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lavoro pubblicato martedì 23 giugno 2015
ultima lettura sabato 14 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

MYRIAM E L'ISOLA

di MicheleFiorenza. Letto 400 volte. Dallo scaffale Sogni

Doveva essere una mia antenata... .........................................................................................

Myriam e l'isola

Parte 2^


L’isolotto pian piano si allontanava e la piccola Myriam cominciava ad aver paura: temeva che la scoprissero, temeva che le mancassero le forze, temeva il suo coraggio.

Era notte inoltrata: la corrente sembrava spingerla verso fuori e lei doveva nuotare con

più energia in direzione del promontorio. Si sentiva forte, ma l’acqua le sbatteva in viso, voleva entrarle in bocca, era più amara del solito. Provava una terribile ansia, temeva di non farcela. Allora pregò: “Dio del Vangelo, salva la piccola Myriam e lei non peccherà mai.”

Mi svegliai. Avevo la fronte sudata; guardai la persiana di fronte a me, accesi l’abatjour, poi mi alzai e andai alla finestra. Una fioca luce a Oriente avvisava che la notte presto sarebbe finita.

Dunque si chiamava Myriam. No, non era stato un sogno, perché quell’acqua di mare era troppo vera. E quell’ansia di fuga, quella paura del braccio di mare, erano forti e autentiche.

Per gli altri un sogno è soltanto un sogno. Decisi di non parlarne con nessuno.

* * *

Doveva essere una mia antenata, magari di due o tre secoli prima, ma di certo una mia trisavola. Il nome, i parenti a Isola, quelle sensazioni simili a reminiscenze erano validi indizi che avevo percepito un fatto realmente accaduto; il sogno semplicemente ne agevolava la scoperta.

Intanto studiavo con impegno, per parecchie ore al giorno, quelle materie che amavo; assimilavo con facilità nella tranquillità di quella casa; mi sforzavo di chiacchierare un po’, più volte al giorno, con l’anziana zia, che si mostrava felice di ospitarmi.

Un giorno le chiesi dell’isola e del suo rudere.

- E’ ciò che resta di un antico monastero. Le donne furono isolate perché eretiche, poi pian piano si convertirono. Ricevevano qualche aiuto da quelli del villaggio. Adesso ogni tanto qualche ragazzo ci arriva a nuoto, ma non c’è niente: né sabbia, né alberi, né erbe buone. Il Comune trascura del tutto quell’isolotto, che è il simbolo del paese. Peccato…

Quel giorno era piuttosto nuvoloso, ma senza vento: un po’ malinconico. Dopo il pranzo, che la zia metteva in tavola a mezzogiorno in punto, presi una poltroncina estiva e mi sedetti in terrazza, nella zona in ombra.

Anche da seduta, vedevo il rudere di fronte a me, e ripensai al sogno interrotto dal mio risveglio all’alba. Mi svegliavo sempre presto al mattino, così involontariamente mi addormentai…

Myriam temeva di non farcela. Si voltò a guardare l’isola, poi guardò il promontorio: era quasi a metà, il punto in cui la corrente era più forte, ma ormai poteva anche nuotare vigorosamente, senza timore che la udissero. Fece venti, trenta bracciate di fila, con calma, con efficacia, respirando con metodo. Lo aveva imparato durante i lunghi allenamenti. Il promontorio era più vicino. Altre trenta bracciate, così. Poi ancora trenta. Sull’acqua ora più calma e senza corrente, Myriam aveva la sensazione di scivolare silenziosa: bene.

Guardò il promontorio roccioso: adesso doveva rallentare, perché non conosceva il fondale. La luna piena e alta le permetteva di scegliere il luogo dell’approdo. Con cautela si aggrappò a uno scoglio a fior d’acqua, vi salì sopra; le leggere scarpette di pelle che si era fabbricata le proteggevano i piedi. Cercò un anfratto, un luogo riparato, perché doveva togliersi quel pigiama bagnato, appositamente modificato per la fuga in acqua. Aveva il respiro affannoso, ma sarebbe passato.

Si nascose in una rientranza che guardava soltanto verso il mare, aprì la borsa di pelle togliendo le strette corde; si svestì, sentendosi nuda come un verme, poi si asciugò con le pezze di tela che aveva portato. Infine indossò la tunichetta nera.

