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lavoro pubblicato mercoledì 20 maggio 2015
ultima lettura venerdì 29 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Improvvisamente a Gerusalemme - Prima Parte

di Legend. Letto 460 volte. Dallo scaffale Fantasia

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Improvvisamente a Gerusalemme - Prima Parte

(Vorrei proporvi una storia di qualche anno fa, beh, ad essere sinceri è di molti anni fa e in verità non è proprio una storia ma potrei definirlo un saggio divulgativo su uno dei miei sogni folli, con cui ho voluto cimentarmi, dando a questo scritto i toni di una storia fantastica.

Una storia in cui ho mescolato notizie, racconti esperienze personali e non, interviste reali e sogni.

Partiamo da un ricordo (non mio) autentico e doloroso della nostra storia nazionale, per finire con un viaggio in parte autentico, in parte trascritto da un altro racconto e in parte inventato su due piedi.

Cosa vi debbo dire, forse non è vero che la vita va come noi vogliamo che vada. Sono sempre più convinta che lei faccia la sua strada e noi la nostra e molto spesso non è la stessa strada.

Spero soltanto di non mettere a dura prova la pazienza di qualche lettore credente, ma se tuttavia dovesse accadere, vi prego di scusare la mia audacia.)

#

Il rullio dell'aereo sulla pista mi portò il ricordo più triste della mia vita, gli ultimi anni della guerra. Ricordavo fin troppo bene quei giorni di 18 anni prima.

Avevo 10 anni, abitavamo a Roma, in Via Marmorata, di li, seguendo mia madre scendere in strada ed entrare nella storia fu questione di un attimo.

Accanto a noi avevamo un militare italiano, armato, era giovanissimo, ci sorrise e ci disse di ripararci nel portone, me la feci sotto quando qualche ora più tardi fu colpito e cadde in terra senza emettere un solo lamento.

Mia madre uscì in strada urlando, raccolse il moschetto e prese il suo posto. Non ricordo per quanto andammo avanti, ma lei fu una delle 43 donne che morirono quel giorno nella battaglia di Porta San Paolo. Io me la cavai soltanto perché mio padre mi trascinò via appena in tempo.

Quando vidi mia madre in terra, accanto al corpo del giovane granatiere, provai una grande pena, non riuscii neppure a piangere, ma prima di essere trascinata via da mio padre giurai alla mamma che un giorno sarei andata a Gerusalemme, avrei fatto al suo posto quel viaggio nella città in cui era nata.

Gerusalemme, venerdì 8 Settembre 1961

Benché fossi ancora turbata per la mia personale situazione; la recente morte della mia piccolina, Rachele, la mia amatissima bambina di pochi mesi e la separazione da mio marito, quel pomeriggio di Settembre l'antica città vecchia di Gerusalemme non appariva influenzata dell'attività tipica del venerdì e anch'io, tutto sommato, non sembravo molto diversa dagli altri pellegrini che arrivano da ogni angolo del pianeta.

Nell'aria, mossa appena da una leggera brezza, aleggiavano migliaia di anni di storia. Ero sulla via Dolorosa e il mio cuore sembrò non essersi accorto che non avrebbe potuto sostenere per molto il suo ritmo frenetico.

Mi poggiai ad un muro per piangere e dargli il tempo di riprendere i suoi normali tempi. Pian piano lui riprese a fare il bravo ed io lentamente ripresi la strada.

Asciugai il pianto e fermai il mio sguardo sui volti dei fedeli che si affrettavano a raggiungere i rispettivi luoghi di culto.

Ripresi a percorrere la Via Dolorosa, un'aggrovigliata successione di stradine tortuose e selciate, che da duemila anni segnano il percorso della crocifissione. Provai un senso di penoso smarrimento nel calcare quelle selci quando mi resi conto che forse era proprio su quell'acciottolato che Gesù Cristo, ferito e sanguinante, aveva iniziato ad affrontare il destino che Dio aveva disegnato per lui.

