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lavoro pubblicato domenica 31 maggio 2015
ultima lettura sabato 11 maggio 2019

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Miniere lunari

di vecchiofrack. Letto 560 volte. Dallo scaffale Fantascienza

“Quel che ora vo’ narrando, potrebbe essere solo l’ipotesi di un futuro, abbastanza prossimo… oppure un ancestrale flash mnemonico, riemerso da un passato remoto.”                &n...

“Quel che ora vo’ narrando, potrebbe essere solo l’ipotesi di un futuro, abbastanza prossimo… oppure un ancestrale flash mnemonico, riemerso da un passato remoto.”
V. F.



MINIERE LUNARI

“Valiamo meno di quello che indossiamo!”, sbottò, stanco e sconfortato, Arnold, dopo il periodo di deazotazione (circa due ore) mentre l’assistente lo aiutava a togliersi la pesante tuta spaziale; indossata per otto lunghe ore dentro una delle miniere a cielo aperto scavate nei crateri lunari.
“E’ quello che indossi che ti permette di vivere, lavorare e guadagnare.”, replicò serafico l’assistente, controllando che la tuta non avesse subito strappi.
“A Roby non è servita a molto…”, sospirò Arnold e, guardando la tuta dell’amico appesa alla parete, gli chiese: “Come sta, si è ripreso?”.
L’assistente scosse il capo e rispose: “E’ ancora in coma… se la sfangherà, nella migliore delle ipotesi, resterà paralizzato agli arti inferiori.”.
“E… nella peggiore?”, chiese ancora, tentennando, Arnold, temendo la risposta che, puntualmente, arrivò come un pugno nello stomaco.
“Sarà ridotto a un vegetale!”, sentenziò l’assistente, usando il tono tristo e lapidario di chi troppi ne aveva visti di quei casi senza speranza.
“Speriamo che muoia!”, sussurrò commosso Arnold, ripensando al compagno di lavoro che il giorno prima era stato colpito da un’embolia gassosa dentro la miniera.
“Ma chi ce lo fa fare di venire a lavorare quassù?”, si chiese e, guardando dall’oblò i minatori del nuovo turno scendere nelle viscere della luna, sibilò: “Dovremmo tornarcene tutti quanti sulla terra.”.
“Tornarcene sulla terra a far la fame… no, grazie!”, sbottò l’assistente e, sfidandolo ad agire di conseguenza, aggiunse con tono grave: “La navetta cargo è pronta a partire. Chiudi il contratto con la compagnia e tornatene a casa!”.
“Non posso tornare a mani vuote, l’ho promesso alla mia donna.”, rispose Arnold commuovendosi.
L’assistente, che troppi ne aveva ascoltati esibire improbabili amori, non replicò, appese la tuta alla parete, pensando, - eccone un altro, che calandosi fin troppo nella parte, finirà col farsi male. -, e se ne andò.

