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lavoro pubblicato lunedì 18 maggio 2015
ultima lettura lunedì 18 maggio 2020

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La stirpe dei Barbotti - capitolo 2

di vecchiofrack. Letto 570 volte. Dallo scaffale Storia

CAPITOLO DUE: FRANCESCO GIUSEPPE“Francesco Giuseppe! Il nome dell’imperatore, niente di meno merita mio figlio!”, esclamò orgoglioso alzando verso il cielo il pargolo piangente, mentre il medico e Angelica, stesa sul letto, si ...

CAPITOLO DUE: FRANCESCO GIUSEPPE

“Francesco Giuseppe! Il nome dell’imperatore, niente di meno merita mio figlio!”, esclamò orgoglioso alzando verso il cielo il pargolo piangente, mentre il medico e Angelica, stesa sul letto, si guardavano interrogandosi sulla scelta.
“Francesco Giuseppe Barbotti”, sillabò il medico scrivendo il nome sul certificato di nascita, e concluse sospirando: “Nome impegnativo e poco amato a queste latitudini. Speriamo non sia di cattivo auspicio per il piccolo.”.
“Non si preoccupi dottore, mio figlio godrà del rispetto dovuto al nome che porta.”, replicò risentito Danilo.
“Non sarà un nome a far di lui un uomo rispettabile, ma i suoi comportamenti, le sue azioni.”, chiosò il medico.
La frase, palesemente indirizzata a lui, ferì Danilo, stringendo la mascella si trattenne dal ribattere duramente, depose il neonato fra le braccia della madre, poi si rivolse al medico: “Gli insegnerò io a ben comportarsi… la ringrazio dottore.”, tagliò corto accompagnandolo alla porta.
“Ho paura Danilo.”, disse Angelica.
Danilo seduto sul letto con lo sguardo perso dentro il faccino rotondo del figlio, esclamò sicuro: “Non c’è ragione d’averne.”.
“Dicono che in primavera arriverà la guerra.”.
“Chiacchiere da osteria!”, tagliò corto Danilo.
“Sei sicuro?”.
“Sicurissimo, fidati, sono rientrato l’altro ieri dal Piemonte e ti posso garantire che è tutto tranquillo.”, la rassicurò appoggiandole un bacio sulla fronte.

“E a noi non pensi, portaci con te!”, lo implorava Angelica tenendo fra le braccia il piccolo.
Danilo intento a buttare il vestiario dentro una sacca, si arrestò, la guardò e scuotendo il capo disse: “E’ pericoloso, non posso rischiare. L’esercito in ritirata sarà preda d’imboscate.”.
“Allora resta con noi, tu sei lombardo, non possono arrestarti perché vuoi seguire gli austriaci.”.
“Non posso, sono troppo compromesso. Se resto, nella migliore delle ipotesi, finirei i miei giorni dietro le sbarre di una prigione… lo capisci questo o no!”.
Angelica abbassò il capo: “Mi hai sempre mentito, sei sempre stato dalla loro parte, questo ho capito.”, replicò sconfortata.
“Sono stato dalla parte della ragione, e la ragione è sempre quella del più forte.”.
“Ma ora, quelli che secondo te sono i più forti, stanno scappando; come te lo spieghi.”.
“Torneranno… torneremo e allora per i traditori saranno dolori. Ti prometto che tornerò ad abbracciare mio figlio; questa pazzia durerà poco; l’impero austroungarico tornerà in forze e spazzerà via quei quattro straccioni dell’esercito piemontese.”.
Angelica non parve troppo convinta, Danilo avrebbe voluto dirle altro ma il tempo stringeva, la guarnigione che stava lasciando la caserma non avrebbe atteso una spia, pure se al loro servizio.
“Prendi! Questi ti aiuteranno ad andare avanti per cinque o sei mesi.”, disse passandole una piccola sacca ricolma di monete d’argento.
Angelica la prese e la posò dentro la credenza, poi si girò: “E dopo… come vivremo dopo?”.
“Tornerò prima che abbia il tempo di svuotare la sacca… te lo prometto.”, rispose, poi baciò lei e il bambino, prese la sacca degli indumenti e corse verso la caserma, dove i militari, già inquadrati, si apprestavano a lasciare per sempre il territorio che fino allora era stato parte integrante del grande impero austroungarico.
Da quel giorno, di Danilo Barbotti si persero le tracce; la povera Angelica rimase sola con un bimbo dal nome impegnativo da tirare grande, e nemmeno una tomba su cui pregare.

