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lavoro pubblicato venerdì 12 giugno 2015
ultima lettura giovedì 22 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il posto dove nasce l'arcobaleno - 1

di Legend. Letto 469 volte. Dallo scaffale Epistole

Lucca, 23 Dicembre 1950 Carissimo direttore, sapere che le mie storie hanno suscitato in lei tanto interesse mi ha piacevolmente sorpreso e pensare che quelle pagine, scritte molti anni fa con l'unico scopo d’interessare i ragazzi

Lucca, 23 Dicembre 1950

Carissimo direttore,

sapere che le mie storie hanno suscitato in lei tanto interesse mi ha piacevolmente sorpreso e pensare che quelle pagine, scritte molti anni fa con l'unico scopo d’interessare i ragazzi delle mie classi, hanno rischiato più volte di andare perdute.

La prego, non me ne voglia se ora le procurerò una piccola delusione; ma ricorda quando l’invitai in campagna promettendole di farle incontrare uomini dalle antiche memorie? Ebbene gran parte di quei racconti sono brani di vita vissuta da gente semplice e meravigliosa, uomini e donne che hanno vissuto la loro vita con l’unico conforto di emozioni e sentimenti veri. Il mio merito, semmai ve ne sia stato, è quello di aver aggiunto a quelle memorie un pizzico della mia immaginazione.

Come le avevo promesso oggi stesso ho provveduto ad inviare l'ultima e per me la più cara di quelle storie e se nel leggerla le sembrerà più fantastica delle altre, beh, non lo creda, poiché in quelle pagine (All'infuori delle ultime, nelle quali il sentimento ha reso omaggio al ricordo di una donna che ho avuto il privilegio di conoscere ed amare) non vi è un solo pensiero che non sia stato formulato o un atto che non sia stato compiuto.

La scrissi tre anni dopo la fine della guerra, in un momento in cui gli avvenimenti storici avevano reso gli uomini meno pronti a comprendere i sentimenti umani e temendo che certi pregiudizi, allora correnti, potessero macchiarla di un colore che non meritava, scelsi di chiuderla in un cassetto.

Ora è sua, ma se posso permettermi un suggerimento non la pubblichi, attenda che certe riserve abbiano perduto la loro incapacità di comprendere.

Tutto ebbe inizio la mattina di Natale del 1946, il secondo che trascorrevo in ospedale.

Quella mattina vennero a farmi visita alcuni dei compagni con i quali avevo vissuto gli anni della lotta partigiana. Ormai ci si vedeva raramente, ma quel mattino vennero in molti e tra le tante storie di gente libera che portarono con loro, ve ne fu una, quella del Nanni, che ci lasciò tutti sgomenti.

Il suo racconto seppe accendere nella nostra memoria il ricordo di un corpo minuto di ragazza di sedici o diciassette anni. Un fuscello tutt'ossa che sembrava l'essere più timido e indifeso della Terra.

Sicuramente per lei sarà una sorpresa, ma negli anni tra il 43 e il 44 ebbi il privilegio di guidare una formazione di partigiani un po' pazzi e male equipaggiati e se dopo circa un anno di attività totalmente autonoma fummo inquadrati in una formazione regolare del Fronte Nazionale di Liberazione, lo dovemmo unicamente a quanto quel fuscello seppe fare per noi

È incredibile, ma quel piccolo capolavoro che Dio ci aveva inviato, seppe compiere il lavoro più pericoloso e più anonimo che quella guerra abbia conosciuto; la staffetta e coloro che hanno vissuto la lotta partigiana sanno bene quanto quell'incarico fosse importante e talmente pericoloso da non poter essere svolto che per brevi periodi dalla stessa persona.

Lei invece si accollò quel dovere per oltre un anno, compiendo a volte tragitti di decine di chilometri attraverso le linee nemiche.

Povera piccina era sempre pronta, mai un rifiuto, mai un lamento, anche quando si sentiva mortalmente stanca nascondendo a tutti noi la sua malattia, – “Sissignore, vado!” – rispondeva sgranando i suoi grandi occhi e tirando su con il naso come fanno i bambini.

