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lavoro pubblicato martedì 23 giugno 2015
ultima lettura domenica 16 giugno 2019

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ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 4 - L'ACCADEMIA DEGLI DEI

di PatrizioCorda. Letto 467 volte. Dallo scaffale Fantasia

Nei giorni a seguire scoprimmo tante cose conversando con Nommo: infatti, egli chiese di poter parlare con noi piccoli del villaggio almeno due o tre ore al giorno, preferibilmente al mattino. Questo ci esentava dai faticosi compiti di raccolta dell'ac...

Nei giorni a seguire scoprimmo tante cose conversando con Nommo: infatti, egli chiese di poter parlare con noi piccoli del villaggio almeno due o tre ore al giorno, preferibilmente al mattino. Questo ci esentava dai faticosi compiti di raccolta dell'acqua e del legno, e sicuramente questa piccola vacanza aggiungeva pepe alla già eccitante prospettiva di imparare da un essere così colto. Scoprimmo che in realtà Nommo poteva vivere a lungo fuori dallo stagno, ma aveva bisogno di passare tanto tempo in acqua, immagazzinandone grandi quantità, prima di intraprendere qualsiasi spostamento. Non per nulla, come ci rivelò, il mezzo con cui era giunto a noi era interamente pieno d'acqua, un po' come un acquario. Ma a noi anche un simile concetto sembrava totalmente inaccettabile.
Io, TeePaa e Guashi, il più grande tra noi coi suoi dodici anni, non mancavamo a un incontro, e ci sentivamo perennemente in competizione nel carpire quanti più dettagli possibile dalle parole del Visitatore. In realtà Guashi, con i suoi capelli irti e sfibrati, e con la sua corporatura già poderosa, non brillava per acume quanto me e TeePaa, quindi spesso colmava il gap mnemonico dandocele di santa ragione dopo ogni incontro. Eppure, eravamo inseparabili.
Nommo spiegò a noi e ai più anziani del villaggio che Polo To ed Emme Ya impiegavano 50 dei nostri anni terrestri per ruotare intorno a Sirio, sebbene Emme Ya fosse più piccola e molto più leggera. Questa lentezza nell'orbitare avrebbe rallentato i suoi sconvolgimenti climatici, tuttavia l'implosione di Sirio avrebbe coinvolto ugualmente le stelle minori, vanificando il tutto.
Il sistema di Sirio sarebbe collassato approssimativamente in 4.000 anni; quindi, Nommo avrebbe dovuto ricongiungersi ai suoi conterranei entro quella data. Ma tra noi chi sarebbe mai sopravvissuto tanto? Era impossibile!
Noi eravamo solo degli umani...e noi, poco più che bambini.
Un dio sì, avrebbe potuto vivere così tanto.
...qualcuno di noi sarebbe diventato un dio?

Col passare delle settimane, Gusa e Adira frequentarono Nommo sempre più spesso. Egli insegnò loro i principi della matematica, e alcuni mesi più tardi i due furono capaci di insegnarli - non senza fatica - agli adulti del villaggio, compreso mio padre. In un mondo primitivo, come l'aveva definito Nommo in principio, lui era riuscito, tracciando linee sulla sabbia e spiegando con infinita pazienza, ad insegnarci come calcolare distanze che, tuttavia, mai avremmo saputo colmare concretamente a quel tempo.
Insegnò poi ai cacciatori del villaggio alcune interessanti tattiche da applicare contro animali di grossa portata come Mastodonti, rinoceronti ed Ermion. Ci suggerì di non attaccarli mai quando il nostro gruppo era inferiore alle otto unità, e propose un sistema di "esca a staffette" volto a distrarre la preda, che il resto del gruppo avrebbe poi aggredito alle spalle. Ideò inoltre diversi tipi di trappole, seguendoci passo per passo nella loro realizzazione, senza però mai uscire dallo stagno. La notte, il suo dorso risplendeva sul fondo dello stagno, irradiato dai raggi lunari. Senza emettere un suono, stava adagiato sul fondo, e nessuno si azzardava a rompere quel silenzio.
