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lavoro pubblicato mercoledì 20 maggio 2015
ultima lettura domenica 20 ottobre 2019

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La stirpe dei Barbotti - capitolo 7

di vecchiofrack. Letto 476 volte. Dallo scaffale Storia

CAPITOLO SETTE: AMARSI NONOSTANTEFrancesco Giuseppe Barbotti si spense serenamente nel suo letto, il venti aprile millenovecentoquarantacinque, pochi giorni prima che la guerra finisse. Una pace rancorosa s’instaurò al centro nord; ve...

CAPITOLO SETTE: AMARSI NONOSTANTE

Francesco Giuseppe Barbotti si spense serenamente nel suo letto, il venti aprile millenovecentoquarantacinque, pochi giorni prima che la guerra finisse.
Una pace rancorosa s’instaurò al centro nord; vendette incrociate, regolamenti di conti caratterizzarono un periodo di guerra civile strisciante.
Una caccia feroce al fascista portò il terrore nelle case di chi, fino al giorno prima quel terrore lo aveva seminato.

Angelo la sua famiglia e il podestà, la scamparono grazie ai due ebrei nascosti in cascina, fu quello il lasciapassare che permise loro di attraversare indenni i primi durissimi, traballanti mesi di pace.
Come un fiume in piena che dopo aver rotto gli argini e scaricato la sua forza rientra nell’alveo, così la rabbia dei vincitori dopo essere tracimata nelle campagne, si acchetò.
Il vecchio podestà se n’era andato alla fine del millenovecentoquarantacinque, seguito pochi mesi dopo dall’inconsolabile consorte; lasciando alla figlia e al genero: cascine, terreni agricoli e un cospicuo conto in banca.
Tre anni dopo Angelo era tornato ad essere un signore rispettato che, fra cascina e segheria, dava lavoro a una cinquantina di persone.

Angelo sistemò Silvia nella casa che fu di suo padre, assumendola come donna di servizio per quella che sarebbe stata la sua residenza quando, costretto dal lavoro a trattenersi in segheria fino a tarda sera, non se la sarebbe sentita di sobbarcarsi un’ora di macchina su strade deserte e dissestate per tornare in cascina; perlomeno questa fu la scusa ufficiale usata per non insospettire la moglie, in realtà la destinazione d’uso della casa fu quella di alcova per gli incontri con l’amante.

La famiglia Barbotti trascorreva le vacanze estive nella casa che Angelo acquistò sulle montagne dove aveva combattuto durante la prima guerra mondiale; Angelo amava in quel periodo fare lunghe camminate insieme al figlio, mostrando con orgoglio i luoghi dove lui aveva combattuto per difendere il sacro suolo patrio, e narrando la tragica epopea della guerra, inculcava nella mente del figlio i principi ai quali avrebbe dovuto attenersi per preservare ciò che lui e molti altri avevano conquistato pagando un prezzo umanamente altissimo; il piccolo ascoltava rapito il prolisso narrare che, in buona sostanza, si poteva riassumere in tre sole parole: “Dio, patria e famiglia!”, elevando il padre a eroe invincibile ed esempio da seguire.

“La segheria non rende più, è una palla al piede, ho ricevuto un’ottima offerta... tu che dici?”, chiese Angelo al ventenne Cesare, geometra mancato che, nonostante i genitori insistessero perché continuasse fino all’agognato diploma, abbandonò gli studi per affiancare il padre nella gestione dell’azienda agricola.
“Io non la venderei!”, rispose deciso Cesare.
“Sono stanco, la cascina, le bestie e i campi assorbono tutte le mie energie. La segheria è diventata un peso… i soldi, quelli veri, non si fanno più con il legname.”.
“Saprei io come farla fruttare la baracca.”, buttò lì tra il serio e il faceto Cesare.
“Come?”.
“Lasciala a me e vedrai.”.
“Ipotizzando che lo facessi… come la pagheresti?”, chiese incuriosito Angelo.
“Con un: grazie papà!”, buttò lì ridendo.
Angelo corrugò la fonte: “Uhm… ci rifletterò, domani ti darò una risposta!”, disse con l’espressione di chi aveva preso la battuta per un’offerta d’acquisto da valutare seriamente.
E ci pensò veramente, per l’intera notte, - perché non metterlo alla prova… e poi l’amministratore mi ha detto che se voglio pagare meno tasse devo alienare un po’ di roba; tagliare i rami secchi che non rendono e sono solo un costo. Intesterò a lui la segheria… ma sì, è un bravo ragazzo, merita la mia fiducia. Poi, se proprio non ce la dovesse fare, gli darò una mano. -, concluse soddisfatto.

