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lavoro pubblicato domenica 21 giugno 2015
ultima lettura venerdì 13 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE #2 - IL SIGNORE DELLE STELLE

di PatrizioCorda. Letto 487 volte. Dallo scaffale Fantasia

Fu un periodo abbastanza fortunato. Con l'arrivodell'autunno, le prime nebbie mattutine iniziarono a levarsi, efu un periodo di caccia estremamente proficuo. Pochesettimane dopo la grande festa per la cattura dell'Ermion, siverificò un altro epi...

Fu un periodo abbastanza fortunato. Con l'arrivo
dell'autunno, le prime nebbie mattutine iniziarono a levarsi, e
fu un periodo di caccia estremamente proficuo. Poche
settimane dopo la grande festa per la cattura dell'Ermion, si
verificò un altro episodio veramente singolare, forse a
fungere da ulteriore segnale per quello che stava per
succedere. Quando dico, ironicamente, che l'uomo sa poco o
nulla del suo passato, lo affermo anche sulla base della mia
esperienza personale. Credo che nemmeno il 10% delle razze
che l'uomo colloca lungo le svariate ere geologiche sia
effettivamente vissuto nei lassi di tempo a cui vengono
accostati. Se poi pensiamo all'isolamento in cui la mia Africa
ha vissuto per tutta la storia dell'umanità, va da sé che queste
affermazioni scientifiche si riducono a poco più che
approssimative illazioni.
I mattini autunnali non erano l'ideale per le bestie: queste
avevano bisogno di visibilità per cacciare o sfuggire ai
cacciatori, dunque prediligevano uscire dai propri giacigli
quando il sole aveva ormai diradato la foschia. Noi, tuttavia,
uscivamo ugualmente, e in un giorno d'autunno, la sveglia
giunse più presto del solito per me.
«Alzati, figliolo. Oggi sarà il tuo primo giorno col gruppo».
Guardai papà come si può guardare una persona che ci dice
qualcosa di tanto assurdo da non poter essere creduta.
«Io...con voi? Ma non credo di poter...»
«Il fatto che tu non lo creda non sta a significare che io
non pensi l'opposto. Ora sciacquati il viso e seguimi. La tua
lancia è accanto alla porta».
Guardai la mia prima lancia. Un lungo bastone, fatto di vari
rami tenuti assieme da un fitto intreccio di liane verdastre. Le
sommità non recavano alcuna lama, né alcuna pietra levigata,
ma erano comunque acuminate. Chiaramente non avrei mai
potuto ferire a morte alcuna belva. Ma capii subito che il
giorno, ancor prima di apprendere come uccidere un nemico,
avrei appreso come stare in un gruppo composto da adulti.
Può forse un pezzo di legno irradiare tanto senso di
responsabilità? Agli occhi di un bimbo di dieci anni che si
affaccia al mondo adulto, esso può in realtà molto di più.
Negli ultimi giorni i cacciatori avevano seguito un piccolo
sentiero roccioso che portava ad alcune insenature del fiume
Niger, che percorre la nostra terra. Si trattava di un paesaggio
molto suggestivo, a tratti lugubre, ma fu quello che ci
successe lungo la strada a colpirci per davvero.
Inerpicandoci lungo il sentiero, scorgevamo dei pendii
bianchi sulla nostra destra. Su queste rocce crescevano alcuni
piccoli arbusti che pendevano tutti storti, come dei piccoli,
storpi miracoli della natura. Il volo degli uccelli fendeva i
picchi, circolandovi attorno in modo ipnotico. Posando la
mano sinistra su un masso assai robusto, uno dei compagni di
mio padre si fermò, scrutando a lungo una strana chiazza
sulla parete calcarea del masso. Era sangue. Una macchia che
suggeriva il fugace passaggio di un umano ferito e
terrorizzato.
Non eravamo soli. E il rumore di sassolini che caracollavano
giù dalle rocce non era che l'anticamera del disastro.
