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lavoro pubblicato lunedì 1 giugno 2015
ultima lettura venerdì 6 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il Nido della Viverna - paragrafo 2 del primo capitolo

di Ahlia. Letto 477 volte. Dallo scaffale Fantasia

Seconda notte di prigionia per Vesna mentre la signora del catello inizia ad indagare sulla miniaccia al suo dominio chiedo scusa per aver sostituito il file: non so come nella prima pubblicazione erano state cancellate intere sezioni di dialoghi

Il crepuscolo aveva da poco lasciato campo alla notte quando Vuk si allontanò dal proprio branco di lupi e, uscito dalla boscaglia, chinò rispettosamente il muso fino quasi a terra in segno di saluto all’imponente e mostruoso chirottero appena atterrato nella radura. Gli sguardi delle due creature s’incontrarono, rendendo superflua qualsiasi comunicazione verbale e risparmiando così al grosso lupo bianco la fatica di dover riprendere sembianze umane.
<<la straniera è una Telyav profuga di Telsyay>>, esordì la Tzimisce senza inutili preamboli, <<Ti ricordi di loro, gli Stregoni indipendenti della Lituania? A quanto pare, sono stati Ventrue e Tremere ad attaccare le sue terre e probabilmente erano loro l’obbiettivo. Il capo degli invasori era un Ventrue che non conosco benché portasse le insegne di Jürgen. È possibile che si tratti di un suo infante. Che novità dai confini?>>.
Il lupo ringhiò sommessamente <<Gniewko e Dusa li stanno perlustrando>>, ringhiò sommessamente il lupo, <<Abbiamo creato nuovi ghoul, ma gli animali hanno dei limiti, lo sai… E così sono di nuovo quei bastardi nobili senza palle del Sud. Resta da capire chi stia usando chi anche questa volta, sempre poi ce ne importi davvero>>.
<<Purtroppo, ma preferirei che evitaste di farvi vedere comunque. Come ho detto, Con loro ci sono di sicuro anche dei Tremere: potrebbero riconoscere le vostre aure e non voglio rivelare la nostra presenza, se possibile>>.
<< Non hai bisogno di dirmelo, Voivoda, o hai scordato chi ti ha fatto da spalla quand’eri ancora poco più di un ghoul?>> A quelle parole le fauci del mostro alato si schiusero in qualcosa che soltanto il lupo, che la conosceva da così tanto tempo, avrebbe potuto interpretare come un sorriso in risposta alla sua battuta e non una smorfia di minaccia.
<<Tornando alla prigioniera invece>> riprese il Gangrel << Una Telyav, dici? Davvero? Quegli inutili fanatici boriosi non erano già stati spazzati via il secolo scorso proprio da Jürgen?>> <<Non tutti, a quanto pare, e qualcuno è venuto a completare l’opera. Ma, per quanto la cosa in sé potrebbe anche non interessarci, restano troppo vicini al mio Dominio … e ai tuoi boschi>> concesse alla fine Sonya, per evitare l’insorgere della solita, inutile diatriba. Del resto, Vuk la rispettava in quanto capo in grado di prendere decisioni, le tributava il giusto rispetto e non aveva alcun motivo per non concedergli l’illusione di avere, almeno sulla parte selvaggia di quelle terre, diritti pari ai propri, visto che ci teneva tanto.
<<Già.>> convenne il lupo con un basso ringhio d’astio, <<Dalla Telyav sei riuscita a scoprire solo questo? Non ha idea del loro numero? dei loro poteri?>>
Sonya scosse appena le ampie ali per mettersi più comoda <<Diciamo che era terrorizzata il giusto per essere molto sincera, ma decisamente troppo perché nei suoi pensieri ci fosse ancora una qualche sorta di ordine o di coerenza che mi permettesse di farmi un’idea. Le ho dato il mio sangue e questo dovrebbe calmarla e renderla più collaborativa domani>>.
<<Bene, perché non mi piace per niente questa storia>>, sbuffò il lupo, <<Quelle vili serpi possono anche viaggiare con la mente e potrebbe tradirci>>.