Le miniere lunari erano l’ultima risorsa di una terra che, l’uomo, aveva ridotto a una prugna secca,
svuotandola di ogni risorsa e distruggendo, di conseguenza, gran parte del proprio l’habitat vitale; così l’uomo, quando aree desertiche sempre più vaste divorarono gran parte delle pianure ormai esauste e riarse, si vide costretto a rivolgere il suo sguardo distruttore altrove, iniziando a radere al suolo foreste impenetrabili per sostituire le fertili pianure di un tempo; ma la natura violentata gli presentò ben presto il salatissimo conto; dopo pochi anni di sfruttamento intensivo, il terreno ormai riarso iniziò un rapido processo di desertificazione.
L’uomo per sopravvivere su un pianeta diventato ostile, pose fine alla cementificazione selvaggia, che allargando a macchia d’olio le periferie delle megalopoli divorava sempre più velocemente le poche aree coltivabili rimaste.
L’umanità che trovò rifugio nelle immense megalopoli sorte al limite delle aere fertili, comprese che quelle oasi non sarebbero rimaste immuni all’irreversibile sfacelo innescato dal suo scriteriato comportamento; allora elaborò un progetto draconiano per cercare un nuovo pianeta azzurro da colonizzare e, sperando che la lezione fosse loro servita, da non spremere come un limone.
Le menti più fertili del globo terraqueo lavorarono in sinergia per anni ed anni, prima iniziare la titanica impresa, fino ad allora solamente immaginata e descritta nei racconti fantascientifici.
La prima decisione, che trovò tutti d’accordo, fu quella di inviare dodici sonde, lungo dodici direttrici a raggiera (corrispondenti alle ore di un quadrante) nello spazio profondo, in modo da coprire la maggior area possibile di universo.
Ma quanto tempo avrebbe impiegato una sonda lanciata alla velocità massima che potesse raggiungere un veicolo spaziale (a quel tempo intorno ai 450.000 chilometri orari) per raggiungere il primo pianeta simile alla terra, distante presumibilmente dai cinque ai dieci anni luce?
Troppo, per chi ambiava ad esportare la civiltà di un pianeta condannato a morte!
Se volevano avere una seppur minima possibilità di successo, le sonde, e di seguito l’astronave dei coloni, avrebbero dovuto viaggiare ad una velocità prossima a quella della luce.
Fu allora che, l’umana genialità, stimolata dal pericolo di veder finire nel nulla la specie che aveva regnato incontrastata su un pianeta e lo spazio circostante per millenni, ideò: la trazione a frizione di luce.
Cercherò di spiegare in poche parole, e per quanto mi è possibile, la geniale trovata messa in atto per superare l’ostacolo rappresentato dall’insufficiente velocità delle sonde; Il trucco, se così lo possiamo chiamare, consisteva nel lanciare un potente raggio laser nello spazio profondo, lungo la direttrice che si voleva far percorrere alla sonda, su questo: cavo guida di luce, si sarebbe agganciata: la frizione di luce traente; un raggio di luce spiroidale, generato dal piccolo motore atomico delle sonde, che le avrebbe accelerate sino alla velocità desiderata.
La frizione di luce traente, avvolgendosi in larghe spirali, creava il tunnel all’esterno del quale, per attrazione magnetica, si incollava la sonda metallica, mentre all’interno correva, slittando tra le pareti: il cavo guida di luce; a quel punto, bastava stringere le spirali, avvolgendole come un cappio intorno al raggio laser, per generare l’attrito che, diminuendo lo slittamento, permetteva alla sonda di acquistare sempre più velocità.
Infine, poco prima che le due fonti d’energia si fondessero alla velocità della luce (impossibile da reggere per oggetti solidi) la sonda avrebbe spento la frizione di luce traente e, da lì in avanti, avrebbe proseguito la sua corsa mantenendo una velocità prossima a quella limite.
Trovata la quadra, agli scienziati non rimaneva che procurarsi l’enorme quantità di minerali di varia natura necessari per costruire sonde, apparecchiature e il ciclopico cantiere orbitale nel quale assemblare l’enorme astronave.
Già, facile a dirsi, ma come si fa ad estrarre il succo da un limone ormai spremuto fino all’osso, quando le poche gocce rimaste bastano appena per mantenere il livello di civiltà raggiunto senza ricadere in un medioevo prossimo venturo? Si chiesero le migliori menti messe in campo per risolvere il problema.
Non si può, si deve prendere un altro limone, fu la risposta logica, che li spinse a spremere il limone più a portata di mano: la Luna.
Le miniere lunari furono la parte di più facile realizzazione dell’intero programma; dato che esisteva un progetto già pronto e approvato per sfruttare le risorse minerarie del nostro satellite, bastò anticipare di un decennio l’avvio del piano.
Il lavoro del minatore, probabilmente il più duro e pericoloso che si può praticare sulla terra, mal si conciliava con l’ambiente lunare; lavorare per otto ore dentro una tuta scafandro, respirando ossigeno puro, muovendo e caricando rocce sui piccoli trattori, era una vera tortura, spesso mortale.