Fin dalla mia più tenera età, mia madre mi aveva più volte parlato di Gerusalemme, la città dove ella era nata, ripetendomi che un giorno saremmo andate assieme a visitarla e se quel giorno, percorrendo la via dolorosa mi fossi sentita strana, affermò sorridendomi, forse avrei scoperto di essere un'altra donna.

Ovviamente non capii a cosa si riferissero quelle misteriose parole, né lei volle mai darmi successive spiegazioni, ma di certo fu per quel motivo che in me rimase impresso quel sentimento di misticismo che ora mi frullava nella testa.

L'inebriante brezza pomeridiana portò alla mia mente, già carica di turbamenti, una vecchia poesia della mamma:

Come i poveri

mi attacco

ad umilianti speranze.

Come loro per vivere mi batto

per una vita che non sembri sogno.

Amo tutti,

ma in segreto,

di loro

m'innamoro.

E fu allora che, come se mi fossi improvvisamente risvegliata da un lungo sonno, avvertii un'aria nuova che mi fece dimenticare il penoso stato depressivo che mi aveva tenuta rinchiusa cinque giorni interi in albergo.

Per la verità sentivo ancora nella mia testa il terrore degli ultimi attacchi di panico dopo l'abbandono della mia casa, di mio marito e di quelli che erano stati i miei affetti, ma mi ero fatta forza ed ero uscita dalla camera d'albergo come spinta da una forza travolgente.

Ed ecco che finalmente ero in strada, con in mano una guida che descriveva la via da percorrere per raggiungere le quattordici stazioni che contrassegnano il percorso di Cristo.

«Abitavamo in una casa prossima all'ottava stazione della via crucis» Mi aveva raccontato la mamma.

«Signora, vuole un rosario?»

«Signora, posso farle da guida?»

Come la maggior parte delle donne occidentali, fui costretta a rifiutare le offerte dei venditori ambulanti di Gerusalemme. Alcuni di loro erano davvero implacabili nel tentare di vendere le loro merci o i loro servizi. Altri, invece, erano semplicemente attratti dai miei lunghi capelli rosso rame e la carnagione chiara, una combinazione alquanto esotica in quella parte del mondo.

Respinsi i venditori con un garbato, ma deciso: «No, grazie». Quindi distolsi lo sguardo e mi allontanai pensando che forse avevo fatto male i miei calcoli, non ero ancora pronta ad affrontare Gerusalemme.

Fortunatamente dopo poco il mio stato di allerta si tranquillizzò e allora tornai con la mente a prima della partenza.

Mi ero preparata con molta cura per evitare qualsiasi trabocchetto proveniente dalla cultura di quella vecchia città. Quel viaggio era stato il sogno segreto di mia madre, ed ora non avevo nessuna intenzione di perdermi quel piacere che avevo lungamente atteso.

Mi sembrava d'essere una corda di violino, talmente tesa che poco prima mi ero commossa fino alle lacrime per l'intensità e la bellezza della Cappella della Flagellazione dove Gesù era stato fustigato.

I miei avevano voluto che la mia religione fosse cattolica cristiana, la stessa di mio padre, ma sebbene fossi rimasta una cattolica cristiana sui generis, quel turbamento non era stata una reazione emotiva del tutto inaspettata. Non so come o perché, ma sentivo che in quel luogo sarebbe dovuto accadermi qualcosa, nonostante mi fossi accostata al rapporto con la città e la sua storia, più con la testa che con il cuore.

Ripresi il percorso, ma il groviglio di strade della città vecchia si rivelò ingannevole sebbene disponessi di una buona mappa.

I punti di riferimento spesso erano antichi e sfuggivano facilmente a chi non era pratico della zona. Imprecai alla mia maniera quando mi resi conto di essermi nuovamente persa.