“Ciao Silvia, ti presento mio figlio Cesare, da oggi è lui il padrone della baracca.”, disse Angelo, prima di entrare in casa.
“Ciao Cesare!”, esclamò lei, scostandosi di lato per farli entrare.
Mentre Angelo mostrava al figlio la casa, lui era più interessato alle forme della splendida quarantenne, nonché: ex amante di suo padre.
La passione fra i due era finita cinque anni prima quando Angelo sostituì l’amante, allora trentacinquenne, con una giovane diciottenne; la giovanile passione per le ragazzine non l’aveva abbandonato nel corso degli anni.
Era stato il rapporto di lavoro ben retribuito e null’altro a convincere la rancorosa Silvia a mantenere una parvenza, se non di amicizia almeno di rispetto reciproco.
Di sottecchi Silvia osservava Cesare, - eccolo lì il nuovo padrone, uguale a suo padre, pronto a vendersi l’anima per un paio di tette. -, pensava sorridendo notando gli occhi del giovane cadere proprio lì.
Dopo aver mostrato le camere e l’ufficio al figlio, Angelo salutò Silvia e lo accompagnò a visitare la segheria.
“Cesare… mi piace tutto di te; sei giovane, bello e ricco… ma quello che più m’intriga è sapere che sei figlio di un bastardo! Se gioco bene le mie carte, posso prendere due piccioni con una fava; farla pagare al padre portandomi a letto il figlio, il che, visto il soggetto, non sarebbe poi un gran sacrificio… anzi, per dirla tutta, sarebbe un piacere.”, sogghignava osservandoli dalla finestra mentre attraversavano il cortile.

Tre giorni dopo Cesare, aiutato da Silvia, svuotava le valige e sistemava il vestiario nell’armadio della camera padronale: “Finalmente abbiamo finito, non pensavo fosse così complicato sistemare il guardaroba.”, sospirò Cesare, guardando il vestiario perfettamente allineato sulle grucce dentro l’armadio.
Silvia sorrise: “Son lavori da donna questi… tu pensa alla segheria, gli armadi lasciali sistemare a me.”.
“Hai ragione… d’ora in avanti, in casa mi muoverò affidandomi alla tua grande esperienza.”.
Silvia s’imbrunì.
“Ho detto qualcosa di male?”, le chiese Cesare.
“La mia grande esperienza, è dovuta ai molti anni di servizio… e a quelli che mi porto dentro… hai ragione, purtroppo non sono più una ragazza di primo pelo.”, rispose con un tono dimesso.
“Ma no! Non era questo che volevo dire… è stata una battuta infelice, ti prego di scusarmi.”.
Silvia accennò un sorriso e accarezzandolo, sussurrò: “Sei scudatissimo.”.
Un brivido partendo dalla guancia attraversò il corpo di Cesare, avvicinò la bocca alle labbra di Silvia, poi si ritrasse.
Silvia non si mosse di un millimetro, in silenzio attese l’evolversi degli eventi, Cesare temendo di essere respinto, recuperò un atteggiamento distaccato: “Devo andare in segheria!”, esclamò avviandosi all’uscita.
Afferrò la maniglia e osservandola comprese di aver deluso le sue attese, allora aggiunse, arrossendo come un ragazzino alla prima dichiarazione d’amore: “No, non sei una ragazzina insulsa… sei una splendida donna… sei bellissima Silvia!”, poi uscì chiudendo la porta sullo sguardo rasserenato di Silvia.