Poco più del cinquanta per cento di chi accettava di lavorare in simili condizioni riusciva a portare a casa la pelle al termine dei cinque anni di durata del contratto, e godersi il non certo ricco salario.
L’età dei minatori lunari andava dai venti ai trent’anni, erano tutti giovani disperati, pescati tra i paria delle periferie, disposti a tutto pur di risalire dall’infernale girone degli emarginati.
Cinque anni senza mai lasciare la luna, chiusi in cassoni di metallo durante i turni di riposo, e in tute spaziali quando scendevano nella miniera, sarebbe stato insopportabile per chiunque, se la società mineraria non avesse trovato il modo per alleggerire la solitudine di quei poveri disgraziati.
L’escamotage per irretire le povere menti, stressate dalla volontaria prigionia su un corpo celeste così vicino, eppure così diverso e lontano dalla terra, si chiamava: donna.
“Al termine del contratto, chi accettasse di rinnovarlo per altri cinque anni, potrà trascorrere un anno sabbatico in una struttura dotata di tutti i confort, sita all’interno di una delle ultime oasi naturalistiche del pianeta…”, spiegava con enfasi il direttore del personale della società mineraria ai nuovi minatori lunari in attesa di essere imbarcati sulla navetta che li avrebbe trasferiti sul nostro satellite naturale.
“Ora ognuno di voi sceglierà la motivatrice personale… una donna, un’amica che vi saprà ascoltare, e a cui poter confidare desideri e paure…”.
“Ci potremo fare anche del sesso lunare, con la motivatrice?”, chiese ironicamente Roby interrompendo l’excursus del direttore, il quale, sorridendo, rispose a quella che voleva essere solo una simpatica battuta: “Dipenderà dal rapporto interpersonale che si instaurerà fra di voi… chi lo può dire, potrebbe nascere anche un vero, grande amore… vi assicuro che è già successo.”.
“Ma come si può, stando sulla luna, fare sesso con una donna sulla terra?”, chiese stupito e interessato un altro minatore.
“Con i mezzi tecnologici che la società vi metterà a disposizione… e vi garantisco che sarà un’esperienza, altamente piacevole.”, rispose sgranando gli occhi il direttore, trascinando al riso i venti minatori che pendevano dalle sue labbra.
“E se qualcuno sentisse la mancanza di un… motivatore?”, chiese ancora Roby.
“Capisco cosa intendi, ma ti assicurò che non accadrà! Per il semplice fatto che, se dagli approfonditi esami a cui siete stati sottoposti, qualcuno di voi avesse manifestato tendenze omosessuali, sarebbe stato scartato!”.
“No, non siamo omofobi!”, aggiunse subito dopo, intuendo il pensiero che Roby si apprestava ad esprimere: “E’ solo una questione… chiamiamola, di logistica.”.
Poi, scorrendo gli sguardi attoniti dei minatori, spiegò cosa intendeva per: questione di logistica: “Amori e gelosie tra i componenti di una comunità racchiusa in spazi ristretti, interferirebbero con la socializzazione, rovinando il clima solidale necessario per sopportare le durissime condizioni ambientali.”.
E, dopo aver rafforzato il concetto dichiarando che: “Vi posso assicurare che gli omosessuali sono ben rappresentati tra la classe dirigente della società… io stesso convivo con un compagno.”, concluse chiedendo: “Credo di essere stato esaustivo… qualche altra domanda?”.
Attese qualche secondo, poi, non ottenendo risposta, invitò i minatori ad entrare, uno alla volta, nell’ufficio dove, aiutati dalla narrazione e dai pregi esibiti da degli ologrammi femminili, avrebbero scelto la propria: motivatrice.
Il comandante della navetta passò in rassegna i venti minatori vestiti da astronauti schierati difronte a lui: “Questa sarà la vostra destinazione finale!”, iniziò dicendo, indicando lo schermo invaso da una grande Luna punteggiata da icone colorate.
Sfiorando col polpastrello dell’indice destro un’icona, ingrandì la zona interessata: “Per cinque lunghi anni, il vostro tempo, la vostra vita, si svolgerà tra la base…”, disse indicando dei container metallici, sormontati da antenne e pannelli solari, siti sul bordo di un cratere: “E il cratere B 14, all’interno del quale si trova la miniera di terre rare.”, concluse indicandolo.
I minatori si guardarono l’un l’altro straniti: “Terre rare sulla luna… si potrebbe definire un ossimoro!”, si affrettò a precisare il comandante: “Con questo termine sono classificati dei minerali rari e oramai introvabili sulla terra… in ogni caso, vi consiglierei di non lamentarvi… se vi fosse capitato il cratere B 25, allora sì che sarebbero stati cazzi amari… là dentro si estrae uranio altamente radioattivo.”, concluse toccandosi fra le gambe, nel tentativo di stemprare la tensione.
“Bene!”, esclamò facendosi serio, e indicando il lungo corridoio aggiunse, usando un tono grave: “Se qualcuno di voi nutre ancora dei dubbi, o non se la sentisse di proseguire… prima d’infilarsi in quel budello, lo può ancora fare…”, si tacque un attimo: “Tutti muti! Molto bene, allora andiamo!”, concluse incamminandosi lungo il corridoio, seguito da venti, spaventati e disorientati minatori.

