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lavoro pubblicato lunedì 18 maggio 2015
ultima lettura domenica 17 febbraio 2019

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La stirpe dei Barbotti - capitolo 1

di vecchiofrack. Letto 547 volte. Dallo scaffale Storia

LA STIRPE DEI BARBOTTIPROLOGODanilo Barbotti venne alla luce, senza preavviso, mentre sua madre era intenta a sollazzare due soldati austriaci della piccola guarnigione, venti uomini, dislocati nella caserma del paese.Il suo tempo, Teresa, questo era i.....

LA STIRPE DEI BARBOTTI

PROLOGO

Danilo Barbotti venne alla luce, senza preavviso, mentre sua madre era intenta a sollazzare due soldati austriaci della piccola guarnigione, venti uomini, dislocati nella caserma del paese.
Il suo tempo, Teresa, questo era il nome della donna, lo dedicava in gran parte agli uomini della guarnigione, rare volte le capitava di appartarsi con qualche compaesano; la moneta sonante per soggiacerle accanto scarseggiava fra i villici, mentre gli armigeri ne erano sempre ben forniti.
E lei, nonostante il pancione, se c’era da guadagnar qualche moneta d’argento, non si tirava certo indietro.
E i soldati erano ben contenti di sganciare qualche soldo in più per montarla da dietro, accarezzandole il pancione o stringendo fra le mani le mammelle gonfie.

Fu così che quella notte, quando le doglie si fecero più frequenti, uno dei due soldati a cui stava vendendo la sua merce, dovette correre a chiamare il medico del paese, mentre l’altro rimase ad assistere la partoriente.

Il medico arrivò giusto in tempo per aiutarla a partorire, assistito da due improbabili levatrici.
“Come lo vuoi chiamare tuo figlio?”, chiese il medico seduto al tavolo intento a redigere l’atto di nascita; mentre Teresa, stanca e sofferente, osservava con sguardo rapito il neonato piangere fra le sue braccia.
“Non lo so.”, rispose, rifletté un attimo, guardò i due soldati in piedi davanti a lei: “Tu come ti chiami?”, chiese a quello che lei giudicò essere il più bello.
“Caporale Danilo Moroder!”, rispose prontamente il milite scattando sull’attenti, strappandole un sorriso.
“Danilo… lo chiamerò Danilo.”, disse, guardando il piccolo con sguardo rapito.
“Danilo, figlio di Teresa Barbotti e…”, disse mentre redigeva l’atto di nascita: “E padre ignoto.”, concluse sospirando il medico.
“Ignoto per lei!”, ribatté Teresa, continuando a guardare il suo bambino.
“Sai chi è il padre?”, chiese sorpreso il medico.
Teresa annuì: “Un soldato austriaco.”.
“Il suo nome?”.
“Non lo conosco… ne scelga uno a caso fra quelli della guarnigione.”, rispose serafica Teresa.
“Mah! Sei impazzita, mica posso prendere un nome a caso e metterlo sul certificato di nascita, passerei dei guai seri. Se non sai chi può essere il padre, devo mettere figlio di padre ignoto.”, replicò risentito il medico.
“Che vuole che me ne importi, metta quello che vuole, io so che mio figlio è di stirpe guerriera, per questo avrà un futuro radioso.”.
“Contenta tu.”, fu il commento laconico del medico, mentre riponeva i ferri del mestiere dentro la borsa.

Il futuro di Danilo non fu né radioso né tantomeno onorevole.
Danilo scelse di vivere facendo un lavoro ignobile agli occhi dei suoi compaesani, un lavoro utile ma disprezzato anche da chi ne risultava beneficiato, l’esercito austroungarico che occupava la Lombardia.
Danilo esercitava il mestiere di spia, denunciava ogni azione ogni gesto di scherno ogni parola pronunciata dai suoi compaesani contro gli austriaci; molti di loro assaggiarono, oltre alla frusta, qualche giorno in cella grazie alle frasi riportate da Danilo al capitano austriaco della guarnigione.
Il suo, chiamiamolo lavoro, non si limitava alla delazione, essendo lombardo poteva attraversare il confine con una certa facilità e riferire eventuali movimenti sospetti dei soldati piemontesi.

