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lavoro pubblicato lunedì 15 giugno 2015
ultima lettura venerdì 13 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE # 1 - PER LA SALVEZZA DEGLI UOMINI#

di PatrizioCorda. Letto 454 volte. Dallo scaffale Fantasia

«Mhadija...Mhadija, alzati. Il sole sta per sorgere». Le mani della vecchia Adira agitavano le mie spalle, strappandomi improvvisamente al torpore delle mie già scarse ore di sonno. Non ho mai dormito tanto; al massimo sarò r...

«Mhadija...Mhadija, alzati. Il sole sta per sorgere». Le mani della vecchia Adira agitavano le mie spalle, strappandomi improvvisamente al torpore delle mie già scarse ore di sonno. Non ho mai dormito tanto; al massimo sarò riuscito a dormire per sei ore di fila in più di seimila anni. Ho sempre trovato tante di quelle cose fantastiche alle quali pensare - o delle quali preoccuparmi - che ho sempre ritenuto il sonno un'inerzia superflua e a lungo deleteria.
Adira era una delle persone più anziane del villaggio, il nostro piccolo villaggio di Go'dhai. Aveva visto la nostra comunità crescere dal nulla, e in pratica agiva da saggio, seppure questo fosse in teoria un ruolo maschile. Quando gli uomini uscivano per procacciarsi il cibo in lunghe battute di caccia, era lei a comandare, con le sue grandi mani sempre in movimento, il nostro mondo. Non che ci fosse granché da comandare, essendo noi allora a malapena una cinquantina.
Per lei ero il figlio che non aveva mai avuto: si raccontava che fosse rimasta incinta anni fa, ma che l'apparizione in sogno di un demone dalle ali di pipistrello e dalla testa bicefala di rettile avesse maledetto il suo nascituro, stroncandone la vita ancor prima che vedesse la luce, convincendo Adira di essere nel profondo la madre di chissà quale spirito distruttore. Da allora si era prodigata nell'aiutare noi bambini del villaggio, specialmente se, come me, mancavano di un genitore. La mamma era morta dandomi alla luce, al che mio padre, uno dei cacciatori prescelti di Go'dhai, era rimasto da solo a prendersi cura di me e di mia sorella Kalia, di quattro anni più grande. Fortunatamente avevamo Adira tra noi.
«Ancora cinque minuti, Mama Adira» dissi stropicciandomi gli occhi e accucciandomi sul mio telo infeltrito, «è ancora tutto buio».
«L'acqua non si salirà da sola al villaggio, razza di scansafatiche! O vuoi forse rischiare di tornare qua strisciando e senza un arto? Ben che ti vada, finiresti infilzato da un Uro! Scegli tu!», rispose la matriarca, col classico tono piccato di chi aveva già trattato ben oltre la sua pazienza.
Mi sollevai a malincuore, girandomi a sinistra e fissando l'otre come se fosse tutta colpa sua. Noi giovani avevamo il compito di portare al villaggio, ogni mattina, acqua e legname cosicché nessuno morisse di sete o mancasse di pezzi per il proprio umile casolare. Ma bisognava far tutto quando la luce ancora non irradiava il cielo, quando il viola e il rosso si passavano fugacemente il testimone sopra le nostre teste, prima che la volta celeste si riappropriasse del suo colore preferito. Questo perché, una volta innalzatosi il sole, non eravamo più i soli a popolare il mondo.
Le bestie erano tra noi.
La sorgente alla quale sarei dovuto andare distava circa sette chilometri dal villaggio. Un tragitto non da poco, per un bimbo di dieci anni costretto ad andarvi a piedi nudi e con un otre pieno d'acqua sulla testa. Soprattutto se alla sorgente - che in verità era un piccolo specchio d'acqua stagnante - affluivano anche branchi di Uri, Leoni e Mastodonti. Gli Uri erano forse i più temibili tra quei coinquilini. Erano alti quanto i più prestanti dei nostri condottieri, e i maschi più poderosi toccavano i tre metri di lunghezza. Le loro corna deformi potevano misurare anche un metro di lunghezza, e in caso di carica subita, era facile venire infilzati e poi calpestati a morte. Erano più pericolosi anche dei Leoni, poichè questi ultimi giungevano più in là lungo la giornata, risultando incontri più difficili.
