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lavoro pubblicato lunedì 18 maggio 2015
ultima lettura sabato 30 maggio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Rainy Days [Cap. 1]

di EmilyWord. Letto 499 volte. Dallo scaffale Generico

Non parlai mai di me. Neanche una volta, nemmeno quando chiedevano. Perché? Beh, nulla è mai come sembra, no? E che lezione che pare, detta da una semplice ragazza di sedici anni che già viveva in una realtà alquanto alter..

Non parlai mai di me. Neanche una volta, nemmeno quando chiedevano. Perché? Beh, nulla è mai come sembra, no?
E che lezione che pare, detta da una semplice ragazza di sedici anni che già viveva in una realtà alquanto alternativa per le persone con cui avevo a che fare. Non ero una di quelle ragazze che vivevano da sole, e nemmeno una che una qualche stana possibilità di essere indiziata per qualche comune inflazione della legge, come spaccio o furti. Sarei potuta sembrare normale, come sto ripetendo, ma non sarebbe per nulla vero definirmi così.
E che dire, intanto che pensavo e parlavo di me nella mia testa, ero li a guardare un finestrino su un auto, mentre fuori la pioggia continua a cadere con delicatezza incredibile. Mi piaceva, avrei voluto guardarla ancora un po', rimanere li a sentirne l'odore, a far brillare il mio sguardo e ad accarezzare quella pelle normale e poco curata. E che dire, mi sarebbe piaciuto davvero molto, ma questo veicolo mi doveva portare via, verso il mio orizzonte poco limpido e già frantumato.
Di fianco a me, senza una vera vita, il mio capo, che stava leggendo un giornale noiosamente: e che dire, avrei pagato per metterci su le mani, per leggere tutte le notizie su ciò che stava avvenendo in Africa, dove ne il mio pensiero ne la mia vita avevano il coraggio di arrivare.
Era ancora vivo? Pensava a noi qualche volta? Quando sarebbe tornato? Sarebbe tornato?
Erano queste le mie domande, che provocavano moti di rabbia e di paura incontrollata, che ogni volta tentavano di trasportarmi nelle lacrime. Ma no, non potevo.

- Tuo padre è ancora la?- Mi chiese quella voce di quella persona fredda e cinica, ma che appena poteva tentava di aiutarmi. No, non era mio amico, nemmeno conoscente. Era solo una brava persona che conosceva la mia situazione, il perché una ragazzina di sedici anni si era ridotta a lavorare fino a tardi solo per la sua famiglia.
Mi aveva letto nel pensiero per caso?
Nah, forse mi conosceva abbastanza per sapere che rimanevo sempre in silenzio nonostante le mie domande. Più probabilmente riusciva a immaginare la paura di qualcuno che non sa se quel militare tornerà o rimarrà sepolto tra le macerie di una città teatro per molti telegiornali sconosciuti.
Con il capo, delicatamente e senza guardarlo, annuii, lasciando che quei capelli rossi ondeggiassero leggeri avanti e indietro, mentre le punte colorate di nero erano già pronte a scomparire con il nuovo taglio. Amavo cambiare colore, ma nessuno a parte me sapeva il perché.
- Non è una bella situazione-
Amavo quel suo lato, la sincerità. Sapeva, nonostante la mia piccola età, che odiavo sentirmi dire che tutto andava perfettamente, perché lo capivo subito.

- Tua madre ne è al corrente?-
A quella domanda volta scossi la testa, lasciando che quello sguardo color indefinito ma di un colore molto acceso si posasse su di lui, studiando solo i suoi occhi. Erano splendidi, di un color ghiaccio incorniciati da quei capelli neri ormai tendenti al grigio, che guardavano ancora il giornale con paura dei miei. E poi mi chiedevo come tutte le impiegate si innamorassero di lui, anche se era ormai verso la cinquantina. Magari, con una tinta, sarebbe anche potuto sembrare più giovane, ma a lui non interessava davvero, altro lato di lui che apprezzavo.
- Deve aver speranza, perché non possiamo permetterle di deprimersi- Risposi, abbastanza rude e fredda, con una voce da ragazza storpiata, quasi più simile a quella di una donna ormai adulta che sapeva bene cosa significasse tutto ciò. D'altronde, io vivevo quella realtà, non lui ne gli altri.
E lui, scuotendo leggermente il capo, tornò a leggere come nulla quel giornale, lasciando sprofondare quel veicolo nuovamente nel silenzio battuto dalla pioggia, e io abbassai lo sguardo verso le mie mani: non tremavano, ne si muovevano. Erano gelate, aggrappate alle mie gambe e ai miei jeans ben stretti che le definivano, così sudate da far quasi paura. Ci speravo?
Ancora quattro mesi, quattro mesi in cui non avrei saputo niente se non della sua morte. Quattro mesi di agonia che precedevano altri sei mesi al campo, tentando una qualche forma di pace che non sarebbe mai arrivata senza la sconfitta di una delle due parti. E diciamolo, la parte per la quale mio padre stava lavorando non era la favorita. Ma non avevo ne il tempo ne l'opportunità di lasciarmi andare ai sentimenti, perché tutta una famiglia contava su di me.
Due fratelli e una madre. Due piccoli gemelli che andavano ancora alle elementari e una malata di cancro. Non potevo, dovevo tenere su i pezzi di tutto il mondo con le mani sanguinanti e il sapore di lacrime in gola, ma con il viso freddo e distaccato, finché tutto non sarebbe finito in meglio. Ma sapevo che non sarebbe mai finito così, conoscevo troppo bene che mi sarei ritrovata prima o poi con due fratelli da curare e vari lavori per dar loro delle grandi speranze che io non avevo più.
Era per il loro sorriso, il loro dolce sorriso che mi rivolgevano quando andavo a prenderli a scuola o quando li portavo da nostra madre, che ritrovava così la speranza. La loro ingenuità con cui parlavano di nostro padre e delle sue imprese eroiche che avrebbero salvato il mondo, senza pensare più a nulla. E io, in silenzio che sorridevo e alimentavo quei sorrisi e quei finti sogni di cui si stavano nutrendo da anni, lasciando che il marciume distruggesse la mia forza.

