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lavoro pubblicato domenica 24 maggio 2015
ultima lettura sabato 17 agosto 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Ans e Greta

di LaPluma. Letto 465 volte. Dallo scaffale Fantasia

Quarto episodio della Saga degli occhi azzurri. Una fiaba spezzata. Mi scuso con tutti quelli che vivono in situazioni di vere tragedie e il cui dolore non posso che immaginare.

-“Si dice che il suo fantasma si aggiri ancora di notte tra i fuochi. Due occhi di ghiaccio. Brillanti. Cercano vendetta...”

-“Stupidaggini. Sono tutte storie per far tremare i polli.”

-“Stai zitto Ans. Nonno continua pure a raccontare.”

I tre se ne stavano accucciati contro un brandello di muro. Un fuoco per scaldarsi vicino a loro, la notte sopra le teste.

Non sapevano che ci facevano lì. O meglio, lo sapevano, ma tutto era così assurdo. Pensare che fino a poco tempo prima lì c’era stata una città rigogliosa. Ora c’era quello.

Muri sparsi, qualche fuocherello e soprattutto tanti crateri scavati da chissà che diavoleria di arma.

Erano stati una famiglia una volta. Ora erano quello. Un paio di persone che si accalcano per poter spostare la morte più in là.

-“Vado a farmi una pisciata.”

-“Ans! Non potresti usare un linguaggio più moderato?”

-“Fanculo Greta.”

Era pericoloso: anche la nonna si era allontanata per lo stesso motivo e non aveva più fatto ritorno. Aveva deciso di appartarsi proprio su una mina.

Gli venne una stretta allo stomaco.

Non si sarebbe allontanato troppo; sarebbe rimasto in vista. Giusto nel caso fosse venuta anche per lui l’ora di farsi un giro all’altro mondo, almeno avrebbe potuto dare uno sguardo d’addio a chi gli rimaneva di caro.

Pisciava e canticchiava.

Era un bel pezzo di muro. Le piastrelle dicevano che si trattava di una casa ricca. Lui se ne sbatteva della ricchezza, ora non aveva più senso. Era circondato da devastazione eppure poteva permettersi di pisciare sulle piastrelle più belle che avesse mai visto.

-“Eccola! E’ lei!”- il nonno grido alle sue spalle.

Quando si voltò due occhi di ghiaccio lo stavano fissando. Non fece neanche in tempo a chiudersi la cerniera che quella passò oltre perdendosi tra il buio e le macerie. Dietro di se lasciò una promessa di ritorno, un odore, un’eco nell’aria della notte.

-“Ans! Svelto! Il nonno!”

Corse al fuoco. Greta era seduta. Il nonno tra le braccia. Poche lacrime le rigavano il viso.

Si sentì mancare le forze, un forza grandissima lo spinse in ginocchio. Affondava le mani nella terra scavando con foga mentre gridava di rabbia e disperazione.

Adesso erano veramente soli.

Il papà e la mamma li avevano abbandonati già da tempo in quella foresta di macerie e pericoli. Avrebbero voluto piangere, correre da loro e farsi consolare, sentirsi protetti, essere a casa.

Peccato che non ce l’avessero più una casa.

La mattina seguente seppellirono il nonno.

Non la si poteva certo chiamare tomba. Sotto una mattone inciso un cumulo di terra nuda.

Anche il nonno lo era.

Nudo.

Era stato spogliato di ogni abito caldo e oggetto di valore.

Gli occhi dei due ragazzi erano tristi ma non piangevano; nei loro gesti c’era un’abitudine alla morte che non permetteva loro di esprimere dolore. Il dolore non fuoriusciva in lacrime e pianto per poi sparire, no, rimaneva compresso nel loro petto; i morti continuavano a vivere dentro di loro, dentro il loro dolore.

Fu così che si misero in viaggio. Avevano sentito dire al nonno che verso est ancor non si combatteva, non era una terra promessa quella cui andavano in cerca, era il riposo, l’oblio, un posto in cui poter cancellare i mesi di stenti e sofferenza trascorsi in compagnia della morte. Ciò che li spingeva oramai non era la volontà di sopravvivere ma un’abitudine a quella situazione, a quella routine.

Fu così che cammina cammina arrivarono alla casa. Non era ricca, non era bella, ma era integra. Era come un piccola pozza d’acqua in mezzo al deserto, un’oasi in mezzo alla devastazione.

Doveva trattarsi di un miracolo.

Entrarono senza fare complimenti. Un profumo di cibo cotto li attirò come una potentissima calamità. Sarebbero stati pronti a fare di tutto pur di mettere qualcosa di appetitoso sotto i denti. Si sarebbero potuti spingere anche a lottare, uccidere se fosse stato necessario.

In casa non c’era nessuno. Prima di mettersi a tavola perlustrarono l’edificio. La sua ricchezza contrastava con il panorama di desolazione che si vedeva da fuori le finestre. Letti rifatti, acqua corrente: calda! Sarebbe potuto essere il paradiso. Soddisfatti affondarono la faccia in un piatto di zuppa.

La porta si aprì. Erano due occhi azzurri quelli che li stavano fissando. Smisero di mangiare.

-“Vi stavo aspettando.”

-“Chi sei?”- chiese Ans sospettoso.

-“Qualcuno che vi sta salvando la vita.”

