ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato sabato 20 giugno 2015
ultima lettura sabato 2 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Don Nicola e il partigiano

di vecchiofrack. Letto 408 volte. Dallo scaffale Storia

Don Nicola e il partigianoCerto che, quando dopo il proclama del generale Badoglio dell’otto settembre credi che tutto sia finito, e dopo aver gettato la divisa ti vedi ricacciato dentro la stessa guerra a combattere nuovamente, seppur dalla part...

Don Nicola e il partigiano

Certo che, quando dopo il proclama del generale Badoglio dell’otto settembre credi che tutto sia finito, e dopo aver gettato la divisa ti vedi ricacciato dentro la stessa guerra a combattere nuovamente, seppur dalla parte giusta; ti puoi far chiamare partigiano, eroe, patriota, o in qualunque altro modo; ma ripensandoci ora che tremo di paura chiuso in questo cunicolo buio che odora di muffa; non saprei come definirmi se non, pazzo!
Avrei potuto riparare in Svizzera e lì, attendere che qualcun altro sistemasse le cose; e invece no! Sulle montagne ci son salito sì, ma per unirmi ai partigiani.
Ma quando a guidare le tue scelte oltre al coraggio e la rabbia contro l’invasore aggiungi il sentimento, può finire molto male.
Questo pensavo, sicuro che quel bastardo, annusando l’aria come una belva affamata, avrebbe scoperto il nascondiglio.

Quando assieme ai miei compagni ci accampammo nel bosco che sovrasta il mio paese, decisi di approfittarne per andare a riabbracciare la mia vecchia madre, che non vedevo ormai da più di un anno.
Approfittando delle tenebre e del gelo di una notte dicembrina che avrebbe sconsigliato pure ai lupi di uscire allo scoperto, infagottato nel pastrano militare scesi a valle; camminando rasente i muri delle viuzze raggiunsi la mia vecchia casa, guardai attraverso gli scuri socchiusi; lei era là, seduta accanto al focolare che sgranava il rosario.
Battendo con le nocche sui vetri attirai la sua attenzione, lei nemmeno guardò; l’istinto di madre bastò a farle comprendere a chi appartenevano quei contenuti colpi, baciò il rosario e, stringendolo al petto si precipitò verso la porta: “Ho tanto pregato… ringrazio la Madonna d’aver ascoltato le mie suppliche.”, singhiozzava trascinandomi dentro; un lungo commovente abbraccio sancì il mio ritorno.
Passammo l’intera notte a raccontarci del tempo perduto, della guerra, e della pace che presto sarebbe tornata a regnare sulla nostra martoriata terra; poi, prima che l’alba tornasse a far capolino ci salutammo.
Piangeva la mia vecchia madre guardandomi andare, temendo di non vedermi mai più tornare: “Non ti preoccupare, la Madonna mi proteggerà; tu continua a pregare.”, sussurrai commosso, stringendo quelle mani ossute ancora cinte dal rosario e accarezzando il bel volto antico solcato da profonde rughe rigate da calde lacrime.
Lo dissi cercando di essere convincente pur non credendo alla divina provvidenza, lo feci per rassicurarla; o forse perché in fondo in fondo a qualcosa, a qualcuno al di sopra di tutto e tutti che ti possa salvare, bisogna pur credere quando l’intero mondo sembra prendere fuoco.

Da dove diavolo fosse spuntato l’ufficiale tedesco, ancora me lo sto chiedendo; forse da qualche compiacente alcova, visto che la sua guarnigione era distaccata sull’altro versante, nel forte che da un costone di roccia dominava la valle.
Fatto sta che, dopo esserci irrigiditi immobili a cinque metri di distanza l’uno dall’altro, estrasse la pistola dal fodero più velocemente di quanto io riuscì a fare con la mia infilata nella tasca del pastrano e sparò due colpi in rapida successione; per mia fortuna del pistolero possedeva solo la velocità e non la mira.
Udii i colpi sibilarmi accanto e la morte alitarmi addosso, spaventato gettai la pistola e alzai le mani; fu allora che, approfittando dell’attimo di rilassamento del mio avversario, mentre compiacendosi del successo abbassava l’arma convinto di avermi in pugno, corsi via girando l’angolo, inseguito dall’ufficiale con la pistola in pugno che m’intimava di fermarmi.
Non so se dipese dalla fifa che mise le ali ai miei piedi, o dal fatto che la natura per compensare la velocità nell’estrarre la pistola, sottrasse all’aitante ufficiale l’agilità nella corsa; comunque sia, zigzagando come un disperato da una viuzza all’altra, riuscì a distanziare l’inseguitore.
“La chiesa!”, esclamai ansimando, correndo verso la salvezza.