Mio padre lo stimavo. Era davvero una persona d'oro, nessuno avrebbe mai potuto contraddire ciò. Eppure, ricordo ancora bene che i primi periodi, quando io ero ancora una bambina, aveva una luce negli occhi che dava a tutti una strana speranza, ma che quella strana stella lentamente si stava spegnendo, sotto i grilletti che portavano via le vite dall'alto.
Nonostante la distanza che ci separava, ogni volta che tornava non riuscivo a buttarmi nelle sue braccia, sapendo di come era diventato una macchina dello Stato, di come non gli interessasse più smettere di uccidere. Ci guardavano, ci sorridevamo, parlavamo e cantavamo, a volte andavamo perfino a sparare qualche colpo nella foresta. Ma nessun vero contatto fisico, nessuno dei due l'avrebbe davvero tollerato, troppo simili, troppo consapevoli di cosa stava realmente succedendo.
Per i miei due fratelli era completamente diverso: si fiondavano su di lui, arrampicandosi su per le braccia fino alle spalle, per poi dargli un caldo abbraccio che poteva benissimo sostituire il mio, e poi lo riempivano di baci sulle guance e di lacrime. E lui piangeva, piangeva cristalline gocce di acqua salata che io non potevo versare. Orgoglio? Per nulla, solo consapevolezza terrorizzata che il prossimo viaggio non sarebbe tornato così, ma più probabilmente su una bara nera con una bandiera della nostra nazione. Che orrore.

La macchina lentamente rallentò, lasciando questi miei pensieri sospesi tra sogno e realtà, che poi per me era più tra incubo e realtà, e guardai lo stand dove avrei dovuto lavorare per quelle due o tre ore. Presi la mia borsa e, senza aspettare il consenso del mio capo, scesi con tranquillità e normalità, stringendo saldamente quella stoffa di un marrone chiaro. Era fredda quella pioggia, una splendida pioggia primaverile che già stava aderendo sui miei capelli del colore dell'autunno e che stava abbracciando con tutta se stessa la mia figura, ma io, come ogni persona comune, aprii il mio ombrello e lo appoggiai alla mia spalla. Non potevo permettere all'acqua, per quanto l'amassi, di raggiungere la mia borsa, era troppo preziosa.
Con tranquillità, aspettando questa volta il mio superiore, incominciai a camminare verso l'ingresso di quel capannone, mentre le sue parole, di cui mi interessava solo metà, stavano riecheggiando vane tra il ticchettio e i passi.
Modelle.... estate... Ricordati di esser te stessa quando sei li a fotografarle.... Odiano le ragazze fotografe.... E tutte cose simili, aggiungendo pure che ero stata una stupida a rifiutare quel posto tra di loro. Non ero adatta per quel lavoro: ne bella, ne disponibile, ne così dall'apparenza superficiale. Amavo guardarle attraverso il mio obiettivo, immortalarle in qualcosa di immutabile, rimanere al di qua della macchina fotografica. Per questo mi avrebbero odiato, ma poco mi importava: era il mio lavoro, l'unico modo per sostenere meglio le spese familiari.