Mi fermai davanti all'entrata di un negozio per ripararmi dai raggi del sole. Il caldo era ancora elevato e non era affatto diminuito con l'avanzare del pomeriggio.

Usai la guida per ripararmi gli occhi dal bagliore e mi guardai attorno nel tentativo di orientarmi.

«L'ottava stazione deve essere da qualche parte qui attorno» Borbottai fra me.

Quel posto aveva un'importanza particolare, era il luogo in cui era cresciuta mia madre e volevo sentirmi parte di quella storia così come l'aveva vissuta lei.

Tornai a consultare la guida, quando improvvisamente qualcuno bussò con forza alla vetrina dietro di me.

Mi voltai aspettandomi di vedere il proprietario del negozio furioso perché stavo bloccando l'entrata.

Invece il volto che mi trovai davanti era sorridente.

Un uomo di mezza età, vestito in abiti occidentali, aprì la porta del negozio di antiquariato e m'invitò ad entrare.

Si espresse in un ottimo italiano, quasi privo di accento.

«Entri la prego, lei è la benvenuta! Io sono Mahmud. Si è persa?»

Scossi sconsolatamente il capo sorridendo.

«Come sapeva che sono Italiana?»

«Osservando con attenzione la guida che ha in mano» replicò lui

«È vero, mi scusi, sono frastornata dalla bellezza di questa città, stavo cercando l'ottava stazione. La cartina mostra che...»

Mahmud emise un'allegra risata.

«Sì, sì, ho capito, l'ottava stazione, dove i soldati presero Simone di Cirène che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù. Guardi, non può sbagliare, deve andare da quella parte, c'è una croce sopra il muro di pietra annerita dal tempo, però faccia attenzione e si concentri, non è facile vederla, ed ora mi consenta di farle una domanda…perché l'ottava stazione?»

«Mia madre è vissuta in questa parte di città»

«Qual'è il nome di sua madre?»

«Anna Sefarad»

«Sua madre è spagnola?»

«Si, la sua famiglia proveniva dalla Spagna, non capisco»

«Tranquilla, in ebraico il cognome di sua madre significa Spagna»

Mahmud mi lanciò uno sguardo penetrante prima di continuare.

«Creda a me, qui a Gerusalemme si deve essere molto attenti se si vuole vedere ogni cosa per ciò che realmente è»

Con un sorriso lo ringraziai e mi volsi per proseguire, ma mi bloccai quando un oggetto, esposto nella vetrina, catturò la mia attenzione.

Lui notò il mio sguardo curioso e si fece da parte sulla porta.

«Si accomodi, entri pure»

Entrai.

Il negozio di Mahmud era uno dei luoghi più sorprendenti che avessi mai visto.

Aveva di tutto, dagli autentici pezzi d'antiquariato, alle lampade ad olio risalenti all'epoca di Cristo, monete con l'emblema di Ponzio Pilato. Mi avvicinai alla vetrina dove il mio interesse era stato catturato da un anello di foggia semplicissima e nello stesso tempo attraente.

Era un cerchio d'argento con sopra saldato un disco dello stesso metallo.

Quando Mahmud capì cosa stavo guardando prese l'anello dalla bacheca e me lo porse.

«Prego, può guardarlo, sa?»

Un raggio di luce illuminò la parte superiore dell'anello rivelando un disegno creato nel metallo ormai logoro dal tempo. Il disegno era formato da nove puntini incisi profondamente che formavano una croce.

«Perché ha scelto proprio questo anello?» Chiese Mahmud.

I suoi modi gioviali erano improvvisamente spariti. Ora aveva l'aria grave, preoccupata e mi guardava con attenzione.

«Non lo so, ma ricordo di aver già visto una moneta simile. A quale epoca risale?» chiesi

«Difficile dirlo. I miei esperti affermano che l'anello è di fattura bizantina, probabilmente del quarto secolo, ma il disco deve essere sicuramente molto più antico, forse una moneta.»

