ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato martedì 19 maggio 2015
ultima lettura sabato 16 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La stirpe dei Barbotti - capitolo 4

di vecchiofrack. Letto 565 volte. Dallo scaffale Storia

CAPITOLO QUATTRO: IL TESTAMENTO DI ALTEROAltero si lavò l’anima dai peccati lasciando la falegnameria con annessa segheria a Francesco Giuseppe, persino la casa lasciò a lui, ma a una condizione; che la dividesse con Giuditta, prend...

CAPITOLO QUATTRO: IL TESTAMENTO DI ALTERO

Altero si lavò l’anima dai peccati lasciando la falegnameria con annessa segheria a Francesco Giuseppe, persino la casa lasciò a lui, ma a una condizione; che la dividesse con Giuditta, prendendosi cura di lei sino alla morte.
Francesco Giuseppe che considerava Giuditta la sua seconda madre, non ebbe difficoltà ad accettare.
All’amata Giuditta lasciò solamente dei beni mobili; oro, gioielli e denaro, molto denaro; raccomandandole di non scialacquare, e di usarne con parsimonia solamente lo stretto necessario per vivere modestamente il breve o lungo solitario intermezzo, prima del loro definitivo ricongiungimento.
Infine, forse per essere certo di guadagnarsi il paradiso, Altero lasciò una cospicua somma anche al parroco, da usare per sistemare il tetto e la facciata della chiesa.

Francesco Giuseppe, coadiuvato dall’esperta Giuditta per la parte fiscale, assunse la guida dell’azienda; lavorando duramente, concedendosi solamente la pausa domenicale per farsi vedere a messa in compagnia di Giuditta, riuscì a incrementare il giro d’affari.
Nonostante la sua strategia tendente a farsi ben volere dai compaesani, vedi le parate domenicali lungo le navate della chiesa sottobraccio a Giuditta davanti agli sguardi di buona parte dei paesani lì convenuti per la santa messa, o le generose offerte a curia e scuola; per la gente rimase il figlio dell’austroungarico, rampollo di una stirpe bastarda e traditrice.
Francesco Giuseppe conosceva la scarsa considerazione che avevano di lui, e questo lo feriva nel profondo dell’animo, non sapendo in quale altro modo reagire lo fece dedicandosi al lavoro, convinto che l’agiatezza economica e le generose offerte avrebbero alla fine convinto tutti della sua sincera bontà d’animo.

Nel milleottocentonovanta, i binari della nuova linea ferroviaria erano giunti alle porte del paese, Francesco Giuseppe stava osservando gli operai intenti a posare le rotaie a pochi metri dalla sua falegnameria, quando udì una voce: “Mi scusi, è lei il proprietario?”.
Francesco Giuseppe girò lo sguardo alla sua destra e si trovò davanti ad un gran cappello nero dal quale spuntava una lunga barba bianca: “Prego?”, esclamò.
L’uomo si avvicinò allungando la mano: “Ingegner Roberto Corda.”, disse.
“Francesco Giuseppe Barbotti.”, replicò stringendogli la mano.
“Stavo chiedendole se era lei il proprietario della segheria.”.
“Sì, della segheria e anche della falegnameria.”.
“Molto bene! Avrei da proporle un affare.”.
“Di che si tratta?”, chiese mostrandosi interessato Francesco Giuseppe.
“Dove possiamo parlare?”.
“Nell’ufficio della falegnameria, venga.”.
L’ingegnere seguì Francesco Giuseppe nell’ufficio; uscendone un paio d’ore più tardi sorridendo: “ Tornerò fra tre giorni, pensa di poter sciogliere le riserve per allora?”, gli chiese l’ingegnere.
“Sicuramente!”, esclamò Francesco Giuseppe, dopodiché si salutarono.
La sera stessa Francesco Giuseppe riferì a Giuditta dell’incontro: “Non lo so, è una bella somma.”, disse lei mostrandosi perplessa.
“Lo so, ma un’occasione così non capiterà più; l’ingegnere mi ha garantito che mi farà avere un contratto quinquennale per la fornitura di legname alle ferrovie.”.
“Quello che non riesco a capire è perché si sia rivolto a te, e non ai soliti fornitori.”.
“E’ stato un colpo di fortuna, le rotaie passano accanto alla segheria, il legname potrà essere caricato direttamente sui carri merci con un risparmio cospicuo sui costi di trasporto. Il treno è il futuro, le strade ferrate porteranno il progresso e il benessere nell’Italia del nuovo secolo; chi saprà cogliere l’attimo, cavalcherà il novecento da protagonista… gli altri, tutti gli altri, saranno costretti a subirlo. Io non resterò fermo come un asino nel campo a guardare il treno del nuovo secolo passarmi davanti al naso, io ci salterò sopra e vivrò il novecento da protagonista… costi quel che costi.”.
“Sei giovane la tua brama d’inseguire il futuro la comprendo benissimo… ma quello che non riesco a farmi entrare nella testa, è il motivo per cui dovresti dare del denaro a quel signore.”.
“Giuditta! E su, non fare l’ingenua.”, sbottò Francesco Giuseppe.
“Francesco Giuseppe! Che modo di rispondere è questo!”, esclamò lei redarguendolo.
“Scusa Giuditta.”, disse abbassando il tono, poi stringendole la mano proseguì: “Per muovere i carri, si devono ungere le ruote. Io non ho tutto quel denaro, ti sto chiedendo un prestito, se mi vorrai aiutare, ti ringrazierò… se non te la sentirai; pazienza, rinuncerò all’affare e ti ringrazierò ugualmente… tutto quello che ho, lo devo a te e Altero… grazie Giuditta, qualunque sia la tua decisione, grazie lo stesso.”.
Giuditta si commosse fino alle lacrime, accarezzò il volto del bambino che aveva visto diventare uomo e con un filo di voce disse: “Ho settant’anni, fra poco mi unirò al mio Altero; allora il denaro che mi ha lasciato sarà tuo… in verità l’ho è già da ora, mi considero solo l’amministratrice di una somma che Altero ha deciso di affidarmi come riserva nel caso gli affari ti fossero andati male. Questo non è accaduto, ti sei dimostrato accorto nelle scelte lavorative. Ora se ritieni che questo denaro ti permetterà di allargare il giro d’affari… è giusto che lo abbia, è tuo!”.
Francesco Giuseppe la strinse forte a se: “Oh Giuditta, Giuditta, ti voglio bene… non ti deluderò.”, sussurrò baciandola con il trasporto di un figlio.

