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lavoro pubblicato giovedì 21 maggio 2015
ultima lettura martedì 15 ottobre 2019

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La stirpe dei Barbotti - capitolo 9

di vecchiofrack. Letto 624 volte. Dallo scaffale Storia

CAPITOLO NOVE: C’ERA UNA VOLTA UNA FAMIGLIA “Qual buon vento, figlio mio!”, esclamò Arianna, vedendolo arrivare a spron battuto alzando un gran polverone in mezzo alla corte, scendere dalla macchina e precipitarsi dentro c...

CAPITOLO NOVE: C’ERA UNA VOLTA UNA FAMIGLIA

“Qual buon vento, figlio mio!”, esclamò Arianna, vedendolo arrivare a spron battuto alzando un gran polverone in mezzo alla corte, scendere dalla macchina e precipitarsi dentro casa.
“Ciao mamma! Dov’è papà?”, chiese scuro in volto.
“E’ accaduto qualcosa di grave?”, ribatté spaventata, notando oltre alla barba incolta l’aspetto complessivamente trasandato.
“Devo vederlo ora… dov’è!”, esclamò con acredine, serrando la mascella.
“Il tuo sguardo cattivo mi fa paura… dimmi cosa vuoi da tuo padre!”.
“Ti prego, non costringermi a farlo.”, la implorò Cesare, schivando lo sguardo severo della madre.
“Guardami in faccia! Sono tua madre, ho diritto di sapere!”, disse alterandosi, mentre gli alzava lo sguardo puntandogli due dita sotto il mento, com’era d’uso fare per scoprire le marachelle quand’era bambino.
Cesare sospirò: “Ti prego… non costringermi…”.
“Adesso basta misteri! Ho il diritto di sapere!”, ribadì urlando con voce stridula.
“Come vuoi mamma… è giusto che sappia. Siediti ti prego.”, disse indicando il divano.
Attese che lei si accomodasse poi si sedette accanto, strinse le mani fra le sue e, con la poca delicatezza che lo stato d’animo non propriamente sereno gli permise di usare, si espresse: “Silvia è stata per anni… l’amante di papà.”.
Stringendo forte le mani di Arianna, attese in silenzio una reazione che tardava a venire; stupito dalla calma apparente con la quale accolse la notizia, si chiedeva perché sua madre non reagisse in modo scomposto alla sconvolgente rivelazione, e dopo una rapida analisi comprese, - ma allora lo sapeva. -, pensò inorridendo.
“Da quando lo sai?”, le chiese alzandosi dal divano.
“Praticamente da sempre.”, fu l’agghiacciante risposta.
“Te lo disse lui?”.
“No, lui crede che io non abbia mai nemmeno lontanamente sospettato… le voci di paese non si possono fermare; ed io, non posso certo esimermi d’ascoltare.”.
“Sai anche che ora ha una nuova amante, una ragazzina che potrebbe essere sua figlia?”.
“So tutto Cesare!”.
“Lo sai e non reagisci… ma che razza di donna sei!”, sbottò Cesare.
“Come ti permetti di rivolgerti a tua madre con questo tono!”, replicò rimproverandolo severamente Arianna.
“Scusami mamma… ma non riesco a comprendere il tuo modo d’agire.”.
“Che cosa avrei dovuto fare secondo te… andarmene da casa? Cacciarlo da casa? Ottenendo che cosa… il dileggio della gente, una famiglia distrutta e un figlio da crescere senza un padre… no, grazie! Passando sopra ai suoi tradimenti ho salvato il matrimonio e il rispetto che mi ha permesso di crescere mio figlio in una famiglia, unita e onorata.”.
“Unita per finta… e onorata da chi alle spalle ci derideva. Questo hai ottenuto con il tuo colpevole silenzio.”.
“Sei giovane… crescendo imparerai che nella vita di coppia, a volte, si deve essere disposti ad accettare qualche compromesso.”.
“Qual è il limite insuperabile, oltre il quale il compromesso non sarebbe più accettabile?”.
“Non esistono limiti… la famiglia è il lasciapassare universale.”, rispose convinta.
“Nemmeno un omicidio costituirebbe un limite invalicabile?”, la incalzò fremendo di rabbia Cesare.
“Stai calmo figlio mio… non so cosa ti abbia messo in testa Silvia. Ma un aborto tecnicamente non si può equiparare a un omicidio.”, rispose con la pacatezza di chi ha già somatizzato da tempo il fatto.
“Inorridisco, credevo che il mostro fosse mio padre… ora scopro che mia madre ne è la degna compagna.”.
“Ora basta! Vattene a casa e ritorna soltanto dopo che avrai riflettuto, quando sarai pronto a scusarti con i tuoi genitori!”, urlò Arianna balzando dal divano, indicando la porta.
Cesare non rispose, serrando la mascella uscì dalla porta, stava avviandosi alla macchina quando vide suo padre farsi incontro: “Che sei venuto a fare, cos’hai detto a tua madre?”, gli chiese a muso duro, parandosi davanti quando giunse a un passo da lui.
Cesare serrò i pugni: “Scostati!”, esclamò.
Angelo scosse il capo: “Dimmi cos’hai detto a tua madre!”, insistette alzando il tono.
“Ti ho detto di scostarti!”, urlò Cesare, trasferendo tutta la rabbia accumulata dentro il pugno che sferrò al padre, facendolo rotolare a terra davanti ai suoi piedi.
“Mio Dio Angelo!”, urlò disperata Arianna precipitandosi nel cortile.
Cesare osservò con disprezzo lo sguardo sconcertato del padre, lo scavalcò e prima di andarsene, sibilò: “Sentila come urla la tua sodale… mi vergogno d’esservi figlio!”.