Al che, il mio pensiero ricadeva sempre su mia mamma, e sul suo modo di sorridere nonostante il freddo su quel cranio troppo bianco e troppo nudo, e del suo modo di parlare. Era davvero una splendida donna, che era perfetta al fianco di mio padre, ma che il fato aveva voluto ostacolare. Erano ormai due anni da quando il dottore mi aveva dato quella notizia, che tenni per il primo periodo solo per me: per mia madre erano solo dei controlli, tutto qui, mentre per i miei fratellini era come una specie di campeggio dove arrostivano marshmallow. Cancro al cuore. Era già praticamente morta, e io ero l'unica che lo sapeva. Dopo circa un mese tornai a parlare con il dottore, per sapere delle varie cure a cui lei poteva sottoporsi per guarire o almeno vivere quel tempo in più per dare ai miei fratelli la consapevolezza della sua vita. Mi ricordo ancora le sue parole, dette con dolcezza e gentilezza, ma che così dolci e gentili non erano:" E' una situazione complicata, e sua madre ha bisogno di cure per vivere. Non le posso assicurare nulla, ma con le medicine moderne potremmo riuscire a farla guarire anche del tutto. Ma costano, molto. A lei la scelta, signorina."
A quattordici anni, come anche a sedici, a venti o a cinquanta, vedi la vita di tua madre su un piatto di una bilancia e sull'altro i soldi che potrebbero salvarla. E non ci pensi nemmeno una volta per accettare, sacrificando quel poco che ti rimane per dare fuoco al fuoco. E così accettai subito, per poi ritrovarmi a faticare per tre lavori che offrivano paghe misere, lasciando che mia mamma scoprisse la verità e il dolore di quelle cure. E io, come un fantasma, lavoravo e lavoravo senza sosta, senza trascurare nemmeno i miei fratellini, abbandonando così quasi la scuola. Di mattina ero meccanico, di pomeriggio, tra una paura e l'altra, ero una cassiera del supermercato e aiutante di un pizzaiolo di sera. E il poco tempo che mi rimaneva, lo passavo da lei, lasciando che i miei sorrisi finti le dessero una certa speranza, ripetendo che stava andando tutto bene, che papà sarebbe tornato presto e che la sua situazione era ottimale. Quante lame tagliavano il mio cuore, quanto persi ogni volta che varcavo quella soglia.
Ero arrivata a un punto morto, dove non riuscivo più a reggere tutti quei lavori e le minacce della scuola, unite alla paura di vedere entrambi i miei genitori morti e i miei fratellini abbandonati al loro destino. Fu quel giorno che lo incontrai, quell'uomo che aveva i capelli quell'anno lievemente macchiati di grigio e dallo sguardo di ghiaccio, puntato sull'entrata di quella scuola. E che dire, sua figlia, la piccola e dolce creaturina che conobbi lentamente col passare del tempo, era molto legata ai miei fratellini, soprattutto a quello più chiacchierone che trascinava quello timido. Erano un trio dinamico, che quel giorno non voleva separarsi. Fu così che lo conobbi, per un capriccio che mi costò ben due lavori, lasciandomi solo come meccanica a tempo perso, ma che mi fece prima diventare babysitter della figlia del mio ormai capo e infine, per puro caso, fotografa della sua agenzia. Era un uomo silenzioso, distaccato, con un carisma silenzioso che riusciva a rapirti e a renderti dipendente da quel posto di lavoro, che era freddo e pieno di rivalità, insieme a molte impiegate che tentavano inutilmente di sedurlo per il loro piacere e per la loro paga. Ma lui, fedele a sua moglie, mai una volta cedette, regalando così una bella vita sia a se stesso che alla sua famiglia. Per me era un punto fisso, una specie di persona di cui bisognava avere ammirazione, sia per il carattere sia per il suo lavoro, e lentamente, mentre il mio semplice e normale lavoro si tramutava in una specie di dipendenza e passione, divenni una specie di promessa, una specie di seconda figlia per quell'uomo, anche se definirci così mi sembra troppo. Era un particolare rapporto impiegato superiore, che lentamente era diventato strana amicizia fredda e distaccata, e con certa calma imparai molte cose di lui, che amavo e odiavo. Prima cosa che fece, dopo avermi assunta, mi rimandò a scuola, facendomi quasi subito recuperare il periodo che avevo perso per colpa di quei piccoli lavori inconcludenti e ridandomi una specie di gioventù di cui mi ero privata. Sotto un certo senso, quel giorno mi salvai, e mi ritrovai condannata alla realtà di ora, che tanto male, osservando quella precedente, non era

.

- E sorridi quando sono sulla posizione giusta, così si sentiranno sicure-
Fu l'ultima frase, colta di sfuggita dalla mia fantasia che stava analizzando la mia vita sotto vari aspetti, ricordando il passato. Era l'effetto della pioggia, la consapevolezza che qualcosa stava quasi per finire, anche se mai quella strana consapevolezza mi aveva abbandonata dall'inizio della mia vita. E che dire? Nella vita normale sembravo anche una semplice e bella ragazza che sorrideva e simpatizzava con molte persone, che studiava quello che serviva e che era brillante in tutto. Quella ragazza dai capelli di molti colori che aveva una famiglia perfetta, che aveva un sorriso talmente finto che con il fuoco si sarebbe anche potuto sciogliere, ma nessuno aveva mai compreso cosa celasse.
L'apparenza inganna molto, anche quella di una ragazza di sedici anni, no?

Annui a capo basso, mentre il suo sguardo già mi sgridava silenziosamente per la mia mancanza di attenzione, e con un leggero passo, come se la paura di rompere delle schegge di vetro su quella divisione tra pioggia e asciutto fosse li, accanto a me, attraversai quella porta che già ospitava mille luci e colori. L'odio che provavo per quei posti non era nemmeno paragonabile a quello che avrei mai detto: trucco, tutto troppo finto e artificiale, con luci che servivano solo a valorizzare le curve delle modelle e dei modelli. E io, con lo sguardo basso, già sentivo quel narcisismo vivo che attraversava tutta me stessa, ripugnata da tutto ciò. Amavo la natura e non le apparenze. E li esistevano solo quelle.

Urla starnazzanti di ragazze che tentano in tutti i modi di abbattere la concorrenza, truccatori esasperati che rendono le curve e le linee del volto ancora più marcate, valorizzando e nascondendo tutto il volto sotto una maschera quasi più finta del mio sorriso, parrucchieri che assomigliavano a giocolieri pericolanti e stilisti che sistemavano l'intimo delle modelle e i pochi vestiti che indossavano.

- E ricordati, niente commenti o sincerità. Zitta e lavora- Mi mormorò il capo, da un lato della mia testa, dove l'orecchio destro era libero da quelle odiose urla, per poi darmi un leggero colpo amichevole per tentare di darmi solidarietà. E ancora, la sua prontezza mi aveva frenata, ma quel disprezzo e quel senso di disgusto mi si erano bloccati in gola e non vedevano l'ora di uscire. Perché mettersi mezze nude per degli arrapati? Ah, vero soldi. Gli stessi di cui io ero disperata. Ma mai avrei fatto una cosa simile.

