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lavoro pubblicato mercoledì 20 maggio 2015
ultima lettura martedì 21 maggio 2019

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La stirpe dei Barbotti - capitolo 6

di vecchiofrack. Letto 437 volte. Dallo scaffale Storia

CAPITOLO SEI: LA GRANDE ILLUSIONE Nonostante la filosofia di vita che ispirava Angelo, il dopoguerra non fu affatto lieve nemmeno per lui; gli amici discutendo di politica finivano immancabilmente per scontrarsi, e ad Angelo, l’unico non sch...

CAPITOLO SEI: LA GRANDE ILLUSIONE
Nonostante la filosofia di vita che ispirava Angelo, il dopoguerra non fu affatto lieve nemmeno per lui; gli amici discutendo di politica finivano immancabilmente per scontrarsi, e ad Angelo, l’unico non schierato politicamente, toccava immancabilmente il compito da far da paciere.
Con l’incancrenirsi del disagio sociale gli scontri si fecero sempre più duri e frequenti, e la compagnia di amici andò velocemente sfaldandosi.
Angelo continuò a rigettare ogni invito a schierarsi, decretando in tal modo il suo isolamento dai vecchi amici divisi da idee rivoluzionarie divergenti.
Il lieve dopoguerra, rimase solo nei sogni di un ragazzo poco più che ventenne, quegli anni che delusero i vincitori ed esacerbarono l’animo dei vinti, furono il terreno di coltura della più grande tragedia che l’umanità ricordi.
Alla marcia su Roma, seguì il delitto Matteotti e l’avvento della dittatura; sette anni dopo la fine della guerra, Angelo gettò alle ortiche la filosofia del lieve vivere e, al pari di molti altri Italiani, per puro interesse personale s’iscrisse al partito fascista.
Gli anni ruggenti convinsero anche lui che Mussolini; sarebbe stato il duce che avrebbe riportato Roma all’epoca aurea dei Cesari: “Quando il treno della storia passa, o ti scansi e lo perdi, o ci salti sopra e partecipi al cambiamento.”, disse a suo padre che, sorridendo ironicamente, gli chiedeva conto del suo inaspettato voltafaccia.
“Al cambiamento o alla spartizione delle ricche commesse innescate dalla politica espansionistica e sociale del duce?”, lo pungolò Francesco Giuseppe.
“L’un cosa, non esclude necessariamente l’altra.”, chiosò Angelo trascinandolo al riso.
Le commesse arrivarono copiose, e la segheria in crisi da tempo, riprese a sfornare tavole, travi e traversine a pieno regime.

A trentacinque anni Angelo era un ricco signore scapolo, oggetto dell’attenzione delle ragazze del luogo, alle quali si concedeva volentieri per qualche incontro, senza mai promettersi a nessuna di loro.
“Trovati una donna, possibilmente ricca, sposala e fai al più presto un figlio! Voglio diventare nonno, voglio stringere fra le braccia l’erede che perpetuerà la stirpe!”, tuonava il vecchio Francesco Giuseppe, vedendo il tempo scorrere senza che il figlio si decidesse a metter su famiglia.
Passarono altri due anni prima che Angelo incrociasse lo sguardo dell’amore.
“Mi chiamo Silvia, signore.”, disse con un filo di voce abbassando il capo, la ragazza diciassettenne accompagnata dalla madre a prendere servizio a casa Barbotti.
“Chiamami pure Angelo… signore riservalo per mio padre.”, disse lui perdendosi in due occhi verdi mai visti prima d’allora.
“Come desidera, Angelo.”, rispose lei sorridendo.
Fu un gioco da ragazzi per Angelo, promettendole amore eterno, portarsela aletto.