Raccolse le pezze e il pigiama, tutta la sua dote, e salì sui massi; avvolse bene e ripose nella borsa tutto, mettendosela a tracolla. Con cautela raggiunse la strada sterrata. Ora doveva attraversare il villaggio.

Se il respiro si era placato, non così il suo cuore, che batteva veloce, rivelando le sue emozioni. Le luci delle case erano tutte spente. A un tratto un cane abbaiò e lei attraversò la strada, allungando il passo. Finalmente fu fuori dal villaggio, sulla strada reale di basolato.

Si guardò un momento alle spalle: nessuno la seguiva. Provò un senso di libertà mai provato, amareggiato soltanto da una tremenda paura. Aveva portato con sé un coltellaccio da cucina, ben appuntito e affilato da lei stessa su entrambi i lati della lama. Le dava un senso di sicurezza. Non avrebbe osato far nulla contro la gente del villaggio; ma ora che se ne allontanava, avrebbe potuto fare brutti incontri.

Myriam era determinata: se qualcuno si fosse avvicinato a meno di un braccio, si sarebbe preso una coltellata in pancia.

Quando fu a un quarto di miglio dal villaggio, rallentò: aveva davanti quasi nove miglia, da percorrere. Sulla sinistra, più in basso, il mare mandava le sue onde a morire sugli scogli. Pian piano la paura di essere ripresa veniva sostituita dall’ansia di raggiungere la città e una duratura libertà.

Doveva cambiare nome, per molti anni a venire: si sarebbe chiamata Maria, e si sarebbe finta smemorata, se necessario.

Prima della città avrebbe dovuto attraversare altri due villaggi, ma lì forse non si sarebbero curati di lei: in fin dei conti appariva più grande della sua età.

Sarebbe arrivata in città prima dell’alba; lì avrebbe cercato la chiesa in cui si era cresimata, quella con la grassa perpetua buona e il prete soprannominato “il santo”.

Si sarebbe offerta di fare la servetta sino al compimento dei ventun anni. Non l’avrebbero tradita: non un santo e una donna buona. Non l’avrebbero consegnata al vescovo. Avrebbe lavorato e studiato. Poi un giorno… chissà!

L’ansia si andava tramutando in speranza, una trepida speranza che ad ogni passo cresceva.

Attraversò quatta quatta il villaggio sul mare, quello dal nome lungo e strano. La luna era ancora alta.

Adesso era in campagna. Con la mano destra toccò il manico del coltellaccio che usciva dalla sua tracolla poggiata sul fianco sinistro: la paura, e la rabbia per l’infanzia trascorsa da reclusa, glielo avrebbero fatto usare, in caso di necessità.

Aveva conosciuto il mondo soltanto in due occasioni: la prima comunione e la cresima. Le era sembrato inconcepibile che esistesse un mondo immenso, che si stendeva oltre l’orizzonte, per miglia e miglia. Le era sembrata enorme la città, che non finiva mai, in ogni direzione.

Dio del Vangelo, fa arrivare alla sua meta questa bambina, e lei sarà sempre riconoscente, fedele alla tua legge, lavoratrice, buona, e un giorno…”

Myriam, anzi Maria, non osava sognare una vita da adulta. Per adesso le bastava raggiungere il secondo villaggio. Eccolo… una casa, un’altra casa, una terza casa.

L’attraversò pregando, recitando le preghiere che sua madre le aveva insegnato. Povera mamma! Aveva perduto la sua bambina. Ma forse, dalla sua prigione senza sbarre, avrebbe potuto vivere con l’immaginazione la libertà della figlia. Oppure l’avrebbe creduta morta, come gli altri. Povera mamma!

Superato il piccolo villaggio, la strada portava dritto in città. Maria affrettò il passo. La luna cominciava a scendere alle sue spalle. Non importava la stanchezza: si sarebbe riposata all’arrivo.

A un tratto udì un rumore lontano davanti a sé, e vide a distanza due lucine. Si nascose dietro l’angolo di un casolare, mentre il rumore le sembrava diventare assordante.