La vita per la vedova bianca dell’austroungarico si rivelò dura, molto dura; troppo fresco il ricordo per dimenticare il collaborazionismo di suo marito, così, anche se lei e il bambino non centravano per nulla con le scelte sciagurate dell’uomo, l’etichetta di moglie e figlio dell’austroungarico rimase appiccicata ai due come marchio infamante.
Così infamante che persino i suoi famigliari, quando lei tentò un riavvicinamento, la respinsero in malo modo.
Il denaro lasciatole da Danilo non durò più di tre mesi, a quel punto Angelica per mantenere il figlio fu costretta a vendere l’unico bene che possedeva, la casa di Danilo; l’acquirente, impietosito dalla situazione della donna, non se la sentì di buttarla in mezzo alla strada con un figlio ancora attaccato al seno e le concesse una proroga di sei mesi per trovare un’altra sistemazione.
Trovare qualcuno disposto a cederle un buco, anche lercio, si rivelò impresa ardua; nessuno voleva per i piedi la moglie dell’odiato: austroungarico.
Solo il parroco, don Alessandro, mosso a pietà s’impegnò per trovare un tetto e un lavoro alla povera donna.

Ogni domenica mattina i coniugi Bianchi, Altero e Giuditta, uscivano da casa per recarsi a messa; don Alessandro, in attesa sul sagrato, si fece loro incontro: “Buona domenica Altero, felice giornata Giuditta.”.
I due ricambiarono il saluto, poi don Alessandro prima di recarsi ad officiare la messa disse loro: “Devo parlarvi, vi aspetto in sacrestia dopo la messa.”.
“Può dirci di che si tratta?”, chiese incuriosito Altero.
“E’ tardi, devo scappare, vi spiego poi.”, rispose il parroco avviandosi con passo svelto verso l’entrata della chiesa.
“Sarà per la solita offerta.”, disse Giuditta avviandosi senza fretta assieme al marito.
Altero e Giuditta Bianchi, coniugi quarantenni senza figli, gestivano una segheria, con annessa falegnameria; oltre alla vendita di legname, costruivano e riparavano le ruote e i carri dei contadini.
Timorati di Dio e sicuramente benestanti, per questo motivo don Alessandro ritenne che la loro fosse la famiglia perfetta a cui affidare Angelica e il piccolo Francesco Giuseppe.
“Non lo so don Alessandro… non vorrei indispettire i miei clienti mettendomi in casa la moglie e il figlio dell’austroungarico… la ferita è ancora aperta, troppi ne ha denunciati quel bastardo.”, diceva Altero camminando avanti e indietro lungo la sacrestia.
“Angelica è ingenua, una bambina diventata madre troppo presto, ti posso assicurare che degli intrallazzi di quel povero disgraziato lei non ne sapeva niente.”, insistette don Alessandro.
“Noi le crediamo don Alessandro, ma i contadini che verranno a farsi riparare il carro, o a prendere il legname, trovandosela davanti, come reagiranno?”, ribatté Giuditta.
Il parroco si spazientì: “Come volete che reagiscano sapendo che avete tolto dalla strada una ragazzina e il suo bambino? Da buoni cristiani reagiranno!”.
Guardò Altero fermo a riflettere nell’angolo lontano, con due lunghi passi gli arrivò a un palmo dal volto: “Ora basta scuse! Dimmi se te la senti o no!”.
Altero cercò lo sguardo di Giuditta, che annuì; ottenuta la sua approvazione, sospirò: “E va bene, ha vinto; porti la ragazza e il bambino da noi domani mattina.”.
“Ha vinto il buon senso, e la carità cristiana, non io!”, chiosò rasserenandosi don Alessandro.

Il lunedì mattina, subito dopo aver officiato la prima messa, don Alessandro si recò da Angelica, attese che si preparasse poi s’incamminarono assieme lungo la via: “Dallo a me il bambino, la strada per arrivare alla segheria è lunga.”, disse protendendo le mani per accoglierlo fra le braccia.
D’istinto Angelica si ritrasse: “No!”, esclamò impaurita.
Don Alessandro comprese che quello scatto, altro non era che l’istinto difensivo di una madre sola nei confronti della propria prole, e non insistette: “Come vuoi, quando sarai stanca fammelo sapere.”.
Impiegarono più di venti minuti per percorrere a piedi la strada sconnessa in mezzo ai campi che conduceva alla segheria Bianchi, ma Angelica, nonostante l’evidente affaticamento, nemmeno per un attimo lasciò il suo bambino fra le braccia del parroco.