Non dissero più altro. L’unico rumore che riempiva l’aria era il tintinnio delle posate. Un’altra magia era successa. Fuori dalla finestra non si sentiva nessuno sparo, nessun grido, solo silenzio. Ma i ragazzi erano troppo occupati per accorgersene.

Finirono di mangiare. La sconosciuta concesse loro la possibilità di lavarsi e rimettersi in sesto. Li lasciò soli.

-“Ans, perché fa tutto questo per noi?”

-“Non lo so. Forse fa solo ciò che crede sia giusto…”

-“O forse ci sta tendendo una trappola. Io non sarò sicura finché non saprò cosa vuole da noi.”

Greta uscì dalla stanza. Troppo dolore le impediva di credere nei miracoli.

Scese la sera e si prepararono per dormire.

-“Ans. L’ho vista. Vicino al telefono. Parlava con qualcuno. Vuole venderci.”

-“Andiamo Greta! Venderci a chi?”

-“Non lo so. Ma non credo vivrebbe in questa casa se non avesse fatto qualche accordo con qualcuno. E poi ricordi il nonno? Parlava di una vendetta…”

Il sonno calò su di loro. Per Ans quella fu una notte piacevole. Almeno inizialmente. Il calore delle coperte gli ricordava l’abbraccio dei genitori, quei genitori che non aveva più.

Era ancora perso nei suoi sogni quando un colpo improvviso lo svegliò. Stavano combattendo vicino alla casa?

La vide in un angolo. Seduta sopra uno sgabello, il telefono in mano. Lo guardava con occhi colpevoli. Rimasero fermi.

-“Cosa stai facendo?”

-“Agisco d’astuzia: la vendo prima che venda noi.”

Ans sentì la rabbia montargli dentro. Era tutto rovinato. Eppure ci aveva creduto. Per tutto quel pomeriggio aveva creduto che lì sarebbe stato possibile cominciare una nuova vita. Lontano dalla distruzione della guerra, persi in quella casetta. Ma ora tutto era rovinato.

-“Stupida!”- le tirò un ceffone in faccia.

-“Stupida. Stupida.”-ripeteva e ogni colpo era più forte, più rabbioso.

Lei non fiatava.

Lui non capiva: lo faceva per il loro bene. Quei colpi bruciavano come il fuoco. Li subiva stoicamente, sapeva che avrebbe compreso, non ora magari, quella bellezza era troppa per non accecarlo, ma avrebbe compreso.

-“Fermati!”

Fu la sconosciuta a parlare. Ans si sentì colpevole, colto in flagrante nella sua perdita di umanità, nel suo divenire animale. Tra i singhiozzi e le lacrime si gettò in un angolo a biascicare parole incomprensibili.

-“Ho sentito tutto. Che vita terribile dovete aver avuto voi ragazzi…”

-“Non cercare di fregarci! Sappiamo cosa vuoi da noi! Vuoi la nostra fiducia per tradirci al momento opportuno! Non siamo mica…”

Greta urlava isterica quando la straniera fece l’unica cosa che avrebbe potuto sorprenderla: l’abbracciò.

-“Fermati…io so che vuoi venderci…il nonno..il nonno ti conosceva già…diceva che volevi vendicarti…Perché lo fai?”-singhiozzava e intanto non si svincolava da quel dolce abbraccio.

-“Un tempo sono diventata famosa perché figlia di una violenza insensata. Forse è redenzione quella che cerco. O forse pietà. Solo pietà…”

Si fermò trasognante. Ans colse l’occasione: saltò su e scappò fuori dalla porta. Doveva sfogare la rabbia. Era una rabbia ancora maggiore di quella che aveva provato prima. Non ne era sua sorella la causa: era lui stesso. Com’era possibile che la violenza l’avesse contaminato fino a quel punto? Non riusciva a capacitarsi di aver superato la linea sfumata che lo distingueva da tutti gli altri suoi coetanei che in quel momento imbracciavano un fucile e che se se lo fossero trovati di fronte non avrebbero esitato.

Fuori dalla porta i suoi piedi affondarono nell’acqua.

Non era possibile.

C’erano due cieli davanti a lui. Il primo, alto, distante, fatto di aria e fuochi lontani. Il secondo freddo, penetrante, specchio del primo e deformato dal suo riflesso e dalla sua presenza.

Tutto ciò che c’era prima non c’era più. Tutto era stato lavato via, purificato. Una nuova crosta circondava la terra. Solo quella casetta si alzava solitaria dall’oceano. Per il resto solo acqua.

-“Ans!”-fu raggiunto dalle altre due. Fu come se una forza incredibile le trattenne. Nessuno più riusciva a dire niente. Solo Ans si voltò e col volto rigato dalle lacrime mormorò un “grazie” appena percettibile. Finalmente lacrime di gioia.

-“È tutto finito.”-parlò la signora dagli occhi azzurri.

-“Ma cos’è successo?”-chiese Greta attaccandosi alla sua gonna.

-“Qualcuno ha deciso di fermare il dolore che lo dilaniava. Tutto si sta formando nuovamente.”

-“E a noi? Cosa ci accadrà?”

-“Con un po’ di fortuna niente. Con ancora più fortuna saremo felici.”

E i tre si chiusero la porta alle spalle dell’alba di un nuovo mondo.



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