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lavoro pubblicato martedì 19 maggio 2015
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

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La stirpe dei Barbotti - capitolo 5

di vecchiofrack. Letto 479 volte. Dallo scaffale Storia

CAPITOLO CINQUE: LA FAMIGLIA BARBOTTI  “Oggi! Venticinque settembre milleottocentonovantasei, è nato l’erede che perpetuerà la stirpe dei Barbotti!”, declamò Francesco Giuseppe, prendendo dalle braccia di Bea...

CAPITOLO CINQUE: LA FAMIGLIA BARBOTTI

“Oggi! Venticinque settembre milleottocentonovantasei, è nato l’erede che perpetuerà la stirpe dei Barbotti!”, declamò Francesco Giuseppe, prendendo dalle braccia di Beatrice il pargolo nato poche ore prima.
Beatrice, distesa nel letto, sorrise: “E quale sarà il nome del piccolo principe?”, chiese, con una punta d’ironia.
“Mio figlio erediterà il nome dell’uomo che più mi ha amato!”, proclamò Francesco Giuseppe.
“Danilo, il nome di tuo padre.”.
Francesco Giuseppe s’intristì: “Non ho mai conosciuto mio padre.”.
“Mah! Fosti tu a dirmi il suo nome.”, esclamò sorpresa Beatrice.
Francesco Giuseppe guardò con occhi lucidi il figlio che teneva in braccio: “Sì, te lo dissi prima che diventassimo intimi, in seguito avrei voluto correggermi, ma non trovai mai il momento, o il coraggio, per affrontare l’argomento.”.
Con la delusione dipinta nello sguardo, Beatrice espresse la sua disapprovazione: “Dunque il padre patriota che non fece in tempo a riconoscerti, perché fu ucciso dai soldati austriaci, non esiste!”.
“No, mio padre… almeno, così mi disse mia madre ma non ci giurerei, era un ufficiale austriaco. La sua guarnigione fu spostata prima che nascessi, e di lui si persero le tracce. Questo è tutto… perdonami se puoi.”.
“Sono orfana di padre e madre, capisco la tua reticenza… non hai niente di cui farti perdonare.”, disse con tono partecipato, poi, illuminandosi esclamò “Altero, è lui l’uomo che ti ha amato come un figlio!”.
“Sì, Altero è il padre che avrei desiderato avere… e in fondo lo stato davvero. Mio figlio porterà il suo nome, e lo farà con onore, di questo son certo!”, concluse con orgoglio baciando il pargolo.
Francesco Giuseppe poteva finalmente esibire, com’era d’uso nelle potenti famiglie dell’epoca, l’erede che avrebbe perpetuato la dinastia.

Francesco Giuseppe non era certo intenzionato a fermarsi a un solo figlio; nella sua visione del nuovo stato, le grandi dinastie in grado di indirizzare la politica nazionale, sarebbero state le più ricche, non solo di denaro ma anche di figli.
Nonostante la sua quasi quotidiana applicazione al progetto, spesso anche controvoglia, per più di due anni le sue fatiche non furono premiate.
La primavera del milleottocentonovantanove portò, assieme alle rondini e ai prati in fiore, la buona novella: Beatrice attendeva il secondo figlio di Francesco Giuseppe Barbotti.
Beatrice avrebbe gradito una femminuccia, ma la natura, o il buon Dio, decise diversamente; il quattordici novembre milleottocentonovantanove, la famiglia Barbotti festeggiava l’arrivo del secondogenito.
Francesco Giuseppe, lasciò a Beatrice l’onore di scegliere il nome: “Ho pregato perché il buon Dio ci regalasse una femminuccia, l’avrei chiamata Giuditta.”, disse lei.
Francesco Giuseppe abbozzò un sorriso e, annuendo, si mostrò d’accordo con la scelta del nome.
“Ma lui ha deciso di mandarmi questo angelo…”, proseguì guardando il nuovo arrivato: “Si chiamerà Angelo, così ha deciso il buon Dio!”, concluse baciandolo sulla fronte.
“La prossima sarà una bella bambina, e si chiamerà. Giuditta.”, la rincuorò Francesco Giuseppe.
Ma nonostante l’impegno profuso da entrambi, nessun altro vagito d’infante né maschio né femmina arrivò ad allietare casa Barbotti.

Altero e Angelo crebbero sani e forti, contribuendo in modo decisivo alla riabilitazione del buon nome dei Barbotti; l’odio e il rancore lasciato in eredità ai padri dai nonni, si andavano stemprando nel tempo, i due ragazzi crebbero in mezzo agli altri giovani del paese, senza essere respinti o apostrofati come figli o nipoti di spie al servizio del nemico.
Se l’integrazione delle nuove generazioni fu l’elemento decisivo, non si può sottacere l’iniziale apporto della ricchezza accumulata da Francesco Giuseppe; troppo potente la famiglia Barbotti per inimicarsela.