Altero e Giuditta attendevano fuori da casa, l’imbarazzo del primo incontro fu rotto da Giuditta: “Oh, Angelica, è bellissimo il tuo bambino… come mi piacerebbe tenerlo fra le braccia.”, disse con un tono dolce, commuovendosi.
“Lo prenda!”, disse Angelica sorridendo, sorprendendo don Alessandro.
Stringendo fra le braccia il bambino, il volto di Giuditta s’illuminò: “Guardalo Altero, ride, gli piaccio.”, esclamò felice mostrandolo a suo marito.
Pensando al figlio tanto desiderato e mai arrivato, Altero si commosse, cercando di nasconderlo agli occhi dei presenti virò con lo sguardo in direzione della falegnameria, fu a quel punto che vide i suoi tre operai sul piazzale intenti a osservare perplessi la scena.
“Che avete da guardare! Andate a lavorare, non vi pago per star lì a cincischiare!”, sbottò alterandosi.
Gli operai tornarono all’interno della falegnameria, ma il bambino spaventato dalla voce roboante di Altero si mise a piangere.
“Guarda cosa hai fatto, lo hai spaventato.”, lo redarguì l’apprensiva Giuditta, poi si rivolse ad Angelica: “Vieni entriamo in casa.”.
Giuditta con il bambino fra le braccia e Angelica entrarono in casa, seguite da Altero e don Alessandro.
Seduti attorno al tavolo della cucina, si accordarono per i compiti e la paga da domestica da elargire ad Angelica, poi salirono le scale e le mostrarono la camera dove avrebbe alloggiato insieme a suo figlio.
A chi affidare il bambino durante le ore in cui era di servizio, fu un problema che si risolse ancor prima di essere posto, Giuditta offri spontaneamente e con entusiasmo il proprio aiuto.
Altero e Giuditta si mostrarono fin da subito gentili con Angelica e particolarmente amorevoli con il piccolo Francesco Giuseppe.

Furono anni tranquilli per il piccolo, coccolato dalla mamma e da Giuditta.
Un periodo difficile, quello della scuola, rischiò di rovinare la serenità di un tempo fatato; i figli sanno esprimere l’odio trasmesso loro dai padri moltiplicandolo per cento, non perché cattivi di natura, ma perché la vita non ha ancora insegnato loro l’arte della riflessione.
Fu così che il povero Francesco Giuseppe divenne l’oggetto degli scherni dei suoi compagni di scuola, ogni giorno doveva subire i pesanti apprezzamenti rivolti a suo padre: l’austroungarico, la spia, il bastardo, il Giuda al servizio dell’imperatore; erano alcuni degli epiteti a cui era fatto segno.
Il piccolo orgoglioso Francesco Giuseppe, tentava di difendere l’onore del genitore, mostrando la faccia dura, che puntualmente veniva riempita di sganassoni dalle preponderanti forze avverse.
Ogni giorno il poveretto tornava a casa malconcio e piangendo implorava sua madre e Giuditta di tenerlo a casa.
L’intervento in aula e presso i genitori degli altri alunni dello stesso don Alessandro, non risolse il problema, e finì per inasprire ulteriormente l’inimicizia alleggiante nell’aula; botte e patimenti proseguirono puntuali, se possibile in modo più duro e cattivo.
Alla fine per non rovinare la salute del figlio, e anche la sua, Angelica impose la sua volontà davanti a quella dei riluttanti don Alessandro, Altero e Giuditta, che si videro costretti a cedere.
Francesco Giuseppe non avrebbe più messo piede in quell’aula pregna di odio, ma un’infarinatura d’istruzione la doveva pur avere, ragionando e scambiandosi pareri attorno al tavolo, una soluzione soddisfacente fu presto trovata; don Alessandro si prese l’impegno d’impartire la sua ora di lezione religiosa se Altero avrebbe portato il piccolo in canonica; per le altre materie ci avrebbe pensato Giuditta.
Giuditta, culturalmente preparata, si prese in carico l’istruzione del piccolo Francesco Giuseppe; ogni giorno si appartava per un paio d’ore con il suo allievo e, con passione e competenza, gli insegnava a leggere, scrivere e far di conto.

Il tempo scorreva sereno, Francesco Giuseppe cresceva felice, nonostante la mancanza di amici, si sentiva protetto, coccolato dalle due donne; scorrevano lievi i giorni, dopo il tempo dedicato allo studio salutava Giuditta, Angelica e correva in falegnameria, lì incollato al fianco di Altero seguiva con un interesse sicuramente maggiore di quello dedicato allo studio, le mani esperte dell’artigiano incidere il legno regalando alla materia nuove forme.
Angelica non era più la ragazzina spaventata da un impegno troppo gravoso per le sue fragili spalle; ma una donna forte e sicura.
La bellezza acerba aveva assunto le forme compite della donna capace di attirare gli sguardi vogliosi degli operai di Altero, tutti sposati con prole.
La prorompente bellezza di Angelica attirò anche lo sguardo del buon Altero, che senza accorgersene finì per innamorarsene; struggendosi cercò di combattere l’insano desiderio rifugiandosi nella preghiera, ma il tempo e la sua presenza dentro casa scalfirono la sua stoica resistenza.

