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lavoro pubblicato venerdì 5 giugno 2015
ultima lettura sabato 4 gennaio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il Nido della Viverna - paragrafo 3 del primo capitolo

di Ahlia. Letto 647 volte. Dallo scaffale Fantasia

terza ed ultima notte annunciata di interrogatorio ed incertezza per la giovane Vesna... che sarà di lei alla fine?

Il crepuscolo aveva da poco lasciato il passo al nero della notte quando Sonya fuse la propria coscienza con il fragile corpo di un gufo e si avventurò per la seconda volta oltre il confine occidentale, concedendosi stavolta di esaminare più da vicino i resti del villaggio che era stato la tomba dell’enclave della sua Telyav. Il fumo aveva smesso ormai da giorni di alzarsi dalle poche case di legno date alle fiamme. Le tracce, ben visibili visto che non aveva ancora nevicato dall’accaduto, sembravano confermare il racconto della ragazza. Scomposti a terra restavano solo i resti, mezzi divorati da corvi e lupi, di un centinaio di esseri umani tra uomini donne e bambini: tutti contadini, cacciatori locali e loro familiari. Questo era tutto ciò che restava di Telsyay. Nessun armigero in livrea giaceva tra i cadaveri, sebbene fossero facilmente identificabili alcuni cumuli di terra smossa, segno che i vincitori avevano sepolto i loro morti. Le tracce ripartivano poi verso Sud.
Era stato dunque un falso allarme? Quel folle di Jürgen aveva mandato le sue truppe, e forse anche una sua progenie, solo per finire il lavoro di epurazione iniziato il secolo scorso contro un misero pugnetto di Stregoni superstiti? Con tutto “rispetto” per i Telyav, Sonya non li riteneva così importanti. Un’enclave il cui più anziano Cainita non era che un’ottava generazione, con un terzo dei suoi anni? Ridicolo. I Telyav erano stati forse un buon pretesto, ma non certo il vero motivo dell’attacco. Nuove terre per il rampollo del Ventrue… Si, forse era questa la spiegazione più plausibile: nuove terre per il rampollo e una nuova testa di ponte nei territori dei Diavoli. Doveva assolutamente capire dove quel bastardo aveva ritirato le truppe e farsi un’idea di cosa accidenti stesse tramando ma, non quella notte. Si sarebbero occupati i Gangrel e i loro ghoul di infiltrarsi oltre i confini a Sud, questi erano i patti, mentre lei… lei si sarebbe occupata di concludere il piacevole compito di assoggettare la sua piccola Stregona.
Mentre riprendeva il volo per tornare dal proprio corpo, che l’attendeva al sicuro nella più alta torre del maniero, la Tzimisce si accorse di pregustare già con desiderio il momento in cui, presto, si sarebbe presentata innanzi alla sua inerme compagna di giochi.
Non avrebbe immaginato le cose sarebbero andate in questo modo quando, solo due notti prima, aveva raccolto quell’inutile, spregevole rifiuto con il solo intento di godere del suo tormento. Inizialmente pensava che, una volta sfogliata la sua mente come un libro aperto, si sarebbe dilettata a portarla oltre il limite annichilendo completamente la sua psiche e facendone un gradevole trofeo da aggiungere a quelli accumulati da Tabak e da lei stessa nel corso dei secoli. Qualcosa, grazie al contatto telepatico stabilito con lei, aveva tuttavia mutato profondamente la propria disposizione nei suoi confronti, dovette ammettere. Quella creaturina si era dimostrata molto più ingenua e innocente di quanto avrebbe mai potuto credere. Suo malgrado, il fatto che si trattasse di una Tremere, una discendente da quei maghi mortali che avevano rubato ai Diavoli il Dono di Caino quasi 500 anni fa, era finito in secondo piano rispetto all’indole devota e coraggiosa e al vivace intelletto che aveva scorto sotto la superficie dell’adorabile e pacata rassegnazione a cui si era abbandonata. Se inizialmente aveva tratto diletto dal vuoto terrore che la sua sola presenza era sufficiente ad incuterle, il vecchio giochetto del guanto di velluto attorno al pugno di ferro, volto inizialmente solo a facilitarle il lavoro, aveva spinto la cosa ad un livello più profondo di quanto avrebbe mai pensato.
Già la scorsa notte, dopo un solo sorso del suo sangue, quanto era stato dolce per lei avvertire nella ragazza la trepidazione mischiarsi all’angoscia che vibrava nella sua mente resa fragile dalle lunghe ingiurie patite e dall’impotenza?