Francesco Giuseppe avrebbe voluto per il suo primogenito un titolo roboante da esibire in società: “Studierai da avvocato, la segheria la manderò avanti con tuo fratello!”, tuonò, quando Altero espresse la sua contrarietà allo studio.
Lo scontro tra padre e figlio proseguì per mesi, con toni a volte anche aspri; scontri duri nei quali la povera Beatrice, dovendo schierarsi obbligatoriamente per una delle parti in causa, finiva inevitabilmente per esserne coinvolta.
Alla fine la cocciutaggine del giovane ebbe la meglio, e il vecchio fu costretto ad arrendersi; a sedici anni Altero buttò i libri in un angolo ed entrò trionfante come coadiuvante del padre in segheria.
Francesco Giuseppe si mise l’animo in pace riversando le sue aspettative sul secondogenito, il quale lo ricambiò con l’ugual moneta usata dal fratello maggiore, buttando i libri in un angolo in ancor più giovane età.

Nella primavera del millenovecentoquattordici, mentre sui cieli d’Europa si andavano componendo nuvole minacciose, i due fratelli lavoravano fianco a fianco nella segheria.
Allo scoppio del conflitto, l’Italia saggiamente si mantenne neutrale; non tutti condivisero quest’atteggiamento, gli interventisti spinti da spirito patriottico premevano per l’entrata in guerra; altri, fra questi Francesco Giuseppe, per mero calcolo economico o di potere, si schierarono al loro fianco.

Pensando a quanti treni merci di legname sarebbero serviti per sostenere lo sforzo bellico, Francesco Giuseppe, faceva e rifaceva conti calcolando il possibile guadagno, senza curarsi dei morti, del dolore e della miseria che la guerra avrebbe portato nelle case degli italiani.
Altero lo ascoltava rapito, lui, interventista convinto, avrebbe appoggiato l’entrata in guerra in ogni caso; naturalmente con un tornaconto cospicuo, essere patriota deve essergli parso ancor più bello.
L’ancor troppo giovane Angelo di politica e di conflitti non ne voleva sapere, il suo interessato impegno era riservato alle ragazze del paese, ben felici di farsi corteggiare dal piacente e ricco giovinotto.
Altero, fedele al suo credo, dopo la dichiarazione di guerra partì volontario per il fronte, inorgogliendo il padre, facendo piangere la madre, sentendosi apostrofare con un: “Tu sei tutto scemo!”, dal fratello.

Negli anni del grande dolore, il legname dei Barbotti assunse la consistenza dell’oro puro, treni merci vomitavano tronchi e caricavano tavole da spedire al fronte senza soluzione di continuità; alcune volte il treno che portava i tronchi alla segheria, riportava in paese i soldati partiti su un altro treno stipato all’inverosimile di giovani che, con o senza entusiasmo, si apprestavano a difendere i sacri confini della loro giovane patria.
I poveri resti chiusi in casse, forse dello stesso legname ricavato dai tronchi lavorati nella segheria del paese e spediti al fronte, tornavano per l’ultimo saluto fra la loro gente; un giro d’onore dolente destinato a finire dentro il piccolo camposanto, con una madre in lacrime abbracciata al legno della bara.
L’effimera gloria della pugna lasciava così il posto all’eterno dolore di chi rimane a piangere un figlio, un marito, un amico, del quale non ritroverà mai più il sorriso.

Anche i più incalliti interventisti, caddero preda dello sconforto quando la guerra, che avevano pronosticato lampo, s’incancrenì in una lunga estenuante guerra di posizione, giocata dentro luride trincee, con sanguinosi attacchi e contrattacchi che non sortivano nessun effetto, se non quello di aumentare la macabra contabilità di morti e feriti; fino alla svolta drammatica e inattesa: Caporetto!

Francesco Giuseppe provò sulla propria pelle il dolore della guerra, quando un treno, assieme ai tronchi destinati a diventare ricchezza per la sua famiglia, riportò in paese i poveri resti di Altero; morto combattendo sull’Isonzo.

Pochi giorni dopo aver accompagnato nel suo ultimo viaggio il loro primogenito; Francesco Giuseppe e Beatrice subirono un altro duro colpo; Angelo, precettato due mesi prima e inquadrato nella milizia territoriale, venne frettolosamente inviato al fronte pochi giorni dopo la disfatta di Caporetto, assieme a migliaia di altri ragazzi del novantanove.

Pianse Francesco Giuseppe, pianse come non mai per il figlio perduto e per quello destinato al macello; il distacco da Angelo fu per Beatrice, già provata dall’immane perdita, il colpo di grazia assestato a un fisico già provato da una subdola malattia, manifestatosi in tutta la sua virulenza qualche mese prima; la depressione.
Un mese dopo aver salutato il figlio in partenza per il fronte, un ictus la inchiodò dentro il letto per il resto dei suoi giorni.
Beatrice se ne andò nella primavera del millenovecentodiciotto, lasciando un marito, a dire il vero non proprio inconsolabile, e un figlio al fronte a combattere una guerra che aveva sempre osteggiato.

