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lavoro pubblicato lunedì 22 giugno 2015
ultima lettura sabato 21 settembre 2019

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ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 3 - VERITA'

di PatrizioCorda. Letto 389 volte. Dallo scaffale Fantasia

In realtà, Nommo non riuscì a evitare a lungo la pioggia di domande che i miei compagni gli fecero. Dopo circa un giorno di silenzio, in cui solo alcuni anziani avevano osato avvicinarsi alla sua dimora acquatica per chiedergli se necessi...

In realtà, Nommo non riuscì a evitare a lungo la pioggia di domande che i miei compagni gli fecero. Dopo circa un giorno di silenzio, in cui solo alcuni anziani avevano osato avvicinarsi alla sua dimora acquatica per chiedergli se necessitasse di qualcosa, il Signore delle Stelle (così lo chiamavamo tra noi bambini) si decise, finalmente, a parlare di nuovo.
«Non mi piace. È venuto qui dal nulla, e si è piazzato accanto alle nostre capanne. Cosa vuole? E perché ha scelto di piazzarsi proprio da noi? Le belve lo troveranno e se lo mangeranno in un boccone», mi disse TeePaa mentre ci avvicinavamo allo stagno, ultimi di una sorta di corteo riunitosi per ascoltare il nuovo arrivato.
TeePaa aveva dieci anni come me, ma non mi somigliava affatto. Era basso e tarchiato, con una pancia che non rispecchiava affatto la miseria del villaggio in cui abitava. Le sue guance paffute facevano a cazzotti con gli occhi piccoli e sottili, che si riducevano a linee impercettibili quando insinuava cattiverie - come in questo caso - sfoggiando il suo smaliziato ghigno. Ben più scaltro e disilluso di me, forse doveva questa sua indole pragmatica e la sua lingua velenosa alla sua già tragica infanzia. Infatti, aveva perso i genitori che ancora era un neonato, a causa di una sciagurata frana che li aveva colpiti mentre tornavano da una piccola foresta a Sud del villaggio, dove si erano recati per raccogliere frutta e legname.
Non badai allo scetticismo del mio pingue amico, e mi feci strada nel drappello di adulti che aspettava, silenzioso, che Nommo uscisse dall'acqua. Stava spesso, nel suo primo periodo presso di noi, sul fondo della sua pozza giallognola, a cibarsi di girini e alghe, che dal suo arrivo presero subito a crescere con solerzia, e veniva in superficie solo quando lo riteneva opportuno, per erudire, avvisare o fare richieste specifiche.
Sebbene fosse autunno inoltrato, il sole non cessava certo di picchiare sulle nostre teste, e dopo una buona mezz'ora di silenziosa attesa gli adulti si decisero a chiedere udienza al Visitatore.
Inginocchiato, Gusa si tenne stretto al bastone e col capo chino in segno di deferenza, disse:
«Signore, ti prego, vorremmo tu sorgessi dal tuo rifugio e ci rivolgessi la parola. La mia gente brama un briciolo della tua sapienza, e si fregerà nei secoli di aver fatto la tua conoscenza...Te ne prego».
Lenti schizzi d'acqua accompagnarono la risalita di Nommo, che si palesò a noi ascendendo verticalmente, con l'acqua a dare ancora più vivacità all'ammaliante sequela di colori delle sue squame. Il suo viso cambiò lentamente, rivelando un sorriso benevolo, preceduto da una congiunzione delle mani che aveva un qualcosa di paterno. Non eravamo né suoi figli né suoi simili, ma egli ci vedeva come creature da proteggere e seguire nella nostra crescita, sperando per il nostro meglio. In un certo qual senso, eravamo già la sua prole acquisita.
«Non pregate per avere la mia parola. Il dialogo è il mio obiettivo, e il nostro percorso, prima separato e ora congiunto, sta per avere inizio» disse Nommo, senza la minima cadenza vocale e con morbidi e accondiscendenti gesti delle mani, a suggellare l'inizio di questa nuova convivenza.