Giorni durissimi attendevano Cesare, girovagando dentro casa come una belva in gabbia, si chiedeva perché il suo mondo fosse crollato come un castello di carte: “Devo andarmene via da questa casa, da questo paese, da questa gente ipocrita che un attimo prima quasi si genuflette salutandoti, e subito dopo ti deride.”, urlava lanciando suppellettili contro le pareti.
Dopo cinque duri, lunghi giorni, quando la rabbia iniziò a scemare, decise che no, non si sarebbe fatto travolgere, avrebbe combattuto contro il destino infame: “Devo riflettere… ma lo farò lontano dal marciume che mi circonda!”, esclamò gettando lo sguardo fuori dalla finestra, sin oltre l’orizzonte.
Cesare aprì la porta, prese le valige dalla macchina e le portò dentro casa, - mi sento già meglio, quassù è tutto un altro vivere. -, pensava aprendo le imposte del suo buen retiro.
Dopo quindici giorni di passeggiate solitarie, lungo i sentieri tante volte percorsi da bambino insieme a suo padre, e di sereno dialogare con la gente del paese; decise che, sì, la sua vita l’avrebbe trascorsa lì, fra quei monti e quella gente dai modi schietti, a volte abrasivi, ma sempre e comunque sinceri.
Dopo aver salutato i suoi nuovi amici, dicendo loro che sarebbe tornato appena possibile per non andarsene mai più, salì in macchina e scese in pianura, deciso a vendere casa e azienda al miglior offerente e investire il ricavato in una nuova attività nel paese fra i monti che, in quegli stessi anni, si stava aprendo al turismo.

Trovare un acquirente per la segheria e la casa fu un gioco da ragazzi: la fiorente attività messa in piedi da Cesare faceva gola a molti imprenditori della zona, impiegò poco più di tre settimane a scegliere l’offerta migliore e a perfezionare la vendita.
Suo padre, venuto a conoscenza da terzi delle intenzioni del figlio, incaricò un prestanome di offrire un milione di lire in più della proposta migliore.
L’offerta al buio insospettì Cesare che, con un giro di telefonate, ci mise poco a scoprire chi si celasse dietro a colui che materialmente presentò la proposta: “Nemmeno se mi offrisse dieci volte tanto, venderei la segheria al signor Angelo Barbotti!”, esclamò liquidando l’improbabile acquirente.
“Hai capito tuo figlio!”, sbottò risentito Angelo, quando l’intermediario gli portò il messaggio.
“Che te ne fai della segheria, non intrometterti nei suoi affari, lascia che la venda a chi vuole… solo così potrai sperare di ricomporre il rapporto con lui.”, disse Arianna, esternando la speranza di un futuro riavvicinamento.
“Quella segheria gliela regalai, dovrebbe ringraziarmi per questo, e non trattarmi a pesci in faccia!”.
“Gliela regalasti quando stava fallendo e valeva poco o nulla. Lui è stato capace di ristrutturarla trasformandola in un gioiellino; dovresti essere orgoglioso di tuo figlio… ti supplico, dammi ascolto per una volta, lascialo in pace, il tempo guarirà le ferite.”.
“Forse le sue, ma io non potrò mai dimenticare con quanta rabbia mi ha colpito.”, disse Angelo, toccandosi la guancia dove Cesare sferrò il micidiale destro.
“Le ferite che abbiamo procurato a nostro figlio, son ben altro che un pugno sul volto… sono ferite dell’animo, e se lui, come spero, riuscirà a superarle, tu lo accoglierai fra le tue braccia e dimenticherai quel piccolo screzio!”, lo redarguì Arianna.
“Ho capito, alla fine, per il bene della famiglia, mi dovrò cospargere il capo di cenere… se questo dovrò fare… lo farò.”, concluse uscendo brontolando da casa.