Nel maggio del millenovecentotrentotto le vie del paese vennero pavesate a festa per l’arrivo del nuovo podestà; un latifondista che viveva in una grande cascina della zona con la moglie e la figlia trentenne, Arianna.
Angelo e Arianna fecero coppia fissa durante il pranzo organizzato dal partito, e di seguito ballarono fino a tarda sera, sotto lo sguardo interessato dei genitori che, accordandosi fra loro, organizzarono altri incontri fra i due, a casa di Francesco Giuseppe e nella cascina del podestà: Achille Rambone.
La palese intenzione delle famiglie di far nascere qualcosa fra i due, indispettì Silvia che, dopo aver sopportato per due mesi le frequenti visite di Arianna a casa di Angelo, sbottò: “Che ci fa quella sempre fra i piedi?”.
Angelo guardò dalla finestra e vide Arianna aiutata dal padre scendere dalla macchina: “Zitta, potrebbe sentirti.”.
“E allora! Che ascolti pure… posso sapere cosa rappresenta per te?”.
“E’ un’amica!”.
“Un’amica? Sei sicuro, la cosa mi puzza!”.
“Un’amica speciale…”, rispose Angelo facendosi serio, attese qualche attimo poi, notando lo sguardo di Silvia immalinconirsi, sorrise e proseguì: “Ma dai… sto scherzando!”.
“Io invece sono seria… cacciala via!”.
“Mah… sei impazzita!”.
“Se mi ami, la devi cacciare!”.
“Non fare la bambina…”.
“Non sono una bambina!”, esclamò con voce stridula.
“Ora basta, solo una bambina può chiedermi di cacciare fuori da casa il podestà e sua figlia! Vai a fare il tuo lavoro, e non tornare fino a quando non se ne saranno andati!”, l’apostrofò Angelo con un tono che non ammetteva repliche.
Le liti con l’intensificarsi della presenza di Arianna dentro casa si fecero sempre più frequenti; Silvia capiva che lo stava perdendo; lei, oltre alla bellezza a dir poco imbarazzante e l’amore sincero, non aveva nient’altro da offrire.
Arianna, sicuramente meno bella e forse anche meno innamorata, possedeva tutto il resto: ricchezza e potere.
Toccava ad Angelo mettere sulla bilancia i pregi e i difetti e scegliere; fosse stato ancora il sognatore di un tempo, non ci sarebbero stati dubbi, avrebbe scelto l’amore.
Ma il tempo aveva mutato il ragazzo in un uomo pragmatico, che strizzava l’occhio al potere, e questo fece pendere il piatto della bilancia dalla parte di Arianna.

Angelo e Arianna si sposarono un mese prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale ed andarono a vivere nella grande cascina del podestà.
Il vecchio Francesco Giuseppe rimase nella casa di famiglia assieme alla donna di servizio, Silvia, che dopo un periodo di burrasca in seguito al matrimonio di Angelo, riprese a frequentarlo diventando nota come: la giovane amante ventenne del ricco fascista quarantenne.
L’erede della stirpe venne alla luce poco dopo l’entrata in guerra dell’Italia; il nonno materno, il podestà Achille Rambone avrebbe desiderato per il primo nipote un nome altisonante; quello del suo infallibile duce!
Ma Arianna e Angelo avevano da tempo scelto di chiamarlo in altro modo, e impuntandosi provarono a far valere il loro legittimo diritto.
“Alessandro, mio figlio porterà con onore il nome del grande condottiero macedone!”, tuonò Angelo.
“Farai scoppiare la bile a tuo suocero!”, affermò sorridendo Francesco Giuseppe, aggiungendo: “Fossi in te se proprio non ti piace il nome del duce, opterei sì per un grande condottiero, ma che sia perlomeno romano… secondo il mio modesto parere, se lo chiamassi Cesare, salveresti capra e cavoli.”.
Angelo per una volta diede ascolto al padre e, chiamando il figlio Cesare, attenuò la delusione del podestà.
Achille Rambone, pur avendo partecipato alla marcia su Roma, non era certo quello che si poteva definire, un fascista duro e puro; fra le mura domestiche criticò aspramente l’emanazione delle leggi razziali, limitando la loro applicazione al minimo indispensabile per non essere tacciato di disfattismo nel territorio di sua competenza, avversò anche l’alleanza e la successiva entrata in guerra a fianco dei nazisti, salvo poi, dopo i primi fulminanti successi militari, schierarsi
apertamente a favore della politica guerrafondaia del suo duce.

L’otto settembre del millenovecentoquarantatre, cancellò ogni residua speranza di vittoria, la vendicativa repubblica sociale s’instaurò nel nord ancora sotto il giogo nazifascista; Achille Rambone comprese che quella parvenza di stato sociale, un fantoccio messo lì dagli alleati nazisti, sarebbe stato solo una lunga e dolorosa agonia verso l’ineluttabile, e che se voleva salvarsi dal disastro doveva assolutamente fare qualcosa di straordinario, da poter esibire dopo la disfatta come atto eroico.