Riconosceva i periodi di secca e di pioggia con diversi giorni d'anticipo, rizzandosi sulle sue corte gambe e scrutando i cieli con fare pensieroso. Chiudendo i suoi occhi cerulei, pareva entrare in sintonia con lo stato delle cose, quasi fosse capace d'accedere impunemente a qualsiasi segreto della natura. Nel primo anno di permanenza, non subimmo più attacchi da nessuna belva, né rischiammo di tornare con morti o feriti da alcuna spedizione. Addirittura, in previsione di un prolungato periodo di alluvioni, ci consigliò di rafforzare tutte le nostre capanne con fanghiglia e ampie palme, per irrobustirne i tetti e le fondamenta. Il piano funzionò egregiamente e non appena il sole ritornò a splendere tutti noi ci prostrammo ai suoi piedi in segno di profonda e sincera gratitudine.
Io e TeePaa ci sentivamo, in tutto questo, i preferiti di Nommo. Mentre andavamo agli incontri, sempre accompagnandoci a Guashi, gli adulti del villaggio solevano chiamare la nostra piccola combriccola l'Accademia Degli Dei, insinuando che sarebbe stato uno di noi tre il designato a diventare il semidio che sarebbe partito con l'uomo pesce per il viaggio millenario che aveva annunciato mesi prima.
«...Te lo immagini? Vivere per migliaia di anni! Sarebbe incredibile!» vagheggiava TeePaa, mentre camminavamo assieme diretti verso una radura preceduta da qualche collina ricoperta di fiori variopinti che crescevano sino a toccare i nostri fianchi. Era già passato un anno e mezzo dall'arrivo di Nommo; eppure, egli non aveva ancora mostrato interesse nell'uscire dal suo stagno che andava allargandosi sempre più, tanto da sembrare ora un laghetto con tanto di ninfee e piccoli pesci suoi ospiti. E soprattutto, non pareva intenzionato a sciogliere alcuna riserva in merito a chi sarebbe stato l'eletto, né sembrava aver intenzione di sottoporci a prove di alcun tipo.
Per ora, si limitava a erudirci, parlandoci di matematica, di stelle e del passato della sua terra. I piccoli sentieri di terra rossa che percorrevamo non esistevano nel suo mondo: i mari di Sirio erano tendenti al verde, e terre e vegetali spesso erano dipinti di un azzurro scintillante, mentre il cielo assumeva, in base ai momenti della giornata, vari colori, che andavano dal rosso sangue dell'alba al giallognolo della piena giornata fino al viola scuro della notte. Nella nostra mente di ragazzini immaginavamo un mondo capovolto, popolato di creature misteriose e dalle tinte inusuali. Un mondo i cui abitanti viaggiavano, di stella in stella, cercando una nuova casa e cambiando le esistenze dei popoli che incontravano.
Giungemmo in cima alla collina più alta, dopo circa un'oretta di solerte camminata. TeePaa era assai dimagrito, e si era anche notevolmente sviluppato in altezza, senza però perdere la sua smaliziata mimica facciale. Anch'io ero cresciuto, e devo dire che avevo, con mio enorme sollievo, avuto una crescita considerevole sul piano muscolare. Non ero nerboruto e atletico come Guashi, ma almeno avevo acquisito abbastanza massa da poter finalmente essere un membro attivo nelle battute di caccia. Dall'arrivo di Nommo, i cacciatori avevano conseguito numerosi successi nelle loro battute, riuscendo addirittura ad abbattere rinoceronti e Uri, cosa mai successa prima. La situazione del villaggio era quindi migliorata sotto tutti gli aspetti, e vi era addirittura stato un incremento delle nascite. Il primo nascituro dall'arrivo del Visitatore era stato, per rendergli onore, chiamato Noho Moyi. Era un bimbo dall'espressione indecifrabile, e fin dal principio si capì che quei occhi dalle pupille rossastre avrebbero visto grandi cose.