“Tuo figlio ha venduto tutto, e se n’è andato via per sempre senza degnarci di un saluto!”, sbottò Angelo tre settimane dopo.
“Tornerà… un giorno lo vedrai entrare da quella porta… tornerà.”, rispose Arianna, senza troppa convinzione.
“No, non tornerà, lo sai anche tu. L’abbiamo perso per sempre.”, ribatté sconsolato Angelo.
“Se questa è la pena per i nostri peccati… l’accetteremo! Quel che importa è che lui trovi il modo per essere felice.”, sentenziò commuovendosi Arianna.
“Son dunque così gravi i nostri peccati, per meritare d’esser ripagati con una così amara moneta?”, chiese Angelo.
“Fatti un esame di coscienza… io me lo sono fatto!”, sibilò Arianna passandogli accanto.

Due anni in mezzo ai monti, restituirono a Cesare la perduta serenità, ormai si sentiva parte di quel mondo semplice che, con disappunto, vedeva lentamente cambiare; il benessere aveva portato con il turismo di massa nuove costruzioni sul declivio del paese; osservando le gru dei cantieri edili sostituire gli abeti abbattuti alla periferia, sconsolato si chiedeva quanto tempo avrebbero impiegato per giungere fin lassù in alto, dove si ergeva in splendida solitudine la sua dimora.