Silenzio di tomba, mentre già quell'uomo che era passato davanti a me veniva guardato da tutte, e probabilmente era anche diventato il desiderio di quelle ragazze. Io camminavo, poco e lentamente, stringendo e sistemando con estrema noia quella borsa di stoffa che avevo attorno a me, ignorando completamente il tutto.

"Lo fai per loro. Per lei. Per loro. Per lei. E per lui. Un attimo, concentrati un poco e fai ciò che devi fare."

Ripetere calmava tutte le parole che avrei voluto sputare con anche l'anima, ma tardava solo l'inevitabile giudizio che cercavo di non dare mai.

Sgualdrine. Prostitute dei media. Ricercatrici di milionari single. Perché mettersi così solo per un po' di soldi?

Ogni volta mi dicevo ciò che doveva convincermi, come la mia solita frase sull'apparenza, il loro bisogno di soldi e cose simili. Ma il cervello? Perché non mostrare quello al posto di tutti i loro lati?

Giusto, alle persone non importa davvero cos'hai dentro. Se ne lavano le mani, anche se hai la faccia più bella del mondo. Dagli ciò che vogliono e saranno felici. E in fondo, anch'io donavo a tutti quelli che conoscevo quello che volevano, rinunciando a me stessa: non ero nella posizione di fare la predica a loro, ma almeno non rimanevo nuda davanti a un obiettivo.

Sospirai e, senza quasi nemmeno accorgermi, arrivai proprio alla mia postazione, dove i direttori erano seduti e mi guardavano con fare sospettoso. Vero, era per la mia età, non si vedono fotografi professionisti di soli sedici anni che hanno anche il coraggio di rifiutare un lavoro, anche se piccolo e semplice, in un'agenzia di moda. Dissi un flebile e freddo salve di cortesia, per poi farmi posto e appoggiare tutta l'attrezzatura che dovevo usare, ignorando ora gli sguardi che si erano posati su di me insieme ai mormorii. Beh, i mormorii mi si addicevano molto, anche se preferivo solo dimenticarli con i miei problemi che avrei preferito non avere.

Era una fortuna però quell'ambiente così artificiale donasse luci così progettate solo per i miei capricci e le mie ispirazioni, facilitava il tutto anche se era così insopportabile vedere come loro sfilavano con disprezzo davanti a me e poi mutare la faccia con una sensualità così finta che a quanto pareva era molto apprezzata. E io, invece, mentre le schifavo, desideravo che il mio prossimo incarico fosse nella natura, magari in uno di quei boschi dove andavo a sparare qualche colpo di fucile quando ero frustrata o mi sentivo sul punto di crollare. Quelli si che erano bei momenti.

- Iniziamo ragazze e ragazzi- Battito di mani, un urlo cosi forte da scatenare dei piccoli tremiti nelle modelle che erano già annoiate e guardavano con invidia e disprezzo tutti quelli che le circondavano, ad esclusione di quelli che avrebbero potuto sedurre con occhiate e movenze. E io di sicuro non facevo parte di quella categoria. E a quanto pare non ero voluta nemmeno dai direttori di quell'agenzia, che mi guardavano sospettosi. Oh, che allegria che mi stava portando quel posto. Li sì che si stava per combattere una guerra fredda.

Scatto, parole, posa luci, poi di nuovo scatto. Sistemazione del trucco e del parrucco, l'entrata e l'uscita di scena delle modelle e i miei comandi freddi che direzionavano con calma e gentilezza quelle specie di ragazze nascoste dall'accesso. Era ripetitivo, monotono, anche se contemplare la loro bellezza che si celava sotto quegli strati era abbastanza per far passare il tempo. Non so quante ore passarono, forse erano solo pochi minuti che fotografavo, quando arrivò un ragazzo.

- Finalmente sei arrivato, se non fossi così ti avrei subito licenziato ingrato!-

Urlo che mi fece leggermente sobbalzare, e che spaventò perfino la ragazza sulla scena, che era in una posa così delicata che mi aveva fatta quasi sorridere. Era così graziosa, così innocua, così semplice: forse per il trucco più leggero, forse il suo desiderio di rimanere meno appariscente delle altre, forse la sua leggera timidezza quando era arrivata a posare per me. Subito si girò, verso un lato, e subito feci anch'io lo stesso, senza però far vedere molto la mia faccia.

- Vecchio, sono arrivato, questo basta, no?-

Insolente. Maleducato. Che voce, l'odio puro. Altro che quelle ragazze, lui era nato solo per quel posto così ripugnante. Silenzio tombale, mentre i truccatori correvano a sistemarlo e i parrucchieri litigavano per avere un centimetro dei suoi capelli da fonare e acconciare. E tutte le modelle, che prima fissavano solo il mio capo e qualche ricco che stava finanziando quei progetti, erano li, in adorazione di quel ragazzo di cui non vedevo nemmeno il viso. Sapevo solo che era alto, e che doveva indossare solo un paio di pantaloni. Eppure già lo disprezzavo.

Mi rigirai, abituata a quegli ingressi di scena di star e persone così capricciose da permettersi di tutto, e guardai nuovamente quella piccola ragazza, che in realtà aveva probabilmente vent'anni, che ancora guardava il modello con una leggera ammirazione nello sguardo. Già mi chiedevo perché lei fosse li, tra quelle invidiose, eppure non mi soffermai molto. Prima avrei finito, prima sarei tornata a prendere i miei fratellini e avrei permesso a mia madre di dormire.

- Per favore, rimettiti come prima- Annunciai a voce fredda e calma, ignorando totalmente quella voce che stava parlando e subito la ragazza mi sorrise, mormorando un leggero scusa che forse mi ero immaginata, e si mise in posa. Ignorai nuovamente quegli sguardi di odio che si erano posati su di me, e che adesso mi ritenevano l'insolente.