Oggi di lei mi restano tre ricordi vivissimi; la sua folta chioma fulva, (Che amava tenere liberamente sciolta sulle spalle) un volto pallido sul quale spiccavano due grandi occhi perennemente velati di un’infinita tristezza e quello del suo amatissimo orsacchiotto di stoffa.

Dio quanta dolcezza c'era in quel rapporto! Sembrava che in quella peluche dalle forme irriconoscibili avesse riposto quanto le era rimasto. Era il suo unico e gelosissimo compagno con il quale dialogava come se si fosse trattato di una persona. Lo chiamava babbo ed era sempre con lei, riposto in una tasca interna del suo giaccone logoro e malandato.

Quella bambina era un essere eccezionale che viveva in un candore al di la di ogni immaginazione. Pensi che non fummo mai capaci di farle toccare un'arma e inoltre, dopo ogni scaramuccia con i tedeschi, non c'era verso di trattenerla dall'andare sul campo a controllare se vi fossero rimasti soldati feriti.

Eravamo così conquistati dal suo buon cuore che una volta per lei facemmo la cosa più insensata che un partigiano potesse pensare; ci fermammo in una capanna per curare due soldati tedeschi creduti morti. Lei ci pregò di allontanarci assicurandoci che ci avrebbe raggiunti al più presto, ma nessuno di noi se la sentì di lasciarla sola.

Per la verità, quella bimba cresciuta troppo in fretta, parlava poco e sorrideva pochissimo, ma quando piegava le labbra al sorriso, Dio solo sa quanta devozione sapeva suscitare. Era uno di quegli esseri che il sorriso illumina come sa fare soltanto un’esplosione stellare.

Ci cadde addosso in un limpido mattino di primavera e per oltre un anno fu il nostro angelo custode.

Ricordo che sin dalle prime ore del giorno la osservammo salire lungo i valloni già tinti di verde. Sembrava fosse alla ricerca di qualcosa e quando fummo certi che cercava noi tentammo di evitare l'aggancio.

Per qualche ora riuscimmo nell'intento, ma poi, per qualche misteriosa ragione, ce la trovammo davanti con quel suo visetto magro e spaurito.

Quando ci vide bardati con tutte le nostre armi ne restò terrorizzata e dovemmo farle sparire perché, recuperata la parola, ci avvisasse di un rastrellamento che i tedeschi avrebbero effettuato in quella zona.

Tranne il Nanni nessuno di noi la conosceva e sebbene lui preferì mantenere il silenzio, sui motivi per i quali cercò, in tutti i modi, d’indurmi a non prenderla con noi, io credetti a quel musino.

Non so dirle cosa mi spinse a prendere quella decisione, forse mi parve di leggere in quei suoi occhi profondi una richiesta d’aiuto, o forse, più semplicemente, qualcuno aveva deciso che le cose andassero a quel modo, ma sta di fatto che fu la scelta giusta, poiché soltanto grazie al suo sacrificio molti di noi sono tornati alle loro case.

Da quel momento divenne una di noi sbalordendoci per le notizie di prima mano che riusciva a procurarsi. (Soltanto alcuni mesi più tardi ebbi modo di scoprire che l'inconsapevole fonte di quelle informazioni era suo padre, (Professore di lingua tedesca) interprete presso il quartiere generale della Wehrmacht)

In quanto al suo carattere scontroso e timido, nessuno di noi riuscì mai a comprendere cosa nascondesse, lo capimmo quella mattina di Natale, quando il Nanni ci raccontò della piccola Cinzia.

Lui, il Nanni, al termine della guerra era tornato alla sua professione di medico in un paesino della media valle del Serchio, lo stesso dove Cinzia viveva con la nonna e quando quella mattina di Natale quel figlio d'un cane terminò la sua storia, rimanemmo tutti in silenzio, chi a guardare il pavimento, chi il soffitto e chi fuori della finestra per non mostrare gli occhi lucidi.