Gusa, al quale s'era aggiunta Adira, pareva poter tirare un sospiro di sollievo. Il Visitatore sembrava essere sgombro da intenzioni malevole, e la morbidezza dei suoi gesti e delle sue parole avevano stregato tutti noi, convincendoci che quello sconosciuto fosse lì per un motivo ben preciso, e che fosse portatore di buone notizie. Un piccolo gruppo di cacciatori gli porse, posandolo sulla riva dello stagno, un cesto di vimini che conteneva cacciagione, frutti e una ciotola colma di bacche e verdure cotte, in segno di cordiale accoglienza.
«Signore, questo è un umile dono da parte della nostra comunità. Spero che tu accetti misericordiosamente questo nostro gesto. Siamo gente povera, sofferente e circondata da pericoli e miseria. Questo è quanto di meglio abbiamo potuto fare. Speriamo vivamente che possa ristorare le tue membra affaticate da un viaggio tanto lungo». Gusa aveva alzato la testa, supportato dal resto della popolazione, ma non aveva comunque perso l'atteggiamento intimidito di chi è al cospetto di un individuo totalmente al di sopra della sua portata intellettuale.
Un altro sorriso apparve sul viso privo d'espressione dell'uomo pesce. Alzò il palmo della mano sinistra e sospinse educatamente il cesto indietro, sollevando con l'altra mano un mucchio di alghe dal basso fondale dello stagno.
«Questo è ciò di cui il mio corpo ha bisogno, null'altro. Desidero che siate voi a cibarvi dei frutti della vostra fatica, perché è quanto di più gratificante possa esistere. Nutro grande rispetto per le vostre esistenze, e la vostra soddisfazione e la vostra crescita sono il solo cibo che ristora il mio spirito». La replica di Nommo lasciò basiti tutti noi, mentre Adira, retrocedendo a testa china, riprendeva il cesto.
«Cosa possiamo fare allora, o Signore? Dicci! Noi siamo qui per te. Accettiamo la tua superiorità, e desideriamo servirti. Desideriamo che ci grazi con la luce della tua sapienza» ribatté Gusa, con tono lamentoso e vergognoso, conscio dell'umiliante inferiorità del nostro popolo davanti a un essere in apparenza tanto colto e potente. Mi girai verso TeePaa. Il cicciottello continuava a ostentare quella smorfia di scetticismo, come se fosse perennemente all'erta e timoroso di chissà quale colpo di scena. Ma quella creatura era troppo affascinante e magnetica perché potessi distrarmi per più di qualche secondo dallo stagno che ora era il fulcro della nostra vita.
«Non voglio che mi serviate, voglio che facciate ciò che vi serve. E non voglio che accettiate la mia superiorità né che vi sia di peso. Voglio che comprendiate la mia essenza, invece. Come farò io con voi. Lasciate che vi racconti chi sono, da dove vengo, e perché sono qua».
Il silenzio cadde, prima che concludesse con l'ultima frase.
«E perché abbiamo scelto voi».
Vidi tutti gli adulti del villaggio, rapidamente imitati da noi bambini, inchinarsi, col capo a toccare terra, verso l'anfibio. Egli ci chiese ancora più affabilmente di non ripetere simili gesti servili semplicemente perché non necessari, e ci invitò, noi compresi, a sederci intorno alla riva dello stagno, cosicché potesse iniziare la grande rivelazione dell'essere che dalle stelle era giunto a noi, stravolgendo la nostra realtà.
Cinquanta e più umani, ormai rapiti e smaniosi di ascoltare chissà quale fantastica storia, si sedettero in semicerchio lungo la riva dello stagno dal fondale dorato, al centro del quale l'incredibile uomo pesce, irradiato dalla luce del sole, splendeva nelle sue squame multicolori e allargava le braccia con fare caritatevole, dando il là prima coi gesti che con le parole alla divulgazione della sua verità.
Fu l'unica volta che vidi mio padre piangere. E solo ora capisco il perché di quella reazione: aveva intuito inconsciamente cosa sarebbe stato del suo unico figlio.

«Non per colpa vostra, ma per come avete sempre vissuto, credete di essere i soli a vivere in questo mondo, nonché gli unici a popolare la realtà stessa. In verità, vi basterebbe alzare i vostri sguardi alla notte per realizzare che, in ciascuna delle stelle che contemplate e adorate, esiste una realtà grande e popolata quanto la vostra, se non più grande e più avanzata. Io vengo da una di quelle. Io vengo dalla stella di Sirio.»