Era stata quasi una tortura resistere alla tentazione di leccare dai suoi occhi ciechi quelle trepidanti lacrime scarlatte. E che dire del suo terrore, del suo odio e della sua disperazione, quando aveva sofferto in silenzio nel tentativo di salvare la propria dignità? Aveva continuato a rispondere alle sue domande mentre lei lavorava alle sue carni, senza osare mancarle di rispetto. Persino quell’innocente moto di stizza, quando aveva cercato di mordere con forza il polso che le aveva offerto, era stato davvero grazioso. Le piaceva pensare che fosse stato quello il momento in cui aveva deciso di tenerla in vita. Ma allora a ben pensarci, perché aveva già deciso di sanare le sue ferite? Alla fine, che importava e, soprattutto, a chi? Lei era la Voivoda, la sola ad aver diritto di vita o morte su ogni figlio di Caino che avesse attraversato i suoi domini. La piccola Telyav non faceva eccezione e nessuno dei suoi vassalli avrebbe potuto sognarsi di avere voce in capitolo. E poi, quasi tutti gli anziani Diavoli finivano con l’avere le proprie dimore decorate con i resti di qualche Tremere, ma in quanti potevano vantare di averne uno, vivo e vegeto, come animaletto domestico?
Il gufo atterrò sul davanzale e fissò negli occhi il corpo, immobile come la pietra, che sedeva di fronte a esso. Una frazione di secondo, poi la bestia selvatica, ancora confusa ma finalmente libera, volò via in un baleno nella notte, mentre la Tzimisce si rialzava placidamente stendendo gli arti indolenziti. Dall’indomani sarebbe tornata a dedicarsi ben più seriamente ai propri confini, ma per il momento si sarebbe goduta appieno l’ultimo passaggio per piegare la mente della creaturina. In realtà, in parte si biasimava per il nuovo tormento che presto le avrebbe inflitto gratuitamente. Era tuttavia un fatto che non vi fosse vera gioia senza dolore: non stava già più nella pelle all’idea di vedere l’espressione che si sarebbe dipinta su quel bel visino risoluto quando le avrebbe infine mostrato il reale motivo di tanta sofferenza. Senz’attendere oltre, lasciò quindi la torre per scendere nelle segrete. Non vi era alcun bisogno di dare ai propri ghoul alcun ordine in merito, nessuno di loro sarebbe stato tanto stolto da disturbarla mentre praticava la sua arte.

Anche la terza notte la Tzimisce si fece attendere e, nelle tenebre e nell’incertezza, a Vesna non rimase che arrovellarsi per ore, cercando inutilmente di decifrare il comportamento criptico e le frasi ambigue della sua carceriera. “Domani metteremo fine a questa incresciosa situazione”: cosa aveva voluto intendere?
Aveva bevuto due volte il suo sangue. Forse, dopo aver sigillato il legame, l’avrebbe finalmente liberata? Del resto, le aveva già chiesto praticamente qualunque cosa potesse rivelarle. Oppure si sarebbe tolta le ultime curiosità e infine, dopo averla illusa, l’avrebbe distrutta o dissezionata? Perché ora le sembrava di cogliere sfumature quasi rassicuranti in frasi e atteggiamenti che probabilmente erano frutto di mero manierismo?
Era praticamente impossibile scorgere inflessioni emotive di qualunque tipo nella voce ferma e pacata della Diavola. Aveva un qualche significato, per esempio, il fatto che avesse preso a chiamarla “Bambina”? La scorsa notte, poi, prima di darle il sangue, perché le aveva deterso la fronte con la mano con quel gesto che sembrava quasi una carezza? E se, quando fosse infine arrivata, avesse ricominciato di nuovo a farle del male con quella sua spietata indifferenza? Perché la blandiva con le parole e la torturava, indipendentemente da quello che lei dicesse o facesse? Era terrorizzata: una parte di lei tremava al solo pensiero che presto quell’umiliante supplizio sarebbe ricominciato, mentre l’altra non vedeva l’ora di risentire quei passi e quella voce impassibile. Era colpa dello stramaledettissimo legame, lo sapeva. Aveva già bevuto due volte da lei, il suo era un sangue talmente potente da averla letteralmente mandata in estasi, e il proprio giudizio iniziava per forza a essere obnubilato ma… a che scopo resistere alla fine? Perché farsi ancora del male cercando inutilmente di essere obbiettiva, se poteva trovare una briciola di speranza arrendendosi invece alle illusioni che il sangue le imponeva?
