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lavoro pubblicato lunedì 1 giugno 2015
ultima lettura venerdì 15 febbraio 2019

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Angeli senza cielo - Racconto di guerra

di Legend. Letto 364 volte. Dallo scaffale Viaggi

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Angeli senza cielo - Racconto di guerra

Angeli senza cielo non ne avevo mai visti.

Per la verità non né ho mai visti neppure di quelli con il cielo.

Però ormai sono più che certo che per qualche strana ragione mi è stato concesso vedere il più piccolo angelo senza cielo.

Quando lo vidi se ne stava seduto sul gradino della porta di una delle case semi diroccate di Kabul, che si susseguono tutte uguali verso il centro della città.

Mi guardava con uno strano sorriso sulle labbra che sembrava volesse invitarmi ad osservarlo.

La nostra guida ci aveva pregato di camminare a ridosso dei muri delle case e di non fermarci per nessun motivo per evitare una palla nella testa. Perciò, sia io che le due colleghe della BBC, stavamo facendo del nostro meglio per seguire le sue istruzioni.

Avevamo avuto un guaio con il PK, (si era bloccato per la rottura di un semiasse) e poiché non avevamo altre alternative, dopo aver fatto i debiti scongiuri, ci eravamo messi in cammino per raggiungere l'altro gruppo che avremmo dovuto incontrare poco lontano di dove ci trovavamo.

Quando superai quel bambino, mi venne di pensare che se mi fossi fermato per fotografarlo, avrei potuto perdere soltanto pochi secondi.

E come spesso mi accade presi la decisione sbagliata; estrassi la macchina fotografica, mi spostai verso il centro della strada per inquadrarlo meglio e… un istante dopo scoppiò l'inferno.

Raffiche di mitra da tutte le parti e gente (la poca che era in strada) che fuggiva in tutte le direzioni.

Improvvisamente sentii un fortissimo dolore alla gamba destra, all’altezza del ginocchio, e un istante dopo mi trovai disteso bocconi per terra.

Non c'era bisogno d'essere molto intelligenti per comprendere che dovevo essere stato colpito e consapevole del fatto tentai di rotolare su me stesso per tornare verso il lato della strada.

Tra il dire e il fare c’è sempre stato qualcosa che mi ha, ogni volta, impedito di raggiungere il risultato sperato, ed anche allora accadde la stessa identica cosa, poiché per quanto mi dessi da fare, vuoi per il dolore alla gamba e molto più per lo zaino che avevo sulle spalle, non riuscii a trascinarmi al riparo.

Mi guardai attorno disperato sentendo salire in me un terrore mai provato.

Le colleghe e la nostra guida erano completamente scomparse e tra l’altro la gamba cominciava a farmi un male del diavolo.

Non sapendo cos’altro fare mi limitai a restare disteso in terra e completamente fermo, in attesa che tutto quel baccano avesse fine.

Ed infatti, poco meno di un minuto più tardi, quella specie di pandemonio, così com'era iniziato, cessò lasciando nell'aria soltanto l'eco degli spari e un pessimo odore.

Provai ad allungare una mano per palparmi la parte colpita, ma non ci arrivai.

Mi resi conto che sebbene il dolore sembrava essersi stranamente ridotto, io mi sentivo di un male del diavolo... mi doleva forte la testa e avevo fortissimi conati di stomaco.

Io debbo essere davvero uno strano animale se in momenti simili, invece di pensare a come salvare la pelle, lasciai volare la mente al caffè che avevo bevuto qualche ora prima in albergo.

Forse non sarò un granché, però quella riflessione ebbe il potere di riportare sulle mie labbra un breve sorriso prima di perdere conoscenza.

Non ne sono certo… poiché di quei momenti ho soltanto ricordi confusi ed altri più chiari ma tutti senza alcun senso.

L’unica cosa che ricordo, con una certa chiarezza, quando riaprii gli occhi, fu il musino sporco di quel bambino che avrei voluto fotografare prima che scoppiasse l’inferno e che stava trafficando nelle tasche mio del giaccone.

Quando mi vide aprire gli occhi mi sorrise, ma non smise di rovistare.

Mi resi immediatamente conto che non ero più al centro della strada, ma per qualche strano motivo ero seduto, con le spalle poggiate al muro di una di quelle costruzioni, e con le mani mi tenevo la gamba che era stata fasciata con qualcosa di cui non riuscii a dare un’esatta definizione.

Lui, il bambino, forse intuendo che avrei chiesto spiegazioni, mi fece cenno con un dito sulle labbra di fare silenzio e indicando poi con il capo il retro del muro dov’ero poggiato, si passò il dito indice sulla gola in un cenno assolutamente inequivocabile.

