uccise uno, poi il fendente di un altro infranse il suo scudo. Il centurione roteò su se stesso e riuscì ad abbattere con l’elsa della spada l’altro nemico, colpendolo sulla nuca. Poi diverse lame trafissero il suo corpo robusto e finalmente Quinto lasciò cadere la spada. L’osservai morire mentre paravo con lo scudo i colpi di un guerriero. Quasi stancamente lo sbilanciai colpendolo con lo scudo, ringhiando tra i denti e affondai il gladio nel suo petto, le mie braccia erano divenute troppo pesante e a stento riuscivo a sostenere ancora il peso delle armi. Parai un fendente , poi un altro ancora e poi vidi un cavallo galoppare al mio fianco. Sollevai lo sguardo e vidi un cavaliere numida, il viso teso e concentrato, il braccio nerboruto disteso nell’atto di colpirmi. Sollevai il gladio per parare il fendente, ma indietreggiai ed inciampai su di un corpo; non riuscii a parare il colpo e la spada del cavaliere si abbatté su di me. Tutto si fece buio.>>

Helvius rimase in silenzio mentre Aelia singhiozzava.

Atius si alzò dal letto e tornò a scrutare fuori dalla finestra.

<<Ora tutto è in mano loro. Di nuovo la mia vita, e ora anche le vostre.>> disse.

<<Lascerò questa casa, non voglio crearvi problemi. Se volete fuggire nei boschi in attesa che i cartaginesi lascino l’etruria fatelo. Non preoccupatevi di me. Io devo tornare a Roma, a costo di essere catturato.>>

Aelia esclamò:<< No!>>

Atius osservò la donna perplesso ed Helvius la zittì stringendola a se.

<<Scusala. Abbiamo due figli in Spagna, legionari come te. L’averti qui e poterti aiutare per noi è un onore. E spero che gli Dei immortali compensino i nostri figli con la buona sorte in cambio dell’aiuto che offriamo a te.>>

Atius capì ed annuì, ringraziando nuovamente i due.

<<Ora, Atius…vieni con noi. Molti abitanti dei villaggi vicini si sono rifugiati in grotte poco lontane, li saremo al sicuro. Ci andremo non appena le tenebre nasconderanno i nostri movimenti.>> continuò Helvius alzandosi e raccimolando il cibo che poteva, per poi metterlo in una sacca.

Aelia l’aiutò e lanciò un’occhiata con gli occhi pieni di lacrime ad Atius, accennando ad un sorriso.

Il giovane romano li osservò e poi tornò a scrutare oltre la finestra. Si sentì in dovere verso l’ospitalità dei due e si chiese se forse non sarebbe stato meglio difenderli. In fondo doveva la vita ad Helvius.

Il sole pomeridiano splendeva nel cielo e le ore d’attesa parvero interminabili. Stare in quella piccola casa sperduta tra i colli assomigliò all’attesa della battaglia sugli spalti di una fortezza. Solo all’imbrunire i tre si azzardarono ad uscire dalla piccola fattoria. I cani da pastore si unirono alla loro strana passeggiata notturna, seguendoli, stando con le orecchie bene alzate.

Non avevano percorso altro che pochi metri quando i cani presero ad abbaiare e ringhiare nervosi e delle fiaccole proiettarono le loro tenue luci tremolanti sul manto erboso della collina e sugli oscuri tronchi degli alberi.

I tre si arrestarono e un sudore freddo imperlò la fronte di Helvius. Atius, silenzioso ed invisibile lasciò il sentiero e si nascose tra i cespugli poco distanti, subito seguito dai due coniugi.

Un vociferare straniero proveniva oltre il dosso, poi apparvero tre soldati cartaginesi. Sembravano ubriachi e portavano con se cibo probabilmente rubato i qualche fattoria poco lontana. Non erano affatto vicini al campo, probabilmente si erano persi. Il modo in cui ridevano e i passi barcollanti erano un chiaro indice del fatto che avevano ecceduto con il vino per festeggiare la vittoria.

Atius vide i tre e li odiò profondamente. Si atteggiavano a padroni in una terra straniera, sicuri al punto da girovagare in piena notte, con le armi nei foderi.

Helvius ed Aelia si rannicchiarono nella speranza di non essere visti dai soldati, ma i loro cani invece continuarono ad abbaiare e ringhiare, due corsero verso i soldati cartaginesi, come se volessero sbarrare loro il cammino ed intimarli di andare via dal loro territorio.