Fu un attimo. All'inizio udimmo come un ruggito, poi un
tremendo spostamento d'aria e un suono che ricordo
tutt'oggi con orrore. Appena mi voltai, vidi lo stesso
cacciatore ridotto a una poltiglia sanguinolenta, schiacciata e
resa deforme da un masso gigantesco, caduto in una frazione
di secondo dai pendii. Subito alzammo lo sguardo, attirati da
gutturali e sfrenate urla di giubilo. Urla che non avevano nulla
di umano.
Su una piccola superfice pianeggiante di un picco alla nostra
destra, un branco di esseri irsuti si agitava, dimenando in
maniera ossessa braccia smoderatamente lunghe, urlando
contro il cielo ed emettendo versi talvolta gutturali, talvolta
striduli al punto da far soffrire l'udito. Brandivano in modo
maldestro ossa e rami, sbavando e battendosi il petto, felici
della loro piccola vittoria. Erano uomini ed erano scimmie,
erano l'indecisione delle razze. Erano i nostri antenati, e noi
non l'avremmo mai voluto scoprire.
Erano soprattutto molto più grandi di noi. Doveva essere una
piccola comunità sopravvissuta chissà come sulle pendici di
quella piccola catena montuosa, magari grazie a qualche
sorgente montana e a sporadiche catture di prede ignare. La
loro eccitazione faceva presagire che fossimo per loro più un
pasto promettente che un incontro tra familiari. A occhio e
croce dovevano essere almeno quaranta centimetri più alti di
noi: la muscolatura era poderosa, le gambe curve ma molto
possenti. Le braccia avevano dell'incredibile. Pur essendo
loro ricurvi, si capiva tranquillamente che esse sarebbero
arrivate sino alle loro ginocchia. I volti erano scimmieschi, ma
in molti atteggiamenti ricordavano noi umani. Si chiamavano
l'un l'altro con cenni diretti, e i loro versi dovevano
corrispondere a una sorta di linguaggio primordiale. Le
femmine tenevano i piccoli a debita distanza, e lasciavano ai
capibranco le minacce e l'onere della caccia.
Restammo atterriti, indecisi se soccorrere loro dalla loro
primitività o noi stessi dall'imminente attacco. I balzi che
quelle creature compivano erano inauditi, e senz'altro
sarebbero riuscite a venir giù in qualche modo. Si trattava
solo di alcuni metri. Una di loro, in particolare, continuava a
manifestare quest'intenzione. Iniziò addirittura a tirarci i
propri escrementi, sbraitando chissà quale arcaico idioma.
Dopo gli escrementi giunsero i sassi. Ci tranquillizzammo nel
vedere che non sembravano avere più massi alla loro portata,
seppure altre creature avessero abbracciato quella
rabberciata idea di lapidazione. Ma il capo della rivolta andrò
troppo oltre. Si sporse in modo azzardato sul bordo
dell'altopiano, e le sue corte gambe ricurve non seppero
bilanciare il peso del corpo. Compì un volo di almeno otto
metri, con le braccia spalancate e la bocca altrettanto aperta
verso di noi. Ci aspettavamo un atterraggio degno della sua
prestanza fisica, ma fu una sorpresa vedere come la bestia
cadde al suolo con la faccia, senza nemmeno provare a
tendere gli arti o a rotolarsi. Si spiaccicò al suolo in modo
orribile, morendo sul colpo. La cosa terrorizzò più loro che
noi, tant'è che rapidamente si ritirarono in chissà quale
cavità.
Rigirammo il cadavere, osservandone, sgomenti, le
dimensioni. Poche volte vidi mio padre raggelarsi in tal modo.
Ricordo il dettaglio del suo pugno sinistro, coperto di tatuaggi
rossi, che tremava e allentava la presa sulla sua lancia bilama,
fino a farla cadere. Il mostro aveva uno strano sorriso
deforme sul volto, e in realtà era alto almeno il doppio di mio
padre, che sì era un uomo più che robusto. Quei mostri erano
un'aberrazione dell'evoluzione umana, uomini-scimmia
isolati in un micromondo che li avrebbe salvaguardati ancora
per poco. Il sorriso di quel mostro era quello di chi cade
conscio dei propri limiti e dell'amara fine che da questi è
dettata.