“E’ chiuso!”, esclamai.
Imprecando contro Dio battevo i pugni contro il portone; improvvisamente, dopo l’ennesimo colpo il portone si scostò appena, allora spingendo con decisione riuscì ad aprirlo.
Entrai nella chiesa, la fioca luce di qualche candela accesa accanto ad un altare laterale sovrastato dall’immagine della Vergine, e l’ansia di mettermi in salvo, non mi permise di vedere null’altro che il pesante catenaccio con il quale sbarrai il pesante portone alle mie spalle, - no, non può avermi visto entrare. -, pensai poco convinto; infatti un attimo dopo, battendo con il calcio della pistola contro il portone, lo sentii urlare: “Apri! Lo so che sei lì dentro!”.
Urlava in italiano, ma il forte accento teutonico, donava all’ordine quel tono ultimativo che metteva i brividi e non ammetteva tentennamenti.
“Vieni Roberto, presto!”, sussurrò una voce alle mie spalle.
“Don Nicola!”, esclamai sorpreso mentre mi trascinava velocemente dietro all’altare; era stato lui a far scorrere il catenaccio del portone, scostandosi subito dopo per non essere travolto dalla furia con la quale lo spalancai.
“Entra lì, svelto!”, disse ancora, scostando lo schienale ligneo di uno scranno del coro.
Piegandomi in avanti attraversai lo stretto pertugio e m’infilai nell’oscuro cunicolo che odorava di muffa.
“Ora non fiatare.”, aggiunse rimettendo lo schienale al suo posto, mentre le urla dell’ufficiale che giungevano sin lì dall’esterno si ovattavano.