Fu lo shock più totale. Nessuno osò proferire parola, e nel silenzio apparivamo come un'accozzaglia di statuine, prive d'espressione e anima, succubi degli eventi. Nommo riprese parola rompendo questa quiete intrisa di sgomento.
«Sirio, che dista infiniti anni luce da questo luogo, è accompagnata da due stelle minori. Po Tolo ed Emme Ya sono i loro nomi. La materia di cui queste tre stelle sono composte è assente nella vostra terra; essa si chiama Sagala. Questa materia è infinitamente più pesante e dura di qualsiasi cosa si trovi su questo pianeta, e infatti ha spesso protetto le nostre stelle da collisioni con meteoriti e varie catastrofi; ma ora la sua stessa durezza la sta portando alla distruzione dall'interno. La morte colpirà la mia terra natia».
«Signore...ma perché sei giunto a noi? Come possiamo noi, umili e poveri come ti appariamo, aiutare la tua progredita gente?». Gusa pareva scosso dall'interno, mosso dalla recondita coscienza di essere la voce del nostro popolo. Sapeva di essere ardito ma giustificabile nella sua curiosità.
«Voi, popolo dell'Africa, siete il germe dell'evoluzione e della conoscenza che riposa sotto il suolo dell'animo umano. Nella vostra terra è nata l'umanità, e voi dovrete, assieme a noi, spargere il Verbo della Grandezza in questo mondo. Voi sarete i messaggeri del progresso tra i popoli.» ribatté Nommo con fare più deciso. Le linee generali del suo progetto stavano venendo a galla.
«In poche migliaia di anni, Sirio e le stelle sue figlie scompariranno. Noi ci stiamo già mettendo in salvo, e tramite un'assemblea interstellare abbiamo deciso di designare voi come eredi del nostro sapere. Vi infonderemo quanta più sapienza possiamo, nella speranza che un giorno riusciate a raggiungerci tra le stelle, dove ci saremo rifugiati in serenità. Nella speranza di vivere insieme, maestri e discepoli, nel nome del Bene, del Sapere e della Fratellanza. Io, Nommo, sono stato incaricato dal nostro re e dio, il Supremo Amma, di scendere tra voi e condurre questa maestosa opera. Erudirò voi per quanto mi è concesso, e nel corso degli anni, dei secoli e dei millenni, farò sì che il genere umano intero prenda possesso della Conoscenza e comprenda il valore del Bene che andiamo predicando. So che sarete con me in questa ardua e longeva missione. In particolare, uno di voi lo sarà per il resto della sua vita».
PeeTaa non aveva più quello sguardo irritante e superficiale addosso, ora. Nel voltarmi a chiedergli la sua opinione (pur credendo di conoscerla già), lo vidi tremare e farmi nervosi cenni affermativi con il capo, come a dirmi «Sì, avevi ragione tu, viene in pace».
Noi bimbi ci tenemmo stretti l'un l'altro, esaltati e spaventati allo stesso tempo. Ci sentivamo possibili destinatari di quel messaggio, eroi di quell'avventura così affascinante. Allo stesso tempo però, la nostra verdissima età ci faceva sentire già oppressi al pensiero di una responsabilità tanto grande, che avrebbe potuto stroncare benissimo la tempra dell'uomo più valoroso di tutti.
Con disinvoltura, Nommo scosse un poco la sua corta coda di pesce e si avvicinò sempre di più alla riva, toccando coi gomiti il terreno limaccioso lambito dalle acque auree dello stagno. Con le mani a sorreggergli il viso, ci scrutò con fare quasi bambinesco. Un altro sorriso, il terzo e forse il più efficace di tutti, irradiò il suo volto di una luce abbagliante. Piccoli denti, quasi una cinquantina per arcata, apparvero mentre le sue labbra si issavano nell'atto del sorridere. Sentimmo la paura e l'angoscia svanire dai nostri corpi. Lo straniero si trovava ora a suo agio, e ci aveva sommariamente spiegato perché fosse tra noi e cosa aveva intenzione di fare delle nostre vite.
Di una, in particolare.