Seguirono ore di scoramento in quella mattinata. Appartatici
ai piedi di una piccola discesa, cremammo il defunto amico in
loco secondo la tradizione, per poi riprendere il passo. Mio
zio Gama guidava il drappello. Zio Gama era un uomo
enorme, dalle grandi mascelle barbute, con mani gigantesche
e un atteggiamento sempre a metà tra il volitivo e il bellicoso.
Durante l'assedio degli uomini-scimmia era stato quello più
vicino ad assomigliargli, controbattendo alle loro
provocazioni fin quasi a sembrare uno di loro, a parte il
deficit di peluria.
«Era ora!».
Gama si fermò, le braccia sui fianchi e il petto gonfio per
averci condotto, non senza rischi, in un'area a noi così poco
nota. Un'infinità di felci ci introduceva a una distesa d'acqua
limpida e profonda, attraversata da lembi di terra rossa sui
quali crescevano piccoli arbusti ricchi di bacche. Quel fiume
pieno d'insenature, o mare come pensavo io allora, pullulava
di minuscoli isolotti, che ospitavano banani e varie razze di
palme. Aldilà dell'acqua, a perdita d'occhio si ergevano
foreste rigogliose e piccoli prati che fungevano da loro
anticamere. Cavalli di piccola taglia e grandi Pteranodonti
(checché gli scienziati ne dicano, essi ancora abitavano i cieli
africani) si abbeveravano in differenti punti.
Poco più in là, assistemmo a una delle scene più selvagge che
la natura africana poteva offrire a quei tempi: un piccolo
branco di Mastodonti si era recato presso uno spazioso lembo
di terra per abbeverarsi. Quella spianata sabbiosa finiva in
realtà a strapiombo sull'acqua, in un punto parecchio
profondo reso ancora più oscuro da una fitta selva di alghe.
Vedemmo il mastodonte cadere, con un barrito straziante, a
capofitto nell'acqua, trascinato per la proboscide da un essere
che non avevamo mai visto. Una sorta di pesce di proporzioni
assurde, grande almeno due volte il giovane mammifero,
l'aveva abbrancato col suo muso spropositatamente lungo,
mostrando una fila di denti affilatissimi, la cui morsa
sprigionò un fiotto di sangue che allontanò immediatamente
gli altri Mastodonti. Gama assistette alla scena quasi
costernato davanti a tanta potenza, lasciando cadere una
delle enormi uova di testuggine che aveva scovato lungo una
piccola insenatura coperta di fogliame secco. Quella creatura
era uno degli antichi signori dei mari, che abitava qui ben
prima del nostro arrivo sulla Terra. Gli scienziati gli
avrebbero poi messo il nome di Mosasauro, definendolo
senza alcun torto uno dei predatori acquatici più terribili
della storia. Le sue squame cangiavano, passando dall'indaco
al verde scuro, con alcuni lampi argentati lungo il ventre,
offrendo un incredibile contrasto coi suoi occhi posti
lateralmente e uniformemente opachi, senza vita. Quello
specchio d'acqua doveva essere veramente profondo per
ospitare un simile mostro.
Il povero proboscidato fu fatto a pezzi in pochi istanti, tra
imponenti schizzi e disperati barriti. L'insenatura e l'acqua
circostante si riempirono di un sangue tendente al porpora,
man mano che il mostro mulinava con le sue quattro pinne
romboidali per poi scomparire con un ultimo colpo di coda,
tornando in chissà quale oscuro anfratto sottomarino. No,
non eravamo soli. Eravamo gli ultimi arrivati in un rifugio di
fortuna che però non aveva ancora evacuato tutti i suoi
affamati e bellicosi sfollati.
Quanti avversari avremmo ancora dovuto fronteggiare nella
corsa alla sopravvivenza? L'imbrunire ci addossava questi
quesiti pesanti come macigni, mentre tornavamo verso casa
con un bottino lodevole (una dozzina di succulente uova) ma
che ci era costato un morto e innumerevoli spaventi,.
Ripercorrendo la strada dell'andata a ritroso udimmo gli
irriverenti latrati degli uomini-scimmia, abbarbicati sul loro
altopiano, la loro amata dimora e inconsapevole bara. La
paura ci rinvigorì, dando nuova linfa ai nostri muscoli stanchi
per le camminate su terreni fangosi e pesanti. Con le menti
oppresse dalle preoccupazioni e i cuori colmi di dolore
facemmo ritorno al villaggio, bloccando subito l'entusiasmo
di tutti annunciando la perdita di Amilo, il nostro compagno
caduto durante l'agguato degli uomini-scimmia.