I Mastodonti - a differenza di quanto gli scienziati dicono - esistevano ancora, seppure in piccoli e sparuti gruppi. Più in là avrei incontrato, insieme a Nommo, l'ultimo grande sovrano di quella specie, ma allora conoscevo solo gli esemplari presenti da noi. Alti oltre quattro metri d'altezza, alle loro lunghissime proboscidi univano lunghe e storte zanne che servivano a difendersi dagli attacchi dei felini delle radure. In realtà queste erano creature mansuete, quasi adorabili se si pensa ai cuccioli, totalmente erbivore e disinteressate agli umani. Qualcuno al villaggio raccontava che in alcune pianure del Ciad, che allora chiamavamo Qorila, alcuni stregoni fossero riusciti a soggiogare una folta schiera di Mastodonti, servendosene in principio per difendersi dagli attacchi esterni e arrivando poi addirittura ad allevarli.
Tutte queste cose mi ronzavano in testa mentre mi caricavo l'otre in spalla, e camminavo a piedi nudi sul pietrisco del sentiero che portava alla sorgente. Le stelle pian piano si dissolvevano, distanziandosi dai monti che vedevo all'orizzonte. Il rossore del cielo prevaleva ormai sull'oscurità, e il suono dei grilli e delle cicale andava via via scemando.
Ero felice che la calura dell'estate appena passata avesse propagato incendi lungo le radure che costeggiavano quel sentiero approssimativo. L'erba era scomparsa, e quindi nessun animale poteva nascondersi tra arbusti o fitti canneti. E poi meno erba equivaleva ad avere meno insetti attorno, con le loro punture che si narrava potessero anche far cadere braccia o macerare la pelle. Per avere dieci anni ricordo che ero molto atletico, malgrado la mia magrezza dovuta alla povertà disastrosa della mia comunità. Le mie lunghe leve bilanciavano il mio petto ossuto e le mie spalle, che devo ammettere erano tutt'altro che ampie. Ero capace di percorrere quel lungo tragitto in meno di due ore, grazie al fresco del mattino e all'otre che era tutto sommato leggero. Al ritorno impiegavo di più: facevo in modo di procedere senza far rumore, tenendo l'otre in equilibrio sulla testa per perdere meno acqua possibile. Ricordo che una volta costeggiavo un esiguo pascolo dove si aggiravano quattro o cinque Uri. Non guardavo dove mettevo i piedi e calpestai involontariamente un serpentello violaceo che immediatamente mi si avvinghiò alla gamba destra. Gettai un urlo più di sorpresa che di spavento, ma quei bestioni erano - essendosi ormai estinti - notoriamente tutto fuorché poco irritabili. Uno di loro accennò la carica e mentre cercavo di scappare ruppi l'otre. Mi guadagnai un sano schiaffo da mio padre per la mia imprudenza che aveva danneggiato tutti; per fortuna altri bambini avevano provveduto a sopperire alla mia negligenza.
Che sollievo nel vedere che la sorgente era sgombra! Non mi parve vero di poter riempire in fretta e furia l'otre, prendendolo e facendolo oscillare con rapidi movimenti ondulatori, prima a pelo d'acqua, poi fin quasi a toccare il fondale. Ogni tanto mi guardavo attorno. Mai fidarsi delle bestie.
Per fortuna lo specchio d'acqua era di dimensioni esigue. Gusa, l'ultimo saggio del villaggio, vissuto fino a centoquattro anni, raccontava che in tempi remoti la sorgente era ben più grande, ma poi il progressivo riscaldamento del clima l'aveva prosciugata, rendendola più piccola e molto meno profonda. Pare che molti dei nostri fossero stati divorati da uno strano essere soprannominato Le Fauci Del Male. Nessuno gli ha mai dato un nome diverso, poiché tutti pensavano si trattasse di un essere a metà tra realtà e leggenda. Un grosso rettile con una lunga coda, squame di un azzurro-verde intenso e una bocca smisurata, capace di frantumare coi suoi denti anche tre corpi alla volta. Ricordo che una notte Gusa radunò tutti davanti al fuoco per annunciare con gioia che l'essere era scomparso, fagocitato dalla sua stessa dimora. Il signore dell'acqua si era ritirato per sempre negli abissi. Gusa era stato, da bambino, uno dei pochi ad aver visto la belva in volto. Il suo braccio sinistro, assente sino al gomito, era la prova del suo incontro col demone. Ricordò che dei cinque bimbi che novant'anni fa si appropinquarono a raccoglierne l'acqua lui fu il solo a tornare a casa. Per due anni nessuno osò avvicinarsi a quello specchio maligno, preferendo inoltrarsi nelle foreste alla ricerca di qualche ruscello. Ma anche là le bestie dominavano, e allora si era ritornati al nostro piccolo pozzo di vita.
Anche le foreste si erano rimpicciolite. I miei occhi, un po' sporgenti e giallognoli ma attenti e pieni di curiosità, notavano rapidamente tutti i cambiamenti circostanti. Il caldo era diventato il nostro assillante compagno, e la vegetazione era, seppure sempre ricca e fitta, meno presente nel paesaggio. Un tempo, diceva Gusa, la nostra terra era abitata da esseri enormi. Tutto pareva essere dieci volte più grande.
Alberi, montagne, animali.
Anche gli uomini.
Adira, Gusa, e anche mio padre dicevano che a Est vivevano alcune di queste leggendarie genti, fuggite là dove l'erba cresceva ancora altissima, seppure non arrivasse alle loro caviglie. Esseri alti come montagne che un giorno sarebbero tornati, ricchi e forti, per portarci via dalla miseria e issarci sulle vette più alte, dove alzando lo sguardo si può incontrare la luce degli Dei. Non avevo mai creduto a quella storia. Il mio occhio era sempre stato clinico ed empirico, per quanto potesse esserlo a soli dieci anni.
A breve mi sarei reso conto che l'incredibile esiste, e che ci osserva dall'alto, impietosito per la nostra innocente ignoranza.
Il giorno, tuttavia, riuscii a tornare al villaggio in tempo per vedere un modesto gruppo di cacciatori tornare, trascinando il bottino della loro estenuante battuta. Quattro di loro trascinavano, tramite delle rozze corde fatte con le liane che raccoglievano ai margini delle foreste, la preda pennuta che, stando a quanto dicevano, era costata loro sudore e non pochi rischi. Mio padre guidava la piccola comitiva, con lo sguardo sereno di chi per un po' si sarebbe liberato di un dovere gravoso e scocciante. Ricordo che aveva una vasta abrasione a cavallo tra la cavicola sinistra e il collo.
La preda era un Ermion, un grosso uccello che ogni tanto usciva dalle foreste per sfuggire alle spiacevoli attenzioni dei felini di grossa taglia. Alcuni esemplari arrivavano ad essere alti quanto due dei nostri adulti. I loro colli erano lunghi e glabri, e il piumaggio, che s'interrompeva all'inizio di collo e zampe posteriori, era di un bruno intenso, che poteva avere sfumature fulve in piena estate. Le ali erano praticamente inesistenti, quindi erano soliti galoppare ad ampie falcate, colpendo chiunque li minacciasse anche a una discreta distanza. Pur essendo principalmente erbivori, questi uccelli erano altamente suscettibili, proprio come gli Uri. Avvicinarsi alle loro uova era quasi una condanna a morte.
Il cadavere dell'uccello venne posato al centro del villaggio, a circa venti metri dalla nostra capanna. Il suo collo pareva esser rotto in più punti: alcuni dei cacciatori raccontarono che la preda si era persa, rimanendo indietro rispetto al suo piccolo branco. Più d'uno aveva tentato di aggrapparvisi, e solo un attacco congiunto aveva consentito loro di tramortirlo a bastonate, dopo averlo azzoppato a una zampa coi nostri rudimentali dardi. Una volta fuori uso la zampa, l'uccello aveva tentato una strenua difesa, rifilando beccate alla rinfusa. Un altro uomo era rimasto ferito oltre a mio padre; un ematoma si andava diffondendo lungo il suo costato destro, segno di una probabile zuccata subita.
Ad ogni modo, il giorno fu celebrato con danze e riti in maschera. L'Ermion avrebbe nutrito il villaggio per giorni, e l'acqua era stata raccolta in abbondanza. Nel nostro piccolo, malgrado la siccità e le modeste epidemie che andavano e venivano, riuscivamo a sopravvivere dignitosamente. Quella notte ci sentivamo, orgogliosi ma anche timorosi di esserlo troppo, i signori della nostra realtà. Piccole vittorie come questa erano ciò che ci faceva sognare un futuro migliore, spaziando oltre la nostra minuscola realtà, troppo circoscritta per perdurare in quelle condizioni.
La nostra salvezza era tutto ciò che bramavamo, e in funzione di quella rinunciavamo all'agio dei singoli, vivendo l'uno per l'altro. Come i veri re dovrebbero fare, tutto sommato.
Ci sentivamo i piccoli signori della nostra umile terra.

Ma non potevamo percepire che un altro Signore fosse in procinto di giungere a noi.



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