“Mi dica dove l’ha nascosto!”, sentivo l’ufficiale urlare.
La eco dei pesanti passi che si avvicinavano si mischiavano ai battiti del mio cuore.
“Allora don Nicola, si decide a dirmi dove l’ha nascosto?”, aggiunse con voce ferma, arrestandosi nel centro dell’abside.
Approfittando di una fessurazione tra le assi dello schienale, avvicinai l’occhio destro per vedere in faccia l’uomo che mi dava la caccia.
La figura gracile di don Nicola, racchiusa nella lunga veste nera, quasi spariva davanti all’imponenza dell’ufficiale biondo dagli occhi azzurri che, sorprendendomi, aveva rinfoderato l’arma e ora in una mano stringeva il berretto militare.
“E’ uscito da lì.”, rispose don Nicola indicando una porticina accostata che dava sull’esterno.
“Non – ci – credo.”, scandì l’ufficiale puntando i suoi occhi azzurri nello sguardo del parroco.
Il quale non si scompose e, indicando il berretto che l’ufficiale teneva con la mano sinistra, replicò sereno: “Per entrare nella casa del Signore, si è tolto il berretto e si è fatto il segno della croce… da ciò desumo che lei, da buon cristiano, sa che un ministro di Dio non può mentire.”.
“Il ministro no, ma l’uomo che è dentro quella tonaca… non lo so.”, rispose con sarcasmo l’ufficiale, pizzicando un bottone dell’abito talare.
“L’uomo che è dentro questa tonaca, a differenza dell’uomo che è dentro quella divisa, non può né mentire… né uccidere!”, ribatté il parroco imbrunendosi.
“Lei deve ubbidire agli ordini del suo Dio, io a quelli del fuhrer del popolo tedesco!”, disse l’ufficiale, battendo i tacchi mentre s’irrigidiva nel saluto nazista.
“Non è questo il luogo per manifestare il suo stupido orgoglio patriottico!”, lo rimproverò prontamente don Nicola: “Se il mio Dio mi ordinasse di uccidere un altro essere umano… io, al contrario di lei, non lo farei. Ora abbassi quel braccio e aspetti qui!”, concluse ammutolendolo.
L’ufficiale lo seguì con sguardo interrogativo, lo vide andare davanti all’altare e, subito dopo, tornare tenendo in mano il pisside.
L’ufficiale osservava stranito don Nicola estrarre con cura, dopo aver aperto il coperchio, un’ostia consacrata e, tenendola delicatamente fra l’indice e il pollice, alzandola al cielo con lo sguardo fisso su di lei declamare: “Giuro davanti a Dio che ci sono solo due uomini presenti in questo momento dentro la sua casa.”.
Poi ripose l’ostia nel pisside e andò a rinchiuderlo nel tabernacolo.
“Credo che il giuramento di un ministro, pronunciato davanti al suo Dio, basti e avanzi per chiudere la faccenda!”, esclamò sicuro quando tornò nell’abside.
L’ufficiale scosse il capo allibito: “Don Nicola…”, sospirò: “che le devo dire, come difesa mi sembra deboluccia… ma io non sono un giudice. Dovrei arrestarla per farla giudicare… ma visto che ha giurato davanti al giudice supremo, lascio a lui l’incombenza. Buona fortuna Don Nicola.”.
“Lei è un buon cristiano, come ha potuto farsi coinvolgere in questa follia?”, gli chiese don Nicola.
“E’ questa follia che ha fagocitato noi… tutti quanti, lei compreso.”, rispose amaro l’ufficiale, prima di girare sui tacchi.
Allontanandosi con passo marziale si arrestò davanti all’altare e s’inginocchiò compunto richiudendosi in preghiera per qualche minuto, prima di lasciare definitivamente la casa del Signore.
Ancor oggi, cercando d’immaginare lo sguardo dell’ufficiale assorto in preghiera inginocchiato davanti all’altare, mi chiedo se avesse chiesto a Dio di proteggere lui e il popolo tedesco dal pazzo che li aveva portati al disastro… oppure di salvare il pazzo.
Il limitato campo visivo mi permise di vedere soltanto Don Nicola, fermo in mezzo all’abside, seguire con lo sguardo del buon padre l’ufficiale che lasciava la casa del Signore, sollevato e inorgoglito per essere riuscito a far uscire dall’animo esacerbato dalla guerra, la fede che ancora l’albergava.
Dopo aver sbarrato il portone della chiesa, don Nicola tornò nell’abside: “Ora puoi uscire.”, disse dopo aver scostato lo schienale.
Approfittando della luce penetrata nel pertugio, virai con lo sguardo all’indietro: “Una grotta!”, esclamai stupito, osservando il cunicolo allargarsi.