“L’austroungarico.”, così i paesani apostrofavano in tono dispregiativo l’odiato Danilo, ripromettendosi di fargliela pagare alla prima occasione.
Lui non se ne curava, non si sentiva un traditore, ma la quinta colonna dell’esercito austriaco; questo perché sua madre l’aveva cresciuto nel culto, falso, di un padre ufficiale dell’esercito austroungarico caduto in un’imboscata di ribelli lombardi.
Nonostante l’odio tracimante, l’austroungarico riuscì a far innamorare una ragazza del paese e, nonostante la contrarietà dei genitori di lei, decise che sarebbe stata comunque la madre dei suoi figli.

CAPITOLO UNO: L’AUSTROUNGARICO

“L’austroungarico mai! Piuttosto ti ammazzo con le mie mani!”, urlava il padre, e giù legnate sulla schiena della poveretta rannicchiata in un angolo.
Angelica piangeva e imprecava pietà, ma l’imbufalito genitore non voleva sentire ragione; bestemmiando e maledicendo: l’austroungarico, continuava a menar fendenti roteando il bastone.
Lo sguardo della poverina cercò aiuto negli occhi spenti della madre; la donna, seduta accanto alla stufa, continuò a mescolare la povera cena dentro la pentola, disinteressandosi delle urla imploranti della figlia.
Menar legnate urlando come un ossesso, si rivelò un esercizio fisicamente stancante, approfittando di un momento di pausa Angelica sgattaiolò via sotto il naso del padre e, arrampicandosi velocemente sulla scala a pioli, andò a rifugiarsi nel soppalco, zona notte del piccolo umido e insano locale, dove l’attendevano spaventati i suoi quattro fratelli.
“Maledetta! Scendi di lì!”, urlò il padre scuotendo la scala a pioli, facendo tremare le travi del soppalco.
Angelica e i fratelli si strinsero facendosi forza a vicenda; esausto dopo la violenta, rabbiosa esibizione, il padre si sedette a tavola: “Ho fame sbrigati con quella sbobba!”, fu l’ultimo sussulto rivolto alla moglie intenta a togliere la pentola dal fuoco, prima di ingurgitare l’ennesimo bicchiere di vino.