Eppure quel quasi bacio non ebbe seguito; l’imbarazzato approccio rimase l’estemporaneo tentativo finito ancor prima d’iniziare.
Nei giorni e mesi che seguirono il rapporto fra i due, nonostante l’improbabile e provocante abbigliamento da donna di servizio indossato quotidianamente da Silvia, non andò oltre la semplice amicizia.
Alla fine Silvia si arrese, seppellendo lo stantio desiderio di vendetta sotto un’empatia di pensiero che si andava rafforzando sempre più, rinunciò al desiderio di portarsi a letto il giovane Cesare, tornando ad un abbigliamento più consono al compito che era chiamata a svolgere.

In poco più di un anno Cesare raddrizzò la traballante situazione economica della falegnameria.
“M’inorgoglisce toccare con mano quello che sei riuscito a fare in così poco tempo… bravo!”, tuonò Angelo assestando al figlio una vigorosa pacca sulla spalla.
“Questo è solo l’inizio. Siamo in pieno boom edilizio, unire produzione di legname per l’edilizia alla vendita di laterizi e cemento, si è rivelata una gran pensata.”, disse Cesare, mostrando i laterizi che occupavano lo spazio esterno della falegnameria.
“Pensi di ampliare l’azienda?”.
“Ho in progetto di creare un altro piazzale per i laterizi dietro la falegnameria, sono in attesa dei permessi comunali.”.
“Ci vorrà molto tempo?”.
“Due, tre mesi, spero.”.
“Dovrai ungere qualche ruota… ti serve una mano?”, gli chiese Angelo, offrendo il suo aiuto economico.
“Debiti non ne ho… anzi ho una buona liquidità in cassa. No papà non mi serve nulla!”.
Angelo annuì: “Mi piace il tuo spirito imprenditoriale.”.
“L’avrei io una buona proposta per te.”, buttò lì Cesare.
“Di cosa si tratta?”, chiese incuriosito Angelo scavando nel suo sguardo.
“Vorrei acquistare la casa in montagna… è chiusa da molti anni, vorrei sistemarla per passarci il tempo libero; ho sempre amato quel luogo.”.
“Già! Abbiamo passato bellissimi momenti lassù”, sospirò Angelo poi, dopo una breve riflessione esclamò: “E’ tua, te la regalo!”.
“No papà, per essere mia la devo comprare, dimmi quanto vuoi.”.
Angelo s’imbrunì: “Mi stai offendendo… sei il mio unico figlio, tutto quello che ho domani sarà tuo. Non accetterò neanche una lira per quella casa; domani dirò al notaio di preparare i documenti per la donazione!”.
Cesare stava per ribattere, ma Angelo lo anticipò: “Non voglio sentire ragioni, o si fa come dico io, oppure la casa la vendo a un altro!”.
“A questo punto, non posso far atro che accettare la tua proposta… volevo spendere qualcosa di meno, ma va bene ugualmente.”, concluse ridendo, trascinando al riso anche il padre.
“E’ mia!”, esclamò Cesare, prima di firmare, davanti al notaio, i documenti del passaggio di proprietà.
“Sì ora è tutta tua!”, replicò Angelo passandogli le chiavi.

Stringeva fra le mani le chiavi della casa, e già fantasticava di splendidi periodi da trascorrere nel suo buen retiro.
“Dovrò prendermi un paio di giorni per sistemare la casa, te la senti di venire a darmi una mano?”, chiese a Silvia.
“Due giorni, dormiremo la?”.
“Beh, sì, ci vogliono tre ore buone di macchina per tornare. Ci sono tre camere, se l’elettricista e l’idraulico riusciranno a sistemare gli impianti, dormiremo la.”.
“E se non ci riusciranno?”.
“Prenoterò due camere all’albergo, giù in paese.”.
“Hai già scelto il giorno?”.
“La settimana prossima ho tre giorni vuoti, non prenderò altri impegni; partiremo giovedì, così se non dovessero bastare due giorni per rassettare la casa, potremo sfruttare il sabato e, al limite, anche la domenica.”.
“Non sarà una passeggiata di salute, ci sarà da lavorare duro!”.
“Lo so… ti pagherò bene.”.
“Bene quanto?”.
“Diciamo…un cinquanta per cento in più della paga base.”.
Silvia non rispose, allora Cesare buttò lì un’offerta impossibile da rifiutare: “Va bene, ti darò il doppio.”.
Poi, vedendola ancora titubante, aggiunse: “Più il pranzo… ed anche la cena, nel ristorante del paese. E’ la mia ultima offerta, oltre non posso proprio andare, mi sto svenando.”, concluse passando l’unghia del pollice destro sul polso sinistro.
“No, non lo fare! Non voglio averti sulla coscienza, accetto l’offerta!”, esclamò lei ridendo.