Gli africani estrassero le spade e sfidarono ironici gli animali, invitandoli con gesti e urla ad attaccarli. Aelia si strinse al marito, temendo per la sorte dei cani che lei stessa aveva visto nascere ed aveva cresciuto con amore. Helvius si tratteneva a stento dal chiamarli, per non rischiare di compromettere la situazione. Atius sentiva un insopportabile senso d’impotenza.

Quando uno dei cani balzò contro il soldato più vicino, riuscì per poco ad evitare un fendente violento ma poco preciso. La punta della spada, però gli tagliò un orecchio e l’animale guaì ed indietreggiò. Aelia si lasciò trasporate dall’emozione e chiamò l’animale a se alzandosi in piedi.

Helvius la imitò e richiamarono a loro i cani, che obbedirono.

I soldati cartaginesi risero e fecero cenno ai due di avvicinarsi. Atius ed Helvius si lanciarono uno sguardo.

I due si presentarono ai cartaginesi che guardarono con eccessivo interesse la bella moglie del pastore. I lunghi capelli neri e le forme sensuali del suo corpo risvegliarono il desiderio nei tre soldati. Dicendo sconcerie incomprensibili ma intuibili dai modi, un cartaginese si avvicinò per accarezzare i capelli di Aelia e disse qualcosa nella sua lingua ad Helvius che non capì ma che ebbe l’istinto di stringere a se la moglie. Il soldato cartaginese lo colpì con un pugno in pieno viso ed Helvius cadde a terra. Le risate dei soldati cartaginesi riecheggiarono nel bosco notturno, coprendo le urla di Aelia, che si chinò sul marito per soccorrerlo. Un soldato cartaginese stava per afferrarla per la veste e portarla a se quando Atius emerse dall’oscurità alle spalle del gruppo, con in mano la daga affilata.

Sgozzò in silenzio il soldato più vicino e che gli dava le spalle. Si sentì solo un sibilo e poi un tonfo. Quando gli altri due cartaginesi si voltarono videro il ragazzo, con indosso la veste rossa degli astati, e gli occhi di brace che sembravano avvampare più delle torce ch’essi tenevano in mano.

Il cartaginese che aveva impongo la spada si scagliò su di lui ma Atius lo evitò con agilità, il soldato si voltò e provò a colpire il legionario prima con la spada, mancandolo nuovamente, e poi con la torcia. Atius si mosse come un’ombra, sembrav sparire e riapparire dopo ogni colpo che lo sfiorava. Affondò la daga nella schiena del secondo soldato, uccidendolo e poi si volse verso quello che era più vicino ad Aelia e che aveva estratto a sua volta la spada.

<<Non valete granchè senza il vostro generale che vi muove come pedine.>> disse Atius sorridendo.

Il cartaginese lo attaccò, e sta volta la velocità del suo braccio fu sufficiente a colpire Atius. La veste rossa fu lacerata ed un taglio superficiale si aprì sull’addome del ragazzo, che si chinò su se stesso per un istante, maledicendo la sua presunzione ed imprudenza. Il cartaginese gli fu addosso pochi attimi dopo ma Atius lanciò la daga verso la sagoma dell’avversario e lo vide fermarsi, con la spada sollevata sopra la testa. Il cartaginese sembrò soffocare mentre cadeva sulle ginocchia e poi si abbandonava sul terreno. Atius si rialzò ed estrasse la daga dal collo dell’ultimo avversario.

Nei momenti in cui il legionario si avvicinava ad Aelia in lacrime per confortarla, e poi aiutava Helvius a rimettersi in piedi dopo il colpo ricevuto, si sentì forte come Ercole.

Negli anni in cui aveva servito nelle legioni di Roma non aveva mai provato niente del genere. Sapeva che combatteva per difendere i costumi dei padri e gli abitanti di Roma, ma mai aveva vissuto una cosa simile. La battaglia non era battaglia se si difendeva qualcuno in carne ed ossa, non era l’odio a muovere le membra negli scatti rapidi ed istintivi del combattimento, ma una profonda emozione; una sensazione passionale di speranza che faceva sentire l’animo pieno di forza.

<<Grazie Atius…ci hai salvato!>> disse Helvius posandogli una mano sulla spalla.