“La chiesa è addossata alla montagna, la parete dell’abside è stata eretta occultando l’ingresso di una grotta.”, mi spiegò don Nicola.
“A quale scopo?”, chiesi incuriosito.
“La stupidità umana è rimasta uguale nel corso dei secoli… e fintanto che rimarrà tale, rifugi come questo salveranno molte altre vite.”, rispose sospirando, prima di proseguire: “Non puoi uscire di giorno, la tua presenza avrà messo in allarme la guarnigione, ci saranno sicuramente dei soldati a pattugliare il paese. Fra poco, quando riaprirò la chiesa, dovrai tornare dentro e rimanerci fino a notte.”.
“Va bene, le chiedo solo un favore.”.
“Dimmi Roberto!”.
“Mia madre avrà sentito i colpi di pistola, vada da lei e la rassicuri.”.
“Hai ragione, vado in canonica a prendere del cibo e dell’acqua per te, poi corro da lei.”.
Cinque minuti dopo don Nicola tornò con la sporta delle vivande: “Tieni, ti ho portato anche una pila, potrebbe tornarti utile per spezzare la monotonia claustrofobica della grotta, usala con parsimonia solo se ti sentirai soffocare.”, disse invitandomi ad entrare.
“La ringrazio, ma non mi servirà, sono mesi che trovo riparo nelle grotte fra i monti, il buio non mi spaventa di certo.”, replicai convinto.
“Non è la stessa cosa. Tu portala lo stesso, non si sa mai.”, insistette lui mettendola nella sporta, prima di chiudere il pertugio posizionando lo schienale ligneo.
Effettivamente il tempo là dentro scorreva con una lentezza esasperante, il silenzio e il buio erano un mix micidiale; pensando a quando era diverso riparare nelle grotte fra i monti dove il fruscio degli alberi smossi dal vento, lo scrosciare di un ruscello, il canto degli uccelli o il rumore provocato dal passaggio di animali nelle vicinanze, un sentimento claustrofobico invase l’animo.
Così per sconfiggere il senso d’impotenza, la sensazione di essere murato vivo dentro una cripta, mi tornò utile la pila gentilmente offertami dal previdente Don Nicola; evidentemente non ero il primo che aveva trovato asilo nel rifugio dietro al coro, per questo il prete la sapeva tanto lunga su quel che si provava a star chiusi nel buio opprimente dell’umido e maleodorante cunicolo.
Accendendola per brevi periodi, in modo da conservare più a lungo la carica, illuminavo con dei brevi flash le pareti della grotta; fu allora che gettando lo sguardo all’intorno notai dei grafiti sulle pareti.
Incuriosito avvicinai la pila ad uno di essi, ma proprio in quell’istante udii due colpi contro lo schienale ligneo e, subito dopo, don Nicola sussurrare: “Roberto, sono stato da tua madre.”.
“Come sta?”, chiesi con apprensione avvicinando l’orecchio allo schienale.
“Ora meglio… ti abbraccia dicendoti che continuerà a pregare la Vergine perché ti aiuti.”, rispose.
“La ringrazio don Nicola.”, sussurrai con voce rotta.
“Ora devo andare, fra poco dovrò officiare la prima messa, tu cerca di non fare rumore.”.
“Non si preoccupi, vada pure a fare il suo lavoro; non vorrei che il suo principale la richiamasse all’ordine per colpa mia.”, chiosai ironicamente, più per darmi coraggio che per strappare un sorriso al prete, prima di andare a sedermi in fondo alla grotta.
Puntando la pila dentro la sporta cercai qualcosa da mettere sotto ai denti, dopodiché estrassi del pane e del formaggio e iniziai a mangiare.
Dopo aver mangiato e bevuto un po’ d’acqua, mi stesi a terra e rannicchiandomi nel pastrano cercai di riposare per qualche ora.
“Tre ore!”, sussurrai stupefatto puntando la pila sull’orologio da polso, svegliandomi indolenzito.
Appoggiandomi alla parete iniziai a far ruotare il cono di luce della pila lungo l’arco della grotta, attratto da uno strano geroglifico, mi alzai e avvicinai lo sguardo, - la stella di David e una data, quindici agosto quarantatré… ebrei in fuga verso la Svizzera. -, pensai.
Ma quello che stupefacendomi mi lasciò perplesso, furono i disegni e i segni sulla volta della grotta, - non me ne intendo ma dovrebbe trattarsi di scrittura ebraica… e dalla muffa che ricopre parte delle incisioni non dovrebbero essere troppo recenti. -, pensai sfiorando i grafiti con la punta delle dita, ripromettendomi di chiederne conto a don Nicola.