Partirono alle sei di mattina, e alle nove passate da pochi minuti scendevano dalla macchina parcheggiata davanti alla casa.
“Ma è bellissimo!”, esclamò Silvia stupefatta girando con lo sguardo sulle alte vette che abbracciavano la casa sita su un prato al limitare del bosco.
“Hai mai visto niente di più bello? Ci passerei il resto dei miei giorni in questo paradiso.”, disse Cesare, esprimendo con gli occhi e con la voce tutta l’emozione che quel luogo riusciva a trasmettergli.
“Come ti capisco, sarebbe bellissimo vivere fra queste fragranze che allargano cuore e respiro.”, ribatté Silvia, inspirando a pieni polmoni.
L’ansimante motore di un furgone che s’inerpicava sulla stretta e ripida salita, li distolse dall’incanto.
“E’ l’elettricista!”, confermò Cesare.
Poco dopo l’ansimare di un secondo motore preannunciò l’arrivo anche dell’idraulico.
Dopo essersi presentati, i quattro entrarono in casa dandosi subito da fare.
Mentre l’elettricista e l’idraulico sistemavano gli impianti, Silvia e Cesare rassettarono le camere.
Dopo la pausa pranzo, al ristorante come promesso, Silvia e Cesare terminarono di sistemare le camere: “Abbiamo fatto un ottimo lavoro… a sala e cucina ci penseremo domani.”, disse Cesare dando una rapida occhiata alle camere.
L’idraulico terminò il lavoro prima di sera, ma l’elettricista scuotendo il capo gelò le speranze di Cesare: “Il sole sta calando dietro le cime, fra poco farà buio, devo terminare l’allacciamento all’esterno, dovrò tornare domattina.”.
“Peccato, avrei voluto dormire qui… proprio non ce la fa?”, chiese Cesare.
“Mi spiace.”, fu la laconica risposta che spense ogni residua speranza.
“Va beh!”, sospirò Cesare: “Vorrà dire che dormiremo giù, all’albergo.”.