Incominciai a scattare, facendo accendere e spegnere le luci a mio piacimento per creare l'ambientazione perfetta, dalla semplicità minimale che quella ragazza mi trasmetteva, e mi dimenticai di quel ragazzo di cui conoscevo solo la voce, concentrandomi solo su quel lavoro. E sentivo anche l'approvazione del mio capo, che di sicuro, nonostante probabilmente non mi stava minimamente guardando, aveva apprezzato quel piccolo cenno di menefreghismo che avevo fatto trasparire. Era, come dire, un segno di maturità. Ma più che altro, era una parte di me.

Un ultimo scatto, poi la ragazza dai capelli mori si alzò del tutto e si spostò senza smettere di guardare la mia chioma rossa dalle punte nere che nascondeva totalmente il mio sguardo nascosto da quella macchina fotografica, e io rividi quelle gambe. Erano coperte da un jeans nero, abbastanza semplice, ma che si poteva benissimo vedere che era il lavoro di un'alta sartoria che non avevo visto negli altri vestiti, o per meglio dire, nelle biancherie intime delle ragazze. Salì, con lo sguardo, fino ad incontrare un lembo di pelle macchiata un poco dal fondotinta che demarcava dei muscoli abbastanza invidiabili, soffermandomi un poco sul collo lungo e delicato. E infine mi persi, osservando uno sguardo che stava guardando dritto in camera. No, non stava guardando la macchina fotografica, stava cercando di vedermi. Cosa diamine voleva?

Ma rivedevo la natura in quegli occhi, l'erbaccia smeraldina che cresceva in primavera con una prepotenza inaudita, le edere che accompagnavano i boccioli dei fiori, quello splendido verde che rapiva una parte di te, come una specie di foresta oscura, e che portava la tua attenzione solo lì. Non era semplice, non era scontato: era magnifico, come un incubo di primavera che ti appare di sfuggita in un qualche sogno, quello che ti donava una sorta di strana sensazione. E io, ammaliata e pronta a fare il mio lavoro, disprezzavo fino in fondo quel mostro che possedeva occhi simili e li rendeva così, con una natura rabbiosa, e non semplicemente armonica. Ma c'era altro. Sentivo qualcosa quando lo guardavo, e non era un qualcosa di felice: era come se tutta quella arroganza fosse solo il velo di qualcosa ben più grande, qualcosa che lo stava stravolgendo come una tempesta estiva che sradica e infiamma le foreste.

Subito, senza mostrare nulla di quello che stavo pensando, incominciai a scattare, dando come al solito le indicazioni che servivano. E lui, con il suo odioso sguardo penetrante, osservava sempre i miei occhi. Lo sapevo che era solo perché stava guardando nel obiettivo, cosa anche giusta, ma mi innervosiva quel suo atteggiamento. Come c'erano le sgualdrine, lui era la versione maschile di ciò che avevo giudicato per almeno un ora. E anzi, le batteva tutte.

Mi morsi leggermente il labbro inferiore color pesca, come a zittire tutte le parole che li volevo dire. E li, le parole del mio superiore mischiate alle mie ripetizioni mentali facevano di tutto per celare il disprezzo che voleva solo esser sputato addosso a tutto ciò. Dovevo resistere. Dovevo esser ormai abitata a stare in silenzio, ma quegli occhi mi spronavano a dir tutto con una sola voce, quasi senza aria. Era come una condanna.

- Abbiamo finito!- Urlai, con freddezza e leggerezza inaudita, portando i sorrisi nei capi e i rimpianti alle modelle che volevano mettersi in mostra più delle altre. E più c'era lui, che adesso si guardava in torno con noia e subito si avvicinava alla sedia dove c'era la sua felpa.

Respiravo. Tornavo a lasciare quel leggero labbro ormai arrossato mentre ogni mia parola nascosta tornava nei meandri della loro origine, mentre gli occhi si rilassavano, leggermente lucidi per tutte quelle fastidiose e innaturali luci che mi aiutavano e nello stesso tempo mi ostacolavano.

Quanto era durato? Tre ore?

Forse di più, ma ormai ciò non mi importava più, avevo altro a cui pensare.

A mia madre per esempio. Ai miei fratelli, a cosa cucinare, a cosa studiare e come fare con la spesa e il resto che avevo ammucchiato per lavorare. Ma ero ancora la. E nulla mi stava realmente obbligando a fare tutto ciò.

E io avevo appena alzato lo sguardo dalla macchina e mi ero girata ringraziando quelle persone che in fondo mi avevano dato l'opportunità di mostrare quello che valevo nonostante il mio freddo e poco pensato rifiuto alla loro richiesta di lavoro, con la testa persa nei sentimenti che prima avevo accantonato e avevo nascosto dentro di me, quasi dimenticati per diciamo troppo tempo. Ma mai, nonostante la mia disperazione, quegli uomini mi avrebbero vista come erano svestite le altre.

- Grazie per la collaborazione, spero di avere nuovamente l'opportunità di vederla al nostro fianco, sia davanti che dietro l'obiettivo-

Oh. Sognate, sognate. Creature superficiali, il mio corpo rimane solamente mio. Nessun oggetto per traditori o per comuni persone, mi basta ciò che devo affrontare, senza aggiunger niente di più.