Quando infine l’oggetto dei suoi incubi e dei suoi desideri la raggiunse, senza tanti preamboli e alcun motivo apparente, ebbe inizio la più crudele delle sessioni dell’interrogatorio a cui era stata sottoposta finora.
La Voivoda l’aveva salutata con aristocratica cortesia come ogni sera, poi le aveva chiesto di parlarle del proprio clan, di dirle quello che sapeva della sua storia e subito dopo era iniziato il dolore. Dolore all’arto monco, persino in punti nei quali sapeva bene che non esisteva più nulla, se non un lontano ricordo della sua carne. Dolore al torace, come se le stesse spargendo sale sulla parte del corpo deturpata dall’ustione e la stesse al contempo bruciando con il fuoco fino alle ossa. Quando aveva cercato di dimenarsi, la Tzimisce l’aveva minacciata di impalettarla di nuovo, e le domande più disparate avevano continuato a piovere senza posa: domande a cui alla fine si era trovata a rispondere in modo meccanico, vuoto, quasi non avesse davvero più le energie per controllare i propri stessi pensieri. Con il suo tono piatto e apatico, del tutto privo di interesse, le aveva chiesto dei poteri del suo clan, poi dei suoi e di ciò su cui era stata istruita, mentre un dolore più acuto di quello generato dalle fiamme dell’inferno sembrava dilaniarle le carni e l’anima fino a spezzarle il cuore. Poi la sofferenza era sparita. Aveva avvertito ancora qualche fitta isolata, poi più nulla e si era resa conto che stava visibilmente tremando in modo incontrollato.
<<Bene mia cara. Come ti avevo promesso, direi che abbiamo finito>>
Vesna non fece in tempo a comprendere il senso di quelle parole che l’inconfondibile e straziante dolore provocato dalla Vicissitudine le lambì di nuovo entrambe le palpebre. Non se l’aspettava stavolta e lasciò sfuggire un singhiozzo di disperazione, a cui la Tzimisce rispose con la prima risatina di divertimento che le avesse mai udito emettere, mentre la sua mano destra le scivolava con leggerezza sulla fronte liberandola dai capelli incrostati di sangue.
Le sue palpebre: rimase quasi paralizzata dallo shock quando si rese conto che … poteva riaprire gli occhi. Per un attimo infinito rimase con lo sguardo fisso nei gelidi occhi della donna che la sovrastava e che la fissava di rimando con un’espressione ambigua o, forse, divertita. Era la prima volta che poteva finalmente associare un volto alla voce che era stata il suo tormento nel tempo che avevano trascorso assieme e desiderio più inconfessato nelle lunghe ore d’attesa tra quelle tre interminabili notti. Era … così come se la era figurata? In realtà quando, ancora impalettata, l’avevano consegnata a lei, era riuscita a scorgere all’estremità del proprio campo visivo il colore biondo pallido dei suoi capelli e forse anche l’incredibile azzurro ghiaccio delle sue iridi, ma non era riuscita praticamente a distinguerne i lineamenti. Le era parso che allora indossasse abiti maschili, da cavaliere, mentre ora il suo corpo slanciato, dalle eleganti proporzioni vagamente androgine era coperto solo da una pesante veste da camera dal taglio antico, in cupi tessuti broccati color vermiglio ed oro, sulla quale spiccavano come una cascata argentea i lunghi capelli lisci d’un biondo quasi bianco, portati sciolti sulle spalle. La carnagione, sulla quale spiccavano come due gemme di ghiaccio quegli occhi intensi ed insondabili, era davvero candida come l’alabastro. Non aveva idea di quanto potesse essere antica. Certo lo era molto più di qualunque Cainita avesse conosciuto sinora. Nel complesso era innegabile che fosse regalmente bella, di una bellezza statuaria ed ultraterrena nella sua innaturale perfezione. Glaciale ed altera da togliere il fiato ma, come la sua voce atona e pacata, la sua persona ispirava al più soggezione e reverenza, non certo desiderio o simpatia. Con il cuore in gola e deglutendo a vuoto, sbatté ancora incredula le palpebre e cercò di girare il capo per sbirciare cosa fosse stato fatto al suo lato sinistro, ben consapevole della fama di creatori di mostri degli antichi signori dei Carpazi, e gli occhi le si velarono di lacrime quando ciò che vide trascese letteralmente ogni sua immaginazione. Il suo braccio sinistro era lì al suo posto, perfetto, come se non fosse mai stato consumato dal fuoco. Poteva sentire anche le dita, muovere la mano! Ma come…?