Seduto nel salottino dell’albergo Cesare attendeva che Silvia scendesse per la cena.
Dopo una lunga doccia rilassante Silvia indossò l’abitino messo in valigia giustappunto per la cena al ristorante.
Cesare lanciò lo sguardo lungo la scala, e un’esclamazione spontanea di meraviglia risuonò nel locale: “Sei stupenda!”, il sorriso contenuto di Silvia, certificò che il complimento era giunto al suo orecchio.
Discese le scale, si avvicinò a Cesare e ricambiò, con un timido: “Grazie.”, appena sussurrato.
“Di nulla, la mia era solo una constatazione incontrovertibile.” replicò sorridendo Cesare, e concluse: “Vogliamo andare?”, indicando la sala del ristorante.
Effettivamente, il vestito panna poco lasciava all’immaginazione; copiando fedelmente le forme si fermava ben al di sopra delle ginocchia, esaltando il colore ambrato delle gambe.
“Che atmosfera cupa.”, disse Silvia osservando la sala da pranzo.
“Cosa?”.
“Queste pareti di legno scuro, le poltroncine di cuoio testa di moro, non rallegrano certo l’animo.”, precisò lei.
“E’ arredato secondo i canoni tipici dell’ambiente montano.”.
“E’ vero, ma potevano fare di meglio; avrebbero dovuto usare legni chiari, stoffe colorate e allegre… sai cosa intendo vero?”.
“Sì, intendi come casa mia.”.
“Ecco, appunto, stamane entrando in casa tua per la prima volta, mi si è aperto il cuore. Entrando qui quasi mi prendeva un colpo.”, confermò, ridendo.
“Una buona cena, innaffiata con un vinello giusto, ti riaprirà il cuore.”, concluse Cesare invitandola a sedersi.
L’empatia consolidata da tempo, crebbe in modo esponenziale al consumo di un vinello morbido che andava giù che era un piacere; ridendo e scherzando dimenticarono la stanchezza accumulata durante il giorno: “Mio Dio, le undici e mezzo!”, esclamò Silvia guardando l’orologio che portava al polso.
“Meglio andare a dormire, domani ci attende una giornata molto pesante.”, aggiunse alzandosi da tavola.
Un capogiro le fece capire che il vinello sarà stato anche morbido, ma il suo lavoro lo aveva fatto ugualmente.
Cesare vedendola sbandare, la soccorse offrendole il suo braccio: “Appoggiati!”.
L’appoggio la aiutò a percorrere il tragitto fino alla scala, da lì in avanti Cesare dovette cinturarla passandole un braccio dietro la schiena per farla salire.
“Siamo arrivati, ce la fai a entrare da sola?”, le chiese Cesare, arrestandosi davanti alla porta della sua camera.
“Non lo so!”, rispose lei.
Cesare aprì la porta, la accompagnò accanto al letto e, piegandosi la adagiò sopra le lenzuola.
Fu in quel momento che l’approccio iniziato un anno prima, giunse al suo naturale epilogo; le labbra si sfiorarono, i corpi si sovrapposero e fu una notte indimenticabile per entrambi, grazie anche all’iniziale aiuto del vinello abbondantemente ingurgitato.

“Non dovrà accadere mai più!”, disse l’imbronciata Silvia il mattino seguente, mentre in macchina risalivano i tornanti che dal paese arrivavano sino alla casa.
“Ti sei pentita?”, chiese Cesare, con lo sguardo teso sulla stretta striscia d’asfalto.
“Non ho detto questo.”.
“E allora, qual è il problema; io l’ho trovato stupendo…”.
“Ora basta, non voglio più parlarne… è pietoso far l’amore da ubriachi!”, l’interrupe Silvia inalberandosi.
Cesare si ammutolì, lei anche, l’atmosfera nell’abitacolo si fece pesante; mente arrestava la macchina davanti alla casa, Cesare, girando lo sguardo alla sua destra, incrociò gli occhi di Silvia: “Quello di ieri notte… è stato amore nonostante…”, sussurrò perdendosi nelle sue pupille.
Lei serrò le labbra, come a voler trattenere un sorriso che le sfuggì dagli angoli della bocca, poi aprì la portiera e scese.

Alle quattro del pomeriggio, osservando la casa linda e pulita, Cesare poteva esclamare soddisfatto: “Abbiamo fatto veramente un gran bel lavoro!”.
“Sono d’accordo.”, confermò Silvia.
“Posso fare una proposta?”.
“Sentiamo.”.
“Sono stanco, non me la sento di mettermi in macchina e guidare per più di tre ore. L’elettricista ha sistemato l’impianto, potremmo dormire qui e ripartire domattina presto… che ne pensi.”, buttò lì Cesare.
Silvia ci pensò un attimo: “Se sei stanco, è meglio che ti riposi, sono d’accordo.”.
“Molto bene, allora proporrei; dopo una rilassante doccia, una bella cena in paese e poi subito a nanna!”.
“Sì, ma questa volta niente vino!”, puntualizzò ironicamente Silvia.
“Promesso! Niente vino… magari un grappino alla fine?”, chiosò Cesare, indicando la misura avvicinando l’indice al pollice.

Quella sera non bevvero né il vino né il grappino, eppure quando s’infilarono nello stesso letto; fu ancora amore… nonostante.

CONTINUA...


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