- Sarò solo dietro alla mia macchina, la mia idea rimane immutata. Ma grazie per la vostra cortese richiesta.-

Brava a trattare, rispondevo con la mia solita freddezza e gentilezza, con una cortesia che mi sembrava abbastanza giustificata a quelle persone che mi avrebbero ben presto dato una buona paga. Approfittatrice, forse, ma in quel mondo chi non lo era?

Ma la mia domanda era una, anche se era stava solamente galleggiando nella mia mente: perché mi volevano come modella?

Non ero nulla di speciale, solo capelli rossi e malridotti sotto punte nere, sguardo stanco e carnagione anemica. Nient'altro che potevo mostrare così, con una semplice posa o una morsicata di labbra.

E per un po' continuammo a parlare, mentre io pregavo in tutte le lingue qualcuno che mi salvasse da quei signori ormai vecchi che continuavano a complimentarsi con me con anche piccole e sarcastiche parole per condurmi verso i loro scopi, fino a quando il mio capo, che aveva salutato tutto lo staff, si era reso conto del mio estremo disagio in quel posto e prese il mio posto in quella chiacchierata tra potenti. Subito scappai via, verso gli angoli più bui che quel posto poteva offrire, mentre sistemavo e stringevo con fare quasi ossessivo quella borsa di tela con dentro tutto ciò che avevo usato. Volevo andarmene, a sentire la pioggia, a farmi abbracciare dal freddo. Ma anche se lo avessi fatto, non avrei mai potuto abbandonare la realtà.

Amavo la luce, ma non quella luce. Una luce formata dai raggi, una luce che può permettersi di imporre le ombre, e non una che tenta di imitarla con mille sfumature di diversa intensità. In realtà io odiavo il buio, e la risposta del perché stava sempre al passato. Sempre e solo lui... Sempre li, rannicchiato in un angolo della mente e pronto a saltare fuori a ogni mia piccola debolezza. Ma non in quel momento, ero troppo ripugnata da quel posto e dalle sue persone, con la vana speranza di distrarmi con semplici lavori che in realtà volevo abbandonare per un altro giorno.

E la mettevo sotto braccio, per poi spostarla o davanti o dietro di me, e poi di nuovo sottobraccio mentre cercavo un posto tranquillo, anche se ormai gli schiamazzi e le risate di quelle ragazze si erano allontanate verso un qualche posto dove si potessero risistemare, con estremi giudizi su qualsiasi cosa superficiale. Odio. Indifferenza. Ma soprattutto fastidio.

Maledetti occhi.

Solo uno sguardo continuava a seguirmi, come se ci fosse qualcosa che lo incuriosiva. Agitata per il fastidio che mi dava quella sensazione, muovevo la borsa con quasi ossessione, fino a rendermi conto di quel che stavo facendo. Subito smisi, e mi girai verso quelle voragini contornate da capelli neri.

Era splendido e lo odiavo. Anche se non lo conoscevo, anche se magari il suo aspetto poteva ingannare chiunque. Al diavolo il mio motto, mi faceva arrabbiare quel suo comportamento. E non ne volevo niente a che fare.

Potevo già capire ciò che poteva dire, era fin prevedibile. Ma quel colore, che mai avrei confuso con la sua perfetta carnagione splendente, era così penetrante, così distruttore, che come nulla si posava sul mio, freddo e cinico, che invece di cercare i riflettori cercava una semplice luce o un semplice cielo color lacrime.

Maledetti occhi.

Ci guardammo, forse per qualche secondo, io con la mia indifferenza e lui con la sua arroganza, così imperfetti da far spaccare il mondo l'uno dell'altro con quella specie di odio che si stava materializzando davanti a noi. Ero in silenzio, a trattenere tutte le parole che si stavano annidando nuovamente nella mia gola con estrema forza, che aspettavano una qualche nota vocale così profonda e insolente che mi avrebbe di sicuro irritata. Lo volevo. Lo desideravo. Al diavolo la pazienza, al diavolo ciò che continuavo a ripetermi.

Sopportavo da molto. Troppo tempo.

Dilla, mormorala, sussurrala, respirala. Ma ti prego, fa in fretta. La mia realtà sta correndo senza di me.

Ma così non fu, visto che una delle modelle, ancora truccata di quei chili esagerati, si era avvicinata a noi due, proprio mentre il ragazzo aveva accennato un leggero movimento di labbra bramate veniva accennato con la sua essenza che lo circondava.

E la modella non era quella più umile, ma forse una di quelle più invidiose e più invidiabili. Cos'aveva da invidiare con la fisicità che aveva, erano le altre che forse avrebbero potuto invidiarla. No, scherzo, li erano tutte belle, solo molto false e arroganti. Erano come angeli caduti, a vendere le proprie ali per virtù umane. Erano splendide delusioni, illuse speranze. E distruggevano perfino la mia pietà, il mio desiderio di altruismo.

Perse. Perfette, ma perse.

Subito si mise a parlare con il ragazzo, che nel frattempo mi osservava con la coda dell'occhio, e io rimasi li, impassibile, ad osservare in silenzio la scena con noia e stanchezza.

Perché stare li?

Mi girai verso il mio capo, quando vidi nuovamente uno di quei ricchi uomini che mi indicava e parlava con estrema persuasione, facendo sfumare quell'insensata speranza di salvezza.

Mai un po' di pace. Mai.

E intanto parlavano della vicina di scatto, della ragazza che guardava le sue curve, del mio capo così di bell'aspetto e alla fine arrivarono perfino a me. Ovviamente sparlando.