“Tre anni se ne sono andati, ancora due e la potrò abbracciare fisicamente.”, sospirò Arnold, chiuso nel un bugigattolo dentro al quale trascorreva il tempo dedicato al riposo e agli incontri con l’ologramma della sua motivatrice.
Un letto, una poltrona su cui distendersi, un contenitore per il cibo liofilizzato, uno schermo per seguire la vita e gli accadimenti sul pianeta azzurro, oltre a una calotta di lattice trasparente tempestata di sensori calata sopra una testa di polistirolo posata su un tavolino, e poco altro, questo balzava all’occhio girando lo sguardo all’interno di quella specie di loculo, la cui parte più sorprendente era rappresentata dal piccolo oblò dal quale si poteva godere della visione del globo terraqueo.
Disteso sulla poltrona, si mise in impaziente attesa, tenendo gli occhi fissi su un punto particolare del soffitto.
Poco dopo, un cono di luce azzurrognola calando da quel punto arrivò a sfiorare il pavimento; rapidamente il cono di luce assunse la forma e i colori di una bellissima ragazza dai lunghi capelli d’oro, con indosso una leggera vestaglia di seta blu cobalto.
“Ciao Arnold.”, sussurrò con tono avvolgente l’ologramma.
“Ben arrivata Leonor.”, replicò con poco entusiasmo Arnold.
“Qualcosa è andato storto giù in miniera… ne vuoi parlare?”, gli chiese la motivatrice, allarmata sia dal tono che dall’aspetto insolitamente imbrunito usato per salutare l’ologramma dell’amata.
Arnold scosse il capo: “Non in miniera, ma quando sono rientrato.”, rispose.
“Quando sei rientrato alla base?”.
“Sì, appena rientrato, l’assistente mi ha informato che, probabilmente, Roby vegeterà in un letto per il resto dei suoi giorni.”, disse con voce rotta Arnold.
“Oh, quanto mi dispiace per Roby… comprendo il tuo stato d’animo.”, replicò con tono partecipato Leonor e, dopo un lungo e studiato sospiro, aggiunse: “Forse preferisci restare solo.”.
“No!”, esclamò prontamente: “Resta, la tua presenza mi è di conforto.”.
“Come desideri… cos’altro posso fare per te?”, gli chiese Leonor, usando un tono sensuale, invitandolo ad osare.
“Fammi dimenticare, almeno per un po’, questo posto, fammi volare, fammi sognare.”, la implorò Arnold.
“Come desideri, amore…”, sussurrò Leonor: “Tra le mie braccia dimenticherai ogni bruttura… vieni… vieni a me.”.
Arnold si alzò dalla poltrona, tolse la calotta di lattice dalla testa di polistirolo e, dopo averla sistemata sul capo, si gettò tra le braccia dell’ologramma.
I movimenti dell’ologramma, passando attraverso i sensori della calotta stimolarono le cellule cerebrali, amplificando l’amplesso virtuale, sino a renderlo più appagante del reale.
Alla fine, esausto e soddisfatto, Arnold si lasciò cadere sopra la poltrona, mentre l’ologramma portava a termine il compito assegnatole, massaggiando virtualmente il corpo nudo e sudato di lui.
“Questa sera ti sei superata… sei l’unico motivo per cui è valsa la pena di venire fin quassù… non vedo l’ora che finisca il contratto per trascorrere il resto della mia vita accanto a te.”, diceva disteso prono sulla poltrona, mentre l’ologramma della donna amata gli massaggiava la schiena.
“Due anni… due anni ancora e, finalmente, potremo amarci dentro un vero letto... non devi mollare… ti prego non molare, fallo per me, per noi, il denaro del contratto ci serve per la casa.”, sussurrò lei, implorandolo.
“Non mollerò, stai tranquilla, ho ben chiaro l’obiettivo da raggiungere.”, la rassicurò Arnold, iniziando a spiegarle come avrebbe voluto che fosse il loro nido d’amore.
“Il collegamento sta scadendo… è ora che vada… a domani, amore.”, disse lei alla fine.
“Leonor!”, esclamò Arnold, rivolgendosi all’ologramma che stava svanendo dentro il cono di luce azzurrognola: “Volevo dirti che hanno deciso di anticipare il giorno della revisione mensile, domani avremo più tempo da dedicare a noi.”, ma l’ultima parte della frase raggiunse il cono di luce quando l’ologramma era ormai svanito.