Guardai con interesse il disegno formato dai puntini.

«Qualcosa di simile a questa l'ho vista al collo di mia madre. Che moneta pensa possa essere, lo sa?»

«Una Dilepton Lituus, una moneta coniata durante il regno di Ponzio Pilato»

«E sa dirmi cosa simboleggia?»

L'espressione del volto di Mahmud si fece più tesa.

«Certamente i punti simboleggiano una croce, ma sono successivi al conio e non si può dire con certezza cosa avesse in mente di creare un artigiano mille e seicento anni fa. Non possiamo pretendere di conoscere quello che sapevano gli antichi.»

Ebbi la sensazione che quella del mercante fosse una strategia di vendita, così gli restituì l'anello.

«Certo che no! Ecco! Riprenda il suo anello, grazie. È bellissimo, la mia era soltanto curiosità e poi mi sono ripromessa di non spendere denaro oggi»

«Ha ancora quella medaglia sua madre?» mormorò lui riprendendo tra le mani l'anello.

«No, mia madre morì durante la battaglia di Porta San Paolo a Roma. Non abbiamo mai saputo che fine abbia fato il suo corpo, né cosa ne sia stato della medaglia»

«Mi dispiace, sa una cosa? Tornando indietro con i miei ricordi credo di rammentare una bambina dai capelli rossi come i suoi giocare in queste vie»

«Davvero? Oh mio Dio! Lei potrebbe aver conosciuto mia madre quando era bambina?»

«Se parliamo della stessa persona, si è possibile»

«Quante donne arabe hanno i capelli rossi?» Chiesi

«Fino ad allora non ne avevo mai viste, ma oggi le cose stanno cambiando»

«Mi parli di quella bambina, vuole?»

«Si, conoscevo i genitori di quella bambina, si trasferirono in questa parte della città dopo che furono cacciati dalla Porta dei Leoni»

«La Porta dei Leoni? Oh si, mia madre a volte mi parlava di quella porta, lei sa perché furono cacciati?»

«Immagino sia stato per i soliti motivi religiosi, ora quella porta non esiste più. Era sulla collina Bethesda, non si spaventi, Bethesda è una parola ebraica che significa casa degli ulivi. Oggi è un quartiere mussulmano della parte settentrionale della Città Vecchia tra il Tempio e la Porta dei Leoni. Non vi sono più uliveti, ma case bianche e vie strette che si arrampicano su per la collina tra siti archeologici e giardini di palme. È una zona ricca di memorie storiche. Secondo la tradizione in una di queste antiche case di pietra vivevano Anna e Gioacchino, i genitori della Vergine Maria, lei è cristiana, vero?»

«Cosa glielo fa credere?»

« Me lo ha confermato quella croce appesa alla catenina che ha al collo»

«Si è vero, sono di religione cristiana» Mormorai confusa sfiorando con la mano la croce che fuoriusciva dalla camicetta che indossavo

«Questa leggenda non riguarda soltanto i cristiani, in arabo la Porta dei Leoni che conduce verso il Monte degli Ulivi, è chiamata Bab Sitti Maryam, Porta di Maria. In quel sito i Crociati edificarono la Chiesa di Sant'Anna e li si trova la Piscina Probatica...il luogo dove, secondo il Vangelo, Gesù ha guarito un paralitico»

«Continui la prego, mi parli di mia madre»

«Potrei davvero aver conosciuto sua madre, così come conobbi tanti altri bambini poi fuggiti da questa città.»

«Vorrei farle un'infinità di domande, ma capisco che avrà da curare i suoi interessi e non può perdere tempo con me. Posso tornare a farle visita? Quell'anello mi ha stregato»

«Torni quando vuole»

«Lo farò, grazie. È un bellissimo anello, vedrà che prima o poi qualcuno glielo comprerà»

«Non si preoccupi mia signora,» replicò Mahmud «torni quando vuole, tanto questo anello non è in vendita.»