Cinque anni dopo l’azienda di Francesco Giuseppe aveva triplicato le dimensioni e dava lavoro a trenta persone; ogni settimana un treno merci scaricava i tronchi dai quali la segheria ricavava tavole e traversine da caricare sul treno merci vuoto.
Tre anni prima Giuditta vide dalla sua finestra il primo treno merci scaricare i tronchi, orgogliosa per aver contribuito al successo dell’impresa, si sdraiò sul letto, guardò il soffitto e sospirò: “Hai visto Altero… lo abbiamo cresciuto bene il piccolo Francesco Giuseppe… anche tu Angelica, che non hai potuto vederlo crescere, chissà quanta felicità stai provando in questo momento.”.
Chiuse gli occhi, si addormentò, e se ne andò serena.

Nell’anno milleottocentonovantacinque, Francesco Giuseppe era un facoltoso imprenditore di trentasei anni, scapolo, impegnato sette giorni su sette ad incrementare il suo giro d’affari; viveva nella casa accanto alla sua impresa con Beatrice, un’orfana trentenne dal fisico imponente cresciuta in un convento di suore a Torino, fatta arrivare appositamente dal parroco accogliendo i desiderata di Francesco Giuseppe che, dopo la morte di Giuditta, cercava una donna di servizio a tempo pieno che fosse forte, educata, discreta e fedele.
Tra serva e padrone, s’instaurò un rapporto difficilmente riscontrabile in altre case padronali; dopo due anni, Francesco Giuseppe si rivolgeva a Beatrice ancora con il suffisso usato durante il primo incontro: “Signora Beatrice.”, forse per una forma di rispetto, più probabilmente per mantenere un certo distacco atto a non farsi coinvolgere sentimentalmente, perché tutte le sue energie fisiche e mentali dovevano convergere verso un unico irrinunciabile obiettivo; entrare da protagonista nel nuovo secolo.