Il giorno dopo Danilo attendeva fremente nel fienile di un cascinale l’amata: “Sei in ritardo.”, sussurrò abbracciandola.
“Ho dovuto fare un altro giro, ieri sera nonostante il buio qualcuno ci ha visto tornare lungo la strada del mulino ed è corso a riferirlo a mio padre. Dobbiamo essere più guardinghi.”, disse lei sdraiandosi sulla paglia.
“Non voglio più nascondermi. Parlerò a tuo padre!”, sbottò Danilo.
“Ti prego, non ti ci mettere anche tu… non è ancora il momento.”.
“E quando sarà il momento? Quando morirà tuo padre? Ho ventidue anni, mia madre è morta due anni fa lasciandomi solo; voglio sposarti, avere dei figli, riesci a capirlo questo?”, la incalzò Danilo.
“Ti capisco amore… ma devi avere pazienza…”.
“La mia pazienza è al limite!”, la interruppe urlando.
“Calmati ti prego… cerca di capire, ho solo sedici anni… un anno, un anno ancora… se mi ami, devi saper attendere.”, lo implorava accarezzandolo.
“Saprò aspettare… un anno ancora, poi non ci saranno più scuse; se tuo padre non ti lascerà andare, verrò a prenderti!”.
Angelica annuì sospirando, poi tirò a sé il suo uomo e lo baciò.
Immersi nudi nella paglia gemevano di piacere, il freddo dell’inverno non sfiorava la calda pelle, le miserie di una vita complicata dall’atteggiamento del padre di lei evaporarono dentro momenti pregni d’amore, il fuoco del piacere aveva acchetato la rabbia di Danilo.
“Il sole sta calando, devo andare.”, disse Angelica liberandosi dall’abbraccio dell’amato.
Piegandosi in avanti per raccogliere il misero vestiario, mostrò allo sguardo amorevole di Danilo la candida schiena solcata dalle tumefazioni blu delle legnate ricevute il giorno prima.
“E queste… cosa sono?”, chiese preoccupato Danilo, sfiorandole con la mano.
“Nulla, sono caduta dalla scala.”, cercò di minimizzare lei, forzando un sorriso.
“Questi sono segni lasciati da una frusta… è stato lui!”, urlò scuotendola.
“Non è vero, sono caduta dalla scala…”
“Non trattarmi da stupido!”, la interruppe, puntandole addosso uno sguardo rabbioso.
Angelica abbassò lo sguardo: “Ora capisci perché non voglio che venga a parlare con mio padre? Ti ammazzerebbe!”, disse con voce rotta.
“Una bestia… quello non è un uomo, è una bestia!”, urlava rabbioso, picchiando i pugni nella paglia.
“Non fare così, calmati, ti prego.”, replicava lei piangendo.
“Me la pagherà!”, concluse raccogliendo i suoi vestiti.
“Dimentica questa storia, non lasciarti guidare dal desiderio di vendetta, pensa al nostro futuro.”, lo implorava Angelica.
“Il nostro futuro… a quello penso, non ci sarà futuro per noi se quel maledetto ti ammazza di botte.”.
“Promettimi che non lo affronterai.”.
“Non posso farlo.”.
“Promettilo o non mi vedrai mai più!”.
Davanti alla risoluta richiesta di Angelica, Danilo cedette: “Non posso rischiare di perderti… ti prometto che non lo affronterò, va bene così?”, disse con tono dolce, asciugandole le lacrime.
Angelica rincuorata dalle parole dell’amato finì di vestirsi e, dopo un ultimo appassionato bacio, se ne andò.
Un ghigno diabolico attraversava lo sguardo di Danilo mentre la guardava allontanarsi nella luce del tramonto, - non posso aspettare che quel bastardo ti ammazzi… ti ho promesso che non lo affronterò, e manterrò la parola… troverò un altro modo per fargli capire come và il mondo, non la passerà liscia questa volta. -, pensava, già proteso a elaborare il suo piano.