Abituata soltanto al suono del mare, era terrorizzata da ciò che risultò essere soltanto il passaggio di una carrozza nobiliare, tirata da quattro cavalli al galoppo.

Dopo, Maria respirò di sollievo e riprese il cammino: la città non poteva essere troppo lontana.

Invece la strada non terminava mai. Tentava di riconoscere a distanza il grande incrocio in cui doveva girare a sinistra, ma vedeva soltanto la strada ondeggiante e tanti alberi, su entrambi i lati.

Allungò il passo: uno, due, uno, due. Quante miglia aveva percorso? Allora, due villaggi, tre parti, circa tre miglia per parte. Aveva superato il secondo villaggio (come si chiamava? Non aveva importanza.) da un bel po.’ Doveva essere a meno di due miglia, forse un miglio e mezzo. Un miglio, duemilacinquecento passi. Avrebbe contato i passi: uno, due, tre, quattro, cinque…

Mi svegliai. Il cielo non era più nuvoloso e il sole mi illuminava il viso dalla sinistra. Avevo sognato la mia antenata: era stato il seguito del racconto della notte. Non era un sogno: era un’antica realtà. Mi alzai dalla sedia a sdraio, scesi e mi sciacquai il viso. La zia Irene mi sorrise:

- Ho messo su il caffè: controllalo tu stessa.

- Grazie, zia Irene: la tranquillità del pomeriggio mi ha fatto addormentare.

- Per la cena abbiamo pesce e verdure: va bene?

- Va benissimo, zietta.

Sorseggiai il caffè guardando la strada che passava davanti casa.

* * *

Ciò che per “Maria” era una speranza, una fuga, un caparbio impegno, secondo me era anche la promessa di una vita migliore. L’eroina dei miei sogni si sarebbe salvata, anzi “si era” salvata, lo sentivo.

Quella mia lontana antenata aveva avuto il coraggio di fuggire dall’isolotto delle femmine che si vendevano per sopravvivere. Forte del suo senso religioso e desiderosa della libertà, nonché di conoscere il mondo “esterno”, aveva avuto il coraggio di compiere ciò che sarebbe riuscito difficile persino a una persona adulta.

Io studiavo con impegno, accudita da “zia” Irene. Dopo aver superato brillantemente il primo esame, ottenni dai miei genitori il permesso di rimanere ancora a Isola, mettendo a disposizione i miei risparmi per le spese e i consumi a casa della zia.

Non feci rimpiangere a Bruno la maggiore distanza per incontrarci: trascorrevamo spesso alcune ore del pomeriggio in terrazza, bevendo caffè o tè, accompagnati dai biscotti che la zia faceva in casa col mio aiuto.

Se la zia usciva, mi sedevo in braccio a lui e coprivo il suo volto di baci.

- Quando ci sposiamo? – mi chiedeva Bruno.

- Appena supero gli ultimi esami, fisseremo la data. Penso che ci sposeremo ad Aprile.

- Febbraio, meglio Febbraio.

- Facciamo Marzo.

- L’inizio, di Marzo.

- A Marzo fa freddo. – precisavo.

- Ti riscalderò io. – prometteva Bruno, allungando le mani.

- Sta tornando la zia. – e mi alzavo – Scendo a preparare del tè.

- Non ne voglio più.

- Allora caffè.

- E’ eccitante…

Io di rimando:

- Oh, il caffè che ti do è senza caffeina.

- Davvero? Non sembrerebbe…

Bruno non accettava quasi mai di cenare: diceva che per lui era troppo presto. Si limitava a guardarmi mentre assaporavo quei piatti rustici, accompagnandoli con un vino leggero. Era colmo di ammirazione per me e ciò mi riempiva di orgoglio.

* * *

“… Novantasette, novantotto, novantanove e duemilacinquecento!”

Non si vedeva ancora nulla, soltanto campagna. Maria si volse e vide la luna bassa, prossima alle cime dei monti a occidente. Aveva circa un’ora di tempo, prima dell’alba. Temeva che gendarmi, o soldati a cavallo, di guardia alla città, la incontrassero e la fermassero. In quel caso la sua arma sarebbe stata un elemento negativo. Forse, giunta in città, avrebbe dovuto gettarla via.

Continua

Michele Fiorenza 2006

opera registrata




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