«Oh!! Perché non è in vendita?»

«Semplicemente perché mi sono sempre rifiutato di venderlo. Può provarlo ora senza alcun timore, così, magari per vedere come le sta.»

Forse perché il tono era tornato cordiale o forse perché fui io a sentirmi meno pressata, ripresi dalle sue mani l'anello e lo infilai all'anulare destro.

Mi stava alla perfezione.

«È un anello da portare alla mano sinistra» Disse lui

«Perché?» chiesi

«È un anello che veniva usato nelle celebrazioni nuziali, ma le sta bene anche qui» Mahmud annuì serio e sussurrò quasi fra sé «Sembra sia stato fatto appositamente per lei».

Sollevò la mia mano per portarla alla luce e fissò l'anello.

«Ha una mano molto delicata»

Annuii distrattamente senza riuscire a staccare lo sguardo dall'anello.

«Non le piace?» chiese lui

«Per carità, è bellissimo. Non capisco come può essere ancora nella sua vetrina.» Risposi

«Forse perché deve essere suo»

Guardai l'uomo con aria sospettosa temendo nuovamente che fosse un trucco per convincermi a comprarlo.

«Credevo avesse detto che non era in vendita»

«Infatti!»

Feci per togliermi l'anello, ma il negoziante obiettò con veemenza, alzando le mani in segno di protesta.

«No. La prego!»

«È questo il momento in cui dobbiamo contrattare? Quanto vuole?» Chiesi sorridendo

Per un istante Mahmud sembrò profondamente offeso, poi rispose in un tono di voce che mi sorprese.

«Lei ha frainteso mia signora. Questo anello mi è stato affidato perché lo custodissi in attesa che arrivasse la mano giusta. La mano per cui fu creato. Ora so che quella mano è la sua. Non posso venderle ciò che è già suo»

Sorpresa dal tono di quelle parole abbassai lo sguardo verso l'anello, poi tornai a guardare Mahmud, con aria incerta.

«Non capisco.» mormorai confusa

Mahmud sorrise e si incamminò verso l'uscita del negozio.

«Forse ora no, ma capirà. Per il momento tenga pure l'anello alla mano senza porsi domande, lo consideri un regalo»

«Non posso proprio, è un anello di grande valore»

«Si è di grande valore, ma per il mondo non vale 150 Piastre giordane e comunque lei deve accettare. Se non lo farà io avrò fallito. Non vorrà certo avermi sulla coscienza, vero?»

Scossi il capo mentre lui mi incalzava verso la porta.

«Non so proprio cosa dire per ringraziarla.» Provai a borbottare

«Non è necessario. Ora può proseguire la sua visita alla città. I misteri di Gerusalemme sono alla sua portata»

Mahmud aprì la porta.

«La pace sia con te, Maria e non aver paura dei sogni» sussurrò poi.

Scesi il gradino e mi fermai voltandomi a guardare il mercante.

«Come ha detto, scusi?»

Mahmud scosse il capo rivolgendomi il suo sorriso enigmatico.

«Le ho detto addio, mia signora!»

Fine Prima parte



Commenti

pubblicato il mercoledì 20 maggio 2015
zero1in2condotta, ha scritto: Da anni ti leggo, quando per la prima volta mi inscrissi su un Sito letterario, e ti leggo ove trovo un tuo nick, pertanto sono autorizzata (:)) a definire questo RACCONTO, non solo un capolavoro, perfino storico, ma una narrazione di grande ispirazione. Ripeto: un CAPOLAVORO da biblioteca. E' incredibile che un uomo possa così elementarmente immedesimarsi in una donna. Forse Maria veramente si comportò come la tua protagonista. Dejà vu: c'eri? RIVERISCO
pubblicato il mercoledì 20 maggio 2015
Legend, ha scritto: Non ci allarghiamo troppo...è soltanto un racconto e ti posso confermare che non c'ero.

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