Guashi era, ormai tredicenne, entrato a tutti gli effetti tra gli adulti, e quindi lo incontravamo unicamente durante le sessioni divulgative di Nommo. Io e TeePaa avremmo dovuto sgobbare ancora per un po', tra otri d'acqua, legname e pietre. Già, pietre. Questa novità era stata introdotta da Nommo, che ci suggerì di fortificare il villaggio costruendo una sorta di muro di cinta, fatto di pali, frasche e una solida base rocciosa. Questo significava spesso e volentieri recarsi nei più disparati punti del circondario a raccogliere pietre e rocce di svariate dimensioni, cosa che ci entusiasmava ben poco.
Ci saremmo presto accorti che quei sassi avrebbero fatto da movente per la prima, durissima prova di coraggio che avremmo affrontato.
Fortunatamente, il giorno dovevamo solamente raccogliere alcune erbe, su espressa richiesta di Adira. Cogliendo la palla al balzo, ci furono appioppate anche due belle otri da riempire. Otri in spalla, ci calammo furtivamente lungo il pendio che portava alla radura. Nel pieno della primavera, questa si presentava spettacolarmente viva e colorata. Sotto un cielo di un azzurro meraviglioso, si potevano vedere in lontananza monti bianchi perfettamente levigati, ai cui piedi giacevano piccoli boschi. La radura era immensa, di un bellissimo verde, tra ciuffi alti e bassi, palme, banani e gigantesche felci. I Mastodonti brucavano placidamente, non disdegnando alcuni arbusti colmi di bacche che erano sorti rigogliosi. Gli Uri e i rinoceronti invece, al pari delle gazzelle, consumavano i ciuffi più bassi e modesti. I toni scuri dei manti di queste bestie tappezzavano singolarmente il verde della radura, e il tripudio di colori era ancor più ammaliante se gli si aggiungeva il laghetto cristallino che brillava sotto il sole a sud-ovest delle montagne. La tranquillità pareva permeare quell'oasi, e potemmo raccogliere la nostra acqua condividendola coi giganti che tanto temevamo un tempo. Anche grandi gazze bianche e piccole scimmiette dal muso rosso si accostavano allo specchio d'acqua. Ma nessuno, il giorno, pareva volere il male di alcun essere vivente.
Ricordo che poche altre volte in vita mia mi sentii tanto in armonia con me stesso e il mondo.
Passammo il resto della mattinata su una grossa roccia piana che cadeva a strapiombo sul basso fondale del lago, a mangiare pigramente dei grossi fichi ancora acerbi, col solo obiettivo di godere di quella meraviglia finché possibile.
«Pensi che sarà uno di noi?».
TeePaa ruppe il silenzio con quella domanda a bruciapelo. Distolsi lo sguardo dal cielo e lo ritrovai a fissarmi, col capo leggermente inclinato. Non l'avevo mai udito tanto sincero e onesto.
«Tutto può essere», risposi con relativa sufficienza, lasciandomi andare nuovamente sulla bianca superficie della roccia, «potrei essere io, come potresti essere tu o potrebbe essere Guashi. O magari qualche adulto...o anche nessuno. Anche i saggi come Nommo possono sbagliare...».
Questa mia proiezione negativa non piacque a TeePaa, che abbassò la testa e disse «alla fine, l'importante è che qualcuno ci riesca. Per il bene di tutti...».
Forse ero stato troppo cattivo con lui. La sua infanzia lo aveva profondamente segnato, e ora che un barlume di speranza per noi tutti era giunto, anch'egli si era riscoperto umano, con dei sentimenti, e soprattutto bambino. Dopotutto, anche lui aveva solo undici anni. Essere dei o semidei alla lunga importava poco. Il bambino che io avevo etichettato come egoista e cinico mi aveva aperto gli occhi su ciò che era veramente importante: il bene comune. Il progresso e la prosperità del mio popolo, che era in realtà anche la mia famiglia. E TeePaa, che famiglia non ne aveva praticamente mai avuto, aveva carpito questo dettaglio fondamentale. Probabilmente allora lui era più vicino al Bene che Nommo predicava di quanto non lo fossi io.