Il lavoro del fotografo non è per nulla gratificante, mai nessuno ti farà davvero i complimenti, solo critiche e giudizi che si allontanano da ogni sforzo fatto, perché al centro c'è l'immagine. E in fondo questo è il nostro scopo, il nostro unico obiettivo, ma non sempre è tutto merito della bellezza e della semplicità o della fortuna. No. Sudore, pazienza, rimanere li per ore a trovare un quadro in qualcosa di impossibile, armonie in normalità e disperazione. E non era la prima volta che mi succedeva, anzi era una cosa abbastanza nota soprattutto per le fotografe nuove, ma onestamente non mi sfiorava minimamente ogni sua parola. Leggera irritazione superficiale, ma nulla di davvero significativo. Pazienza, solo grazie ad essa stavo continuando la mia vita, e quella che usavo a lavoro era solamente una specie di abbozzo. E lei, con certe stupidaggini dette con voce acuta, non avrebbe cambiato nulla, nemmeno volendo.

Ad un tratto, mentre io ascoltavo con strano interesse quello che stava dicendo, forse per abituarmi a ciò che mi avrebbe aspettato la prossima volta, si girò verso di me e mi guardò dall'alto al basso, mentre il ragazzo tornava a fissare quel mio sguardo apatico e indifferente. Io, forse quasi innocentemente assorta nel mio piccolo mondo che emergeva solo in parte in quel momento, la guardavo a mia volta con uno sguardo annoiato e indifferente, quasi come per ribattere al suo, e in fondo era così: calma si, paziente si, ma stupida in certe occasioni no. Eppure era un riflesso incondizionato, fatto solo per non sentirmi troppo guardata. Quando mai lo feci.

- Che hai? Smamma bestia.-

Che il cielo mi cada addosso se mentissi sull'indifferenza che provai quando la sentii, ero esattamente li, come prima, a continuare a guardarla e a studiare la sua bellezza. Perché esser così, cosa cela il tuo passato bellissima ragazza sgualdrina?

Rimasero degli istanti di silenzio, senza che nessuno facesse esattamente niente, quasi riuscivo perfino a sentire le parole del capo che discuteva allegramente con i suoi collaboratori con finta gioia, quasi il mio cuore ascoltava i sussulti della pioggia che cadeva delicatamente fuori da li, dove l'aria era semplice e nulla era così estremamente finto.

Dimenticavo tutto, perfino l'arroganza pura, mentre lei mi guardava e io ricambiavo quello sguardo come in una danza mortale tra le fiamme dell'invidia. Io calma, lei irritata.

Io pensavo alla cena, lei pensava a come farmi pagare quella mancanza di reazione che la faceva sentire superiore. Cadeva dal trono, davanti a una creatura come me, e quando mai osai sfidare una perfezione così persa che già aveva appoggiato la sua mano sul mio braccio, spingendomi, e lasciando alla mia passiva situazione il compito di stare ferma sul posto.

Non mi aveva per nulla spostato, anzi, mi era quasi caduta addosso tra il leggero sorriso di quel ragazzo che voleva istigare quella situazione, con una semplice Gwen che semplicemente si era ritrovata in mezzo a quella situazione solo per il suo particolare e fin apatico comportamento.

Lui ora rideva, mentre la ragazza era sul punto di una crisi isterica. Nessun aiuto mi sarebbe arrivato incontro, nemmeno da quell'uomo che già una volta mi aveva salvata. Che fare?

Per il momento osservare la scena, con le solite domante che, tra le ricette e i dubbi sulla scuola, si ripetevano ad intermittenza con un'innata pietà.

Lei era in imbarazzo, di sicuro, e io ne ero la causa. Ma soprattutto quell'omicida risata che forse mi irritò di più, che condusse i miei occhi a fulminarlo immediatamente con un certo odio e orgoglio, l'aveva resa così insicura.

Ero troppo impulsiva a volte, la pazienza era divenuta a forza una parte di me, ma mai mi era appartenuta, e ciò che stavo facendo ne era semplicemente la dimostrazione. Con la bottiglia in mano, già svitata e afferrata da quella pesante borsa, mentre la ragazza, a me, a parte per le sue curve, completamente sconosciuta, nascondeva delle leggere lacrime colmate da sulla sua voce che non sapeva cosa balbettare, e il ragazzo ancora rideva, troppo assorto in una scena dove divertiva solo lui a discapito degli altri.

E stupidamente, mentre con una mano afferravo delicatamente la spalla della ragazza, che non meritava altro che la mia compassione, per fare da perno insieme al mio piede, ero già li, con l'acqua che volava verso di lui, e io che ancora lo guardavo con uno sguardo ben diverso.

Rabbia. Odio. Ma ora sollievo, tra gli sguardi increduli.

Ero normale. Ero finalmente tornata me stessa, mandando al diavolo ogni forma di avvertimento che il mio capo mi aveva impartito per un buon lavoro.

Ero me stessa. La fredda e cinica ragazza troppo stupida e troppo altruista, che tra lo stupore generale, si differenziava per la sua calma irreale che forse tanto obbligata non era. Orgogliosa, estremamente. Ma anche gentile.

E ogni mio movimento, fluido e aggraziato, coordinato perfino con il dondolare dei capelli color ruggine e le punte color notte, stava dando merito a ciò che ero. Stupida, ma intelligente.

Luce e notte, crepuscolo di lacrime. Era solo questo che mi rimaneva, e lui era un piccolo sfogo con cui liberai l'oppressione della mia vita, regalando anche un semplice esempio di giusto.