Sonya sorrise divertita tra sé e sé all’espressione stupita e incredula della giovane Telyav. Per quanto inesperta, ingenua e appartenente a una linea di sangue bastarda – ormai molto probabilmente anche estinta – era pur sempre una Tremere. In effetti, ben pochi dei suoi fratelli di clan avrebbero mai approvato la sua decisione. Non avrebbe dovuto concedersi di provare alcuna pietà né tanto meno simpatia nei suoi confronti: a conti fatti, dopo tutto, per una semplice questione di forma e di diritto quella creatura non avrebbe nemmeno mai dovuto diventare un Vampiro. Tuttavia, non aveva trovato nessun reale motivo per far pagare a quel cucciolo sfortunato colpe commesse in tempi di cui la poveretta non aveva nemmeno memoria. Se avesse trovato in lei l’arroganza tanto comune in quei blasfemi usurpatori, anche in quelli nati in epoche più moderne, allora non avrebbe avuto alcuna remora a farne un grazioso trofeo per la propria dimora come inizialmente aveva pensato. Ma, alla fine, quella creatura aveva ricevuto un normale Abbraccio, era stata devota ai suoi signori e rispettosa delle tradizioni, persino nei confronti di un’Anziana sua nemica. Per tre notti l’aveva torturata psicologicamente ancor più che fisicamente e ne aveva letto attentamente pensieri, ricordi ed emozioni, mentre ascoltava distrattamente le sue parole. Conosceva il suo animo, i suoi timori, le sue speranze, i suoi rimpianti e la sua rabbia. Non c’era nulla di sbagliato o meritevole di distruzione in quella Cainita. Si era presentata rispettosamente alla sua corte come una questuante, dopo esser stata ridotta a paria dagli stessi nemici che ora minacciavano i suoi confini ed era stata trattata spietatamente, come una fuorilegge, e fatta sentire come un oggetto. Quel piccolo regalo, in fondo, non era davvero niente in confronto a ciò che le stava facendo.
Ritrovata la propria inespressiva compostezza, Sonya si dedicò quindi a liberarla dalle catene senza più cercare il suo sguardo e, percependo il completo sconcerto che ancora attanagliava la Telyav mentre, del tutto passiva, restava a fissarla immobile, decise di tornare ad apostrofarla per farla uscire da quell’ imbarazzante stato catatonico.
<<Come mai tanto stupore? Non ti avevo forse detto che il tuo destino sarebbe dipeso unicamente da come ti fossi comportata? Avevo bisogno di ogni informazione che potevo ottenere da te, in primis per proteggere le mie terre e poi per decidere se, visto il deprecabile clan cui appartieni, avresti o meno potuto costituire una minaccia per me e la mia corte. La paura e la rassegnazione, frutto di un’assoluta impotenza, sono sempre il mezzo più veloce e sicuro per sciogliere le lingue e aprire le menti.
Ho letto ogni tuo singolo pensiero durante le nostre conversazioni, ovviamente: se ti fossi mostrata tanto stolta o arrogante da osare mentirmi anche una sola volta, ora saresti parte integrante di questa meravigliosa struttura. Devo ammettere, anzi, che inizialmente l’ho quasi sperato. Mi hai stupita positivamente, invece, dimostrandoti sincera e giustamente rispettosa, fin oltre i limiti del sensato, lo ammetto. E la tua tenacia nel cercare di mantenere un contegno, poi… davvero Lodevole. Sono tutte caratteristiche che ho apprezzato, sai? Probabilmente, se avessi dimostrato minor dignità mi avresti spinta a mostrarti molti più aspetti della mia Arte. Come vedi, dunque, puoi ringraziare unicamente te stessa>>.
Concluse con la sua solita voce atona tornando tuttavia a rivolgerle lo sguardo, più interessata di quanto avrebbe voluto dar a credere all’effetto delle proprie affermazioni sull’attonita interlocutrice.
<<Vi… vi ringrazio. >> erano le sole parole che la giovane vampira era riuscita a balbettare in risposta, la mente completamente confusa e frastornata dal groviglio di emozioni contrastanti che la stava divorando. Messasi a sedere sulla lastra di roccia, si rannicchiò in posizione fetale con gli abiti stracciati stretti al petto mentre, con gli occhi azzurri ancora sgranati e lucidi, si massaggiava il braccio miracolosamente “ricresciuto” e le carni del seno e del fianco perfettamente risanate.