Pur usandola con parsimonia, la batteria della pila si scaricò ben prima del tramonto; così fui costretto a passare molte ore in silenzio, rannicchiato contro la roccia avvolto dal gelido buio della grotta, un’esperienza agghiacciante in tutti i sensi.
“Ora puoi uscire!”, l’esclamazione di don Nicola mentre rimuoveva lo schienale dal pertugio pose fine alle mie ambasce.
“Devi attendere la notte, fra un paio d’ore potrai andartene; sediamoci e parliamo un po’… ti va?”, disse indicando gli scranni del coro.
Non avendo altra scelta, accolsi di buon grado l’invito di don Nicola, accomodandomi dentro uno dei, poco comodi, scranni del coro.
Don Nicola si sedette di fianco a me e, dopo avermi fissato a lungo con sguardo indagante, iniziò a dialogare: “Avevo trent’anni quando il vescovo mi assegnò questa chiesa… e ora, dopo venticinque anni, osservo stupefatto il primo pargolo che battezzai, che vedevo crescere domenica dopo domenica quando veniva ad assistere alla messa con i suoi genitori… questo fino a quindici anni, poi non lo vidi più varcare la soglia della casa del Signore…”.
“Si vede che il Signore, impegnato a redimere, in verità con scarso successo analizzando i fatti, chi non voleva essere redento, non premiò con la giusta moneta la fede di quella famiglia!”, lo interruppi esternando con astio sardonico il motivo di tanta contrarietà.
“Covi ancora rancore per quello che accade a tuo padre… eppure tua madre non incolpò Dio per la malattia che la lasciò vedova, e continuò a frequentare la sua casa.”.
“Quella che lei chiama rancore, io lo definisco disincanto violento… fu come se il suo Dio, dopo avermi rimboccato le coperte, nel mezzo di uno splendido sogno mi avesse risvegliato buttandomi giù dal letto.”, replicai livido.
“Eppure quel Dio che tu ripudi, oggi ha aperto le porte della sua casa al figliol prodigo che aveva smarrito la via.”.
“La prego don Nicola, non sta declamando un’omelia durante la messa… lasci perdere i santi e parliamo dei fanti.”, ribattei ironicamente, infastidito dal suo… chiamiamolo: ecclesiale discernere.
“Hai ragione, ogni tanto mi lascio trascinare dalla retorica… deformazione professionale.”, replicò a tono sorridendo, prima di proseguire: “A proposito dei fanti; tua madre mi ha chiesto di aiutarti a scappare in Svizzera.”.
“Quella santa donna venderebbe l’anima al diavolo pur di sapermi al sicuro.”, dissi, immaginandola a pregare non la Madonna ma, visto gli scarsi risultati ottenuti, Satana in persona!
“Seguirai il suo consiglio? Io posso accompagnarti fino al confine, conosco un sentiero sicuro?”, buttò lì don Nicola prendendo la palla al balzo.
“No, non posso tradire i miei compagni… anche se so che questo la farà soffrire, non scapperò! Continuerò a combattere, e lo farò soprattutto per lei, perché nessuno un giorno possa dirle: tuo figlio è un vigliacco!”, risposi argomentando la mia scelta.
“Rispetterò la tua scelta… aggiungo soltanto che non saresti il primo che passando da qui ripara in Svizzera. E la loro non la considero certo vigliaccheria, ma desiderio di preservare ciò che Dio a loro donato con amore, la vita…”, si tacque un attimo, sorrise e proseguì: “Ecco che la retorica stava prendendo il sopravvento. Mettiamola così, non trovo disdicevole la vigliaccheria di chi fugge dalla guerra… meglio un vigliacco vivo che un eroe morto!”.
“Bella morale, ma poco condivisa di questi tempi, anche da Dio mi pare, visto l’inferno in terra che ha scatenato!”.
“Non lui, ma Satana ha scatenato quest’inferno.”, mi corresse don Nicola.
Stanco di ribattere e controbattere un tema sul quale don Nicola era certamente più afferrato, cambiai repentinamente argomento di conversazione: “Sulla volta della grotta ho notato delle incisioni, presumo in ebraico, cosa sono?”.
Don Nicola sospirò: “Impiegò molto tempo l’uomo a interpretare fedelmente gli insegnamenti delle sacre scritture, ci vollero secoli per elaborare il credo del buon cristiano, secoli in cui Satana ci mise lo zampino, ingannando i portatori del verbo del Signore. Nel medioevo non sempre gli uomini di fede ebbero la giusta illuminazione. Quando scopersi il pertugio segreto, incuriosito cercai nei libri il significato di quelle incisioni.”.
“Mi sta dicendo che prima di lei, nessuno era al corrente dell’esistenza della grotta occultata dietro al coro?”, gli chiesi interrompendolo, evidenziando una punta d’incredulità.