Questa volta la Tzimisce scoppiò letteralmente a ridere schernendo le paure del vecchio amico Stavolta la Tzimisce scoppiò letteralmente a ridere, schernendo le paure del vecchio amico. <<È soltanto un cucciolo, Vuk! Ha meno della metà degli anni del tuo. Da quello che ho potuto capire, è piuttosto ferrata sulla loro magia ma praticamente digiuna di tutto il resto e, poiché è una Telyav, non dispone nemmeno del potere della Dominazione. Inoltre, ha appena assistito alla distruzione di tutto il suo mondo: chi credi che potrebbe davvero informare?>>.
<<Meglio così, ma comunque che hai intenzione di farne? Quando avrai finito con lei, intendo >>.
Sonya rizzò appena le orecchie. <<Te lo dirò quando avrò deciso. Perché ti interessa?>>.
<<È per Gniewko. È una sua preda, Sonya: so come vedi la questione delle Tradizioni ma… diciamo che ci terrebbe a darle lui il colpo di grazia, ecco>>.
Non fu sufficiente la fiducia di vecchia data a trattenere il lupo da un lesto balzo all’indietro davanti al ruggito a fauci spalancate della mostruosità Tzimisce, che poteva competere in ferocia con un mannaro.
<<Tuo figlio, Vuk? Occorre sia io a ricordarti che deve già ringraziare te di essersela cavata con una semplice cicatrice? Io non ripago gli errori con dei premi. Qualsiasi cosa farò di lei, lui non ne sarà parte in ogni caso. Ti consiglio anzi, per il suo bene, di fargli mettere il cuore in pace: potrei finire per stancarmi delle sue sciocche prese di posizione>>.
Il lupo fece un mezzo passo avanti e dischiuse le fauci come per protestare, ma abbassò prestamente il muso distogliendo lo sguardo e mostrando così d’aver cambiato idea.
Sonya stessa si era già stupita della propria reazione esagerata: era vero che quel cucciolo le aveva mancato di rispetto ripetutamente negli ultimi anni e che, se non fosse stato per il miracoloso intervento di suo padre, il suo errore questa volta li avrebbe privati tutti di un bell’asso nella manica ma … era davvero soltanto questo il motivo? O si trattava più direttamente della Telyav? Era insanamente attratta da quel piccolo frutto proibito, curiosa di scoprire come il proprio sangue avesse mutato la sua disposizione e quanto la sua arte sarebbe stata capace di manipolarla. Forse … il problema era proprio che in fondo aveva già deciso di farne un suo strumento malgrado fosse davvero la cosa più stupida che le fosse mai passata per la testa? Già, avrebbe dovuto rifletterci bene in effetti, ma per ora… per ora avrebbe potuto continuare un altro po’ a giocare al gatto col topo. Una volta ottenute le informazioni vitali al suo Dominio, allora sì, avrebbe potuto davvero preoccuparsi sul che fare del suo nuovo e problematico scacciapensieri.
<<Non volevo mancarti di rispetto>>, disse invece al vecchio amico per smorzare la brutalità della propria tirata, <<Sono anni che ti dico di liberarlo: alla sua età non sei certo più tu responsabile dei suoi errori e mi spiace continuare a doverti riprendere per le sue azioni>>.
<<È solo avventato Sonya, non che noi alla sua età lo fossimo di meno, o ti senti di negarlo?>>
<<Noi eravamo un po’ meno idioti Vuk. Su, ammettilo: né tu né io avremmo osato fare una cosa del genere sotto il dominio del mio Sire…>>
Conscio di aver involontariamente spinto la sua Voivoda a toccare un tasto ancora fortemente dolente, il vecchio Gangrel abbassò appena le orecchie. <<Hai ragione. Probabilmente Lui avrebbe ucciso anche le sue stesse progenie per molto meno ma… Sonya, tu sei meglio di Tabak>>.
<<Meglio dici. Basta con le eresie vecchia bestiaccia uscita di senno. Diversa, se vuoi, ma mi accontenterei di riuscire almeno a dimostrarmi degna di Lui in qualcosa>>.