- Patetico, ridere così mentre una persona è in difficoltà.-

Si sa, le parole fanno male. Tagliano meglio delle lame, si insinuano tra le pieghe dell'anima, catturano l'attenzione del giusto ascoltatore. E tutto, era li, in perfetto equilibrio, mentre il silenzio era calato e ogni sguardo si era posato su di lui, vedendo una specie di vendetta, e io, come una specie di ammirazione. Ma io vedevo solo un ragazzo, uguale a me, uguale a tutti gli altri, con lo stesso carattere pessimo che tutti li avevano. Amavo osservare quel suo rapido sguardo, così sorpreso e fin arrabbiato, che aveva dimenticato la sua arroganza solo per qualche secondo, come se le nuvole di quella notte, con un vento freddo, si fossero spostate leggermente, dando origine a un piccolo cielo stellato.

Spostai delicatamente la mano, per poi osservare la ragazza che non sapeva più che fare, ma che mi guardava con un aria in parte omicida e in parte grata, con le guance arrossate che si intravedevano tra tutto quel trucco che le contornava quel bellissimo volto.

Angeli caduti, creature perse, ma meritavano comunque una forma di aiuto se nemmeno avrebbero una vera felicità, e io, che in fondo ero nella loro stessa situazione, volevo solo dare quel che potevo. E i suoi occhi, così rudi nascondevano solo la sua debolezza, quel carattere burbero che rivelava la sua insicurezza prodotta da quell'ambiente e che l'aveva resa così. Per questo odiavo tutto ciò. Distrugge ciò che è più caro alle persone, cioè la loro finta libertà e la loro imperfezione.

- Tu - E una bestemmia cadde tra le mie orecchie, seguita da tante altre che quella voce tanto arrabbiata prima tentava di esser superiore a ciò che lo circondava, mostrando invece la sua natura da stupido umano. E continuò a dirmi molte, altre cose, tra il silenzio che era calato, mentre i suoi occhi infuocati e le sue mani agitate si avvicinavano a me, fredda e impassibile, che reggeva ancora quella bottiglia di acqua mezza piena.

Forse ne avrei lanciata ancora un po', giusto quasi per divertimento, ma il buonsenso che ora sembrava esser perso mi impedì ogni cosa, visto che si era fermato e mi guardava con una sensazione che non sapevo descrivere.

Voleva uccidermi. Sicuro. Ma ero li, aspettavo solo di tirargli un pugno per completare l'opera quasi, tanto la mia impulsività era divenuta incontrollata.

Ero li, aspettavo. Ma l'aiuto che cercai mi arrivò dopo.

Mano grossa, gentile, furiosa, mi afferrò il braccio e incominciò a trascinarmi verso l'uscita, mentre io, imbambolata, guardavo il ragazzo che ancora emanava come un'aura di morte con un semplice sguardo misto a una leggera soddisfazione.

L'avevo umiliato, ma ora lui stava avendo la sua rivincita. Ero nei guai.

Avevo mandato tutto all'aria. Maledizione. Stupida ragazza.

- Ci scusi, parleremo più tardi!- Urlò il mio capo verso i suoi collaboratori, mentre i mormorii colmarono quel vuoto che solo io avevo creato. E già il senso di colpa verso il mio altruismo mi stava rendendo più umana, più razionale, ma senza forma di rimpianti per ogni singolo gesto che avevo fatto in quel posto.

Cazzo. Merda. Addio ogni mia fottuta speranza, forse era solo stato un sogno, per quanto faticoso fosse.

Che lavoro avrei dovuto fare in futuro?

Forse il meccanico era adatto a una ragazza così burbera, così non avrei mai dovuto trattare con i miei clienti. Di sicuro, come mi stavo ripetendo, la pazienza non faceva per me, soprattutto se doveva rimanere nonostante il male altrui.

- Sei impazzita? Dico, ti rendi conto di ciò che hai fatto?-

Era arrabbiato, e lo dimostrava quella sua maggior freddezza che riusciva a incutermi paura quasi quanto le telefonate e le visite che ricevevo, ed era dannatamente bello quando quello sguardo color ghiaccio si intonava alla perfezione con le sue parole. Ma avevo paura, e non lo vedevo in altro modo se non uno splendido obiettivo di paesaggio invernale. E non lo avrei mai negato.

Ma avevo le mie ragioni che mi tenevano ferma, salda in quella realtà, senza nessun timore mostrato da quel mio sguardo perso da troppo tempo. Orgogliosa. Che ragazza stupida.

- Lo ha meritato. Troppa arroganza, aveva bisogno di capire cosa significano le sue azioni-

Risposi. Oh come risposi. Ero fredda quanto lui, ma calma e gentile, come a sfidare le tormente che ora si riversavano su di me, quasi con un filo di impertinenza che era solamente orgoglio. Al diavolo il lavoro, la giustizia prima di tutto. Ero già pronta a tornare dal meccanico e abbandonare la scuola, ma di sicuro mai avrei chiesto scusa per un gesto simile.

Era il motto anche di mio padre, anche se ciò che lui stesso ribadiva andava contro ciò che faceva, ma almeno aveva trasmesso un qualcosa di positivo alla figlia che sicuramente avrebbe potuto seguire alla perfezione le sue orme, ma che preferiva immaginare di non averle fatte.

- Sali in macchina-

Ubbidii, senza obiettare, mentre ogni cosa che succedeva si dimenticava velocemente sotto il ritmo battente del mio cuore e della pioggia, che si sfidavano per un semplice e solitario primo piano.

Forse ero salva, ma in fondo sapevo che avevo cambiato ogni cosa. E la consapevolezza io la negavo, sempre.



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