Atius non disse nulla, contemplò i cadaveri dei cartaginesi e ne studiò la fisionomia. Non li aveva mai visti così da vicino. Avevano visi affilati ed una carnagione scura che contrastava con gli occhi glaciali. Se li lasciarono alle spalle, e raggiunsero in breve tempo le grotte, dove si addormentarono pesantemente, insieme agli altri rifugiati. Atius non riuscì a prendere sonno e girovagò per il bosco gran parte della notte. All’alba, dall’alto di un monte, aveva visto l’esercito cartaginese mettersi in viaggio e poche ore dopo raggiunse le sponde del lago per dare una degna sepoltura a Quinto e a quanti più compagni potesse seppellire da solo. Non aveva nemmeno finito di scavare la prima buca che si unirono a lui, in rispettoso silenzio, contadini e abitanti dei villaggi vicini, riemersi dai boschi dopo il passaggio tremendo dell’armata Cartaginese. Nessuno in Etruria si schierò con Annibale. I piani del generale della famiglia Barca cominciavano a disfarsi, e con essi la possibilità di sbilanciare gli equilibri politici di Roma nella penisola Italica. Ne Spoleto ne Terni si arresero alle sue truppe, così da costringerlo a deviare verso l’adriatico e l’apulia, nella speranza di formare alleanze in modo da poter sostentare il suo esercito nella guerra contro Roma.

Solo a tarda sera Atius tornò a casa di Helvius e Aelia.

I due l’accolsero offrendogli del vino. Atius ne bevve un sorso.

<<Erano ubriachi…altrimenti non sarei mai riuscito a batterli.>> disse Atius, pulendo la lama della sua daga ancora insanguinata con una parte della veste.

Aelia gli si inginocchio davanti e lo ringraziò ripetutamente.

<<Che gli dei ti proteggano Atius.>> disse, e poi protese le mani verso il ragazzo che accetto di accogliere nel palmo quel che Aelia gli stava donando.

<<Voglio che le tenga tu.>> disse la donna.

Atius scoprì d’avere in mano le due statuette dei figli dei pastori, quelle che tenevano sull’altare dei penati, nella loro piccola casa.

<<Non capisco…non posso accettarli.>> disse Atius.

<<Tienili con te, e se un giorno incontrerai i miei figli, di loro cosa hai fatto oggi e mostragli queste statuine a testimonianza che dirai il vero. Così che loro proteggeranno te, e tu loro. E che gli dei concedano a tutti voi di tornare un giorno dalle vostre madri, dai padri e nelle terre che vi hanno visto nascere e crescere forti e pieni d’onore!>>

Atius strinse il pugno intorno al dono, sentendo le lacrime scendergli sulle guance. Disse

<<Sono fiero d’aver ricevuto tale benedizione.>>

Helvius aggiunse:

<<Se mai incontrerai i miei figli, riferisci loro che sono fiero che servano Roma accanto a uomini come te.>>

Atius abbracciò Helvius e poco dopo disse addio ai due pastori, rifiutano ulteriore ospitalità.

Si incamminò verso sud, nell’incertezza del domani, diretto verso Roma. Tutto ciò che sapeva è che avrebbe continuato a combattere e che non si sarebbe mai arreso. Era sconfitto, salvo per circostanze fortuite, in una patria minacciata dall’annientamento. Eppure il suo cuore era pieno d’orgoglio e gioia. Gioia d’aver salvato, orgoglio d’aver mantenuto l’onore fino alla fine, in tutte le terribili vicende che gli si erano abbattute contro.

In fondo, si disse, quale maggiore ricchezza può avere l’uomo se non la stima di se stesso? Cosa da più coraggio nell’ affrontare la vita del sapere che nulla, ne vittorie ne sconfitte, potranno mai turbare colui che ha se stesso in proprio potere, e che dopo ogni notte il sole sorge e risplende alto nel cielo per chi ha la fortuna di esistere.

Tre anni dopo Atius scenderà in campo nuovamente contro Annibale, sta volta però a Zama, alle porte di Cartagine, sotto il comando di Publio Cornelio Scipione, combattendo fianco a fianco con i figli di Helvius ed Aelia. In quell’occasione Roma andò incontro al trionfo, spostando per sempre gli equlibri nel mediterraneo. Nessun altro rivale all’altezza di Cartagine avrebbe turbato Roma nei secoli a seguire.

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