Com’era possibile che non si scorgesse più nemmeno una cicatrice?
Nonostante fosse una discendente di Tremere, una perfetta figlia di nessuno, finita sola e inerme in mano a una creatura che aveva ampiamente dimostrato di odiare la sua stirpe e che, anzi, era probabilmente davvero tanto antica da avere in prima persona tutto il diritto di farlo … Non solo non era stata uccisa ma, in ultima analisi nemmeno davvero torturata, visto che tutto il dolore che le era stato inflitto, aveva avuto il solo scopo di renderle l’arto che i suoi stessi cugini le avevano strappato.
<<Vicissitudine è un’arte dolorosa, bambina mia, sia che la si usi per deturpare che per restaurare. >>, disse l’Anziana con aria leggermente divertita, quasi le stesse leggendo nel pensiero, <<Come ti ho già detto, non ti ho trovata meritevole di distruzione e, quindi, con te ho semplicemente colto l’occasione per unire l’utile al dilettevole, ripagandoti nel contempo per il tempo che ti ho rubato e per la rude accoglienza che hai dovuto subire nelle mie terre. Le informazioni che recavi con te mi sono state utili, se non indispensabili, e detesto avere debiti. Per tua fortuna, aggiungerei, nei secoli ho accumulato una dispensa piuttosto fornita e sono riuscita a trovare qualcosa di sufficientemente adatto al tuo problema, no? Mi sono anche presa la libertà di portarti abiti adatti a una discendente di Caino, che spero siano della tua misura. I quattro stracci che indossavi ormai non vanno bene per altro che il camino. Rivestiti, ora: per quanto mi riguarda, sei libera di andartene se lo desideri>>.
Libera. Era davvero libera? … o era solo un maledetto trucco?
Rimase immobile dove si trovava, troppo confusa anche solo per riuscire davvero ad assimilare quanto aveva appena udito, improvvisamente spaventata da qualunque possibilità le si prospettasse. Fino a soli pochi minuti prima era praticamente rassegnata ad una fine orribile o ad un’eternità ancora più spaventosa ed ora… Cosa accidenti le stava succedendo? Perché non si era tuffata sulla veste, ringraziando e preparandosi a riappropriarsi della propria vita? Il terrore dell’assalto, il dolore delle ferite e la menomazione, l’angoscia della solitudine, la disperata fuga nel bosco senza una meta, la fame e gli stenti e, ancora, l’odio e la gratuita brutalità dei Gangrel… Rabbrividì restando immobile, pur terrorizzata all’idea di che cosa avrebbe potuto farle ora quella creatura aliena e incomprensibile nel vederla così poco grata della sua innegabile benevolenza.
La verità era che aveva paura, una paura folle di uscire, di trovarsi ancora da sola in un bosco. Di ricominciare un nuovo dramma fatto di incertezze.
L’inferno in cui si trovava ora ormai lo conosceva: anzi, si era rivelato molto meno tetro di quanto lo avesse immaginato e, in un qualche modo bizzarro … non le faceva più davvero paura. E poi, anche se si era indubbiamente divertita a terrorizzarla e le aveva fatto del male, quel potente Diavolo l’aveva comunque accolta allo stremo delle forze e l’aveva curata e nutrita. Era ancora abbastanza razionale per accettare l’idea che, probabilmente, anche senza l’aggressione dei suoi Gangrel da sola non sarebbe durata più di un altro paio di notti. Non aveva più un clan, non aveva più nessuno. Dove sarebbe potuta andare? Quanto sarebbe durata questa volta, da sola, là fuori? Senza contare il fatto che una parte di sé in fondo – molto in fondo – non poteva non sentirsi enormemente lusingata dalle parole dell’Anziana. << E se … non sapessi dove andare?>> La sua voce era quasi tremante e Vesna odiò davvero se stessa: dopo tutta l’angoscia che quella creatura si era comunque divertita a infliggerle, sebbene per uno scopo che poteva assolutamente capire e accettare, la stava davvero implorando di offrirle una casa? Doveva essere tutta colpa del legame imposto dal sangue maledizione, ma si sentiva davvero morire alla semplice idea di dover tornare là fuori da sola!