Vuk sospirò tornando a guardarla negli occhi con un basso ringhio di sottofondo <<Io non ero con lui perché lui non aveva davvero bisogno di deboli come me. Tu e tua sorella non eravate qui perché lui vi aveva mandate a tessere le sue trame altrove: non per vostra scelta. Tu non hai potuto esser qui quando è successo. Non è colpa tua, non hai potuto semplicemente farci niente punto e basta>>. <<Era potente>> continuò poi << …e sapeva farsi temere: questo molto più di te, te lo concedo, ma è stato un suo problema non sapersi circondare di seguaci fidati e accordare la propria fiducia ai più abbietti. Alla fine ha soltanto pagato i suoi errori. Ribadisco: sei un Voivoda migliore, forse meno forte, ma migliore. È un onore averti come mia Signora.>>
Sonya non era affatto convinta ma … aveva percepito la sincerità delle intenzioni dell’amico e gli era comunque grata per il suo sostegno. Si limitò così ad abbassare il capo in segno di rispetto alla sua volta. << Posso solo fare del mio meglio e spero di riuscire a non deludere tutti, Vuk. Mi recherò sul confine per fare un sopralluogo possedendo la mente di un rapace e cercherò di capire se si sono accampati o cosa. Poi tornerò a interrogare la Telyav e domani vi farò sapere>>
Anche il lupo chinò il capo con deferenza << Io e i miei continueremo a presidiare i confini e ad creare altri ghoul. Lunga notte Mia Signora>>
Senza aggiungere altro, il gigantesco chirottero annuì un’ultima volta all’indirizzo del lupo e, spalancate le ali membranose, riprese quota e si librò nella notte come un incubo divenuto realtà, per sparire rapidamente all’orizzonte alla volta dell’antico e cadente maniero.

Vesna era così sconvolta e terrorizzata che aveva temuto non sarebbe riuscita a dormire affatto. Poi il sole era sorto ed anche in quella tomba di carne viva pulsante così lontana dai suoi raggi, l’effetto dell’astro diurno aveva ovattato i suoi sensi ottenebrandole la coscienza e lentamente, come il velo d’un sudario, la spossatezza era piombata su di lei acquietando e cancellando la sua mente.
Non vi era più alcuna luce quando la Telyav riemerse dal buio sonno dei Dannati. Nessun velo rossastro oltre la barriera sigillata delle sue palpebre. Evidentemente nessuno aveva riacceso le torce. Non aveva idea di che ora della notte fosse, per quanto purtroppo ricordasse invece molto bene dove si trovava, ancor prima che i suoi sensi si destassero abbastanza da renderla pienamente consapevole degli inquietanti, ed appena percepibili suoni prodotti dall’enorme abominevole essere “vivente”, nelle cui viscere era stata incatenata.
A parte il braccio carbonizzato e la ferita ancora viva dell’ustione che lo circondava, non avvertiva più alcun dolore, sebbene i morsi della fame fossero ben lungi dall’essere davvero placati. Già … finalmente aveva potuto bere a sufficienza almeno per curare il resto del proprio corpo martoriato: aveva bevuto il sangue della sua carceriera.
Chiuse gli occhi ingoiando amare lacrime di frustrazione ed impotenza. Che altro avrebbe dovuto o potuto fare, del resto? Se non altro, in quelle che senz’ombra di dubbio sarebbero state le sue ultime ore, stava soffrendo un po’ di meno. Probabilmente non avrebbe potuto aspirare a nulla di più, lo sapeva, eppure … forse, se le aveva dato da bere il suo sangue … forse l’avrebbe resa schiava, ma per lo meno non l’avrebbe uccisa?
Il tempo sembrava non trascorrere là sotto. I lievi suoni organici prodotti dalla struttura erano la sola compagnia ai suoi tetri pensieri. Sarebbe divenuta parte di quell’orrore? Una sorta di abominevole arredamento senziente per l’eternità? Deglutì a vuoto sforzandosi di non pensare. Già, avrebbe dovuto fare mente locale ricordò. Gli aggressori, il loro esercito…
Imprecò a denti stretti dando uno strattone stizzito alle catene che le morsero la pelle senza cedere di un nonnulla. Si arrese subito, non ci aveva mai davvero sperato del resto e rimase immobile cercando di ricordare, di rimettere ordine tra ciò che aveva visto e sentito, quello che poteva esserle stato detto, ogni possibile particolare che avrebbe potuto soddisfare almeno in parte la curiosità della Tzimisce. Il tempo sembrava davvero non passare più però. Ad un certo punto si trovò a desiderare con tale intensità che succedesse qualcosa, qualunque cosa potesse strapparla a quella vuota ed aberrante incertezza, che si scoprì addirittura ad attendere con trepidazione l’arrivo della sua stessa aguzzina. Invece continuava a restare sospesa in quel vuoto limbo silenzioso.