Quella storia suscitò in me un così profondo sentimento di colpa, che non appena fui dimesso mi recai a far visita alla nonna di Cinzia.

Fui accolto da un'adorabile anziana signora alla quale confessai, non senza un certo timore, d'essere il responsabile delle ultime vicende della vita di sua nipote.

I suoi occhi chiari mi scrutarono a lungo prima di pronunciare una sola parola e quando raggiunto il suo giudizio si appoggiò al mio braccio, invitandomi all'ombra di un pergolo d'uva fragola, seppi che mi aveva compreso.

– L'avete salvata. – Disse annuendo – Se non l'aveste ricondotta a Lucca probabilmente sarebbe volata in cielo con un grande dolore nel cuore

Volle che accettassi del pane e formaggio annaffiati da un buon bicchiere di vino rosso, poi, per tutto il tempo che le parlai di Cinzia, non pronunciò una sola parola.

Trascorremmo l'intera giornata all'ombra di quella pergola, dove quella dolcissima signora mi raccontò molto della vita di quel fuscello tutt'ossa e quando il cielo assunse i morbidi colori pastello d'un fantastico tramonto, ed io mi accingevo a prendere commiato, estrasse da una delle tasche del suo grembiuleone un voluminoso quaderno dalla fodera nera.

– È il suo diario, – Mormorò guardandomi diritto negli occhi – l'unico amico che abbia mai avuto e al quale aprì totalmente il suo cuore. Lo prenda, vi troverà ciò che non sono stata capace di dire

– No, – Risposi tentando un rifiuto – appartiene a lei

– A me non serve più, ormai ognuna di queste parole è scolpita nel mio cuore

– Un diario è qualcosa di troppo personale per darlo ad un estraneo – Replicai tentando ancora di rifiutare

– Sono vecchia, ma non creda che non lo sappia, sono ancora capace di riconoscere l'amore e lei amava mia nipote

– Eravamo in molti a volerle bene

– Lo so, era facile amarla, ma dopo suo padre lei è stato l'unico uomo al quale ha donato il cuore... e se ne sarà capace, in queste pagine riconoscerà il rimpianto per quelle parole che non è riuscita a dirle

In treno, durante il viaggio di ritorno verso Lucca, seduto sui sedili di legno di uno scompartimento vuoto di terza classe, mi calai in quelle pagine dove incontrai una bambina sola. Un angelo che con coraggio aveva descritto minuziosamente tutta la disperazione di un essere che giorno dopo giorno scopre la sua difficile diversità. Di come non riuscì mai a sentirsi donna, di come non volle mai arrendersi al destino e di come combatté una battaglia che non la vide sconfitta.

Nel racconto non ho voluto cambiare né il nome e né la sua figura, giungendo perfino a trascrivere quelle che furono le sue emozioni. Inoltre ho tentato di dare dimensioni umane a due dei suoi sentimenti; l'amore per suo padre e quello che riversò su di una figura femminile che l'aiutò a vincere la sua battaglia.

Di quella singolare figura di donna ho preferito non pormi domande e sebbene tutto lasci pensare ad una di quelle amorevoli allucinazioni, nelle quali la nostra mente si rifugia quando il dolore diviene insopportabile, una cosa è certa, ha davvero avuto una concreta rilevanza in questa vicenda.

Mi auguro soltanto d’essere riuscito a trasferire sulla carta tutte le emozioni che mi soffocarono quando lessi quelle pagine, scritte da una bambina che adorava suo padre e che per lui volle essere donna.

Segue...



Commenti

pubblicato il venerdì 12 giugno 2015
zero1in2condotta, ha scritto: SEGUE? E COME POTREI NON SEGUIRTI... NON HAI SOLO L'ARTE DI SAPER SCRIVERE, MA, ANCHE QUELLA DI TRASMETTERE... E LA MIA EMOZIONE DIVENTA UN DONO DI LEGEND. GRAZIE
pubblicato il sabato 13 giugno 2015
Legend, ha scritto: Grazie Zero1in2condotta...si fa quel che si può.

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