Arnold era convintamente innamorato della sua motivatrice, ma lei lo era altrettanto?
A quanto pare, lei seguiva alla lettera un copione modificato di mese in mese dopo la revisione psichica del cervello di Arnold, quella a cui avrebbe dovuto sottoporsi all’indomani.
Furono gli psicologi che mensilmente leggevano i dati della sua psiche che, per mantenerne saldo l’intelletto e per convincerlo a non recidere il contratto, ordinarono alla motivatrice di mostrarsi interessata a lui sino a diventarne ben più che amica.

“Sei pronto?”, gli chiese l’assistente.
“Sì!”, rispose Arnold sistemandosi la calotta di lattice sul capo.
“Molto bene!”, esclamò l’assistente, controllando che lo spinotto del cavo di trasmissione dati fosse correttamente fissato all’elettrodo di competenza: “Ora stenditi e rilassati.”, proseguì dicendo.
Quando Arnold si distese sulla poltrona, l’assistente controllò sullo schermo che i dati cerebrali fluissero correttamente nella memoria del PC portatile, prima di concludere: “Ok! Tutto a posto, tornerò tra un’ora… buon riposo.”.
Arnold annuì accennando un sorriso, poi chiuse gli occhi e si rilassò pensando che dopo quella noiosissima ora, avrebbe avuto il resto della giornata a disposizione per trascorrerne altre e più piacevoli in compagnia dell’ologramma di Leonor.