Non che in quelle condizioni poi, fosse propriamente facile avere una chiara percezione del tempo, ma Vesna sarebbe stata pronta a scommettere che mancassero ormai ben poche ore all’alba quando avvertì “finalmente” i passi misurati dell’Anziana signora del maniero precedere il lieve velo rosso otre le sue palpebre, che indicava la presenza di una fonte di luce nella sua prigione. Il suo stomaco si serrò ed ogni fibra del suo corpo si tese in preda ad un terribile miscuglio di terrore e bramosia.
<<Mi scuso per il ritardo, mia cara Ospite, ma avevo faccende più urgenti di te da sbrigare. Voglio almeno sperare il riposo ti abbia portato consiglio. Si?>>
<<Ci ho provato mia Signora>> si stupì di riuscire a pronunciare con voce abbastanza ferma. Dall’altra non arrivò una parola, quindi, riprese << Per quello che posso ricordare doveva trattarsi di circa una trentina di fanti, e solo una dozzina di uomini a cavallo. I Cavalieri sono stati i primi ad arrivare e abbiamo provato ad affrontarli … ricordo i colori delle insegne, bianco e blu, ma non riesco a focalizzare uno stemma. Ricordo … il volto del comandante: anche se l’ho veduto solo di sfuggita il suo carisma innaturale me lo ha impresso a fuoco nella mente. Era alto e scuro di capelli ma la sua pelle era molto chiara. Siamo stati presi alla sprovvista. C’erano state voci di disordini a sud, ma si era parlato di briganti… non avevo idea, penso nemmeno i nostri anziani avessero presagito il loro arrivo…>> Vesna sussultò al tocco leggero delle dita della Voivoda sulla carne viva e ustionata di spalla e clavicola e si azzittì, mentre il terrore tornava ad attanagliarle la mente.
<< Su avanti, continua. Non tediarmi con questi inutili atteggiamenti da infante privo di nerbo. Te l’ho già detto, il tuo destino dipende solo da te e da quanto saprai compiacermi>>
Rabbrividendo la Telyav si morse il labbro sino a sanguinare e, stringendo a pugno la mano destra, si concesse un lievissimo sospiro mentre l’espressione sul suo volto tornava ad indurirsi. Era stanca di tutto quello che stava subendo, di questo passo avrebbe finito per dimenticare di aver mai vissuto per altro che per essere perseguitata, tormentata e dileggiata. Tuttavia, a che sarebbe servito mettersi a piangere come una bambina o sbottare in una puerile scena isterica?
La sua situazione era quella che era e, pur inconsapevolmente, ci si era persino cacciata da sola! forse la Tzimisce non aveva nemmeno tutti i torti a lamentare il suo atteggiamento piagnucoloso.
In effetti, vedendosi dall’esterno, lei stessa probabilmente si sarebbe trovata ridicola.
<< Le livree… le loro livree erano bianche e blu>> , continuò faticosamente, << Non saprei dire quanti vampiri ci fossero tra loro>> il dolore alla spalla si era fatto terribilmente acuto ma strinse i denti per non lamentarsene << Posso confermare che i Tremere erano tre, forse quattro. Sono… sono abbastanza certa anche il Ventrue avesse dei sottoposti sovrannaturali, ma non so se fossero del suo clan o… qualcos’altro. E penso… gli umani fossero ghoul, almeno in parte>> Le unghie della sua destra si stavano spezzando dal graffiare il granito su cui era adagiata, ma era riuscita a mantenere la voce abbastanza salda nonostante il dolore che sembrava minacciare di spaccarle il cuore, sempre i Vampiri potessero ancora godere di simili facili scappatoie.