Sinceramente in quel momento non m’interessò molto comprendere, l’unica cosa che m’interessava era di sapere in che stato fosse la mia gamba… e lui, il bambino, dovette comprendere poiché mi sorrise e fece un cenno con le mani come per indicarmi che tutto andava bene e di fare silenzio.

Per la prima volta nella mia vita feci esattamente come mi fu indicato e tornandomene buono e zitto percepii alcuni rumori che provenivano dall’altra parte del muro.

Non fu difficile riconoscere lo scalpiccio di piedi, mormorii ed altri suoni metallici di qualche tipo di arma.

Riuscii a controllare la mia paura, ma non durò a lungo. Improvvisamente mi prese la smania di urlare…e invece mi ritrovai la mano del bambino, che premuta sulle labbra, m’impedì di emettere qualsiasi suono.

Trascorse del tempo, il dolore alla gamba era tornato a farsi sentire ed inoltre avevo l’impressione di avere la febbre.

Il bambino si tolse di dosso quella specie di palandrana che indossava e me la avvolse attorno alle gambe, poi si alzò e si allontanò sparendo all’interno della casa.

Ne uscì poco dopo con una coperta logora e lucida di sporco che mi pose sulle spalle.

Il tanfo che ne scaturiva mi fece star male di stomaco, e se non fosse stato per il dolore alla gamba, che tra l’altro era aumentato, avrei sicuramente rimesso il caffè e tutto quello che avevo nello stomaco.

Poco dopo si alzò di nuovo e afferratomi sotto le ascelle cominciò a trascinarmi verso l’interno di quella che avevo supposto fosse stata una casa.

Credo che il dolore alla gamba dovette farmi perdere i sensi almeno un paio di volte, poiché quando mi ripresi ero all’interno di un locale il cui tanfo era talmente forte da farmi pensare a come sarebbe stato bello se mi fossi trovato al centro della strada.

Lo sentii trafficare sulla mia gamba ferita ma non riuscii a comprendere cosa stesse facendo tanto ero fuori della grazia di Dio.

Poi mi dette da bere, e quando mandai giù quello che supponevo fossi acqua quasi rimpiansi il caffè dell’albergo.

Persi nuovamente i sensi, e quando riaprii gli occhi doveva essere scesa la sera. Il tanfo della stanza sembrava essersi attenuato, ma forse non era così, forse ero io ad essermene abituato.

Il bambino era accanto a me perché sentivo il suo calore, ed allora a bassa voce provai a chiedere

“ Dove siamo? ”

Per tutta risposta lui mi tappò la bocca con una mano.

Compresi e mi riaddormentai, almeno credo…o forse svenni, non lo so.

Ma quando mi risvegliai sentii sollevarmi e una voce sussurrare “ Ssst…ora ce ne torniamo in albergo. Non fiatare o siamo morti ”

Riconobbi la voce di uno degli operatori della Rai e allora svenni sul serio.

Soltanto nel pomeriggio del giorno successivo riuscii a connettere e fui aggiornato di tutta l’operazione.

Mi raccontarono che quel bambino mi aveva salvato la vita, evitando per tutta la giornata che fossi scoperto dai Taleban e poi, scesa la sera, aveva raggiunto il nostro albergo e condotto con se un paio di ragazzi che mi avevano trasportato a braccia nella mia stanza d’albergo.

Non ho più visto quel bambino perché fui spedito in ospedale in Pakistan, ma quando un mese più tardi tornai a Kabul, lo cercai a lungo senza però trovare una sola traccia di lui.

Chiesi ovunque sue notizie, ma nessuno seppe darmi notizie. Qualcuno mi condusse all’orfanotrofio; una specie di bolgia dantesca in cui vivevano (l’affermazione vivere non è mai stata più azzardata come in quel caso) decine e decine di ragazzi di ogni età in una condizione incredibilmente precaria.

Ormai sono convinto che se non riuscii a trovarlo fu perché quei volti erano tutti uguali…tutti angeli senza un cielo e probabilmente, se era tra loro e dovette riconoscermi, per qualche sua strana ragione preferì non farsi avanti.

Per molte notti ho rivisto il suo volto nei miei sogni e ogni volta mi sono risvegliato con l’impressione che sia esistito soltanto nella mia mente.

Però una cosa è certa, angelo o non angelo lui era al mio fianco nel momento in cui ho avuto bisogno di aiuto.

L’unica cosa che mi è rimasta di lui è questa sua logora palandrana con la quale mi coprì le gambe…e che da allora è sempre nella mia sacca.

Non so bene perché la porti ancora con me, ma debbo rendergliela…l’inverno si avvicina e può ancora servirgli.



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