«Non c'è fretta, comunque. Non angosciatevi. Sappiate che, seppure Sirio sia vicina alla sua scomparsa, per voi c'è tanto tempo a disposizione per dimostrarmi quanto valete. Tante genti e tante razze popolano questa terra, ma voi siete i soli depositari della vera umiltà che a noi serve per infondere saggezza e devozione. Vi abbiamo osservato e vi abbiamo conosciuto; d'altronde, non tanto tempo fa il vostro pianeta e le nostre stelle erano vicine».
«Vi...vicine? Com'è possibile? Hai appena detto che un'incalcolabile distanza ci separa!». La bandana rossiccia di Adira era comparsa in prima fila, e l'anziana s'era pronunciata con un tono di voce alto e per nulla deferente, tanto che zio Gama l'afferrò prontamente per un braccio, quasi a volerla redarguire per il suo comportamento poco consono.
«Sì, saggia anziana. Un tempo, Sirio e le sue stelle stavano dove ora è il vostro Sole. Le inerzie dello spazio sconosciuto, che sta al di sopra dei cieli, ci hanno portato lontano da voi. Un tempo però, miliardi di anni fa, quando il vostro pianeta ancora non aveva le fattezze di un regno abitabile, noi eravamo accanto a voi. Questo spiega perché, almeno in parte, il mio aspetto rispecchia un poco il vostro», spiegò pacatamente Nommo indicandosi il viso e poi, con fare più ironico, le mostruose deformazioni del suo cranio e del suo dorso.
«Allontanandoci da voi, siamo giunti in luoghi in cui l'atmosfera non ci rendeva possibile restare sulla terraferma per tanto tempo; al fine di sopravvivere e prosperare, ci unimmo a una razza di pesci che aveva preso a popolare i nostri mari, divenuti sempre più ampi a scapito di isole e continenti. Questi grandi pesci si chiamavano Hoanex, e l'utilizzo della loro linfa vitale ha mutato il nostro aspetto e la nostra costituzione, rendendoci esseri adatti sia alla vita terrena che a quella marina». Nessuno osava interrompere il racconto di Nommo: aver saputo che un tempo noi e la sua razza eravamo quasi contigui aveva avuto un impatto ancora più devastante sulle nostre menti già sconvolte.
«A quei tempi Sirio e le sue stelle figlie erano rigogliose e simili alla Terra, ma ora, col passare dei millenni, la Sagala ha perso qualsiasi energia. Vegetazione e stagioni son venute meno, e terra e mare sembrano litigare per il predominio a suon di terremoti e inondazioni. Non abbiamo più una fonte di luce naturale che duri per più di qualche settimana all'anno, e solo il progresso tecnologico ha fatto in modo che potessimo sostentarci e cercare nuove terre dove insediarci. Ma posso capire che questo sia difficile da accettare per voi», affermò con aria magnanima, sapendo che nessuno di noi si sentiva affatto umiliato da questa attestazione d'inferiorità.
«In futuro, uno di voi, un giovane membro della vostra comunità, verrà scelto da me per accompagnarmi in un lungo viaggio, nel quale cercherò di toccare e incontrare quanti più popoli terrestri potrò. Farò sì che le più grandi menti di questo pianeta ancora primitivo e giovane vengano erudite a dovere, e che la nostra conoscenza venga trasmessa di generazione in generazione. Solo così potremo mantenerci in contatto quando io tornerò alle stelle. Il mio prescelto sarà colui che indicherà la strada delle stelle ai futuri esploratori delle oscure altezze, e per lui si prospetta una vita lunghissima, tanto da sembrare una condanna all'immortalità».
Strabuzzammo gli occhi. Ormai tutti erano seduti, a gambe incrociate, sulla riva dello stagno, incantati e impauriti. Waana, una bimba più piccola di me e TeePaa, scoppiò a piangere per la paura, e i suoi occhi indaco presero a gonfiarsi di lacrime. Mentre la madre la cullava rassicurandola tra le sue braccia, io e TeePaa ci guardavamo gasatissimi.
Questo prescelto annunciato dall'uomo pesce sembrava destinato ad essere una sorta di semidio, e noi due eravamo intenzionati a diventarlo a qualsiasi costo.



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