“Temevamo che l’incidente capitato al suo amico lo stesse convincendo a chiudere anticipatamente il contratto… ma tu sei stata splendida:”, disse il professor Antonis, lo psichiatra a capo del team che monitorava i dati cerebrali dei minatori lunari.
Leonor, seduta davanti a lui, annuì senza variare di un millimetro l’espressione triste con la quale si era presentata nell’ufficio del professore.
“Non mi sembri convinta… guarda tu stessa, questi sono i sui dati, arrivati freschi freschi ed elaborati dal calcolatore, quasi in tempo reale.”, fece lui, invitandola a leggere la relazione tecnica girando lo schermo del PC.
“Non mi serve il parere di una macchina, per capire che Arnold è innamorato perso.”, sbottò stizzita Leonor, prima di chiedergli: “E’ questo che mi fa star male… che ne sarà della sua psiche tra due anni, quando scoprirà che è stato tutto un inganno?”.
“Sicuramente non la prenderà bene.”, rispose laconicamente il professore.
“Tutto qui… un po’ di umana comprensione non è contemplata nel vostro codice comportamentale?”, chiese sarcasticamente Leonor, aggiungendo: “Ma che razza di lavoro è quello della motivatrice? A volte, chiedendomelo davanti allo specchio, mi vergogno dell’uso che sto facendo della mia avvenenza.”.
“Non ti ha costretto nessuno ad accettare questo lavoro… perché continui, se lo odi fino al punto di rigettare la tua immagine di donna?”.
“Per denaro, solo per denaro.”, rispose Leonor, abbassando il capo.
“L’avidità umana, è riuscita a sotterrare anche il più nobile dei sentimenti.”, sentenziò con sarcasmo il professore.
“Ti sbagli professore!”, sbottò, sentendosi ingiustamente chiamata in causa: “E’ l’amore che mi permette di continuare questa tragica pantomima… ho una figlia da tirar grande, non voglio vederla crescere in mezzo agli sbandati, agli emarginati… il denaro mi serve per farla vivere in un contesto sociale meno esasperato.”.
“Mi sento di affermare… che le tue motivazioni, nobilitano ciò che stai facendo.”, la rassicurò cambiando tono il professore, sinceramente convinto di ciò che andava dicendo.
“Grazie.”, sussurrò commossa e inorgoglita Leonor, al che, il professore per non stressarla ulteriormente, cambiò repentinamente argomento, tornano al motivo dell’incontro.

Tra alti e bassi umorali, Arnold si avvicino al momento del congedo; mancava meno di un mese quando ricevette la ferale notizia; la sua amatissima Leonor, era tra le vittime dell’aereo di linea precipitato sui monti dell’Atlante.

“Come l’ha presa?”, chiese una contrita e provata Leonor.
“Come vuoi che l’abbia presa… male, anzi, malissimo!”, rispose il professor Antonis, senza mascherare la sua insofferenza per essere costretto a tornare su una faccenda da lui ritenuta ormai archiviata.
Aveva accettato, dopo che lei aveva tenacemente insistito per giorni, di riceverla nel suo studio, ma ora non vedeva l’ora di levarsela dai piedi; ora che il contratto di Arnold stava per essere chiuso alla sua naturale scadenza, il suo interesse per il futuro psicofisico dell’uomo ingannato e della donna usata per perpetrare l’inganno, era pari a zero.
“Dovevate trovare un modo meno traumatico per chiudere la faccenda!”, insistette Leonor, nel vano tentativo di minimizzare le proprie colpe.
“Ci abbiamo provato, rammenti?”, gli chiese con un tono di sfida il professore, ponendola difronte alle sue responsabilità.
Leonor rimase muta, ci pensò il professore a rimestare il coltello nella ferita: “Ti avevo chiesto di liquidarlo in modo soft, usando il tono e le parole che solo chi per cinque lunghi anni ne ha condiviso sogni e delusioni può fare… ma tu ti sei rifiutata, costringendoci a tagliare in modo traumatico il legame, virtuale, che vi univa.”.
“Non avrei mai trovato le parole per farlo… l’ansia, la vergogna, mi avrebbe bloccato.”, replicò mestamente Leonor.
“Ti capisco, comunque, quel che doveva essere fatto, in un modo o nell’altro, è stato fatto! Non pensarci più. La vita continua, pensa al futuro di tua figlia e focalizzati sul nuovo soggetto che abbiamo affidato alle tue cure… ora se non ti spiace, avrei altro da fare!”, concluse, liquidandola bruscamente.
Leonor, annuì, lo salutò e lasciò lo studio.

