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lavoro pubblicato domenica 21 giugno 2015
ultima lettura lunedì 24 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Sospeso nel mezzo

di vinelv. Letto 420 volte. Dallo scaffale Fantasia

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Sospeso nel mezzo

Il mondo che viviamo è solo il primo passaggio di una cognizione esistenziale protratta all'infinito.

Vi siete mai chiesti dove vanno a finire le migliaia di anime che si sono successe a questo mondo dalla sua creazione ad oggi?

Posso dirvi che è inutile tormentarsi, a questa domanda non ci sarà mai una risposta. Tuttavia posso assicurarvi, che ci sono cose, persone e fatti che possono dare un assaggio di ciò che ci aspetta.

Frammenti di vita vissuta, circondano la nostra esistenza come gocce di pioggia che hanno bisogno solo di essere indirizzate in un nuovo involucro pronto ad accoglierle.

-

I miei sono morti da tempo ormai, avevo quindici anni quando purtroppo sono scomparsi in un tragico incidente stradale. Un tir guidato da un'autista ubriaco e assonnato li investì ad un incrocio. Mio padre morì sul colpo, aveva battuto la testa sul volante e un pezzo di vetro del finestrino gli aveva tranciato la carotide lasciando il corpo senza vita, dissanguato. Mia madre al contrario, fu soccorsa e portata d'urgenza in ospedale, l'urto con lo sportello le aveva inclinato una costola bucando il polmone, morì sei ore più tardi sotto le mani del chirurgo, in seguito l'autopsia rivelò che aveva un tumore andato in metastasi e che comunque sarebbe morta lo stesso.

Il destino beffardo le ha risparmiato una lunga agonia dandole un'atroce morte.

L'autista del camion fu arrestato per guida in stato di ebbrezza, non aveva la patente che gli era stata ritirata sei mesi, gli furono dati sei anni e tre mesi di reclusione.

Si è impiccato dopo il primo mese di soggiorno nel carcere di Regina Celi.

Sono passati quindici anni da quel giorno e il rimpianto di non aver mai detto ai miei quanto li amavo ancora mi assale.

Qualche volta sogno ancora il funerale. Osservo le loro bare, da lontano, senza riuscire ad avvicinarmi, immobile, trattenuto dall’inquietudine e dal rimorso.

L'ultima volta che li ho visti era la mattina qualche ora prima dell'incidente.

Tutt'ora, di rado, prego per loro senza avvicinarmi alle loro tombe, non posso, non lo merito.

Mi mancano e molto anche, da troppo tempo forse ...

"Dormi bene bimbo mio,

Nella notte sei con Dio.

Sogni d'oro figlio caro

Ogni sogno è un dono raro.

Se ti perdi nella notte

Senza paura strilla forte

Ovunque nei tuoi sogni tu sarai

La strada troverai, io ti chiamerò

E da me ritornerai."

Prima di addormentarmi mia madre recitava questa filastrocca, sempre, ogni sera. Mi raccontava dei sogni, mi diceva che ogni sogno era un mondo a parte e che ognuno di essi era collegato.

«Quando dormi ...» mi diceva,

«Quando dormi non sei vivo e neanche morto, ma sei nel mezzo, in un mondo dove tutti sono tutti e nessuno».

Avevo deciso di visitare la loro tomba, il grigiore quella mattina rendeva tutto surreale, il freddo appena uscito di casa soffiava con prepotenza facendo lacrimare gli occhi.

La nebbia che circondava la strada inumidiva i vestiti, il gelido penetrava nelle ossa e le mani quasi non riuscivano ad aprire la portiera dell'auto.

La notte prima non avevo dormito, avevo fatto un sogno, uno di quelli che non si dimenticano facilmente...

Mi trovavo in una casetta apparentemente abbandonata, una di quelle casette di campagna, con intorno della terra, alberi alti che circondavano tutto come a nascondere chissà cosa, quasi a creare una sorta di barriera naturale fra quel posto e il resto del mondo, un'oasi.

