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lavoro pubblicato lunedì 18 maggio 2015
ultima lettura martedì 4 febbraio 2020

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Ritratto di bimbo

di waltaway. Letto 706 volte. Dallo scaffale Amicizia

La città dormiva ancora tra lenzuola sudate e ventilatori stanchi di girare per ore ed ore. Le finestre spalancate e boccheggianti delle case a...

La città dormiva ancora tra lenzuola sudate e ventilatori stanchi di girare per ore ed ore. Le finestre spalancate e boccheggianti delle case ancora calde, lasciavano intravedere le tende semitrasparenti. Danzavano al suono muto di una brezza appena accennata che volava leggera nell’aria immobile di un mattino di metà luglio.
L’orologio del campanile segnava le sei in punto, quando un uomo ed il suo cane ci passarono sotto. Ugo portava a spasso Giulio, come ogni mattina a quell’ora. Il solito giro che li vedeva passare dalla villa comunale, dal ponte sulla ferrovia, dal bar di Gigi e dal mercato rionale. Respiravano entrambi un’aria silenziosa e piacevole, un’aria che in nottata, con un ultimo coraggioso scossone, si era finalmente liberata del pesante drappo afoso che aveva attanagliato persone ed animali per più di una settimana.
Ugo camminava lentamente, con quel suo incedere pacato, si guardava intorno ed ogni tanto si voltava a fissare Giulio in quei suoi occhi strani e tristi che non parlavano, poi faceva un respiro profondo e continuava la sua passeggiata. All’altezza del bar, Ugo deviò quasi per istinto ed entrò nel locale. Gigi aveva appena aperto ed accolse i due col solito sorriso insonnolito.
“Buongiorno, oggi siamo in anticipo, eh?”
Giulio respirò l’odore del primo caffè e strinse il suo bastone bianco
“Ma sì, meglio stare fuori che in quel letto bollente!” rispose avvicinandosi piano al bancone.
“Il solito?”
“No, oggi voglio una bella granita di caffè con la panna sopra, e tanta!”
“Lo sai che non potresti vero, Giulio? Il dottore..”
“Ma oggi è un giorno speciale!”
“Sì? Cos’è oggi?”
“Mi spiace non te lo posso dire. Dai, dammi quella granita!”
“Come vuoi tu!”
Il gusto tiepido e rotondo della panna avvolgeva con le sue dolci spire quello spigoloso e pungente della crema di caffè ghiacciato, e Giulio ne assaporò la poesia morbida e proibita concentrandosi sulle note che le sue papille gustative gli cantavano.
Un altro avrebbe anche chiuso gli occhi per non distrarsi da quel piacere sinuoso, ma lui non ne aveva bisogno. I suoi erano, ormai da troppo tempo, due laghi immobili e opachi in cui la sua stessa anima faticava a specchiarsi. Il celeste meraviglioso delle sue pupille era solo un vano estetismo scelto da una natura cinica e beffarda, e che all’interno si tramutava nel nero più angosciante che si possa mai immaginare.
Non era il buio che ci atterrisce nelle nostre camere, da piccoli, né quello che ci disorienta durante un blackout. No, il buio che conosciamo noi ha pur sempre, dentro di sé, una forma, anche astratta, una profondità, una dimensione. E’ un buio fragile il nostro, un’oscurità che un minuscolo raggio di luce può ridurre in mille frantumi, in un attimo, come un calice di cristallo. Basta scostare una tenda, accendere una luce, anche tenue, una candela, o guardare il cielo stellato, e le ombre svaniscono, come per incanto, volano via come corvi impauriti da uno sparo.
Il suo no, il suo buio era un immobile monolite nero di un nulla solido e piatto che non copriva la luce, ma la annientava, schiacciandone il vago ricordo in un oblio ovattato di tenebra. Il quinto senso di Giulio si era spento quando lui aveva appena compiuto sette anni, quando ancora stava scoprendo il mondo che lo circondava. E’ come assistere alla proiezione di un film, e poi, sul più bello, si rompe la pellicola. Puoi solo immaginare cosa c’è dopo. Così, Giulio aveva passato la vita ad immaginare il resto di quello spettacolo, inventandosi forme e colori, volti e paesaggi, in un suo universo invisibile. Dava, per esempio, un colore ad ogni gusto, ad ogni profumo, ad ogni suono:
“Fantastico! Questo sapore di panna e caffè è beige”
“Come beige?”
“Lascia perdere, Gigi”
Non potevano capirlo, non sapevano che lui, i colori li vedeva così, attraverso gli altri sensi. Li immaginava raccogliendo i piccoli cocci dei suoi lontani ricordi che poi incollava pazientemente con la fantasia di un artista. Oppure lo chiedeva alla sua vecchia madre:
“Com’è il giallo, ma’?”
“Il giallo è il colore del sole, Giulio” gli rispondeva la donna “è il colore dei limoni del nostro giardino!” E Giulio raccoglieva un bel limone dal suo albero e lo respirava fino in fondo all’anima, ne odorava a lungo la buccia rugosa e fresca, come se volesse vederlo attraverso il naso. Poi diceva: “Sì, è giallo! Questo è il giallo, è bello. E’ il colore del sole”.
Il blu era il suono delle onde del mare che il vento portava alla sua finestra, “è anche il colore del cielo” pensava, “forse è il colore di Dio”.
“Andiamo, Ugo, si è fatto tardi”, diede a Gigi quella che doveva essere una moneta da 2 euro, salutò ed uscì alla luce del sole.
Ugo era un bel terranova nero di sei anni. Giulio ricordava ancora quando, cinque anni prima, era andato a prenderlo a Firenze. Era stato un giorno fantastico quello là. Non era mai andato in quella città, e si sentiva felice di poter visitare un posto così magico. La sua emozione fu grande quando gli dissero che stava camminando sul Ponte Vecchio. Gli bastava saperlo, respirare l’aria che circondava l’Arno, sentire quel suono strano, quasi scanzonato della parlata toscana. Poi aveva conosciuto Ugo, ed era stato amore “a prima vista”, come disse lui ironicamente. Da allora Ugo fu il suo unico punto di riferimento, il suo sguardo verso il mondo. Giulio aveva solo lui ormai, da quando sua madre era finita in una casa di cura. L’uomo aveva rifiutato qualsiasi assistenza, era autosufficiente, lui, non aveva bisogno di nessuno. E poi aveva Ugo! Il cane sembrava capire ogni parola, ogni gesto. La mattina era lui a svegliarlo con la sua grossa zampa, teneva il guinzaglio nel muso e cominciava a piagnucolare se Giulio tardava a svegliarsi. Spesso giocavano a rotolarsi sul tappeto, fin quando uno dei due non si faceva male, ed allora si mandavano anche a quel paese e non si filavano per ore.
“Non andartene via prima di me” gli diceva a volte, tenendogli il muso tondo tra le mani, “non provarci neanche!”. E gli poi gli parlava spesso di quel sogno, di quando una notte aveva sognato la luce. “Chissà se almeno la vedrò alla fine del tunnel, la luce, lì dove andremo tutti. Eh Ugo? Che dici, la vedrò?”. Ed il cane lo guardava con i suoi occhi languidi di miele, che si scioglievano in una tenerezza incapace di addolcire un dolore di pece.
Giulio conosceva ormai ogni metro del marciapiedi che percorreva tutti i giorni. Aveva memorizzato qualsiasi irregolarità del suolo, anche la minima variazione di pendenza, da lì capiva in quale punto del tragitto si trovasse. L’ultima tappa del suo giro era il mercato, ma quello si annunciava da sé con il vocio, che diveniva sempre più forte man mano che ci si avvicinava. Le urla liriche dei venditori si intrecciavano con il brusio delle massaie in un suono che, nella sua confusione aveva qualcosa di musicale. Si addentrò tra la folla chiassosa e si inebriò dei profumi che lo accoglievano a destra e a manca. Ed allora assaporò l’odore misto e dolciastro che promanava dai banchi della frutta, in una sinfonia di angurie e pesche, fragole e albicocche; poi quello corposo ed invitante delle olive fresche, ne assaggiò una, come al solito, ed in bocca ne sentì la consistenza turgida che si sciolse, in un morso voluttuoso, liberando un sapore forte e antico. Più avanti si ubriacò della fragranza dei biscotti appena sfornati, infine fece suo l’odore del pesce ancora vivo che saltellava nelle casse di Nanni il pescatore. Si era sempre chiesto che colore potesse dare a tutto ciò, poi un giorno si era ricordato di quel costume di carnevale indossato quando ancora aveva un senso farlo. Ma certo, ne era sicuro, il mercato era di un colore arlecchino!