Al cordoglio seguì una cena regale e celebrativa, in cui
usammo alcune delle uova per sfamare tutti i commensali.
Andai a dormire, sulla mia cenciosa coperta infeltrita,
fissando le palme secche che mi facevano da tetto. Tenevo gli
occhi sgranati pur non riuscendo a distinguere nulla nel buio,
chiedendomi quale fosse stato il mio apporto nella giornata
appena conclusa. Appurai che era stata una partecipazione
meramente simbolica, una passerella, in quanto non avevo
letteralmente fatto nulla. Mi convinsi che anche stare a
guardare, se fatto con attenzione e voglia d'apprendere, può
tornare utile in futuro, imprimendo nella memoria gesti e
pratiche di grande importanza.
Sarei mai stato determinante per la mia piccola comunità?
Questo mi chiedevo.
La risposta sarebbe arrivata un giorno, e con proporzioni che
mi avrebbero scioccato e segnato per sempre.
Lui arrivò due giorni dopo. Ricordo che mi svegliai a metà
mattinata, essendo esente il giorno dal raccogliere acqua o
frutti. Bighellonavo per le piccole capanne del villaggio con
altri bambini, mentre le donne armeggiavano dei rudimentali
mortai nei quali pestavano bacche destinate ad essere servite
come una sorta di purea multicolore. Al pomeriggio, i
cacciatori fecero ritorno al villaggio, posando nello spiazzo
principale alcune gazze dal piumaggio bianco che avevano
catturato in una piccola palude circostante.
Posso ancora sentire, come fosse ieri, il ronzio che da lontano
colse la mia attenzione. Prima tenue, poi sempre più grave e
roboante, fino a sembrare un ruggito, la fine delle cose.
Alzando gli occhi al cielo, vedemmo un fulgido punto farsi
sempre più grande, avvolto da fiamme furenti che lo
proiettavano verso di noi. Alcuni anziani raccontavano che un
simile evento aveva annientato i giganti e le belve altrettanto
enormi che un tempo popolavano il mondo.
Sarebbe stato il nostro turno?
Man mano che si avvicinava, sembrava che il grande fuoco nel
cielo acquisisse imponenza e velocità a scapito delle nostre
forze. Nessuno osava scappare, né lanciare grida disperate, né
dimenarsi. Quella visione ci aveva paralizzato al punto di
svuotarci, quasi rassegnati davanti al compimento del nostro
atroce destino. Stavamo lì, con le braccia lungo le gambe,
senza un'espressione precisa in volto, con i sospiri sospesi in
gola, e le gambe deboli. Una donna svenne col suo piccolo in
braccio, e tememmo per i più anziani della comunità. Allora
vedemmo la vera natura del fuoco. Un oggetto longilineo, di
un giallo tenue, simile a un arca. Simboli a noi sconosciuti
erano intarsiati lungo quelli che immaginavamo fossero
parapetti dell'imbarcazione, con tante finestre dalle quali
nulla trapelava. Puntava a noi, con decisione. Il suo giallo si
fece ocra, e le fiamme da rosso fuoco si fecero prima bianche
e poi di un azzurro intenso. All'improvviso, l'oggetto compì
una virata repentina, che lo portò qualche decina di metri
aldilà dell'ultima capanna del villaggio, facendoci temere un
tremendo schianto. Eppure, in una frazione di secondo, l'arca
si arrestò, levitando, emanando un chiarore celeste dalle sue
fondamenta, che pareva essere la sua stessa ombra.
Galleggiava, generando un turbinio di arbusti secchi e
fogliame mosso dalla sua levitazione, senza che noi avessimo
la minima idea di cosa potesse succedere. Il cielo pulito sopra
le nostre teste aveva portato un insospettabile turbamento:
era un nemico, un giudice supremo, o cos'altro?