“E’ così, nessuno tranne me… e coloro che son dovuti riparare là dentro in questi ultimi anni avvelenati, conosce il segreto celato dietro lo scranno.”, confermò don Nicola, prima di rendermi edotto sulla genesi della scoperta: “Due anni fa osservando il coro ligneo offeso dal tempo e dai tarli che lo stavano divorando, compresi che necessitava d’un urgente restauro se volevo salvare i preziosi intagli. Non avendo denaro da investire nell’opera di restauro, mi tornarono utili gli insegnamenti di mio padre quando, da bambino, mi sedevo sullo sgabello con occhi incantati a guardare le sue abili mani tirar fuori l’anima dal legno grezzo…”.
“Ho capito, apprese l’arte del restauro, da suo padre falegname!”, esclamai interrompendolo nuovamente, per far sì che non si dilungasse nella narrazione della sua pubertà, ma tornasse al punto per me più interessante.
“Falegname intagliatore!”, precisò lui, prima di proseguire: “Così la sera, dopo aver chiuso il portone, mi dedicavo al restauro del coro; togliendo gli schienali degli scranni per ripulirli scoprii la grotta e interpretando le incisioni conclusi che, ai tempi dell’inquisizione presumo, gli ebrei della valle la destinarono a luogo di culto nascosto. Avevo deciso di rendere noto la mia scoperta nel corso dell’omelia per rendere edotti i fedeli su quanti e quali rischi dovettero affrontare gli uomini per professare la propria fede liberamente. Ma la sera prima una famiglia ebraica, padre madre e due figli braccati dai fascisti, riparò in chiesa implorando il mio aiuto nel nome del nostro comune Dio.”.
“L’altra incisione nella grotta, quella più recente!”, esclamai ammirato dal coraggio dimostrato dal parroco in quel frangente.
“Esatto! Dovettero restare rinchiusi là dentro per cinque giorni, uscendo solo di notte, quando chiudevo la chiesa; non solo per i bambini, ma anche per la madre passare ore e ore al buio in silenzio si rivelò fin da subito estenuante, così il secondo giorno cercai di alleviare le difficolta fornendo loro una pila, da accendere se e quando la claustrofobica sistemazione si facesse insopportabile. La notte del sesto giorno, dopo aver controllato il sentiero, li accompagnai oltre confine. Tornando orgoglioso verso casa, osservando la splendida notte stellata, mi chiesi quanto tempo ancora sarebbe durata questa follia, e quanti uomini sarebbero stati perseguitati per la loro fede. Fu così che decisi di mantenere il segreto per poter sfruttare la grotta come nascondiglio, nel caso qualcun altro avesse cercato riparo nella casa di Dio.”.
“E alla fine la sua lungimiranza fu premiata dall’arrivo di un partigiano, inseguito da un ufficiale tedesco.”, chiosai.
“Già, un partigiano dalla testa dura che non ascolta né il prete che l’ha battezzato, né tantomeno l’anziana madre.”, replicò bonariamente don Nicola.
“Il ruolo del parigiano è quello di combattere l’invasore; quello del prete, pregare per la pace. Quando le suppliche del prete troveranno ascolto presso il suo Dio… il partigiano potrà posare il fucile e, se avrà fede, tornare a pregare.”, precisai ribadendo una volta ancora la ferma intenzione di continuare la lotta.
“Ma chi e perché occultò l’ingresso della grotta innalzando la parete di fondo contro l’entrata?”, mi chiesi, girando lo sguardo lungo le pareti dell’abside, non trovando risposta mi rivolsi a don Nicola: “Le sue ricerche hanno svelato anche questo mistero?”.
Don Nicola scosse il capo: “No, non so chi costruì la chiesa… posso solo presumere che, visto i tempi non facili per i religiosi illuminati, chi fece costruire la chiesa pensò bene di dotarla di un rifugio segreto dentro cui nascondere se stesso o chi avesse chiesto il suo aiuto.”.
“Cos’è cambiato d’allora, se oggi le persecuzioni e le guerre costringono l’uomo a trovare rifugio dentro lo stesso nascondiglio… me lo sa dire don Nicola?”.
“Forse… solo il modo di far la guerra… purtroppo.”, sospirò sconfortato don Nicola.
Continuammo a confrontarci per altre due ore, poi ci salutammo, ripromettendoci di rivederci per tirare le somme alla fine della guerra.
Salendo con circospezione il sentiero del bosco, ripensavo a quanto ci eravamo detti poc’anzi, - se anche un uomo di fede come don Nicola, pensa che l’atteggiamento dell’uomo nei confronti della guerra non è mai mutato, se non nel modo di progettare e usare armi sempre più distruttive, quando mai riusciremo a raggiungere una pace stabile e duratura? -, guardai la luna far capolino tra le abetaie e, sospirando, mi risposi: “Forse quando andremo lassù!”.