Arrivò con l’autunno, l’agognata vittoria, Angelo sopravisse alla mattanza e riprese il suo posto accanto al padre; ora spettava a lui il compito di perpetuare la stirpe di una famiglia decimata dalla stupidità della guerra.

La vittoria mutilata, portò in premio anni di povertà e scontri sociali; la svalutazione e la successiva inflazione scatenarono tensioni sociali; Francesco Giuseppe, temendo una riedizione della rivoluzione bolscevica, non si limitò a simpatizzare per il nuovo movimento politico, ma finanziò a piene mani le squadracce fasciste.
Angelo, schifato dall’orrore della guerra, addolorato per la perdita della madre e del fratello, voleva solo dimenticare il periodo più buio della sua esistenza; nonostante gli incitamenti del padre, rifiutò sdegnosamente l’invito a guidare la squadraccia che spadroneggiava in paese.
“Non voglio avere niente a che fare con quei cani rabbiosi, ne ho vista abbastanza di violenza, ora basta, voglio solo vivere in pace!”, disse sdegnato al padre.
“La pace non si difende scappando dai problemi, ma affrontandoli a viso aperto… lo sai anche tu che gli operai della segheria sono tutti comunisti, se li lasciamo fare ci porteranno via tutto. Non posso permettere che quattro straccioni si prendano tutto quello che ho costruito lavorando duro per tutta la vita!”, ribatté Francesco Giuseppe digrignando i denti.
“Non accadrà!”, fu il laconico commento di Angelo che finì per far saltare i nervi a suo padre.
“Sicuro che non accadrà! Ma non certo per merito tuo o di quelli che come te non vogliono sporcarsi le mani. Saremo noi che abbiamo visto nascere e crescere l’Italia che la salveremo mettendoci oltre all’amor patrio, il denaro necessario a finanziare la forza d’urto che schiaccerà una volta per tutte quei maledetti bolscevichi!”.
“Cosa vorresti fare, imbastire una guerra civile? Non ti sono bastati i morti e il dolore che la follia appena conclusa ha portato in ogni casa, non risparmiando nemmeno la nostra?”.
“Sono disposto a tutto… a tutto! Difenderò con i denti quello che ho costruito con le braccia! E se per farlo si dovrà combattere… ben venga anche una nuova guerra!”, urlò in faccia al figlio riluttante.
“Non ti riconosco più, le tue sono farneticazioni; come puoi invocare una nuova guerra, dopo che quella che ci siamo appena lasciati alle spalle ti ha portato via un figlio e la moglie.”, replicò sdegnato Angelo.
“Non venire a farmi la morale; tuo fratello è morto combattendo per una giusta causa, lui sì che si sarebbe schierato al mio fianco senza porsi troppe domande.”.
“Lo so che lui era il tuo preferito, ma non puoi farmi una colpa per non essere morto al posto suo…”.
“Non ti permetto nemmeno di pensarla una tale mostruosità!”, sbottò Francesco Giuseppe interrompendolo.
Angelo comprese di averlo ferito nell’animo e, abbassando il tono aggiunse: “Ti chiedo scusa… meglio che la finiamo qui, non vedo la serenità necessaria per proseguire il dialogo.”.
“Io sono serenissimo! Qui non si tratta di dialogare, non c’è da mediare su nulla. Devi solo dirmi cosa pensi di fare!”, insistette Francesco Giuseppe picchiando il pugno sul tavolo.
Angelo si alzò dal tavolo: “Penso che ora andrò al lavoro!”, esclamò indicando la finestra dalla quale s’intravvedeva la segheria in fondo al cortile.
Si avvicinò alla porta e, prima di uscire, aggiunse: “Poi tornerò a casa, mi laverò e andrò in paese a trascorrere la serata in compagnia degli amici, comunisti, socialisti e anche fascisti… sì papà, hai capito bene; anche fascisti, gli amici non si scelgono per le loro idee politiche. Loro hanno fatto una scelta, ed io rispetto le scelte di ognuno, ma esigo che anche la mia scelta goda di pari dignità.”.
“E alla fine di questo bel discorso, potrei sapere quale sarebbe questa tua fantomatica scelta?”.
“Ho visto troppi orrori, troppe inutili morti; desidero vivere un dopoguerra… lieve… eccola la mia scelta.”, rispose sorridendo.
“Vivere un dopoguerra lieve, è una frase senza senso, non vuol dir nulla!”.
“Per i materialisti non significa nulla, per i sognatori vuol dir tutto!”, chiosò uscendo da casa, lasciando il padre, esterrefatto, a riflettere su quell’ultima frase.

CONTINUA...


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