Una tiepida mattina di primavera, Giuditta tenendo per mano Francesco Giuseppe, attraversò il cortile e si recò nel giardino sito dietro la falegnameria, lì, seduti all’ombra del glicine, gl’impartì la quotidiana lezione di matematica, materia ostica da far entrare nella testa di un bambino di sette anni, che sarebbe durata almeno un paio d’ore.
Angelica, convinta di essere sola in casa, rassettava la camera con indosso una camicia da notte di lino lunga fino ai polpacci, niente di particolarmente arrapante oggigiorno; per favorire il ricambio dell’aria aveva spalancato la finestra e la porta che dava sul corridoio.
Altero chiuso nel piccolo ufficio della falegnameria rovistava fra le carte brontolando per una fattura che non riusciva a trovare: “Deve essere nello scrittoio, su in camera!”, esclamò illuminandosi.
Chiuse a chiave l’ufficio, attraversò con passo svelto il cortile, entrò in casa e salì di corsa le scale.
La porta, spalancata, della camera di Angelica si trovava in fondo al corridoio; mentre avanzava, Altero non riusciva a distogliere lo sguardo dal candido lino appoggiato sul posteriore della donna, inginocchiata e piegata in avanti nel gesto di passare la cera su pavimento.
“Ciao Altero.”, esclamò Angelica girandosi, scostando con il gesto della mano i lunghi capelli dal viso.
Calò un silenzio imbarazzato quando gli sguardi s’incrociarono; lei lo osservava con sguardo invitante, lui fermo in tutta la sua imponenza in mezzo alla porta, non riuscendo a togliergli gli occhi di dosso, tratteneva il desiderio d’investirla di baci serrando i pugni.
Altero, seguendo i canoni della bellezza classica, si poteva tranquillamente definire un bel fusto; alto e prestante, cappelli ondulati nerissimi e due occhi profondi che sembrano volerti rubare l’anima.
Il suo fascino aveva colpito fin da subito anche Angelica, ma sino ad allora era riuscita a reprimere ogni desiderio peccaminoso, limitandosi a qualche volo di fantasia facendo dell’autoerotismo.
Il desiderio oramai saturo in entrambi, esplose quella tiepida mattina e proseguì con incontri clandestini dentro la falegnameria piuttosto che in camera oppure nella legnaia.
Né Giuditta né tantomeno Francesco Giuseppe negli anni a venire ebbero sentore della tresca fra i due.

Aveva tredici anni, Francesco Giuseppe, quando Altero decise che era venuto il tempo d’insegnargli i segreti della sua arte assumendolo come ragazzo di bottega in falegnameria, e lui ricambiò la fiducia applicandosi molto più che nello studio.
“Questo ragazzo è nato per lavorare il legno!”, esclamò Altero una sera a cena, facendo felice oltre che Francesco Giuseppe, Angelica e Giuditta.
“Francesco Giuseppe seguirà le orme di Altero, e quando sarà il momento condurrà lui la falegnameria.”, confermò Giuditta accarezzando il ragazzo.
“Siete troppo buoni, se non fosse per voi non so che fine avremmo fatto. Non finirò mai di ringraziarvi.”, disse una commossa Angelica.
“Siamo noi che vi dobbiamo ringraziare…”, replicò Giuditta, e dopo una breve pausa concluse: “Per aver colorato la nostra vita grigia.”.

Trascorsero altri due anni tranquilli, Francesco Giuseppe oramai lavorava in falegnameria a tempo pieno, Angelica proseguiva serenamente il suo rapporto con Altero, mentre Giuditta era ancora all’oscuro di tutto.
Nascondere le prove del loro tradimento si faceva ogni giorno sempre più complicato, per ben tre volte; prima un paio di mutande, poi una camicia da notte e infine un paio di calze lasciate nel posto sbagliato, avevano rischiato di farli scoprire; per un soffio Angelica riuscì a recuperare gli indumenti compromettenti prima che Giuditta li trovasse.
Ma la prova che si apprestava ad appalesarsi, sarebbe stata impossibile da nascondere.

CONTINUA...


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