Tre giorni dopo, mentre Angelica, i suoi quattro fratelli e i genitori stavano cenando, quattro soldati senza troppi complimenti entrarono sfondando la porta.
Angelica e i suoi fratelli scapparono sul soppalco, sua madre li guardò impietrita avvicinarsi al tremebondo marito: “Pietro Galimberti, ci segua!”, tuonò l’ufficiale.
“Dove… perché… non ho fatto niente.”, biascicò.
“Ci segua in caserma!”, replicò l’ufficiale con ancor più decisione, senza aggiungere altro.
“Ma…”, ebbe solo il tempo di pronunciare, prima che a un cenno dell’ufficiale, due militari lo afferrassero per le braccia e lo trascinassero fuori di casa fra le urla e i pianti, suoi e dei famigliari.
Quando le acque si furono calmate, Angelica prese lo scialle e corse fuori.
Si diresse piangendo verso la casa di Danilo, bussò con rabbia e, quando lui aprì, lo investì con una gragnola di pugni.
“Sei stato tu a denunciarlo!”, urlava piangendo Angelica, affrontando a muso duro.
“Vuoi calmarti e spiegarmi di che diavolo parli?”, disse lui mostrandosi sorpreso, trattenendola per i polsi; quando si calmò, la fece accomodare sul divano e proseguì: “Ora con calma dimmi che ti è successo.”.
Angelica descrisse la scena che si svolse pocanzi a casa sua, Danilo mostrando la sua incredulità ascoltava inorridito il racconto.
“Così tu hai pensato che in tutto questo, io centrassi in qualche modo.”, disse alla fine, mostrandosi offeso per mancanza di fiducia.
“Non è così? Tutti in paese dicono che sei una spia al servizio degli austriaci.”.
“Dicono… ma non è vero.”, rispose Danilo amareggiato: “Sono tutti gelosi, perché sono l’unico con cui gli austriaci fanno affari. Sono un ambulante, non mi occupo di politica; io compro e vendo, tratto indifferentemente con lombardi, piemontesi e austriaci. Questa è la pura verità.”.
“Puoi giurarmelo?”.
“Te lo giuro su quello che ho di più caro.”, rispose accarezzando il ritratto della madre appeso alla parete.
Angelica parve credere alla storia imbastita da Danilo: “Perdonami, non avrei dovuto dubitare.”.
“Non importa. Ma dimmi, ora come pensate di muovervi, conoscete qualcuno che possa intercedere presso gli austriaci?”.
“No, nessuno.”.
“Potrei interessarmene io.”.
“Davvero faresti questo per mio padre?!”, esclamò sorpresa Angelica.
Danilo scosse il capo: “Non per tuo padre, per te, lo farei per te.”.
Angelica lo abbracciò: “Oh, Danilo, quando lo saprà mio padre cosa stai facendo, cambierà idea su di te.”.
“Ne dubito… comunque il primo passo è capire di quale reato è accusato. Domani tua madre andrà in caserma e se lo farà dire, chiederà a tuo padre se è disposto ad accettare il mio aiuto… poi decideremo il da farsi.”.
“E’ necessario che accetti il tuo aiuto?”, chiese Angelica, dubitando fortemente di riuscire a convincere il padre.
“No, ma sarebbe gradito… tranquillizzati, se anche non dovesse accettare, lo aiuterò ugualmente.”, concluse il magnanimo Danilo, facendo felice Angelica.

Il padre, al contrario di Angelica, non si fece abbindolare dal finto buonismo di Danilo e rifiutò sdegnosamente il suo aiuto.
Danilo, mostrandosi commosso davanti all’amata venuta a spiegargli in lacrime il gran rifiuto del padre, promise di aiutarlo ugualmente, e così fece.
Angelica ricambiò con qualcosa che Danilo non si sarebbe mai aspettato d’ottenere dal suo diabolico piano; la promessa che quando suo padre sarebbe tornato libero, lei avrebbe lasciato la sua casa e sarebbe andata a vivere per sempre con lui.
Dopo una settimana il padre riacquistò la libertà, e Angelica, come promesso, se ne andò a vivere con Danilo.

Fu un giochetto da bambini per il furbo Danilo convincere il capitano che si era sbagliato, ma prima di agire attese una settimana; la giusta punizione a parer suo per le bastonate rifilate alla figlia: “C’era ressa nell’osteria quella sera, ero convinto che la voce che udii inveire contro l’imperatore fosse quella di Pietro. Oggi, passando davanti all’osteria ho sentito di nuovo quella voce; solo allora ho compreso a chi appartenesse.”, disse mostrandosi convinto e dispiaciuto.
Al ché il capitano gli chiese di fornirgli le generalità del colpevole; Danilo ci mise un attimo a sviscerare il nome di un povero contadino con il quale pochi giorni prima aveva litigato, ottenendo il risultato voluto; liberare il riluttante suocero e far sbattere in galera il povero contadino per un mesetto.

La fuga di Angelica sancì il definitivo distacco dalla sua famiglia né la madre né le sorelle e tantomeno il padre accettarono il legame con: l’austroungarico, e cancellarono definitivamente la figlia ribelle dalla loro vita.
Nonostante il dolore provocato dalla situazione famigliare, Angelica e Danilo trascorsero un periodo veramente felice; lui la trattava con la cura e l’amore promesso, facendola sentire importante; per completare il quadretto famigliare mancava solo quel figlio che sarebbe arrivato ad allietare il focolare l’anno seguente.

Il pargolo nacque il quindici gennaio milleottocentocinquantanove, anno di sconvolgimenti epocali.

CONTINUA...


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