L'arca si sollevò di alcuni metri, e la sua ombra si fece un
fascio conico, all'interno del quale circolavano lampi e oggetti
tondi e densi, simili a pomi trasparenti. Nel luccichio
comparve una sagoma, che impiegò alcuni minuti per
acquisire consistenza, completando la sua apparizione al
momento della scomparsa dell'arca, che in pochi minuti si
issò per poi scomparire tra i monti oltre le radure,
dileguandosi nel cielo che credevamo a noi fidato.
E poi i suoi piedi palmati toccarono terra. Mai dimenticherò il
silenzio che avvolse la scena. Il suo viso era umano e non
umano. Aveva labbra, naso e bulbi oculari di uomo, ma non
aveva orecchie. Due fenditure laterali avevano preso il loro
posto. Gli occhi erano interamente coperti da una patina
cerulea, che conferiva un'autorevole fissità al suo sguardo. Il
ventre era sviluppato come quello di un umano, eccetto per
l'assenza di genitali. Mani e piedi mostravano cinque dita
esattamente come le nostre. Ma come descrivere il suo dorso.
Se la superfice del suo ventre e del suo viso erano lisce e
gialline, questo era ricoperto di squame, che proseguivano
man mano che si distanziavano dal ventre assumendo
tonalità di verde sempre più scure, arrivando ad essere di un
blu elettrico lungo alcuni tratti della schiena. Un abbozzo di
coda di pesce spuntava dal fondoschiena, con i movimenti
impercettibili di un arto ormai caduto in disuso. A metà
strada tra le clavicole e le mascelle, delle grandi branchie si
aprivano e chiudevano con energia, inalando vita in lui. Il suo
cranio era deforme, ben più pronunciato in altezza rispetto al
nostro, formando una piramide simile alla sovrapposizione di
una testa di pesce su di una umana.
Un anfibio. Ecco cos'era. Me ne convinsi ancor prima d'esser
sicuro che quella fosse la sua condizione.
Gli antichi - e gli studiosi moderni l'hanno confermato -
sostenevano che i crani più voluminosi tendessero ad
ospitare cervelli dalle dimensioni e dalle capacità sopra la
media. Credo sia stata quella che allora era una superstizione
a renderci così mansueti e accomodanti verso un essere che
sarebbe potuto benissimo essere il nostro futuro
sterminatore.
La prima cosa che notai dei suoi movimenti fu la quiete del
suo incedere. Dava l'impressione d'essere umido e asciutto
allo stesso tempo, e i suoi passi non lasciavano impronte né
emettevano suoni. L'unico suono era quello dell'aria che
s'insinuava nelle sue branchie, mentre procedeva placido
verso di noi.
E si fermò, con noi in cerchio a contemplarlo attoniti. Sul suo
volto era dipinta una espressione di compassionevole
comprensione, quasi si rendesse conto di quanto fosse
difficile per noi capire cosa stava succedendo. Fu allora che
capimmo che avrebbe cambiato le nostre vite, e non solo.
Sentii dei gemiti, dei mormorii. Una voce strozzata e stanca
cercava di pronunciare qualcosa, ma l'emozione e la fatica ne
fiaccavano il suono. Mi voltai, e vidi Gusa, sorretto dal suo
bastone, arrancare tendendo il braccio mutilato all'anfibio,
adorante e stremato. I suoi occhi erano lontani da quelli
sereni del saggio che era sempre stato; sembravano piuttosto
stralunati, come se qualcuno gli avesse fatto il lavaggio del
cervello. A quel punto vidi l'essere concentrarsi sul vecchio,
sprigionando un'accecante luce dai propri occhi.
28
«No...Nommo!». Gusa disse quelle parole con
un'espressione esterrefatta sul volto, come se non avesse
pronunciato quelle parole di sua spontanea volontà. Era stato
l'essere a imporglielo. In quattro o cinque accorsero il vecchio
che poi si accasciò a terra senza energie. Tutto ciò che
sfuggiva al sapere secolare di Gusa era per noi maledetto e
mortale: appena arrivato, l'anfibio aveva capito che l'unico
modo per conquistare la nostra fiducia era ottenere la
prostrazione del più anziano e rispettato membro della
comunità.
«Il vostro capo anziano ha pronunciato il mio nome. È
stanco ora, ma sa che non recherò voi alcuna minaccia».