Ogni anno, quando la montagna iniziava a dipingersi degli splendidi colori autunnali, Cesare iniziava a preparare la legna per il lungo inverno; in jeans e camicia, sistemava il ciocco sul ceppo e con un colpo secco di scure lo spaccava in due.
Si era messo di buzzo buono di primo mattino, e un paio d’ore dopo osservava soddisfatto i ciocchi spaccati sparsi attorno al ceppo crescere in altezza fin quasi ad occultarlo.
Il rombo di un motore impegnato a risalire la strada a tornanti attirò la sua attenzione, - chi può essere, non aspettavo nessuno. -, pensò appoggiando il gomito sopra al manico della scure, mentre osservava la grossa Mercedes nera affrontare, non senza difficoltà, gli ultimi due stretti tornanti.
Quando la Mercedes si arrestò sull’ampio spiazzo, vedendo l’uomo alla guida non riuscì a trattenere il suo disappunto: “Che diavolo sei venuto a fare fin quassù?!”, urlò all’indirizzo dell’uomo, ancor prima che scendesse dall’automobile.
Angelo Barbotti non replicò, avanzando lentamente osservava con contenuta commozione i monti che lo avevano visto, da prima combattere per difendere la patria, e di seguito percorrerne i sentieri narrando di eroiche gesta al figlio adolescente.
“Vattene!”, esclamò, plasticamente immobile come gli abeti che circondavano la casa, ricambiando in malo modo il commosso: “Ciao Cesare!”, con il quale Angelo gli si fece incontro.
“Non temere non sono venuto per restare; ma solo per parlare.”, replicò Angelo con voce rotta arrestando il suo incerto incedere, cercando di scalfire l’atteggiamento distaccato di Cesare.
Cesare afferrò la scure con due mani, la alzò fin sopra la testa poi, caricando il gesto di rabbiosa forza, la piantò nel ceppo: “Avanti! Parla… prima lo farai, prima ti leverai dai piedi.”, disse incrociando le braccia sul petto, sostituendo la rabbia con il disinteresse totale.
Angelo indicò la porta: “Entriamo in casa.”.
“E’ una bella giornata… almeno, lo era fino a poco fa!”, replicò con sarcasmo: “Possiamo parlare qui.”.
Angelo annuì: “Posso sedermi?”, chiese, indicando la panca di legno appoggiata alla casa.
“Accomodati.”.
Angelo dopo essersi seduto lanciò lo sguardo sulle alte vette “Quanti ricordi.”, sospirò.
Avrebbe desiderato sviscerarli i ricordi dei loro anni migliori, ma Cesare non gliene diede modo e tempo: “Lascia perdere i ricordi, e vieni al punto!”.
“Come desideri… sono venuto fin quassù per chiederti di tornare a casa…”.
“E’ questa la mia casa!”, esclamò Cesare interrompendolo.
Il distacco e la durezza usata per esprimersi, convinsero Angelo a toccare altre corde, quelle del sentimento materno: “Se non per me, fallo per tua madre, soffre, sta male.”.
“Ha sopportato i tuoi tradimenti senza battere ciglio e, seppur al corrente di tutto, non te lo hai mai fatto pesare… è una donna forte, supererà anche l’ennesima delusione.”.
“Sono venuto da te a chiederti perdono in ginocchio…”.
“E’ a lei che lo dovresti chiedere!”, esclamò interrompendolo nuovamente: “L’hai ingannata dal primo giorno che l’hai incontrata… lei ti ha donato tutto il suo amore, tu l’hai ricambiata con l’indifferenza e il tradimento… vergognati, bastardo!”.
Quell’epiteto sparatogli in faccia scatenò l’orgogliosa reazione dell’uomo che si sentiva ingiustamente accusato: “Che ne sai tu di me, di tua madre, del nostro rapporto… riassumendo quel poco che ti ha raccontato Silvia, hai deciso che io sono il lupo e tua madre l’agnello!”, urlò scattando in piedi, insinuando il dubbio nella mente di Cesare.
“Non è così?”, chiese sconcertato dalla reazione sopra le righe del padre.
“Lascia perdere.”, buttò lì con noncuranza, tornando a sedersi.
“E no che non lascio perdere! Non puoi scagliare il sasso e poi ritirare la mano. Sei venuto fin quassù per cercare di ricomporre un rapporto andato in frantumi… come speri di riuscirci nascondendo una parte di verità? Ipotizzando una riappacificazione, che al momento non vedo; come credi che reagirei venendo a scoprire da altri quello che ancora ti ostini a nascondere… non ti è dunque servito di lezione il disastro che hai combinato?”.
Angelo si chiuse in una lunga riflessione, - e poi è giusto che ognuno si assuma le proprie responsabilità, non posso essere io il parafulmine delle nefandezze commesse da altri. -, concluse, decidendo di togliere tutti gli scheletri dagli armadi: “Siediti, quello che ti dirò ti farà male… molto male.”.
Cesare appoggiò un piede sul ceppo: “Sto bene qui! Ti ascolto!”.
Angelo esitò un attimo, poi partì in quarta: “Fra me e tua madre non c’è mai stato amore… affetto, sì, amore mai!”.
“Chissà perché non trovo sconvolgente la tua rivelazione…”, si chiese con sarcasmo Cesare stirando le labbra, e dopo una breve pausa si rispose: “Forse perché l’ho sempre sospettato; non vi ho mai visto scambiarvi effusioni… qualche gesto d’affetto sì, effusioni d’amore… mai!”.
“Il nostro fu un matrimonio d’interesse, combinato dalle rispettive famiglie. Io amavo Silvia, ma rinunciai all’amore in cambio del potere che mi avrebbe portato in dote la figlia del podestà.”.
“Così tradisti prima Silvia e poi la mamma tornando con Silvia… toglimi una curiosità; come si può dormire accanto a una moglie dopo essere tornato dal letto caldo dell’amante?”.
“Non si dorme, si soffre, per lei e per l’altra… e ti giuro che ho sofferto come un cane per mesi, fino a quando non ho scopeto la verità!”.
“Quale verità?”.
“Tradire una moglie fedele, mi faceva star male; ma purtroppo al cuore non si comanda. Quando scopersi il suo tradimento…”.
“La mamma ti ha tradito?!”, esclamò incredulo interrompendolo.
“Lo dissi che ti avrebbe fatto male… forse è meglio smettere.”.
“No! Voglio sapere tutto della mia famiglia modello.”, lo incalzò con sarcasmo Cesare.
“Quando me lo dissero, non volevo crederci… mi rivolsi a un investigatore privato che, dopo averla pedinata per un mese intero, stilò un rapporto particolareggiato di ogni suo spostamento. Leggendolo non sapevo se ridere o piangere; in fondo, pensavo, il suo tradimento legittima anche il mio. Così decisi di non dirle nulla. Da quel giorno non ci furono più notti in bianco!”.
“E’ tutto?”, chiese Cesare.
“Ci sarebbe ancora un piccolo particolare… l’identità dell’amante.”.
“Non credo che conti poi molto saperlo.”.
“Per me contò, eccome se contò… scoprire la sua identità, mi fece sentire meno mostro.”.
“Fremi dalla voglia di rivelarlo, sei convinto che facendo quel nome, anch’io ti giudicherei; meno mostro… e allora fallo quel nome!”.
“Don Marco!”, esclamò abbassando lo sguardo.
“Il prete?!”.
“Lui!”.
“Mio Dio… ma da che razza di genitori sono stato generato! Mio padre corre appresso alle ragazzine… mia madre mi portava all’oratorio, diceva a don Marco di tenermi d’occhio, e poi se lo portava a letto! Che vergogna… che vergogna!”.
“Hai voluto sapere la verità, ora conosci i segreti più reconditi della tua onorata famiglia…”.
“Quale famiglia! Noi non siamo una famiglia, non lo siamo mai stati. I giorni passati quassù, le lunghe passeggiate… era tutto un teatrino, la vita vera per voi era a casa fra le braccia dei rispettivi amanti!”.
Angelo si alzò: “Sfogati pure, ti farà bene… venire quassù oggi a sviscerare un segreto diventato insostenibile, è stata un’immersione catartica, ora mi sento più leggero… grazie di avermelo permesso, figlio mio.”.
“Non permetterti mai più di chiamarmi figlio! Vattene via e non tornare mai più! Torna dalla tua pari e dille che la odio come e forse più di te!”, urlava fuori di se con gli occhi iniettati di sangue.
Angelo provò ad interloquire, ma quando lo vide strappare con veemenza la scure dal ceppo e alzarla sopra il suo capo, si rifugiò nella macchina, accese il motore e se ne andò: “Siete peggio delle bestie!”, urlò lanciando la scure contro la macchina che si allontanava velocemente.
“Nemmeno per il vostro funerale mi vedrete tornare!”, diceva ansimando raccogliendo la scure da terra.