<<Brava bambina. E ora dimmi: quanti eravate voi? Come eravate organizzati, quali perdite siete riusciti a infligger loro?>> La voce della sua aguzzina era pacata e distante, quasi disinteressata. Perché la lodava mentre continuava a torturarla? Cosa accidenti voleva ora da lei? Era solo un nuovo gioco perverso? Avrebbe voluto davvero urlarglielo in faccia ma, immaginava, sarebbe stata una ben magra consolazione. Stava già soffrendo in un modo che non avrebbe ritenuto possibile e, tutto quello che l’anziana Diavolo stava facendo, era in fondo armeggiare con un moncherino inservibile … non moriva affatto dalla voglia di istigarla a farle di peggio.
<< Sei, eravamo in sei… tre Domitor e tre apprendisti. Io ero… ero quella di mezzo. Latcu… Latcu era il nostro Anziano … un’Ottava generazione di cento anni. Suo figlio era straniero come gli altri Sire… io e l’altro giovane eravamo stati scelti in quel villaggio. Gli Anziani, i nostri Dei… dopo averci resi come loro ci avevano raccontato della persecuzione, della distruzione delle nostre altre enclave… noi non… avevamo mai combattuto. I nostri fedeli erano… cacciatori e pescatori, non c’erano veri guerrieri. E il Ventrue… il Ventrue portava la maledetta Croce!>>. Il solo rievocare la memoria del simbolo, e il terrore e la rabbia che aveva provato nel vederlo le fecero snudare le zanne ed emettere un disperato ringhio di frustrazione, mentre il suo corpo sussultava in preda a un fremito febbrile.
<<Gradirei che non dessi inutilmente in escandescenze, è molto fastidioso>>, l’ammonì la Tzimisce con l’accenno di una nota di disappunto nella voce, <<Ma tornando a noi, anche se dalle premesse inizio a dubitarne… Siete riusciti, almeno, a infliggere loro qualche perdita?>>.
Il dolore, che per un attimo era cessato, riprese puntualmente appena la Tzimisce ricominciò a tormentarle le carni. La odiava. La odiava con tutta sé stessa ma … obbedì docilmente, visto che tutto ciò a cui poteva aspirare indispettendola, era solo di ottenere nuove e più profonde attenzioni che preferiva di cuore restassero soltanto nei suoi più oscuri incubi.
<<Non so quante>>, rispose tutto d’un fiato tornando a mordersi il labbro. Iniziava davvero a non farcela più <<Sicuramente uno dei Tremere…>> riprese a denti stretti.
<< Sì, ho … ho visto andare in fiamme uno dei Tremere. Credo sia stato Lactu a colpirlo. Io … io ho ucciso uno dei soldati, lo ho … dissanguato. Ne ho visti alcuni cadere. Non so quanti. Ero ferita, mi hanno bruciata con il fuoco, ma, sono riuscita a spegnerlo con i miei poteri, credo. O forse si è spento da solo, non lo so. Quando sono tornata in me c’era soltanto il fuoco lontano, alle mie spalle e… non sentivo più in me il sangue del mio Sire. Ho continuato a scappare, non mi sono mai voltata… mi dispiace>> Il dolore al braccio era cessato, si rese conto. La sua aguzzina aveva smesso di giocare con le sue carni mentre stava parlando. Avvertì una lieve carezza sulla fronte imperlata di sudori sanguigni: era davvero una carezza?
<<Capisco. Brava bambina, mi sei stata utile. Ora bevi e riposa: domani metteremo fine a questa incresciosa situazione.>>
Un attimo dopo, mentre ancora una mano le sfiorava la fronte, Vesna si trovò il polso invitante appoggiato alle labbra e l’azzannò con foga senza alcuna riserva, lieta di poter rendere almeno una briciola del dolore che le era stato gratuitamente inflitto e di poter annegare, anche se solo per pochi istanti, la propria disperazione in quell’estatico piacere. Il sangue era così denso e intenso da stordirla e, questa volta, la Tzimisce sembrò volerle permettere di dissetarsi più abbondantemente, sebbene ritrasse il polso ben prima di permetterle di saziarsi del tutto. Quindi, se ne andò semplicemente via senza più rivolgerle la parola e assieme a lei se ne andò la luce. Rimase di nuovo sola con sé stessa, con gli inquietanti suoni delle stanze viventi e il groviglio dei propri tormentati pensieri.



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