Non avrebbe saputo interpretare lo sguardo della Tzimisce, quando trovò infine il coraggio di guardarla negli occhi. Vi colse senza dubbio una nota di divertimento ma non le sembrò celare alcunché di oscuro o di crudele. Si limitò a scrollare le spalle, levando la destra in un morbido gesto ad indicare la stanza attorno a sé.
<<Se è ospitalità ciò che desideri, la riceverai.>>, le disse, << Ti sarà chiesto il rispetto delle Tradizioni come a qualsiasi altro membro di questa corte, e di fare la tua parte per difenderla in cambio della mia protezione, almeno all’interno di queste mura. In questo caso, però, vista la tua stirpe, mi vedo costretta a chiederti qualcosa di più: dovrai bere per la terza volta la mia Vitae. Spero capirai che la fedeltà incondizionata è l’unico prezzo che potrei mai accettare da un Tremere che volesse aspirare ad essere mio suddito.>>
Vesna deglutì a vuoto. Il terzo sorso, che pure bramava come solo un naufrago assetato in mezzo al mare potrebbe bramare un sorso d’acqua, sarebbe stato quello definitivo: avrebbe sancito l’addio alla propria libertà. Ciò che le era stato chiesto, era in pratica accettare consapevolmente di trasformarsi in un poco più di una schiava innamorata del proprio padrone … ed un padrone sadico oltre tutto.
A suo tempo, non aveva trovato nulla di male – complice anche la sua ignoranza in materia, a dire il vero – nella giusta pretesa del proprio Sire, ma in quella di un Diavolo? Come voleva illudersi che non sarebbe stata semplicemente usata da lei come puro e semplice strumento?
<<Immagino … di non potermi permettere il lusso di rifletterci sopra … vero?>>
A quelle esitanti parole Sonya inarcò appena le sopracciglia e la fissò a braccia conserte. <<Bambina mia … il fatto che per qualche bizzarro motivo io non ti trovi del tutto repellente nonostante il tuo clan d’appartenenza, non ti dà il diritto di giocare oltremisura con la mia pazienza. Ti sto offrendo una scelta: la libertà oppure il vassallaggio, entrambi senza condizioni. Non ci sono vie di mezzo e ritengo di essere già stata oltremodo generosa nei tuoi confronti offrendoti di scegliere. Posso lasciarti il tempo di vestirti e prepararti se vuoi ma non di più, a meno tu non voglia passare un altro giorno in catene, s’intende. Tra poche ore sorgerà il sole e spero che capirai se non ho intenzione di abbandonarmi al torpore diurno con una totale incognita a piede libero per la mia dimora>>.
Bene: se restava sarebbe sicuramente stata usata da quel mostro enigmatico ma, se fosse andata via, avrebbe dovuto sperare in tanta fortuna, nella clemenza di un Tremere purosangue e, se le fosse andata particolarmente bene, avrebbe finito così con l’essere usata, invece, da coloro che avevano contribuito allo sterminio della sua stirpe. L’indipendenza non era purtroppo nemmeno un miraggio plausibile: certo era in grado di crearsi un rifugio, ma non lo era di cacciare lontana dai centri abitati. Non era in grado di sopravvivere da sola in terre così inospitali come avrebbe potuto fare una Fiera, senza contare che il primo Gangrel che avesse intuito la sua natura… Rabbrividì al ricordo dell’incontro di sole tre notti fa.
<<Voglio restare!>> Fu quasi scioccata, al punto da trasalire, al suono secco e deciso della propria voce, ma rivolse comunque uno sguardo risoluto all’Anziana, che la stava fissando a sua volta con aria stranamente assorta e contrita.


<<Bene. Se è questa la tua scelta, alzati, Vesna dei Telyav. Oppure devo pensare che la tua blasfema stirpe non sia ancora riuscita ad apprendere nemmeno i rudimenti delle buone maniere, nei suoi ormai cinque secoli di storia?>>
Con la mente e lo stomaco in subbuglio la Telyav non colse nemmeno la vena di divertito sarcasmo nella voce della sua nuova Domitor. Scivolò agilmente giù dal tavolaccio di granito, lasciando che i resti del vecchio abito stracciato si afflosciassero a terra. Istintivamente si coprì il seno, prima di rendersi conto di quanto futile e sciocco dovesse apparire alla sua interlocutrice un simile pudico gesto umano, e la raggiunse ancora tremante inginocchiandosi docile ai suoi piedi.
Sonya rimase ad attenderla immobile, l’animo stranamente combattuto.