Osservo le scarpe di cuoio sull'uscio di una porta e vedo le mie mani pronte ad afferrare il pomello, spinto da una curiosità irrefrenabile lo afferro e con una flebile spinta, apro.

La casetta si trasforma e mi ritrovo catapultato in una villa tetra piena di gente, stranamente non ricordo nessun volto, tutti erano rivolti verso un altare di marmo e legno ed era come se attendessero qualcuno. Lentamente mi avvicinavo, ansioso, timoroso, improvvisamente sento delle braccia possenti stringermi il petto, provo a voltarmi e non ci riesco, intuisco sia un uomo, la sua forza mi fa pensare a questo.

Lui è vestito di nero e mi sussurra strane parole che non riesco a capire, realizzo che quella gente senza volto è me che aspetta, tutti mi guardano, ma io non vedo i loro occhi, non vedo le loro facce, come è possibile, mi chiedo. L'uomo sussurra «è te che aspettavamo, sarai liberato, ma non subito, non ancora, prima dovrai capire».

“Cosa devo capire?” vorrei chiedere, tuttavia le labbra seppur dischiuse non emettono alcun suono e mentre esplodo in un urlo muto, tutto svanisce.

Il calore del riscaldamento dell'auto fece di nuovo scorrere il sangue in modo fluido nel resto del corpo e il volto congelato sembrava riprendere il suo colore naturale, gli occhi riflessi nel retrovisore invece continuavano a lacrimare.

Per strada non c'era nessuno, almeno per il momento la città ancora non era sveglia e nessuno era in corsa per andare a lavoro.

Niente fila al semaforo che divideva la strada della città dalla statale, niente rumori.

Solo vento.

Un cane sperduto abbaiava al mio passaggio, quasi a lamentarsi, la nebbia cominciava a diradarsi, e il cancello del cimitero quasi vicino non ancora si vedeva.

All'entrata nessuno, (forse è presto!), più presto di quanto speravo, neanche il fioraio al di là della strada c'era ancora, (mi toccherà aspettare prima che qualcuno arrivi).

Nell'attesa mi diressi verso il cancelletto sul retro dove depositano le corone.

Provai con un piede a spingere è con una certa enfasi notai che era aperto, entrai esitante nel silenzio più totale ascoltando il rumore dei passi che si amplificava risuonando nella quiete.

Mi ritrovai nel vialetto secondario vicino alle cappelle e nel posto in cui ero si riusciva a distinguere benissimo sulla destra a cento passi, la chiesetta dove celebravano le messe in suffragio dei defunti.

Sulla sinistra invece, cominciava la stradina di san pietrini che porta alle tombe dove è sepolta mia madre, buonanima. Iddio si ricorderà di lei per tutte le volte che ha pregato per noi, per tenerci lontano dai guai e dalla malasorte.

La pioggia cominciava a battere fortemente sul terriccio scoperto e mentre mi riparavo sotto la volta di una cappella, il campanile della chiesetta cominciò a risuonare sovrastando il rumore scrosciante dell'acqua.

Guardai nella finestrella al di sopra della torretta, ma non vidi nessuno, il battaglio sul metallo della campana produceva non note musicali, ma suoni sinistri.

Il paesaggio cominciava a distorcersi creando qualcosa che fino a quel momento non avevo ancora visto…

I quattro maestosi cipressi che sovrastavano la piccola piazzetta vicino le tombe nuove, nascondevano una vecchia cappella. La facciata era alta, il tetto rialzato di forma triangolare, pareva sostenuto da quattro colonne di marmo annerito dal tempo e dalla muffa, al centro una grande porta color ciliegia.

Ero incredulo, colpito da un fulmine all’improvviso e folgorato in pieno.

Come un soldatino di ferro attratto da un magnete, mi avvicinai a quella spettrale struttura, era come se qualcosa quasi mi spingesse, non sapevo cosa, sapevo solo che non riuscivo a trattenermi, dovevo andare.

Non dipendeva da me, fatto sta che mi ritrovai a pochi centimetri dalla porta della cappella e riuscì da subito a leggere una scrittura in latino sull'archetto al di sopra dell'entrata

"Eram es quod, eris quod sum”.