Trascorse lento un altro duro inverno di guerra, prima che con la primavera fiorisse anche la pace.
Ma la pace non può unire se il desiderio di vendetta prende il sopravvento sulla pacificazione; troppo odio e troppi morti avevano seminato i lunghi anni di guerra.
Gli animi esacerbati abbisognavano di altro sangue prima di acchetarsi; il sentimento di rivalsa mutò i primi mesi di pace nella prosecuzione strisciante di una guerra non dichiarata verso chi, per lunghi anni, aveva sottomesso e affamato il popolo, lasciando dietro se, soltanto macerie!
Ora, a risalire i sentieri della valle per raggiungere la salvezza erano gerarchi in fuga, inseguiti da uomini rabbiosi, pronti a giudicarli e giustiziarli sul posto una volta raggiunti.

“Tex! Tex!”, urlava Boris, nome di battaglia di Eugenio, correndo verso di me: “L’abbiamo perso.”.
““Sei sicuro che è entrato in paese?”, chiesi a Boris.
“Sì Tex, sono sicurissimo, è andato per di là.”, rispose indicando la parte alta del paese.
“Come avrà fatto a lasciare la città e giungere fin quassù evitando i posti di blocco?”, mi chiesi.
“Il podestà è un abile cacciatore, conosce i sentieri dei boschi come le sue tasche, deve essere passato da lì.”, rispose Boris.
“Se è qui lo scoveremo, nessuno quassù lo farebbe entrare in casa.”.
“Si sarà nascosto in qualche fienile.”, aggiunse Boris.
“Può darsi!”, esclamai, poi guardando la chiesa dominare la parte alta del paese, mi corressi: “Forse qualcuno disposto ad accogliere quel bastardo c’è!”.
“Presto, Sali!”, Ordinai a Boris, indicando la portiera posteriore della macchina.
“Prendi per di là.”, dissi all’autista.
Tossendo e arrancando la vecchia Fiat ci portò fin sul sagrato della chiesa “Andiamo!”, esclamai aprendo la portiera.
Boris e l’autista scesero impugnando il fucile mitragliatore e mi seguirono all’interno della chiesa.
“Se volete entrare nella casa del signore, dovete lasciar fuori le armi!”, esclamò con sguardo torvo don Nicola, parandosi al centro della navata.
“Si scosti don Nicola!”, replicai a muso duro.
“Prima lascia le armi fuori da qui!”, ribatté per niente intimorito, indicando il portale.
“Tieni, aspettatemi fuori.”, sbuffai consegnando la pistola a Boris.
“Sei sicuro…”.
“Aspettate fuori!”, esclamai con un tono che non ammetteva repliche, interrompendo il buon Boris.