Aveva fatto proprio un impeccabile lavoro di persuasione, giocando con la mente di quella povera creatura: ora era sua ed era persino convinta fosse frutto di una propria scelta. Aveva ottenuto esattamente quello che voleva, allora perché si sentiva così a disagio? Lasciandosi sfuggire un lieve sospiro, la Voivoda si portò comunque il polso destro alle labbra con un gesto teatrale e lo squarciò con le zanne prima di riabbassarlo innanzi al volto della Cainita più giovane, che con quel gesto si consacrava volontariamente sua vassalla per l’eternità.
Vesna esitò solo un attimo: era un maledetto suicidio ed il poco che restava della sua parte razionale si contorceva inorridita ma … in realtà, quella follia le permetteva di aggrapparsi al poco di stabilità e speranza in cui poteva ancora illudersi di credere.
Bevve senza estrarre le zanne questa volta, con assoluto rispetto, e Sonya non le sottrasse il polso, non finché non fu completamente sazia. Quindi, quasi senza rendersene conto, le carezzò il capo con gentilezza, invitandola a rialzarsi.
<<Ora vestiti su. A giudicare dal tuo aspetto ritengo tu abbia anche bisogno di un bel bagno prima di riposare, e preferirei accompagnarti di persona fuori da questa ala, onde evitarti spiacevoli incidenti.>>
Come riprendendo di colpo il contatto con la realtà, la giovane Cainita, ancora rapita nell’estasi di quel sangue delizioso, annuì imbarazzata e scattò verso il secondo tavolaccio dove, ben ripiegato accanto ad alcuni strumenti incrostati di vecchio sangue annerito di cui non era difficile intuire l’uso, era piegato un abito in velluto di lana di un elegante blu notte ricamato d’argento. Era la cosa più bella e raffinata che avesse mai visto in tutta la sua vita mortale e dannata, beh, dopo quello ancora più opulento sfoggiato dalla Voivoda naturalmente. Il suo popolo di origine aveva costumi più frugali e poveri e … persino gli abiti dei loro capitribù, sacerdoti e Dei di cui aveva fatto parte erano prevalentemente di tessuti semplici e grezzi, più simili a quelli dei cacciatori Gangrel che agli abiti appariscenti che aveva visto per la prima volta addosso alla Tzimisce e che aveva pertanto intuito appartenere alla nobiltà delle corti.
<<Io … ma…>> balbettò, e Sonya non riuscì a trattenersi da un ennesimo sorrisetto divertito davanti a quell’atteggiamento davvero infantile.
<<Fai parte della mia corte ora>>, le disse, <<e ad occhio e croce non ti definirei un soldato. Quello mi sembrava pertanto un abito appropriato, se per te non è un problema. Avanti ragazzina, o vuoi davvero far venire l’alba qua dentro?>>, scherzò mentre le si avvicinava rassegnandosi ad aiutarla a venire a capo della cosa, e finendo col trovarsi nell’improbabile ruolo di ancella, mentre le drappeggiava sulle esili spalle la nuova veste e l’aiutava ad abbottonarla. Forse, dopo tutto quello che aveva passato, era decisamente troppo pretendere che quella creatura riacquistasse lucidità e fermezza così in fretta, di fronte alla sua nuova e spiazzante situazione. Domani sarebbe stata un’altra notte, avrebbe avuto tempo per cominciare a metabolizzare cosa le era successo, e per adattarsi alla sua nuova non vita.
Lasciate le stanze viventi Sonya la condusse rapidamente per il corridoio principale, nutrendo ancora il proprio ego con la titubanza e l’autentico e saggio timore mostrato da Vesna nel passare innanzi alle stanze da cui venivano i lamenti, i ruggiti e le grida del Vozhd e degli Szlachta.
<<I miei villaggi distano dalle cinque alle cinquanta miglia dal castello. Fino a che non avrò per lo meno chiarito la tua attuale situazione con le mie Fiere, sarebbe dunque più saggio se tu non lasciassi il maniero. Potrai nutrirti delle stanze viventi o dei miei servitori umani, ma ti sconsiglio, se decidessi di scendere qua sotto da sola, di curiosare o di ficcanasare troppo. Non per mancanza di fiducia nei tuoi confronti, credimi, quanto per… loro>>, fece un gesto in direzione delle stanze da cui veniva il lamento, <<e per la Creatura di carne. Come forse non hai ancora intuito, la struttura in cui ti ho tenuta finora non solo è viva, ma ha una sua sorta di coscienza. È in grado di nutrirsi autonomamente grazie a propaggini che si dipanano nei territori circostanti e, sì, anche di difendersi qualora si sentisse minacciata. Non inoltrarti mai da sola al suo interno oltre la prima cerchia di stanze, mi spiacerebbe perdere tanto presto un così grazioso investimento>>.