Il sole aveva finito di sbadigliare ed a starci sotto cominciava a dare fastidio: era ora di rientrare. Ugo si fermò davanti al portoncino di legno scuro ed aspettò che Giulio trovasse la chiave e poi il buco della serratura, impiegava ormai solo dieci secondi. Calcolava lo spazio circostante in funzione di minuscole vibrazioni che solo lui poteva sentire, microspostamenti d’aria quasi impercettibili.
A casa la sua sicurezza raggiungeva lo stupefacente. Si muoveva come se vedesse perfettamente. Ogni singolo oggetto ed ostacolo erano posizionati in un suo quadro mentale da cui non sfuggiva nulla. Condusse Ugo nel giardino e si diresse nella sua stanza. Era in realtà uno studio, dove ogni cosa stava al suo posto in perfetto ordine. Una libreria, con decine di volumi in Braille e centinaia di cd musicali occupava un’intera parete, di fronte c’era una scrivania con un computer perennemente acceso, la finestra era senza tenda e lasciava entrare una luce accecante che appiattiva la già tenue varietà cromatica della stanza.
Giulio entrò e chiuse la porta. Mise su un cd di De Andrè, quello delle nuvole, poi si avvicinò ad uno sgabello e si sedette davanti alla tela. Urtò lievemente il cavalletto rischiando di far cadere tutto, ma per fortuna non successe nulla. Fece un respiro profondo e si disse ad alta voce:
“Oggi è un gran giorno, Giulio. Oggi lo finirai finalmente”
Con agilità insospettabile prese un pennello alla sua sinistra e lo intinse nella tavolozza che stava sotto, poi lo avvicinò alla tela. E dipinse.
Correva, la sua mano, per tutta la superficie del quadro, si spostava veloce, a volte lenta, in spirali incerte, in guizzi improvvisi , in movimenti ascendenti e discendenti. E sorrideva, Giulio.
I suoi occhi acquistarono finalmente una luce speciale, quel celeste si accendeva di vita e da lì la sua anima trasparì pudica. Dipinse per ore, fino a quando il suo braccio non gli dolse per la fatica. Ad un certo punto si fermò, era sudato, il viso stravolto da un’emozione incontenibile, gli occhi umidi.
“Non lo trovo, non lo trovo!” pianse, “Che colore posso dargli? quale?” poi si fermò un attimo come folgorato da un’idea. Abbassò la sua mano verso una scatola, prese un pennello asciutto e se lo avvicinò agli occhi. Lasciò che si intridesse delle sue lacrime e piano lo avvicinò alla tela.
“Ecco”, sorrise, “ora è finito!”.
Fissò a lungo il suo quadro, lo vedeva, dentro di sé, in tutti i suoi particolari, le sue sfumature, i chiaroscuri, i panneggi. Quel ritratto era l’ultima figura che si era impressa nella sua retina ammalata, l’ultima, e poi il mondo aveva spento la luce: un bambino triste che si guardava fisso, di fronte allo specchio, e vedeva lentamente svanire la sua immagine. Una lacrima gli rigava la guancia rosa di pesca.
Adesso l’uomo stava immobile, lì, in quella stanza silenziosa e luminosa, dove penetrava invadente una brezza calda e carezzevole che lentamente asciugava una tela bianca.
Bianca come l’odore di gelsomino che si insinuava nelle narici di Giulio.
Bianca come la luce che aveva sognato.


Commenti

pubblicato il martedì 19 maggio 2015
zero1in2condotta, ha scritto: "La città dormiva ancora tra lenzuola sudate e ventilatori stanchi di girare per ore ed ore. Le finestre spalancate e boccheggianti delle case ancora calde, lasciavano intravedere le tende semitrasparenti. Danzavano al suono muto di una brezza appena accennata che volava leggera nell'aria immobile di un mattino di metà luglio. " Un bel incipit d'un racconto del genere Narrazioni introspettive... TANTA POESIA ovunque, e ciò mi piace... CHAPEAU

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