E mantenne il punto; passarono altri tre anni prima che suo padre contattandolo telefonicamente, lo informasse che sua madre aveva i giorni contati e avrebbe desiderato abbracciarlo per l’ultima volta; Cesare dopo aver ascoltato l’implorazione straziante del padre, non pronunciò verbo; posò il ricevitore, staccò il telefono e se ne andò a dormire.
Il vecchio Angelo Barbotti posò il ricevitore: “Non ho più un figlio… l’ho perso per sempre.”, esclamò disperato, e pianse, pianse a lungo riflettendo sull’inutilità di aver vissuto anteponendo successo e potere a tutto il resto.

Due anni dopo Angelo seguì la mai amata moglie, Cesare non fece sconti neppure a lui; il giorno del funerale, lo trascorse a spaccar legna per l’inverno.
Solo quando il notaio lo contattò per invitarlo all’apertura del testamento lasciò il suo rifugio, e dopo aver appreso che il padre gli aveva lasciato tutti i suoi beni, decise di donare l’intero patrimonio a una fondazione che aiutasse i bambini orfani.
Davanti al notaio che gli chiedeva conto di tanta generosità, così giustificò il bel gesto: “Perché chi è stato un orfano fortunato, è giusto che pensi anche a chi non lo è stato!”.
Firmò i documenti, poi aggiunse: “E poi che me ne farei di tutta sta’ roba? Quel che ho basta è avanza per vivere degnamente… forse se fossi stato padre, avrei deciso in altro modo… ma non lo sono, e non lo sarò mai per libera scelta; insieme con me, sarà definitivamente sepolta la maledetta stirpe dei Barbotti!”.
Appoggiò la penna sulla scrivania e si alzò: “Addio notaio… torno fra i monti, a respirare aria pura!”, concluse sorridendo amaramente, stringendo la mano del notaio che lo guardava basito senza proferir verbo.

CONTINUA...


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