Queste furono le prime parole di Nommo sulla Terra. Parlava
sempre con un tono pacato, profondo e sicuro di sé, come chi
si cala in una realtà dov'è certo di poter dominare
praticamente tutto senza apparente sforzo. Ci avvicinammo
ancora. Elo, un altro dei nostri anziani, si fece avanti, a capo
chino in segno di deferenza (preventiva, aggiungerei).
«Cosa vuoi da noi, o Signore?»
«Vorrei voi apprendeste da me le cose giuste, vorrei che
auspicaste il bene assoluto».
Seguirono alcuni secondi di silenzio. Nessuno sapeva cosa
dire, ma tutti sapevamo che si trattava di un ragionamento
ampiamente oltre la nostra portata. Ricordo che mio padre
mi stringeva la spalla destra, come se volesse condividere con
me, anche fisicamente, quel momento cruciale per l'umanità
che avevamo l'onore di vivere in prima persona. Adira
piangeva in silenzio, con le mani congiunte. Noi bambini
invece eravamo perlopiù eccitati per la presenza di un essere
simile: nella nostra mente lo dipingevamo come un animale
buffo o poco più.
«Cosa possiamo apprendere da te, Signore delle Stelle?
Cos'è il bene assoluto?», chiese Elo. Sudava copiosamente e
palesava tutte le difficoltà di chi è alle prese con un compito
quasi impossibile da adempiere. Vidi l'essere allargare le
braccia, e accennare un mezzo sorriso con fare solidale.
«Il bene assoluto è il progresso, che è giusto se condiviso
con il prossimo. Voi siete il mio prossimo, la mia missione. Il
vostro prossimo invece chi sarà?».
Non lo sapevamo, questa era la verità. Dopo noi, era il nulla.
Oltre noi, il vuoto, l'ignoto, ancor peggio, l'ignoranza totale.
Quest'essere confutava la nostra intera visione del mondo, ci
dimostrava che le stelle erano dimora di altre forme di vita, e
che presumibilmente noi stessi eravamo un granello di sabbia
in chissà quale sterminato deserto. Quanti uomini c'erano
oltre a noi? Eravamo passati dal terrorizzarci per dei primati
troppo cresciuti al prostrarci davanti a un essere anfibio
venuto dalle stelle, che parlava dosando le parole e che ci
guardava come bambini, assicurandoci il proprio riguardo e
ribadendo come noi fossimo parte di un piano talmente vasto
da risultare quasi incomprensibile. Come potevamo accettare
tutto questo in soli tre giorni?
Alcuni gli chiesero da dove venisse, perché fosse atterrato
proprio qui e per quanto sarebbe restato, accavallandosi e
facendo un gran baccano, sollevati dall'apparente
inoffensività dell'uomo-pesce. Questi però tacque, assorto nei
suoi pensieri, con lo sguardo fisso a terra. Si voltò
fulmineamente a sinistra, adocchiando una pozza d'acqua che
languiva accanto a un grosso masso e a un albero ormai secco
e spoglio. Uscì dal villaggio con passo svelto senza dire una
parola, ma notai una certa apprensione nel suo stringere le
labbra. Capii che stava soffrendo la carenza di liquidi, e infatti
si gettò elegantemente nella pozza, risultando
immediatamente più rilassato.
«Avrete notato la mia natura anfibia», disse con moderati
gesti esplicatori delle mani, «ecco perché debbo stare quanto
più tempo possibile a contatto con l'acqua. Volendo, posso
anche plasmarla e ampliarne la vastità a mio piacimento, per
il mio benessere personale. Tuttavia, è una cosa che posso
fare solo tramite il contatto corpo-acqua, quindi non potrò
dissetarvi con questa». Il suo volto sorridente cancellò
immediatamente la nostra delusione per la speranza - subito
svanita- di avere un abbeveratoio accanto al villaggio. Lo
vedemmo concentrarsi e illuminarsi di una tenue patina
celeste, che fece aumentare le dimensioni della pozza di
alcuni metri. Ora Nommo vi sguazzava felicemente, col busto
quasi sempre eretto fuori dall'acqua.
Era il tempo delle rivelazioni.


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