Avvertivo qualcosa bruciare in me. Per tutto il viaggio di ritorno, ponderai a fondo, sentendomi ingiustamente inferiore al mio amico e chiedendomi perché fossi, moralmente, ancora tanto indietro. Al ritorno, Nommo esigette la nostra presenza. Il pomeriggio stava svanendo, e quando arrivammo trovammo Guashi già sdraiato sul terreno, con un bastoncino in mano, intento a scribacchiare sul terreno.
«Bentornati, ragazzi. Spero abbiate goduto del bel tempo quanto ne abbiamo goduto qua al villaggio» disse Nommo con la consueta cordialità. Le sue braccia squamose erano austeramente conserte, ma il suo sorriso era benevolo come al solito.
«Stasera affronterete la vostra prima prova. Ma non si tratta né di una prova di forza, né di una prova di coraggio. Stasera, coglierete il frutto dei vostri prolungati studi. Vi ho parlato a lungo delle stelle: ebbene, oggi proverete le vostre conoscenze e capacità mnemoniche». Io e TeePaa ci guardammo attoniti per un istante, poi con un cenno affermativo della testa continuammo ad ascoltare il nostro maestro. Guashi intanto ci guardava quasi annoiato, con l'aria di chi aveva già sentito quel discorso ed era già pronto da tempo.
«Impugnate pure le stecche e sdraiatevi l'uno accanto all'altro. A lungo vi ho parlato della mia terra, la mia amata Sirio. Ebbene, voglio che calcoliate, come vi ho insegnato in questo anno e mezzo, la distanza tra il vostro pianeta e la stelle di Emme Ya, terzo elemento del sistema di Sirio. Il primo che vi riuscirà sarà guida e capo nella prossima prova che sosterrete. Tanta erudizione e concentrazione sono richieste in questa prova. Comunque vada, so che non mi deluderete...potete iniziare».
Furono quattro ore d'inferno. Sfregavamo come ossessi sul terreno, e ricordo che all'imbrunire, quando ci risollevammo storditi, avevamo tutti e tre le mani scorticate e bruciacchiate dall'attrito col suolo. Non so come feci a districarmi tra tutti quei calcoli e quelle cifre relative a masse, distanze e unità di misura. So solo che qualcosa s'impossessò di me e mi fece finire per primo. In verità, TeePaa finì solo pochi minuti dopo di me, mentre Guashi impiegò qualcosa in più, a conferma della sua non eccelsa rapidità mentale.
8,6112 anni luce. Emme Ya, la leggerissima figlia di Sirio, era distante da noi 8,6112 anni luce. Quando rialzai il capo dal terreno, incrociando il sorriso soddisfatto di Nommo, non avevo nemmeno idea di come avessi fatto a quantificare una simile distanza. Eppure, arrivai primo, guadagnandomi la posizione di comando nella prova che avremmo affrontato. Forse il demone che mi aveva eroso mentre tornavo dalla radura era lo stesso che mi aveva fatto vincere la prova?
Fu l'ambizione, chiaramente, a portarmi a quel risultato. Ricordo la trepidazione e l'attesa di un'onorificenza, e ricordo anche la delusione immediata quando Nommo si limitò a complimentarsi con tutti. Mentre mi giravo per andare verso la mia capanna, sentii qualcosa bloccarmi. Colto da questa improvvisa paralisi, sentii una forza attrarmi, e girandomi, mi ritrovai con le caviglie nell'acqua, e Nommo a pochi centimetri dal mio viso. Il suo sguardo, ceruleo come il cielo che avevo ammirato quella stessa mattina, mi rapì, e mi disse qualcosa che tutt'ora non so decifrare coscientemente ma che credo di aver recepito nel profondo. La sua mano vischiosa si posò sulla mia spalla sinistra, e la sua bocca si schiuse in un determinato e soddisfatto sorriso.
TeePaa e Guashi restarono attoniti, fissandomi senza un'espressione precisa.
Alla fine, Nommo mi riconsegnò ai miei amici, accommiatandoci mentre tornavamo stremati alle nostre capanne.
«Riposate ora, ragazzi. Avete fatto un grande sforzo oggi. Una nuova prova ora vi attende. Ma non si sa né dove, né quando».



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