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lavoro pubblicato lunedì 25 maggio 2015
ultima lettura sabato 14 settembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Il patto - 3

di AndrewS. Letto 1974 volte. Dallo scaffale Eros

Ci andammo a sdraiare sul letto. Aprii una bottiglia di vinobianco e iniziammo a parlare. C'era tanto da dire, sul passato, sul presente.Il futuro non era più per noi, almeno anagraficamente. Era però certo che oraavevamo la possibilit&ag...

Ci andammo a sdraiare sul letto. Aprii una bottiglia di vino
bianco e iniziammo a parlare. C'era tanto da dire, sul passato, sul presente.
Il futuro non era più per noi, almeno anagraficamente. Era però certo che ora
avevamo la possibilità di capire veramente ciò che era successo alla nostra
sessualità negli anni che andavano da quella notte fino a questa. Potevamo,
essendo impossibile mentirci, condividere le nostre esperienze senza alcun tipo
di filtro, senza alcuna barriera psicologica. Altresì, era obbligatorio
comprendere la deformazione che i nostri rapporti sessuali avevano causato alle
nostre menti, inevitabilmente. Sentivo il dovere di trasformare la colpa in
virtù. Ancora una volta l'avrei protetta, almeno da se stessa. La scopata nella
doccia, così completa, intima, carnale, aveva finalmente fatto crollare l'ultima
barriera. Il legame tra noi era congenito e naturalmente forte, ma l'unione
carnale lo aveva moltiplicato all'ennesima potenza. Non c'erano di fatto più
limiti, non più alcun segreto: tutto poteva, doveva essere detto. Non credo che
si potesse avere più di questo nel rapporto psicologico, mentale, con una
donna. Lei si parlò di se per tutta la notte, riversando su di me tutta la sua
più intima essenza. Sapeva che io non l'avrei mai tradita, che non poteva
ferirla o usarla. Questo la rese pura ai miei occhi. Era semplicemente così, ne
più e ne meno. Non penso che ad una donna questo capiti spesso anzi, a dire il
vero penso proprio che non capiti presso che mai.
"Basta parlare adesso". Le montai sopra e le divaricai
le gambe. Le puntai l'uccello tra le grandi labbra e iniziai a scoparla, nella
maniera più semplice che ci sia. La montai con calma e forza. Volevo stabilirne
il possesso, chi comandava. Lei rimase turbata da questo ma non proferì parola.
Si limitò a fare ciò per cui in fondo era stata creata: aprire le gambe ad una
maschio adeguato. Me la scopai con gusto. Ovviamente non le venni dentro: mi
tolsi giusto un po' prima e andai a piazzarmi con l'uccello davanti alla sua
bocca. Lei l'aprì e io ci sborrai dentro, con enorme godimento. Le vidi
gonfiare le guance. "Bevi tutto. Non sprecarlo". Deglutendo a fatica esegui il
mio comando. Avvertii il disgusto che quel gesto ancora le provocava. "Non sono
più abituata". Capii in quel momento che della giovane donna altezzosa, un po'
superba, di tanti anni prima, non era rimasta traccia. Oggi di lei avrei potuto
disporre come meglio avrei creduto; le avrei potuto chiedere tutto e lei ci
sarebbe stata, per il semplice motivo che la natura le diceva che difficilmente
avrebbe potuto trovare un altro maschio forte e dominante come me. Decisi che
me ne sarei approfittato, fino a quando avrei deciso che bastava. "Prima quando
ti ho inculato allora, non ti è piaciuto?" "Sì. Non l'avrei mai pensato... Penso
di essermi persa parecchio in questi anni sai?" "Mi ricordo di te come una gran
troia... Cos'è successo?" "Mi sono voluta innamorare per forza di mio marito. Stavo
rimanendo sola, tutte le mie amiche si erano sposate o lo stavano facendo.
Iniziai a capire che la conditio sine qua non per tenersi i loro ragazzi, ad un
certo punto, era di smettere di frequentarmi. Sai, li conoscevamo insieme, io
uno e la mia amica di turno l'altro. Dopo un po' il mio mi mollava e la mia
amica invece il suo se lo teneva. Era evidente che l'amico gli diceva cosa
faceva con me e che io ero una troppo facile. Così, a poco a poco, restai
praticamente sola. Quando ho trovato mio marito non sono stata troppo a
guardare: me lo sono preso, mi sono fatta mettere incinta e l'ho sposato. Tutto
bene, sembrava. Ma io con lui non ero la stessa femmina che ero con gli uomini
che avevo conosciuto prima, ne con te. Ho nascosto la mia natura. E chissà,
forse alla fine ho sbagliato ancora". Provai un senso di triste e malinconico
disprezzo per lei. Era una gran bella troia: lo sapevo io, lo sapeva lei.
Avrebbe dovuto fare conto e carico sulla sua natura, e invece l'aveva nascosta,
si era negata. Era stata stupida, e ne doveva pagare il conto. Non c'era astio,
o desiderio di qualsivoglia vendetta: era così che doveva andare la cosa,
semplicemente poi per il fatto che anche a lei sarebbe stata benissimo, io lo
sapevo. L'avevo già visto succedere in altre donne mature e lei non faceva
certo differenza. E in più ero io a farlo. "Fai ancora tantissimo sperma... Sei
diventato un uomo molto forte e possente, sei più calmo adesso. Ma quando vieni
hai ancora negli occhi la stessa luce di quando eri un ragazzo. Sembri un
gatto, per qualche istante. Ti viene negli occhi come una fiamma". Non dissi
niente, non volevo darle nessun appiglio. Io dovevo diventare il suo "padrone"
e lei la mia serva, in molti, se non in quasi tutti, i sensi. La seconda venuta
mi aveva estenuato. Mi addormentai mentre lei ancora voleva parlare. Dopo
alcune ore mi destai. Lei dormiva nuda al mio fianco. Presi a toccarle i
capezzoli e a baciarli. Lei si svegliò con un "Mah, ancora???" "Prendilo in
bocca". La sollevai per le braccia e le sbattei in faccia l'uccello, ancora una
volta. "Dai, mena e succhia". Mezza addormentata lei eseguì subito. Mi venne
una gran voglia di prenderla a sberle, non so dire perché. Diedi sfogo alla mia
voglia di violenza prendendole a ceffoni le tette e il culo. Dopo un po' lei
iniziò a urlare dal dolore ma non mi chiese di smettere: subì l'oltraggio come
una madre si fa martoriare i capezzoli da un figlio mentre allatta. La cosa mi
fece ancora più incazzare, perché non era vera: avrebbe dovuto ribellarsi,
reagire, oppure goderne. Ma farmi passare da bambino viziato fu un errore,
anche perché lei non era e non fu mai una madre condiscendente. La girai a
pancia sotto, le allargai le gambe e le penetrai l'ano, brutalmente, a freddo,
senza alcuna preparazione. Urlò di dolore affondando la faccia nel cuscino. "Zitta
troia. Prendi il cazzo di un uomo, no? E allora che vuoi?". Me la inculai per
quasi mezz'ora. Alla fine le venni con qualche goccia di sborra nel culo. Per
qualche istante fui veramente libero. Era un illusione: non si è mai liberi,
soprattutto in queste cose, l'avevo imparato a mie spese anni prima. Capii
subito che da padrone molto presto, praticamente da subito, sarei diventato io
lo schiavo.



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