Una calda notte di giugno, vagando nell’ampio spiazzo davanti ai binari fra le tavole accatastate destinate ad essere caricate sul treno merci in arrivo l’indomani, l’odore penetrante del legname tagliato e il canto dei grilli, Francesco Giuseppe fece il punto sulla sua scalata sociale.
Osservando compiaciuto il legname, iniziò una lunga riflessione, - Nonostante tutto questo, nonostante dia da mangiare a trenta famiglie del paese, non sono ancora riuscito a fare breccia nei cuori dei miei compaesani. Per loro sono un’anomalia, un uomo senza una famiglia alle spalle, venuto dal nulla che finirà nel nulla. La famiglia e i figli sono la forza motrice della società, per ottenere il rispetto dovuto, dovrei sposarmi, avere dei figli; solo se ci sarà qualcuno che proseguirà sulla via tracciata, pronto a prendere in mano le redini dell’azienda per farla prosperale, sarò rispettato come lo sono i vecchi patriarchi. Ma per fare ciò dovrei prima trovare una donna disposta a sposarmi, e volendo ne troverei sicuramente disposte a farlo… ma mi sposerebbero per amore? Oppure solo per il profumo della ricchezza? No, non posso rischiare di compromettere tutto quello che ho creato scegliendo la donna sbagliata. Se proprio dovrò sposarmi, lo farò con una donna di cui nutro stima e fiducia… l’unica donna dotata di tali requisiti che mi sovviene alla mente, è Beatrice; non è una gran bellezza, ma è sicuramente fidata e dotata di un fisico forte e robusto, quello che ci vuole per mettere al mondo figli sani. Sì, se dovessi decidere, la scelta cadrebbe sicuramente su di lei… ma poi, siamo sicuri che lei accetterebbe? -, il dubbio lo convinse che era meglio pensarci su ancora per qualche tempo prima di decidere se fare la proposta a Beatrice.