“Credevo che la guerra fosse finita, e invece ti ritrovo qui con le armi in pugno. Perché?”, mi chiese don Nicola quando fummo soli, esternando contrarietà e delusione.
“Il podestà è scappato, sono sicuro che lei saprà dirmi dove si trova.”.
“Ammettendo che lo sappia, perché mai dovrei dirtelo… la guerra è finita, fattene una ragione e ringrazia il Signore.”, insistette lui, indurendo tono e sguardo
“La guerra è finita, ma quel bastardo deve essere giudicato per quello che ha fatto.”.
“Giudicato o giustiziato sommariamente? Forse non ti è ben chiaro che c’è una sottile differenza tra le due cose.”, replicò sarcastico don Nicola
“Non ho tempo d’intavolare discussioni filosofiche con lei.”, sbottai: “Mi dica se l’ha nascosto dove sappiamo e facciamola finita!”.
“Facciamola finita… cosa vuoi far finire, la vita di quel pover uomo!”, esclamò rimproverandomi duramente.
“Quello non è un pover uomo… è il podestà, e dev’essere punito per tutto il male che ha fatto lo vuol capire!”, dissi alzando il tono.
“Quanta rabbia, quanto odio… nel tuo sguardo leggo solo desiderio di vendetta. Non è su queste basi che costruirete una pace duratura.”, ribatté senza scomporsi, usando il tono pacato dell’uomo sicuro di ciò che va affermando.
“Ora basta! Vado a prendere quel bastardo!”, dissi scostandolo di lato.
“Fermati e ascoltami!”, esclamò alzando il tono, afferrandomi per un braccio: “Giuro davanti a Dio che in questo momento, ci sono solo due uomini nella sua casa!”.
“Don Nicola… don Nicola, sta mentendo spudoratamente, questo giochetto l’ho già visto fare con l’ufficiale tedesco che m’inseguiva… rammenta?”, replicai scuotendo il capo.
“Sì, e allora? Pensi di essere tanto migliore di lui perché non credi alla parola di un povero prete?”.
“Non è questo il punto! Lei sta mentendo!”.
“Io ti sto dicendo la verità davanti a Dio!”, insistette fissandomi nello sguardo.
“A sì! E allora mi dica, davanti a Dio mentirebbe per salvare una vita?”.
“Se servisse a salvare una vita… mentirei anche davanti a Dio.”, rispose, e subito dopo spense il mio entusiasmo aggiungendo con tono accorato: “Ma non è questo il caso… in questo momento, ci siamo solo noi due nella casa del Signore… devi credermi… me lo devi questo.”.
No, non meritava di essere deluso lo sguardo implorante di quel piccolo grande prete… e io non lo delusi: “Addio don Nicola!”, esclamai stringendogli la mano.
“Posso sperare di rivederti a messa?”, la sua richiesta mi raggiunse sulla porta.
Mi girai e, sorridendo, risposi: “Solo se ammetterà di aver mentito due volte davanti a Dio!”.
“Non posso farlo… per il semplice fatto, che non ho mentito.”, chiosò don Nicola.

Non c’incontrammo più, anche perché io andai a vivere in città; oggi sono tornato in paese e, dopo tanti anni sono entrato in chiesa, lo dovevo all’uomo che mi salvò due volte; la prima dall’ufficiale tedesco e la seconda da me stesso, impedendomi di portare a compimento un inutile vendetta a guerra finita.
Son salito sin quassù ad onorare con l’ultimo saluto un prete illuminato; eppure lui è riuscito a sorprendermi una volta di più.
L’officiante, prima della cerimonia funebre mi consegnò una busta: “Per me? Era sicuro che fossi venuto!”, esclamai stupefatto.
“Lo era, fu lui, pochi giorni prima di morire, a darmi il suo indirizzo per comunicarle la data del funerale, raccomandandomi di consegnarle la busta prima delle esequie.”.
Aprii la busta mentre don Nicola lasciava per sempre la sua chiesa e lessi: “La grotta è fuori dal perimetro consacrato della chiesa. Dunque non può essere parte della casa di Dio. Non ti ho mai mentito, testone! Sei convinto ora?”.
Sorridendo commosso ripiegai il biglietto vergato a mano, lo riposi nella tasca della giacca, e accompagnai il feretro verso l’ultima dimora.

FINE












Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: