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lavoro pubblicato lunedì 15 giugno 2015
ultima lettura lunedì 17 giugno 2019

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ANPHIBIAN - IL SIGNORE DELLE STELLE #PROLOGO II#

di PatrizioCorda. Letto 380 volte. Dallo scaffale Fantasia

Pothala, Tibet, anno 2890.La mia non credo si possa più nemmeno definire vita. Nessuno può vivere 6888 anni. A questo punto, vedo la morte non più come una minaccia incombente, ma come un'amica da accogliere con un sereno sorriso s.....

Pothala, Tibet, anno 2890.

La mia non credo si possa più nemmeno definire vita. Nessuno può vivere 6888 anni. A questo punto, vedo la morte non più come una minaccia incombente, ma come un'amica da accogliere con un sereno sorriso sulle labbra. E si che qui non mi manca nulla.
Avevo dieci anni quando Nommo giunse nella nostra terra, e mai avrei pensato che avrebbe scelto me come compagno di quel suo straordinario viaggio. Io, un bimbo di uno dei tantissimi e poveri popoli della madre Africa, una terra che nulla conosceva aldilà delle proprie incontaminate foreste e distese di arida sabbia. Pensare di aver contribuito a rendere l'umanità quel che è oggi m'infonde una placida sensazione d'orgoglio. Ma anche una solenne tristezza, perché, ridotto come sono ora, poco o nulla posso più fare.
Ma sto bene qui.
Questo monastero, inerpicato sulle vette dell'Himalaya, e invisibile alla vista della gente comune, è il solo posto in cui il mio scheletrico corpo possa sopravvivere. I monaci mi hanno accolto, quando per me pareva ormai finita, oltre duemila ottocento anni fa. Porto ancora sul corpo le cicatrici inflittemi da quel maledetto fulmine. L'ultimo giorno di Nommo sulla Terra è coinciso con la mia salvezza. Il cristallo di Sagala, la materia di cui fu composta la defunta stella di Po Tolo, che mi installò nel petto in quella gelida notte d'inverno apparteneva alla sua famiglia. Era una delle reliquie della sua stirpe.
Tramite questo cristallo, ora Nommo è letteralmente parte di me. E io sono l'umile depositario di ciò che il resto del genere umano non capisce, e che forse è meglio non capisca.
Un monaco mi porge un infuso fumante dal colore verdastro, torbido ma dal sapore dolce e gradevole. Non ho mai chiesto di cosa si trattasse: quando Nommo mi affidò a loro, fui immediatamente consapevole che nulla mi sarebbe stato fatto se non per il mio bene. Sorseggio l'unico alimento che introduco nel mio corpo da almeno cinque secoli, e penso a quanto presuntuoso sia l'uomo moderno.
Ha visitato poco più di un quarto delle profondità marine, eppure è certo di conoscerne fauna e flora a menadito. Non conosce la sua dimora, ma pretende di determinare cronologicamente chi vi sia stato, senza accertarsi che non sia ancora lì, nascosto da qualche parte. L'unico modo per certificare la sua conoscenza è sterminare ciò che egli non conosce, con un senso di rifiuto della sua mediocrità tanto infantile quanto ancestrale. Quando gli studiosi giunsero in Mali, e chiesero ai discendenti della mia stirpe, ora chiamata Dogon, per quanto tempo fossero stati a conoscenza dei dati circa le orbite di Sirio, non furono nemmeno capaci d'andare in fondo alla questione. I nostri discendenti dissero loro «Per 500 anni», ed essi subito etichettarono l'affermazione come sciocchezza, come falsità.
Non sanno nemmeno che un nostro anno equivale a dieci dei loro, in quanto noi ragioniamo sul tempo che la Nuova Sirio B impiega a ruotare sulla Nuova Grande Sirio, ossia dieci anni.
Abbiamo conservato quei segreti per oltre cinquemila anni.
E io ancora aspetto l'uomo che rinverrà il percorso che Nommo sotterrò, migliaia di anni fa, lungo quello che ora chiamano Stretto di Bering. I ghiacci sono ormai disciolti, e presto l'enorme monolite nero verrà a galla. Quando il Prescelto salirà fin qua, e prenderà atto della sua missione, io finalmente mi spegnerò, indicandogli la via per la Nuova Sirio, suggellando finalmente l'alleanza umana con la stirpe di Nommo.
Ma, fino ad allora, starò qua. Sospeso tra non vita e non morte, senza far parte né del regno dei viventi né del regno dei non viventi. Ho smesso infatti di respirare ben prima che gli uomini venissero a conoscenza di tutti i continenti che ora abitano. Abbandonate le preoccupazioni del corpo, ho ambito alla leggerezza dello spirito, paradossalmente divenendo leggero anche nel corpo al punto da apprendere con somma gioia la pratica della levitazione.
L'uomo nemmeno sa che ciò che vede nella Celeste Permanenza non è più il Sistema di Sirio. Quando abbiamo detto loro della terza stelle, Emme Ya, a loro invisibile, si son spaventati al punto da non voler più ricercare in merito, un po' per paura ma soprattutto per vergogna. Quel che loro vedono, dalle loro fortezze di metallo, non è che la proiezione che la gente di Nommo ha lanciato nello spazio quando l'Antica Sirio è implosa.
I Sireidi aspettano ancora gli umani loro fratelli, ai limiti della galassia. Ma ora, dopo quanto è stato fatto per loro, spetta agli umani fare il considerevole sforzo di raggiungerli.
E anche io, nella mia vita destinata ormai da secoli all'etere, aspetto con loro, mentre scrivo queste mie memorie.

...ma lo faccio senza trepidazione.

Il cielo è bello, qui.



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