Angelo, che aveva fin da subito bollato le leggi razziali come una mostruosità, forte del rapporto con il podestà, non si fece intimidire quando, subito dopo la loro emanazione, quattro ragazzotti si presentarono in segheria pretendendo il licenziamento di due operai di origine ebraica: “Fuori dalle palle!”, urlò rincorrendoli con una staggia in mano.
Sorpresi dall’accoglienza, poco amichevole, i quattro se la diedero a gambe e non si fecero più vedere.
Erano passati più di cinque anni da quel giorno, quando due di quei ragazzotti inguainati nella divisa della decima mas si ripresentarono in segheria: “Siamo venuti a prendere i due ebrei che lavorano con te!”, tuonò il più duro dei due.
“Ci conosciamo? Siamo amici? Io dico di no!”, rispose con un tono strafottente Angelo.
I due non compresero e si guardarono allibiti.
“Io do del tu soltanto agli amici!”, precisò con sarcasmo Angelo.
“Non fare lo spiritoso!”, ringhiò l’altro.
“Non sto facendo dello spirito, vi chiedo semplicemente di usare l’educazione che si conviene entrando in casa d’altri.”, replicò sfidando i loro sguardi.
“Stai calmo!”, esclamò il primo trattenendo per il braccio il suo camerata, poi si rivolse ad Angelo: “Guardi che prendersi gioco della milizia, non è consentito neanche al genero del podestà!”.
“Non lo farei mai, dico solo che la milizia deve usare il tatto necessario per farsi apprezzare dalla popolazione.”.
“Va bene, abbiamo capito… ora ci dica dove sono gli ebrei!”.
“Avete fatto un viaggio a vuoto. Li ho licenziati un mese fa!”.
“Davvero?”.
“Parola di fascista!”, esclamò, tendendo il braccio nel classico gesto del saluto.
“Questa volta voglio crederle… ma l’avverto; la prossima volta torneremo in forze e rivolteremo questo posto come un calzino, e allora se avrà mentito passerà dei guai seri!”, concluse, irrigidendosi, al pari dell’altro, nel saluto fascista.

“Torneranno?”, chiese uno dei due operai, spaventato a morte.
“Torneranno!”, confermò Angelo
“Dobbiamo scappare!”, aggiunse l’altro operaio.
“E dove andrete?”.
“Non lo so, ma qua non posiamo più stare.”.
“Vivete da soli?”.
“Sì”.
“Nessun parente?”.
“No, sei anni fa siamo saliti al nord in cerca di lavoro, le nostre famiglie sono al sicuro, in Campania.”.
Angelo rifletté a lungo camminando avanti e indietro, inseguito dallo sguardo preoccupato dei due: “Potrebbero cercarvi a casa… questa sera dormirete qui… domani vedrò di sistemarvi in un posto sicuro.”, concluse indicando l’ufficio della segheria.
Il posto che aveva in mente, era senz’altro il più sicuro che si potesse trovare; la cascina del podestà!

Convincere Achille Rambone non fu una gran fatica; già da qualche tempo discutevano tra loro dell’assoluta necessità di fare qualcosa d’eclatante per dimostrare, dopo l’ormai certa sconfitta, di non avere mai appoggiato i rastrellamenti e le tragiche scorribande delle milizie.
La cascina era immensa, trovare qualcuno fra quelle mura, equivaleva a cercare il classico ago nel pagliaio; inoltre Angelo e suo suocero erano certi che le milizie mai avrebbero osato perquisire la cascina dell’ancora potente podestà.
Prima che spuntasse l’alba, Angelo andò a prelevare i due operai chiusi dentro il suo ufficio e li accompagnò nel nascondiglio, ricavato in uno degli alloggi, sfitti, dei contadini all’interno della cascina.
Poi tornò alla segheria e avverti l’ottantacinquenne Francesco Giuseppe e la ventenne Silvia, che i soldati della milizia sarebbero passatati a perquisire la casa, e che se avessero chiesto conto dei due operai ebrei, dovevano confermare la sua versione; cioè, che i due erano stati licenziati da più di un mese.
“Attento Angelo, stai rischiando grosso!”, lo avvertì il padre.
“Lo so, ma se voglio salvare capre e cavoli, sono costretto ad agire. Abbiamo sbagliato, ci siamo fatti incantare dal grande illusionista che ha condotto la nazione al disastro.”.
“Se non ci fossimo affidati al fascismo, i bolscevichi l’avrebbero già distrutta la nazione!”, ribatté convinto il vecchio.
“Non lo sapremo mai come sarebbe finita… l’unica certezza è il disastro attuale.”, replicò Angelo, poi lo abbracciò e concluse: “Non ti preoccupare papà, andrà tutto bene!”.
“A ottantacinque anni, la preoccupazione per il futuro è il mio ultimo pensiero.”, rispose con voce rotta Francesco Giuseppe, sospirò e aggiunse: “Quello che temo, è che possano fare del male a te e alla tua famiglia.”.
“Non accadrà… non accadrà, stai tranquillo e sereno, tornerò domani… ciao papà.”, concluse avviandosi verso la porta accompagnato da Silvia.
“Angelo!”, esclamò lei seguendolo fuori da casa.
“Cosa c’è?”.
“Non voglio perderti!”, sussurrò Silvia.
“Non mi perderai.”, la rassicurò baciandola, prima di chiosare: “Abbi cura del mio vecchio!”.
“Ti amo!”, l’esclamazione di Silvia echeggiò nel cortile deserto.

CONTINUA...


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