Vesna si limitava a seguirla tremante, docile come un cagnolino, cercando di assimilare ogni sua parola e sì, anche di memorizzare quanto vedeva ma … la sua mente era ancora totalmente stravolta. Non riusciva ancora a capacitarsi della piega che avevano preso gli eventi, della propria stessa decisione … non riusciva nemmeno lontanamente a figurarsi cosa sarebbe stato, davvero, di lei ora.
Una volta nel castello vero e proprio fu affidata a Katrina, una donna dalla riccia chioma scura e dalla corporatura massiccia, che sbrigativamente la condusse ad una stanza da bagno, la svestì e la lavò strigliandola piuttosto rudemente. Subì tutto passivamente, come se non si trattasse nemmeno di lei e del suo corpo. Alla fine la donna l’accompagnò in una stanza priva di finestre, si inchinò, e richiusa la porta la lasciò sola. Finalmente sola.
Ancora immobile sull’ingresso dove la Ghoul l’aveva lasciata, raccolse tremante le braccia al petto: non sarebbe più potuta tornare indietro.
Finalmente un po’ più rilassata, non sentendosi più sotto esame, si guardò lentamente attorno osservando solo ora quella che probabilmente sarebbe diventata la sua stanza. Non vi erano finestre, ma la luce era assicurata da una piccola lampada ad olio. Tanto il pavimento, coperto da un grande tappeto dalla ricercata fantasia, quanto pareti e soffitto erano in solida pietra. Al centro della stanza si trovava un sarcofago di marmo nero, sulla parete destra un massiccio e polveroso armadio di legno antico e su quella sinistra una scrivania sovrastata da un grande specchio. Le altre pareti erano ricoperte da scaffalature che contenevano qua e là alcuni volumi polverosi. Ancora nel proprio stato di coscienza alterata, si avvicinò quasi meccanicamente alla scarna libreria e sfiorò quasi con reverenziale rispetto la costa di una mezza dozzina di manoscritti. Latino e russo, germanico … alcuni forse in franco, ma non poteva esserne certa visto che l’ultima era una lingua che non conosceva. Erano titoli in latino, in russo e germanico, altri forse in franco, ma non poteva esserne certa, visto che l’ultima era una lingua che non conosceva. Senza soffermarsi oltre, tornò quindi a passi lenti verso il sarcofago, scoprendo che all’interno era imbottito di cuscini e di magnifico velluto cremisi. Stava vivendo un sogno oppure un incubo? La mente sfinita infine cedette del tutto e la ragazza si trovò raggomitolata su sé stessa in preda a un vero e proprio pianto isterico. Erano insieme lacrime di rassegnazione, gioia, dolore e disperazione, il primo vero sfogo che si concedeva da che quell’incubo assurdo era cominciato.
Era pazza. Oh sì, era stata davvero pazza. Aveva barattato la propria anima per una gabbietta dorata e … lo aveva fatto di propria volontà per giunta! Eppure … era così bella e piacevole quella gabbietta dorata, la faceva sentire così al sicuro e apprezzata.
Davvero, non riusciva a raffigurarsi cosa mai potesse volere quel portento vecchio di secoli da una come lei se non, probabilmente, la sua Taumaturgia. Si sarebbe liberata di lei, dopo? O quando le fosse venuta a noia? Basta, era troppo stanca. Si era tormentata senza posa per tre notti, non voleva pensarci più. In ogni caso non poteva più disfare ciò che aveva fatto no? Si asciugò gli occhi con le mani ancora tremanti imprecando tra sé per la propria debolezza: di questo passo avrebbe anche rovinato lo splendido abito che la sua padrona le aveva regalato ed era ragionevolmente certa di non voler vedere come l’avrebbe presa. Si morse il labbro quasi a sangue, cercando di riprendere il controllo delle proprie emozioni e si costrinse a rialzarsi e a sdraiarsi dentro il sarcofago come una persona civile. Ormai non poteva più tornare indietro e tanto valeva ballare al passo che aveva scelto e fare il possibile per non deludere l’unica creatura da cui ormai sarebbe dipesa la sua esistenza.



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