I nervi s’irrigidirono come quando un rivolo di acqua gelida ti percorre la schiena, ciò nonostante, un impulso irrefrenabile di lì a poco avrebbe comandato al mio cervello di fare quel passo che molti in condizioni di perfetta coscienza non avrebbero fatto.

Le mani tese in avanti erano pronte ad aprire quella porta svelando un fatto incomprensibile.

Sarei entrato senza volerlo, spinsi senza fatica i due scudi di legno, un alito di vento tiepido, il cuore si fermò e poi ...

... il buio mi avvolse.

Tutti i rumori erano come attutiti, ovattati, il suono di qualsiasi cosa si muovesse in quella stanza mi giungeva incompleto, potevo percepire tutto e non sentire niente.

Una sagoma simile a quella di un uomo continuava ad avvicinarsi, sentivo la sua presenza, tuttavia non emetteva alcun rumore, non un fiato, non un passo, scivolava verso di me galleggiando nell'aria.

Ancora intontivo i miei occhi facevano fatica a distinguerne forma e colori.

«Chi sei! Chi sei!» chiedevo ripetutamente «Cosa sei?» Domandavo.

Non ero io a parlare, ma la paura. Se avessi potuto muovermi di certo non avrei aspettato una risposta, ero completamente immobilizzato, legato mentalmente a quell'altare di marmo, nel frattempo da quella sagoma udii qualcosa ...

«Io? Io non sono più, ma un tempo ero, sono nato e sono morto proprio come lo sarai tu».

La paura si trasformò in terrore, la voce di quello che sembrava un uomo era profonda, arrivava al cuore e alla mente, come un cazzotto nello stomaco.

Non era ancora vicino, ma quando parlava sembrava che lo fosse, cercavo di alzarmi e non avevo forza, cercai di urlare sperando che qualcuno mi sentisse, ma non un suono uscì dalla mia bocca ...

... a quel punto mi sentivo perso.

«Non aver paura, non devi temere nulla, in questo posto non esiste tempo, non esiste male né bene, non ci sono dolori o gioie, non esiste pace né guerra, non esiste odio né amore, noi siamo quello che c'è a metà strada tra la vita e la morte».

«Perché sono qui! Chi sei? Perché sono qui?» ripetevo balbettando.

«Per tutto quello che accade c'è una risposta, ma non tutte le risposte sono concesse purtroppo, tocca a te capire, tu sei la chiave di tutto, ricorda chi eravamo, ricorda che sei stato qui ora, ricorda cosa diventeremo, ricorda, ricorda».

Protesi in avanti la parte superiore del corpo che poco prima giaceva nel letto immerso completamente nel sonno più profondo.

Non un urlo, né un gemito, solo occhi sgranati verso il vuoto.

Possibile che avevo sognato tutto?

Era possibile aver sognato il freddo gelido del mattino, le lacrime agli occhi e tutto il resto?

Non mi ero in alcun modo mosso dal caldo e accogliente giaciglio, da non credere! Tutto sembrava vero, più vero della vecchia sveglia a radio che in quel momento puntata sulle sei suonava una canzone dei BAND OF HORSES:

“I COULD SLEEP

I COULD SLEEP

I COULD SLEEP

I COULD SLEEP

WHEN I LIVED ALONE

IS THERE A GHOST IN MY HOUSE?”

Non so dirvi se quello che ho vissuto sia reale o no, in un certo senso lo è, che ci sia un altro mondo dopo la morte non posso garantirvelo, ma vi posso assicurare che se c'è, l'unico modo per raggiungerlo quando si è ancora vivi è attraverso i sogni.

Bisogna fare attenzione a ciò che si sogna o si desidera di sognare, potreste ritrovarvi in luoghi che vanno ben oltre la vostra immaginazione, potreste trovarvi in un mondo dove verità e fantasia s'incontrano, potreste ritrovarvi nei posti più impensati, dove l'immagine riflettente non è il vostro corpo, ma la vostra anima.



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