Dieci minatori, i superstiti del gruppo di venti che si erano imbarcati cinque anni prima, attendevano appoggiati alla parete di essere chiamati per le visite di rito, prima di salire sulla navetta che li avrebbe riportati sulla terra.
“E tu, che ci fai qui?”, chiese Arnold, sorpreso nel trovare tra i minatori in attesa anche l’assistente del suo gruppo.
“Torno a casa con voi!”, rispose malinconicamente lui.
“Non mi sembri particolarmente entusiasta.”, ribatté, incuriosito dall’atteggiamento dell’uomo.
“Infatti non lo sono.”, fece lui sbuffando.
“Questa è bella, volevi restare quassù per sempre?”, gli chiese ironicamente Arnold.
“Sì!”.
Sì?!”, ripeté sconcertato Arnold
“Sì, come vuoi che te lo dica, in cinese!”, esclamò inalberandosi l’assistente.
“Ok, calmati eh, volevo solo capire cosa ci trovi in questo… nulla. Ma se ti disturba parlarne, lasciamo perdere.”, replicò imbrunendosi Arnold, prima di zittirsi appiattendosi contro la parete.
“Forse, una volta a terra, comprenderai le mie motivazioni.”, iniziò dicendo l’assistente, dopo un minuto di imbarazzato silenzio: “Quello appena concluso, era il mio terzo contratto… ho trascorso quasi metà della mia vita tra queste rocce; e sapere che non potrò più tornarci perché il regolamento non contempla più di tre contratti, mi manda in bestia. I tempi di pausa tra un contratto e l’altro erano una tortura continua, trascorrevo le mie notti insonni con lo sguardo perso nell’agognato astro…”, si tacque un attimo, sospirò e concluse, raggelandolo: “Laggiù, sulla terra, durerò poco, non camperò altri cinque anni!”.
“Non hai provato a farti aiutare da qualcuno?”, chiese allora Arnold.
“Da chi, dagli psichiatri della società mineraria? A quelli interessi solo come bestia da soma… appena non puoi più fare il tuo lavoro, si disinteressano di te.”, rispose esternando l’amarezza covata assistendo centinaia di minatori crollati psicologicamente che, dopo un timido tentativo di recupero psichico, venivano abbandonati al proprio triste destino.
“Ma ci sarà pure, sulla terra, qualcuno in grado di curare la tua patologia!”, provò a dire Arnold.
In quel momento l’assistente fu chiamato per passare la visita, lui sorrise amaramente e, prima di andarsene, chiosò ironicamente: “La mia è una mutazione genetica irreversibile, non sono più un terricolo, ma un lunatico!”.

Nulla fu più come prima per Arnold, lo sguardo melanconico accompagnava le sue ore, i sui passi sul piano di calpestio terrestre; il ricordo, il rimpianto del grande amore conosciuto lassù e perso tragicamente quaggiù, poco prima di stringerlo fra le sue braccia, lo convinse che l’anima di Leonor era rimasta lassù, a vagare tra i crateri lunari in attesa di riunirsi all’amato.
“E se fossi anch’io un lunatico?”, si chiese Arnold guardando la luna, due mesi dopo il suo rientro sulla terra.
Il giorno dopo, uscendo dagli uffici della società mineraria stringendo nella mano destra il nuovo contratto, rivolse lo sguardo verso il cielo e, sospirando, sussurrò commosso: “Sto arrivando.”, dedicando un pensiero carico di patos, non solo alla Luna.

FINE



Commenti

pubblicato il domenica 31 maggio 2015
zero1in2condotta, ha scritto: Tutto sommato, i sentimenti umani qui li rilevo intatti... Mi piacerebbe che certi miracoli, oggi invano invocati, in un'altra dimensione, di qualunque specie, fossero cosette risanabili all'ordine giorno. APPLAUDO
pubblicato il domenica 31 maggio 2015
vecchiofrack, ha scritto: v'è una dimensione dove l'impossibile non esiste, e ogni desiderio pare esaudirsi in un amen... è la dimensione della fantasia, che si esplicita in vario modo, magari solo sognando; oppure mutando, il sogno, in forma scritta per renderlo fruibile ad altri sognatori... viva il regno della fantasia, fantasmagorico rifugio di ogni sognatore. Ti ringrazio d'aver commentato questo mio viaggio fantastico. Ciao Z2C

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