Passarono più di due mesi prima che si decidesse al gran passo: “Signora Beatrice, mi potrebbe dedicare cinque minuti del suo prezioso tempo?”, le chiese una sera entrando in cucina.
“Sto preparando la cena signor Francesco Giuseppe.”, rispose mostrando la pentola sul fuoco.
“Cenerò più tardi, venga a sedersi, la prego.”, insistette indicando le sedie attorno al tavolo.
Beatrice spostò la pentola dal fuoco e si andò a sedere.
Francesco Giuseppe attese che si accomodasse, poi si sedette di fronte a lei: “Mi riesce difficile esprimere quello che vorrei dirle con il solito distacco.”.
“Non la seguo, cosa intende per, distacco?”.
“Beh, diciamo il modo reverenziale con il quale ci parliamo…”, disse sorridendo, notò lo sguardo perplesso di Beatrice, e di getto completò il pensiero: “Insomma voglio dire; sono più di tre anni che viviamo sotto lo stesso tetto. Credo che sia venuto il momento di dialogare in modo più amichevole, iniziando a togliere quel fastidioso; signore e signora prima dei nomi.”.
Beatrice rifletté, poi si espresse: “Come desidera signor Francesco Giuseppe.”.
“Ah! Niente signore, rammenta!”, la corresse ironicamente.
“Mi scusi Francesco…”.
“Non mi scusi, ma scusami!”, la corresse nuovamente, interrompendola.
“Scusami… Francesco Giuseppe.”, concluse tentennando.
“Brava Beatrice, d’ora in avanti ci dovremo dare sempre del tu, sei d’accordo?”.
“Se lo desidera… oh… scusami… volevo dire, se lo desideri.”, si corresse sorridendo, strappando un sorriso complice anche a lui.
“Errori di gioventù, con un po’ di rodaggio non sbaglierai più.”.
Parlarono del più e del meno per un buon quarto d’ora, poi, quando il dialogo si fece empatico e fluente, Francesco Giuseppe arrivò al punto cruciale: “Devo farti una proposta; ti prego di ascoltarla attentamente senza interrompermi.”.
Beatrice annuì mostrandosi timorosa, l’impacciato Francesco Giuseppe tirò un lungo respiro, e partì deciso: “Vorrei che diventassi mia moglie!”.
Dall’età della ragione aveva solo parlato e trattato di lavoro, far la corte a una donna e chiederla in moglie non era nelle sue corde, così gettò alle ortiche il lungo e pregnante discorso che si era preparato andando subito al sodo; Beatrice lo guardò basita e non rispose.
Francesco Giuseppe, palesemente a disagio, si alzò dalla sedia: “Devo andare a ispezionare il legname, lascia la cena sul tavolo e vai pure a dormire. La notte porta consiglio, domani mi dirai che ne pensi!”, concluse uscendo da casa, lasciando Beatrice con lo sguardo perso nel vuoto.
“Quello che dovevo i l’ho fatto… ora tocca a lei decidere.”, disse, sospirando come se si fosse tolto non un peso ma un macigno, camminando in mezzo alle cataste di legname.
Poco prima dell’alba, Francesco Giuseppe attendeva silente, seduto al tavolo della cucina, che Beatrice, anch’essa silente, le versasse il caffè.
Un silenzio diverso da quello assonnato di mille altre colazioni mattutine, un silenzio pregno dell’attesa di una domanda o di una risposta.
“Posso sedermi?”, chiese Beatrice dopo aver posato la caffettiera sul fuoco.
“Accomodati!”, esclamò Francesco Giuseppe indicando la sedia vuota accanto a lui.
Beatrice si sedette e s’immerse nuovamente nel silenzio, Francesco Giuseppe fremeva, - che fa, non dice niente… forse aspetta che sia io a iniziare… cosa le potrei dire. -, pensava cercando di non essere banale.
Ci pensò lei a toglierlo dall’impaccio: “Mi hanno sempre insegnato che il matrimonio è una promessa di fedeltà fra due innamorati… ma la tua proposta ha sconvolto tutte le mie certezze.”.
“Cosa intendi dire?”.
“Voglio dire; non mi sembra che fra noi sia scoccata all’improvviso una scintilla.”.
“No, non è scoppiata, ma io sono sicuro che il nostro matrimonio sarà più felice di molti altri basati solo sull’amore.”.
“Cosa te lo fa credere?”.
“Il rispetto reciproco che in tutti questi anni di convivenza sotto lo stesso tetto non è mai venuto meno. E se accetterai di essermi sposa, ti prometto che non muterà di un millimetro.”.
“Una promessa gratificante… ma l’amore?”, insistette Beatrice.
“L’amore arriverà! I figli, a loro concederemo tutto il nostro amore.”.
“Dunque è solo per questo che mi vuoi, per i figli… una fattrice e una serva, questo e nient’altro sarò per te.”, disse intristendosi Beatrice.
“Non è così, non sarà così!”, esclamò Francesco Giuseppe innervosendosi, poi leggendo il timore negli occhi di Beatrice prosegui pacatamente: “Sarò servizievole, come lo deve essere ogni buon marito. Ogni domenica ti accompagnerò in chiesa, ti rispetterò…”.
“Ma non mi amerai!”, Esclamò Beatrice interrompendolo.
“Questo non l’ho mai detto! Un matrimonio basato sulla menzogna è destinato al fallimento, ci proverò ad amarti, ma non posso prometterti di riuscirci. Non pensi che questo mio… esserti sincero, questo confidarti ogni mio sentimento, possa essere un buon inizio? “.
“Non so più che pensare… sono confusa. Ho passato la notte a pensare e pregare il buon Dio perché mi aiutasse. Forse questo tuo essere sincero, è un segno del cielo… ti sposerò, sarò la madre dei tuoi figli, perché il buon Dio così aveva deciso dal giorno che mi fece arrivare in questa casa.”.
“Grazie Beatrice, hai fatto di me un uomo felice.”, esclamò Francesco Giuseppe stringendole le mani, esprimendosi senza il trasporto o l’enfasi necessaria a rendere credibile ciò che andava affermando.
“Si può essere felici senza amarsi?”, si chiese sospirando perplessa; Francesco Giuseppe non replicò.
Beatrice e Francesco Giuseppe si sposarono in dicembre; una cerimonia semplice, per pochi intimi: i testimoni, il parroco e gli operai ai quali alla fine della cerimonia gli sposi offrirono un rinfresco all’interno della segheria.
La prima notte di nozze si rivelò un vero disastro, l’inesperta Beatrice non voleva saperne di levarsi l’ampia e lunga camicia da notte e, l’altrettanto inesperto Francesco Giuseppe, non sapendo penetrare con la dovuta dolcezza nell’antro del piacere, innervosendosi, fu vittima di un fiasco clamoroso.
La prima, e anche la seconda notte, si risolsero in un nulla di fatto; finalmente al terzo tentativo Francesco Giuseppe riuscì nell’improba impresa di deflorare l’ancor vergine Beatrice.
Negli anni a venire, lei ricordò quella prima volta solo per il dolore, e le non numerose altre volte come prive di dolore… e di piacere; mentre lui le rammentò come un compito da eseguire per inseminare il ventre che avrebbe dovuto generare la sua prole.

L’anno nuovo portò in dono al raggiante Francesco Giuseppe, l’agognata notizia; la dolce attesa di Beatrice: “Ora saremo una famiglia con un futuro radioso, la stirpe dei Barbotti prospererà e sarà amata, al pari delle grandi famiglie che contribuiranno a far crescere la giovane Italia.”, esclamò in tono stentoreo accarezzando lo scrigno dove il suo erede aveva appena iniziato a prendere forma.

CONTINUA...


Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: